Università
di Ferrara - Facoltà di Architettura
Anno 2002/2003 -
Docente: Arch. Carlo Mambriani
Il corso si propone di fornire i basilari strumenti storico-critici e bibliografici per l'analisi e la comprensione dell'architettura contemporanea tra XVIII e XX sec. Il corso si divide in due parti, nella prima parte si farà un riassunto generale della Storia dell’Architettura fino all’epoca argomento del nostro corso. La valutazione finale consisterà in una prova orale (con richiesta di elementari esemplificazioni grafiche), inerente un tema a scelta approfondito su bibliografia segnalata dalla docenza durante il corso e in generale gli argomenti trattati nel corso. Gli studenti che non potessero frequentare dovranno dimostrare una buona conoscenza generale del programma, utilizzando la manualistica e almeno due testi monografici da concordare preventivamente con la docenza.
E’
il primo “edificio” dell’umanità,
ovvero una delle prime strutture dell’edilizia specialistica. Per alcuni
storici è addirittura il focolare che potrebbe essere considerato il primo
edificio, in quanto è il primo che ha condizionato l’ambiente umano,
descrivendo una spazio artificiale attorno al quale si riuniscono gli uomini.
Le pitture rendono le caverne il primo spazio antropico. Per altri storici
bisogna invece aspettare la costruzione di dolmen e architravi, ovvero
volumi-spazi costruiti dall’uomo. Spostandoci alle città, osserviamo una spazio
comune di abitanti, un’unione che avviene in un momento particolarmente
favorevole per la presenza di un surplus produttivo, e osserviamo le prime
forme di stanziamento. Civiltà e città hanno un origine etimologica comune,
civitas. Possiamo osservare che l’aggregazione urbana e la civiltà, intesa come
codice di regole-normative, vanno di pari passo. I vantaggi della vita comune
sono indubbi: definendo regole e poteri comuni, si rende possibile il controllo
dei mezzi di produzione, e la distribuzione degli uomini su di una scala
gerarchica, con meccanismi che secondo alcuni storici sarebbero riscontrabili
anche in molti animali. Ciò non vuole essere la giustificazione biologica
dell’ingiustizia sociale, ma solo la testimonianza che nel nostro patrimonio
genetico esiste la possibilità che alcuni umani siano più adatti a determinate
funzioni e meno ad altre. Questa piramide può appunto esemplificare la
stratificazione sociale della società. Era circondata un muro imponente, con
molte finte porte, ed era rivestita di lastre calcaree. Nella storia dell’Arte
abbiamo molti esempi di strutture a spirale come la torre di babele, che sono
la testimonianza della scomparsa delle prime civiltà come quella babilonese e
mesopotamica. Si può rileggere la bibbia attraverso quest’ottica
(dell’architettura), ed è stimolante notare come Caino sia il costruttore di
città, e non Abele, rappresentate il mondo pastorale che sta scomparendo. La
piramide si ricollega a quelle architetture che dall’altra parte del mar Rosso
avevano fornito l’ispirazione. Ci sono diversi misteri a tal proposito, come di
un’innovazione tecnologica che non si sa spiegare. Dopo millenni di costruzione
con l’argilla, si passa ai blocchi di pietra. In Egitto si poteva usare e l’una
e l’altra, e si è scelta quest’ultima. Di questo periodo vediamo anche
un’intera città funeraria, con edifici che non funzionano ma sono solo
rappresentazioni di loro stessi, fatta costruire dal re Joser. Di questo
recinto funerario ci resta un’informazione importante, il nome dell’architetto Imothep.
E’ un medico, uno scienziato ministro del faraone, il primo architetto di cui
si conosca il nome, l’opera e la storia. Il primo architetto che si sia
firmato, che ha saputo fare dei balzi nel sapere contemporaneo, tanto che è
stato divinizzato (processo non raro nelle società che stiamo descrivendo) come
il faraone, e si trova traccia secolare del suo culto.
Piramidi
di Giza
Sono un’evoluzione di quelle a gradoni, e sono una delle sette meraviglie del mondo. Una volta non più rispettate persero tutte le lastre levigate, col vertice dorato, testimoniante il collegamento col mondo celeste: in punto solo, più in alto possibile verso il cielo. E’ la spazializzazione di un concetto sociale. Le piramidi rappresentarono anche lo sforzo generale dei contadini per onorare la loro religione. E’ difficile chiamarli edifici, ci sono solo poche camerette e cunicoli, con particolare attenzione a difendere l’incolumità dei faraoni defunti. Quindi non architetture, ma sculture giganti, montagne artificiali, che disegnano l’ascensione sociale e la protezione per il faraone.
La
regina Ascensug, della 18° dinastia, riesce a spodestare il marito ed i
sacerdoti. Il suo compagno viene elevato a ministro e sepolto sotto di lei in
una piramide sepolcrale minore. La valle dei re bene si prestava ad essere
scavata e lavorata. Il complesso viene prodotto terrazzando un pendio naturale,
con piane collegate da rampe d’accesso, e un’assialità tipica della cultura
egizia, rappresentate il Nilo. Si potrebbe dire che sia una mentalità basata
sulla linea “naturalmente”, quella di una civiltà che tutti gli anni con le
piene del Nilo, era costretta a tracciare i confini dei campi. Questo ha reso
gli egizi grandi esperti di agrimensura e di rilievo. Le forme sono
particolarmente impressionanti, perché diversi secoli prima anticipano quelle
che troveremo nella Grecia arcaica e neoclassica. Vediamo un’architrave con
modanature variamente sezionate, colonne scalanate, capitello e trabeazione
tripartita.
Valle
di Luxor
Non
solo tombe, ma costruirono anche luoghi di culto. Assistiamo alla nascita di
templi, contenenti i simulacri delle divinità. Con questa assialità di sfingi
si entrava in processione, in un ambiente sempre più esclusivo, con camere dove
potevano entrare solo i sommi sacerdoti, in occasione di grandi feste,
banchetti, offerti alla “statua”. Sono sempre articolati su un’unica spina che
corrisponde al percorso della processione. Le colonne erano alternate con delle
statue, per dare l’idea di un muro pieno, ed affrescate con colori vivaci.
Si
sviluppa sull’isola di Creta, e presenta “modalità” molto diverse da quelle
egizie. E’ una religione basata su una divinità alata ed un toro come simbolo
di forza, protagonista delle tauromachie. I vari miti che conosciamo, sono
idealmente ambientati anche nel Palazzo di Cnossos, e si possono interpretare
come un’epopea in cui i greci riescono ad affrancarsi dall’influenza cretese.
Anche se le tesi recenti giustificano la fine della civiltà con un evento
catastrofico (vedi Atlantide, i cui resti si troverebbero nell’isola di
Cantorini). Era una città assolutamente non fortificata, che si basava sul
controllo del mare e non aspettava nemici, con grandi magazzini e granai per il
controllo del commercio. Sir Arthur Evans ricostruisce alcuni resti in
maniera un po’ decò. Le colone sono rastremate dall’alto verso il basso, ed il
capitello ha abaco ed echino. Questa civiltà produce anche interni affrescati
molto raffinati, con decorazioni animali, dietro ad un trono molto basso, alto
poco più dei sedili vicini, testimonianza di un sovrano particolarmente
democratico, vicino ai suoi ministri.
E’
certamente più bellicosa di quella minoica. Costruisce mura ciclopiche a secco,
la stessa fortezza di Micene è un villaggio fortificato a cui si accede
attraverso la porta dei Leoni (parte importante del poema omerico). E’ una
porta in fin dei conti molto piccola, anche se la costruzione la rende
colossale. La portanza è garantita dallo spessore dell’architrave (sintomo che
l’architetto aveva capito la distribuzione dei pesi) la trave è più spessa al
centro, sotto la decorazione dei leoni, che è solo una lastra costituente uno
pseudo-arco. La colonna su cui poggiano i leoni nella decorazione, simile a
quelle di Cnosso, testimonia una derivazione delle forme verso nord, e questa
colonna posto al centro (a differenza delle divinità femminili cretesi) ci fa
vedere che l’architettura viene posta al centro come una divinità. Nella
tecnica di scultura c’è una prima comparsa di quello che potremmo definire un
ordine applicato, con una colonna di funzione solamente decorativa. Alcune
costruzioni interne erano simili a dei grandi cerchi di pietra, come figura
magica di protezione, oltre che una forma poco dispendiosa energicamente. Bisogna
sempre pensare alla simbologia delle forme spigolose e curve, in riferimento ai
mondi immaginari ai quali rimandano. Qui a Micene le forme convivono, in quel
che resta del Megaron: è sicuramente di pianta quadrata osservando la
disposizione delle colonne, ed ha un microcortile con sfogo per il focolare.
Questa è una soluzione particolarmente razionale, per cucinare e ritrovarsi
all’interno della comunità, per areare e illuminare, che ritroviamo spessissimo
nell’area mediterranea. Intorno al Megaron ci sono dei locali di cui non
conosciamo l’esatto uso, indicativamente venivano utilizzati dai vari
componenti della famiglia. L’altro accesso alla città, o “uscita di sicurezza”,
è un percorso attraverso le mura col principio della pseudo-volta, che produce un
volume prismatico. Usciti dal recinto della città, ci sono dei grandi tumuli
funerari, grandi ammassi di terra sopra una struttura in pietra, con corridoi,
come quello del tesoro di Atreo, rinvenuto da Heinrich Schliemann.
All’interno della prima tomba, che era la più importante e quindi identificata
con quella di Agamennone, c’è una grande pseudo-volta conica. Nella tomba a
tumulo è presente una continuità col mondo egizio. Questa muratura rispetto
alle grandi barriere acquista una certa regolarità, con una posa pseudo-isogona
(ovvero con una condizione di parallelismo). Vediamo una porta rastremata (i
piedritti non sono paralleli), architrave più regolare, con uno pseudo-arco che
non grava eccessivamente. In realtà la porta e la parete erano ricoperte da
lamine orizzontali, con metalli preziosi, con due colonnine verdi laterali che
sembravano sorreggere il tutto. E’ una nuova comparsa di un ordine
architettonico simulato. Tutta l’architettura occidentale viaggia nel dissidio
fra un ordine architettonico che decora e un ordine che sostiene.
Partiamo da Paestum, dove troviamo dei “templi arcaici”, molto ben conservati. Verso il VII° secolo a.C. la civiltà greca conosce un’espansione molto forte, per l’invasione di popoli asiatici che premevano da est, e l’assenza di spazi d’espansione (ad esempio per la coltivazione) in Grecia. Cominciano quindi ad attraversare lo Ionio e a colonizzare quella che diverrà la Magna Grecia, nel sud della nostra penisola. Abitata allora da popolazioni arretrate non pericolose, con le quali a volte furono possibili integrazioni nelle città. Per questo troviamo dei templi non manomessi, mentre in Grecia verranno rimaneggiati nel corso dei secoli. A questi templi serve da modello una capanna lignea, che trova testimoniava nella spina centrale. Nel confronto con le altre arti, quali pittura e scultura, l’architettura per alcuni ha sempre “sofferto” del non potersi definire un’arte mimetica. Pittura e scultura sono arti mimetiche, in quanto imitano la realtà della natura. Ora con questa considerazione, imitando la capanna primitiva, anche l’architettura imita la natura. Le nuove conformazioni mantengono il colonnato esterno, con una cella interna, e qui il simulacro della divinità. Vi sono diversi esempi di templi ricostruiti da archeologi, il più delle volte con intenti e risultati abbastanza discutibili. Questo esempio di tempio dorico è crollato a terra, e rimasto sommerso per secoli. Sono disposti come false rovine, secondo la moda del ‘700. Quando è stato ricostruito, sono stati osservati degli stucchi bianchi sopra la pietra tufacea, che testimoniano come si fosse tentato di falsificare la natura del materiale, ed imitare i più celebri templi della madre patria. Questo intonachino di polvere di marmo imitava la pietra pregiata, che evidentemente non era disponibile durante la costruzione. L’echino si è sgonfiato molto rispetto allo scorso periodo, i triglifi sono alternati con metope, peculiarità dell’ordine dorico. Vediamo poi dei conetti di pietra sotto i triglifi, che sono i butti, o gocce, e una cornice che protegge la decorazione, infine la partenza di quello che era il timpano e la trabeazione. Ricordiamo che l’architettura classica è tripartita, qui nella triade architrave-fregio-cornice. In un restauro operato nel sud-Italia, vennero ricomposti i vari rocchi delle colonne con scalanature, e il midollo centrale quadrato di cedro. Nell’anastilosi (recupero di pezzi e rimontaggio) delle colonne cadute a domino, si può osservare la natura delle scosse telluriche che hanno prodotto il crollo, e quindi ottenere nuove informazioni sugli eventi.
E’
tipico dell’asia minore, e di Delfi, dove aveva sede il famoso santuario.
L’echino c’è ancora, molto ridotto, con un elemento a cuscino, plastico, molto
decorativo, con due facciate principali e due laterali, che comporta quindi
problemi compositivi negli “spigoli”. Non ha però una geometria e ritmi precisi
nelle decorazioni sovrastanti, e permette di risolvere quindi un problema
d’angolo che il dorico aveva. Infatti lì i triglifi erano abbinati al centro
delle colonne, e all’angolo doveva esserci una colonna un po’ più ampia.
E’
una specie di canestro, con foglie d’acanto, dove l’abaco non presenta facce.
Deriva da una cesta di foglie coperta da una protezione quadrata che
schiacciava le foglie, con un fiore. Si opera una stilizzazione geometrizzata,
di una figura interna piena, con passaggio dalla forma circolare a quella
quadrata. I greci hanno sempre associato i vari stili alla conformazione umana,
producendo i seguenti abbinamenti: Dorico = figura maschile, Ionico = figura
femminile, Corinzio = figura verginale. Nei templi cristiani si guarderà a
questi abbinamenti rispetto al santo, ad esempio nella facciata.
Sfrutta
pienamente le forme naturali della collina, col palcoscenico davanti alla
bellissima vallata. Vicino il santuario di Apollo, dove si trovava la sibilla.
Era gestito quasi in forma extra-territoriale, con templi privati per ogni
città.
La
pianta della città è stata disegnata da Ippodamo, che produsse la famosa
griglia che porta ancora il suo nome. Si tratta dell’invenzione
dell’ortogonalità in una pianta urbana. Quella basata sull’angolo retto è
sicuramente la forma più semplice da quando si costruivano mattoni seccati al
sole. Cerca di far capire che la città deve essere come la casa. Assistiamo ad
un parallelo fra macrocosmo e microcosmo, come ognuno sa il modo di organizzare
una casa. Tutte le strade devono convergere al centro della città (convergere
idealmente, in quanto le stradi sono ortogonali) nella piazza agorà. C’è una
distribuzione di varie funzioni, esattamente come all’interno della casa, un
focolare all’interno della città. E’ molto più facile trovare un tracciato
regolare su piane, le città madri greche erano invece in posizioni acrocoriche,
le città ippodamiche potevano essere costruite su zone pianeggianti
appositamente scelte. A Mileto, costruendo su un promontorio molto
frastagliato, la maglia deve adattarsi in scala alla varie zone.
Il
tempio di Atena Partenos è forse la forma più perfetta del tempio periptero,
con tre lati colonnati su due livelli, ed i fregi di Fidia ora al British
Museum. La ricostruzione del Partenone ora rischia di falsare in maniera
irreparabile l’architettura. Ad esempio nel restauro di un tempio agrigentino
si sono raddrizzate le colonne che erano inclinate per effettuare dei giochi
ottici. Oltre a questo le colonne esterne rischiavano di essere “smangiate”
dalla luce e vennero accresciute insieme all’intercolummnio, lo stilobate è
inoltre leggermente inflesso al centro. Insomma un’architettura come scultura,
con correzioni che vanno ad arricchire la capacità di questa architettura di
coinvolgerci, inserita con una sorta di casualità, con punti di stazione
privilegiata, solitamente a ¾, con un metodo “armonico”, e forme ed espressioni
a scala (relativamente) umana.
Osserviamo
un piccolo tempio ricostruito in un plastico di gesso. La costruzione è lignea,
e dimostra affinità con i templi greci. Gli etruschi ereditano una tradizione
simile forse perché provengono dall’Asia minore, ed i collegamenti sono
numerosi nei caratteri ed in vari oggetti. Roma ha sempre cercato un
collegamento diretto con la civiltà greca. Non sempre l’architettura sfrutta
tutte le proprie conoscenze tecnologiche: o ne esalta alcune, o ne inventa di
nuove per risolvere determinati problemi. La cultura degli ordini trapassa a
quella romana, ma da essa viene inquadrata nell’arco. In realtà la semi-colonna
non è fondamentale per la struttura, i romani però dimostrano una nobiltà di
tradizione da recuperare, ma solo esteticamente. Lo stesso Imothep aveva
creato degli edifici finti dove aveva ritmato le pareti con delle lesene
applicate. Occorre sempre ricordare il principale vantaggio di questa tecnica
costruttiva: costa meno costruire un arco, a parità di superfice coperta, che
un sistema trilitico. Osserviamo questa ricostruzione assonometria del tempio
di Giove Ansur (dal nome della divinità precedente): è su un promontorio a
picco sul mare, ed ha ospitato una divinità femminile per la fertilità. Ha
richiesto l’ampliamento della terrazza per costruire il tempio vero e proprio,
dove si sceglie una tecnica innovativa, con volte a botte, e varie gallerie a
botte sostenute da archi. In questi locali si trova l’accoglienza per i
pellegrini ed altre funzioni. C’è una collocazione con funzione paesaggistica,
ed un ricavo di nuovi volumi. Insomma, viene utilizzata questa logica: tecnica
tradizionale nelle parti monumentali, tecnica innovativa nella parti
strutturali. Nel Tabularium osserviamo il primo esempio dell’arco
inquadrato dall’ordine. E’ un edificio costruito durante la fase repubblicana,
che contiene le leggi dello stato. Osserviamo quindi la nascita di una nuova
tipologia, in un punto cardine e simbolico della città. Sotto il foro romano,
centro commerciale-pubblico-finanziario, e sopra il tempo di Giove, a
mediazione fra l’area della vita pubblica ed il tempio della massima divinità.
Si potrebbe descrivere come una sacralizzazzione della legge umana, ed una
legittimazione divina della forma statuale, che ha più difficoltà della
monarchi a legittimarsi, mancando un anello di congiunzione “diretto”. Richiama
sia l’ordine etrusco e greco, ed inquadra sopra questo vasto piedistallo di
muro pieno, due serie di archi inquadrati da ordini.
Nella
zona inferiore un arco inquadrato dall’ordine, con vari ordini architravati ed
arcuati. La città di Palestrina è impressionante nella sua evoluzione, ma si
riconosce ancora lo schema originario, caso affascinante di stratificazione e
riutilizzo dei manufatti. I romani assializzanno maggiormente la visione
rispetto ai greci, e producono un’architettura che deve essere vista
frontalmente. La vista laterale perde di efficacia, e con una costruzione della
visione e della natura, l’architettura si sostituisce in grande stile alla
natura, che riplasma e ricostruisce completamente la struttura della montagna.
I romani hanno una capacità di muovere masse murarie molto superiore, e
realizzano opere pubbliche che i greci non avevano mai affrontato. I romani
riescono in questo grazie all’invenzione dell’opus cementicium (letteralmente
opera cementizia, tecnicamente calcestruzzo). Nasce da una casualità, sapendo
che legare parti di un edificio poteva essere particolarmente conveniente.
Scoprono la sabbia pozzolanica, e osservano che riesce a consolidarsi in
presenza d’acqua. Questa malta resiste addirittura a trazione, e viene quindi
utilizzata per volte a botte, magazzini coperti, muraglie di terrapieno. Si
fanno vari tentativi, diverse miscele, entrando quasi in un meccanismo moderno
dell’edilizia, con anche i primi inganni da parte di appaltatori e costruttori.
I romani la utilizzano per tutte quelle che sono architetture di servizio, poi
quando si arriva agli ambienti pubblici c’è ancora una diffidenza, in quanto
l’architettura classica rimane più monumentale e riconosciuta. La basilica
romana, appare con archi legati solo nelle trabatelle laterali, per sostenere
le logge. Nel teatro romano, osserviamo archi nella facciata esterne, come nel
Colosseo. L’ordine garantisce prestigio alla fabbrica. Nel teatro di Marcello
gli archi sono totalmente in travertino, anche se non strutturali, e l’opus
cementicium non viene mai rivelato. Il teatro è chiuso, e la forma è funzionale
a sostenere un velarium per proteggere dal sole gli spettatori. La Grecia viene
conquistata da Roma, i romani chiamano tutti gli intellettuali per l’educazione
e le proprietà intellettuali. Il Tempio di Vesta (a Campo Vaccino, dove si
macellavano i vitelli), è realizzato da maestranze greche ad Atene, via nave
raggiunge il porto di Ostia e viene montato a Roma sempre da operai greci. Ora
manca tutta la trabeazione, e le colonne sorreggono direttamente la copertura.
Il marmo è pentaelico e la scalpellatura raffinatissima, realizzanti un tempio
centrale periptero. E’ un insieme dell’essenza dell’arco e della presenza della
figura circolare applicata al sistema trilitico. Il corinzio poi si presta bene
a seguire la curva della trabeazione.
Era
un’enorme costruzione delle dimensione di un colle, con un giardino gigantesco
ed un lago artificiale, situata all’inizio della città. Per annunciare ai
viaggiatori cosa stanno per vedere, c’è il colosso di Nerone. L’imperatore dà
l’incarico di stupire, è un’istanza di immagine nuova. Questa stanza, con
loggia ottagonale ed oculo centrale, è realizzabile solo con l’opus
cementicium, poggiante solo su otto perni centrali rinforzati da setti
retrostanti, con la piattabanda che lavora esclusivamente in orizzontale. La
duttilità plastica del materiale permette l’invenzione di spazi straordinari.
Unica condizione, che le murature della volta corrispondono perfettamente al
perimetro sottostante. E’ postulata la condizione che le murature siano fiere e
resistenti. Gli imperatori successivi si affrettano a risarcire il popolo o il
senato, assodando il detto “se volete distruggere un uomo o una famiglia
distruggetegli la casa”. Esemplare la costruzione del Colosseo, una struttura
dedita al divertimento, al posto del suo lago, indice di quanto i romani
fossero bravi a “riciclare”. Vediamo qui per tre volte di fila l’ordine
sovrapposto all’arco, prima dorico, poi ionico ed infine corinzio (in ordine di
robustezza) più un piano attico, con paraste o lesene, di ordine composito,
quello utilizzato negli Archi di Trionfo. Se le colonne, insieme alla
trabeazione, sporgono formando dei risalti dal complesso di parla di ordine
trionfale.
Mercato
con strade interne su più livelli per esercizi commerciali, negozi con
mezzalino (zona più alta, magazzino con derrate) e sopra una galleria
praticabile, che dà luce a quella inferiore. Inventano un nuovo tipo di volta,
con aperture ai lati, la volta a crociera prodotta dall’unghia cilindrica.
E’
la prima volta che l’ordine architettonico assume una forma così originale,
perdendo completamente la funzione originaria. E’ un cippo gigantesco di 40m,
che si sostituisce ad una collina di Roma, che precedentemente occupava quello
spazio. E’ decorata lungo il fusto dalle gesta a spirale, interiormente è una
colonna coclide, a chiocciola. Dentro la colonna c’è una scala per tutto il fusto.
Nel grande basamento tripartito che la sostiene (zoccolo: base-dado-cimasa),
stanno le ceneri di Traiano.
E’
considerato il capolavoro assoluto dell’architettura romana: è il tempio
dedicato a tutti gli dei. Il tutto è conservato in maniera eccellente essendo
divenuto, quasi immediatamente dopo la caduta dell’impero e dei culti pagani,
una chiesa. Tende a mescolare la tradizione romana con quella greca, tutte le
decorazioni sono basate dal gioco fra due figure perfette per eccellenza,
secondo Vitruvio, il quadrato ed il cerchio. E’ anche il monolite umano più
grande della terra. I materiali che compongono la volta sono via via più
leggeri, fino ad utilizzare la pomice nell’ultimo strato di calcestruzzo vicino
all’oculo, importante figura metaforica. I romani costruirono inoltre
importanti ponti, come Pont du Gard, ponte/acquedotto, che funzionano senza
manutenzione, senza dispersioni, a volte fino ai giorni nostri.
Alcuni
edifici sono tombe rupestri scavate nella roccia dai Nabatei, popolazione
antichissima con cultura e religione propria, dal potere economico così forte
che i romani dovettero fare dei compromessi non potendoli soggiogare. Si entra
per la gola dissecata di in fiume, un canyon molto tortuoso, che si svolge in
un allargamento di questa vallata, imprendibile. Fanno vedere di essere legati
all’architettura ellenistica, e nelle sculture gli scalpellini ritrovarono le
venature naturali creando effetti marmorei.
La
famosa ara di Pergamo è conservata a Berlino. La montagna obbligò ad una
disposizione “greca” del complesso. Si sviluppa un’architettura di
rivestimento, di facciata, di complesso, con una notevole capacità di costruire
e mascherare.
[Cenni
presi qua e là… scusate…] Alessandro Magno ha fondato le Accademie, dove i
giovani venivano educati alle varie discipline, fra le quali l’architettura.
Mausoleo è ricordato per aver voluto la tomba più bella della storia. L’ultimo
degli archi trionfali fu quello di Costantino. E’ curioso che il suo sacerdote
si chiami il massimo costruttore di ponti, pontifex-maximus. Fra i libri
consigliati: Storia dell’Architettura Occidentale, è più completo
cronologicamente.
Rispecchia
esattamente la pianta delle basiliche. C’è una zona per i catecumeni (non
battezzati), che devono sostare prima di entrare nel tempio. E’ una scatolona
di muri che sorregge dei tetti a falde, che permette il massimo
dell’illuminazione, e contiene più gente possibile. I muri sono sottili ed
accentuano la visione dell’altare. La prima vera chiesa romana è quella di San
Giovanni, sempre costruita con i soldi di Costantino, come San Pietro.
Non
sappiamo chi furono gli architetti delle chiese ordinate da Costantino, che
paga di tasca propria. Fino ad allora i cristiani avevano templi solo in Siria,
Palestina, Turchia, in quanto il cristianesimo era una religione orientale come
tante diffusa prevalentemente nelle zone d’origine. Questo anche perché vicino
al centro dell’impero certe religioni erano vietate, in quanto mettevano in
dubbio l’autorità imperiale. Si assiste alla nascita del tempio cristiano e lo
si prende a prestito da una struttura civile romana. La basilica come termine
passa quindi a denotare un tempio, dalla basilica del foro romano a basilica
paleocristiana (o chiesa, da ecclesia, comunità dei credenti). C’è un recinto
di muri, che sostiene capriate lignee, che sostengono una copertura. Rispetto
ai templi romani ci sono analogie e differenze, ed in riferimento al Pantheon
ci si allontana volontariamente dalla complessa architettura dei templi pagani.
C’è un ritorno a strutture molto più primitive e semplificate nell’aspetto
tecnologico, in quanto Costantino non poteva dilapidare eccessivamente i suoi
denari, e tanto meno i soldi dello stato, per costruire queste opere. La
struttura della basilica si prestava per la sua direzionalità, i corridoi che
lasciano liberi l’aria, la luce, il passaggio. Ci sono poi dei “martiria”,
degli edifici che ricordano il sacrificio dei martiri, simili a mausolei. Per
la costruzione di SanPietro Costantino fece sbancare il colle vaticano,
producendo un terrapieno artificiale. Così ha interrato una buona parte della
necropoli vaticana, dove era stato sepolto anche Pietro. Il quadriportico è una
grande struttura, voluta da Costantino e dal clero di allora. Recupera un
modello antico e civile, il foro romano circondato da portici colonnati. Lo
troviamo integrate con altre funzioni, ci ricordano che c’è una continuità
molto precisa. Con l’editto di Milano, sotto Teodosio, la cristianità diventa
la religione ufficiale dello stato.
Mausoleo
imperiale e martirium cristiano si sovrappongono in una tipologia centralizzata
invece che lineare, che ispirerà in futuro molte altre opere. E’ molto simile
alle architetture tardo-imperiali. La novità rispetto al Pantheon è la comparsa
di un deambulatorio circolare, collegato all’ambiente centrale e diviso dai
sostegni, collocati lungo i raggi in una disposizione particolare. Essendo le
colonne in un sistema binato, reggono una trabeazione che a sua volta sostiene
l’arco, al posto del grosso muro che avrebbe dovuto sostenere la volta. C’è poi
una volta a botte sul perimetro, mentre la zona centrale viene coperta da una
cupola completamente chiusa, con la luce che penetra dalle finestre del
tamburo. C’è una strana ritmica che lega le arcate e le nicchie, ed un accenno
di croce che passa per navate più spesse. E’ una metrica non regolare che
contribuisce alla rotazione ed allo spaesamento.
Chiesa
di San Lorenzo
C’è
una chiesa misteriosa a Milano, che non corrisponde alle scelte di Ambrogio
(pianta basilicale), ma che è di quel periodo. E’ una chiesa a pianta centrale,
quadriconca (con 4 absidi), e 4 torri che controspingono il peso della grande
volta a crociera, e le absidi hanno delle colonne transennate. Non dobbiamo
osservare la copertura che è settecentesca con la volta che è stata sostituita.
Il deambulatorio gira intorno a questa figura complicata, e c’è sempre il
quadriportico davanti. E’ la basilica porziana (termine quasi sicuramente
legato a questa struttura, ma la cui appartenenza è stata per molto tempo in
discussione con un altro edificio religioso), la cappella imperiale della
corte, una cappella palatina con un’architettura simile a quella imperiale. La
tipologia che si diffonde di più è
quella longitudinale.
Notiamo
all’esterno una figura molto semplice, un parallelepipedo a gradoni, con navate
del transetto evidenti, tetti a capriate, coll’abside in fondo. All’interno si
mostra ancora oggi molto simile a come era in passato. La navata centrale è
divisa da quelle laterali da colonne, ma non
c’è il ricordo pagano dell’architrave orizzontale, sostituito da degli
archetti presi da vecchi edifici in disuso, terme e palazzi. Sono state re-impiegate
parti di architetture classiche, con marmi selezionati e re-inventati. C’è una
capacità di fare grandi operazioni con decorazioni marmoree, opus sectile,
anche con fette di colonne rotte, riutilizzate dai marmorini. Sono presenti
elementi interi, prelevati direttamente dalle rovine, ma anche elementi
lavorati.
E’
diventata una moschea, ed ora è musealizzata. E’ una chiesa voluta come
cattedrale di Costantinopoli, dove la precedente era una struttura basilicale
come San Pietro, e quella nuova viene costruita con un altro modello da
Giustiniano. Il suo programma era di riconquistare i terreni perduti
dell’impero d’occidente, compito realizzato solo in parte e con esiti poco
duraturi. Chiama due architetti matematici per la realizzazione dell’opera:
Isidoro da Mileto e Antemio di Tralles. Il desiderio è quello di costruire la
più bella chiesa del mondo, desiderio simile a quello di Costantino per la
costruzione del SantoSepolcro a Gerusalemme. Questa era costituita da un
martirium, circolare, con quadriportico e struttura basilicare avanstante.
Bisognava superare sia il SantoSepolcro, sia il Pantheon. I due ne assumono
alcuni aspetti e ne stravolgono altri, realizzando un’architettura
straordinariamente in sintonia con le richieste della committenza. E’ un
edificio dalla base molto larga, che cresce, traforato in mondo incredibile. Un
grande arco e due semicupole che si appoggiano all’arco. Poi una grande cupola
che si appoggia sul tamburo, intervallato da 40 finestre. C’è un ambiente
allungato, con in fondo l’abside, con un deambulatorio e navate laterali. Sofia
è il nome greco della Sapienza, dunque l’edificio era intitolato alla divina
sapienza, ovvero il tempio era dedicato a Dio. L’abitudine di dedicare le
chiese ai santi è invece più tarda. Come Santa Sofia, Sant’Irene ad esempio è
la pace, e questi sono aspetti della divinità che si omaggiano facendole una
chiesa. Ci sono due semicupole tagliate e spostate, che sostengono la cupola
centrale. Ci sono dei massicci neri che sostengono la cupola centrale,
contengono le spinte in senso verticale, mentre in senso longitudinale lavorano
le semicupole. Sono state costruiti due contrafforti esterni, in quanto la
cupola dopo pochi anni è crollata, forse a causa dell’uso di troppa malta e
pochi inerti, denotando un eccesso di parte plastica rispetto a quella rigida.
I critici descrivono Santa Sofia come
fosse materializzata dalla luce, in quanto ogni superficie muraria è trattata
con tecniche imperiali, come mosaici (dalle muse) e marmi. Le tessere non sono
più di pietra ma di vetro, e ricoperte da oro zecchino, che ha una grandissima
capacità di rifrazione. La cupola non sembra appoggiata agli archi, ma appesa
al cielo con un cordone, con la luce che va quasi a tagliare gli archetti di
sostegno della cupola. La cupola è molto più ribassata, costruita a creste e
vele (coperture a botte fra l’una e l’altra). Il pulvino è interposto fra il
capitello della colonna e l’arco superiore, elemento tipico dell’arte
bizantina. Tutti questi capitelli sono trapanati e lavorati, per accrescere
l’effetto estetico. A Santa Sofia in occasione delle grandi celebrazioni
l’imperatore e il padre spirituale si riunivano una volta l’anno per un bacio
simbolico, che esemplificava le due semi-cupole, i poteri temporale e
spirituale che si riunivano. Fra queste due figure c’è sempre stata molta
“commistione”, quando Costantino è morto ha fatto costruire un mausoleo con
dodici apostoli e lui in mezzo, per definirsi come l’alterego di Cristo.
Prima
della caduta dell’impero romano aveva almeno 200000 abitanti, ora si
asserraglia dentro l’anfiteatro romano, ad andamenti concentrici, con chiese,
case, magazzini e 4 torri di avvistamento dove c’erano gli ingressi del teatro.
Ora l’anfiteatro è tornato a vivere grazie alla demolizione di inizio
novecento, che ha fatto piazza pulita dei manufatti medioevali.
Spalato
[Split]
L’imperatore
Diocleziano aveva pensato alla propria residenza, aveva un palazzo con fronte
sul mare, un gigantesco quartiere militare, ed un mausoleo per se stesso.
Sempre dopo la caduta dell’impero romano il perimetro fortificato del palazzo
diventa il centro storico della cittadina. Con questo passaggio abbiamo sì
perso un grande monumento, ma abbiamo ammirato la capacità di riciclare
dell’essere umano. Si è quindi trattato di un’occasione per svincolare la
creatività.
E’
stata costruita con delle colonne di spoglio, composte con libertà e
spregiudicatezza. Ha una pianta di forma stellare con muri a spigolo, con vele
triangolari, e tre spazi poligonali concentrici.
Nell’Europa
stravolata dalle invasioni i franchi ed il loro Re sono capaci d’esprimere un
potere forte, un’organizzazione statale capace di riportare nuovamente il
controllo sull’Italia e su grande parte dell’Europa. Si progetta di rimettere
in piedi l’impero romano, facendolo diventare Sacro Romano Impero, costruendo
una nuova forma di impero cristiano, e provocando di fatto le ire
dell’imperatore d’Oriente. Ricollegandosi alla storia moderna quando Napoleone
è diventando imperatore detronizza l’imperatore d’Austria dal suo titolo di
prosecutore del Sacro Romano Impero, che la sua dinastia conservava da Carlo V.
Carlo Magno vuole quindi essere l’imperatore di tutta l’Europa. Chiede all’architetto
Odo (Ottone di Metz) una forma di chiesa palatina con molti riferimenti alle
chiese palatine imperiali. L’architetto si ispira quindi a San Lorenzo a
Milano, alla forma centralizzata, con un’aura d’oro dove l’imperatore riceveva,
alle architetture ravennati, ad una struttura centrica con deambulatorio,
cercando di un produrre un frullato da tutti questi ingredienti. Nella sala il
re si sedeva sul trono e guardava tutti dall’alto in basso. Carlo Magno poi si
appoggia alla rete dei monasteri, e la espande ancora di più. Il monastero di
San Gallo ad esempio, è raffigurato in pianta con una metodologia di
rappresentazione molto simile alla nostra, con proporzioni attendibili e
proiezioni laterali. Dopo Carlo Magno e l’esperienza dei monasteri, quando gli
Ottoni iniziano a costruire e ricostruire chiese e cattedrali (come il duomo di
Spire), ci si richiama una modalità tipica dei monasteri, dove al di sotto
della zona del presbiterio c’è una sorta di chiesa inferiore, una “cantina
seminterrata”, che sostiene tutta la struttura e si presta ad altre
celebrazioni, ad esempio può fungere da chiesa invernale, essendo molto più
facile da riscaldare. Il fiorire di queste chiese è legato alla conservazione
delle reliquie, di grande “successo” devozionale”, e all’abitudine di dedicare
le costruzione al santo/protettore locale, spesso ereditato dalle tradizioni
pagane. C’è una moltiplicazione degli spazi nelle diverse cappelle, in quanto
nei monasteri, chi ha gli ordini maggiori deve recitare anche una messa al giorno,
creando la necessità di nuovi spazi per queste funzioni, che se singole o
limitate a poche persone possono trovare accoglimento in queste cappelle.
La
nuova chiesa di età ottoniana è iniziata nel 1001, dopo la paura del “1000 e
non più 1000” ripresa dell’apocalisse di Giovanni. Dopo l’anno mille l’Europa
si coprì di un bianco mantello di chiese, come augurio e ringraziamento per la
“scampata” catastrofe. La chiesa è composta da tre navate, con due teste
affiancate da torri gemelle circolari cilindriche ai lati del transetto
(ricordo delle colonne ai fianchi del tempio di Salomone, che per la chiesa era
stato progettato da Dio stesso). Si nota la mancanza di un’entrata in asse
coll’altare, forse per la presenza in area germanica e francese del potere
imperiale, contrapposto al potere della chiesa. Il WestWerk sarebbe il luogo
della chiesa estiva, per dividere le funzioni,realizzando due cattedrali vicine
e fuse insieme dalla doppiezza delle cattedrali. Ovviamente una chiesa richiama
di più alla vita terrena dei fedeli, e l’altra alla chiesa trionfante nel regno
dei cieli. Rispetto alla basilica ci mostra la possibilità di inventare nuove
forme, rispetto alla modularità geometrica. Nella pianta stanno dei quadrati
come elementi generatori. Anche in pianta nella navata centrale ogni due
colonne ci sono dei pilastri, che formano i vertici. Le torri vuote formano una
spazialità accentratrice, ed a lato troviamo una cripta ed un presbiterio.
Abbazia
cistercense di San Benigno, Digione (1001-1018)
L’abate
è Guglielmo da Volpino, che ha “viaggiato”, ed è un ecclesiastico molto
“conosciuto” e dotto. Nella pianta di questa chiesa si riconosce la pianta del
Santo Sepolcro, con quadriportico all’inizio, cinque navate con abside accennata
dalle colonne e due percorsi concentrici. Un rilievo della chiesa distrutta ci
permette di capirne la strana struttura, con delle proporzioni simili al
pantheon. E’ un’esperienza spaziale estremamente ricca, con cambiamenti di
quota. E’ sempre affiancata da due torri cilindriche. Assistiamo ad
un’articolazione sempre maggiore perché si possa sfociare nello stile romanico,
un fatto di concezione che nel nome richiama la romanità (arco a tutto sesto
con colonne, capacità di articolare gli spazi e coprirli con volte in murature,
sistemazioni delle colonne e dei capitelli, e che conserva tutta quella
spregiudicatezza dei secoli bui).
Il
motivo delle gallerie di arcate diventa un elemento decorativo di tutta la
facciata, applicato anche ai lati e a parte del campanile. Si realizza un
movimento traslato sulla superficie dell’edificio, con passaggi utili anche per
la manutenzione e notevoli giochi di luce. E’ anche un’eccezionale esercizio
per gli scalpellini, che possono illustrare la bibbia anche per i
sansa-lettere.
E’
caratterizzata da intarsi marmorei con motivi stilizzati, che ricordano la
classicità. Alcune colonne di spoglio vengono inserite in una struttura nuova.
Troviamo una via di mezzo tra un pulvino ed un dado di architrave, oltre ad una
trabeazione superiore base per arconi successivi. Si mantiene forte quel senso
dell’impaginazione della struttura, del sistema trilitico, e cesure per
pausare, ritmare lo spazio.
Vi
sono delle arcate cieche al primo livello, un grande transetto che supera in
volume la navata principale ed un abside con tre conche. Sulle strade delle
crociate e dei pellegrinaggi viaggiavano anche i mastri che costruivano queste
opere.
Le
architetture ereditate dai normanni si staccano dal resto dell’Europa per le
dimensioni, la verticalità, con due torri gemelle in facciata, parte integrante
della struttura a tre navate della chiesa. Le arcate cieche diventano delle
macroscanalature, per le proporzioni allungatissime. Particolarità delle vele,
che sono esapartite, con volta a crociera a quattro divisa da un arco traverso,
elemento di preludio all’architettura gotica. Con questi ordini
allungatissimi viene garantita una maggiore verticalità. Vediamo poi dei
pilastri polistili, con molte colonne.
E’
un esempio spettacolare della conquista normanna della Gran Bretagna. Notiamo
il sistema alternato o obbligato, pilastri maggiori archi traversi, e pilastri
minori per gli archi maggiori delle navate. I Normanni hanno una grande
capacità di conquista militare, arrivando fino alla Grecia e alla Sicilia, dove
si realizza una riuscita convivenza fra le due culture. Nelle absidi del duomo
di Monreale, le maestranze arabe realizzano dei templi cristiani, con fogge
molto arabe, con archi incrociati, che differenziano il romanico siciliano da
quello del resto d’Italia.
Gotico
è un aggettivo entrato in uso più tardi, con significato dispregiativo, coniato
dagli uomini del rinascimento italiano. Ora abbiamo rimosso la connotazione
negativa, e anzi è diventato simbolo di grande capacità costruttiva, grande
espressività, ed è descritto addirittura come la vera arte dell’occidente
europeo, il suo contributo più importante. Il gotico fa un passo avanti:
utilizza vari materiali provenienti dal romanico, ma introduce due nuove
esigenze. Il primo esempio di gotico lo troviamo nella Francia del XII° secolo
a Saint Denis. A quel tempo l’abbazia è una sorta di centro politico, uno stato
sopranazionale, che controllava oltre mille altri monasteri benedettini. Questa
capacità di controllo economico e politico è stato utilizzato per promuovere un
pellegrinaggio specifico verso l’estremo ovest dell’Europa, a Santiago di
Compostela. Come leggenda vuole nel medioevo si iniziò a dire che vi fosse
sepolto l’apostolo Giacomo, ed anche in questo modo pellegrini ed eserciti si
aprono una strada in una terra sottomessa dall’Islam, grave affronto
all’Europa. Bisogna però ricordare che in quel periodo la cultura islamica era
molto più sviluppata della cultura occidentale. Questo anche perché gli
islamici hanno potuto ricopiare molti testi della Biblioteca d’Alessandria
prima che andasse distrutta. La riconquista progressiva della penisola iberica,
espelle ed in parte riassume questa cultura, rallentando così lo sviluppo del
mediterraneo. L’identificazione della presunta tomba è funzionale a creare
movimenti lungo il percorso, con rendite e basi per la “riconquista”. Partendo
da questo lembo ci si spinge verso sud scacciando gli arabi. Torniamo a Saint
Denis, un’abbazia inglobata nella periferia di Parigi, di fondazione
carolingia. All’interno della basilica venivano sepolti da tempo i re dei franchi,
era quindi una sorta di mausoleo storico di questa nazione, dove un tempo i re
di Francia avevano potere diretto solo sulla zona dell’Ile de France, e sul
resto dell’esagono governavano in accordo con vassalli e signori. A Saint Denis
venivano sepolti ed incoronati i re, e veniva conservato il tesoro della
corona, tutti segni che il rapporto stato-chiesa inaugurato da Carlo Magno
stava ancora funzionando. L’abate Suger [pronunciato Sujè, tradotto Sugerchio],
oltre ad essere capo di questa comunità, incoronava i re, ed era loro ministro.
Avendo la sua chiesa bisogno di restauri, decide di apportarvi importanti
modifiche. Tiene molto alla luce, perché voleva al contrario del romanico (dove
regnava un misticismo molto cupo che non favoriva una spiritualità rischiarata)
una luce che potesse esaltare i poteri (della chiesa e dei regnanti),
accoppiata ad una importante ragione di natura teologica. Saint Denis in
Francia è un santo molto importante, Dionigi, il patrono di tutta la Francia, e
si pensava allora che questo Dionigi fosse proprio sepolto lì. Oltre alle
reliquie si pensava fosse lui il servo di Dionigi Areopagita autore dell’opera
derivata da Plotino, in un sistema astronomico dove Dio è descritto come una luce che permea l’universo, e le “cose”
più vicine partecipano maggiormente alla gloria di questa luce, mentre gli
oggetti più lontani sono scuri, non fulgidi, non trasparenti, simboli del male,
sono ciò che rifiuta la luce e non è capace di farsi penetrare da questa
benedizione. E’ lo spunto per accontentare varie istanze, come quella di
grandezza dei re di Francia, che da quando non sono più imperatori ma semplici
re (devono contrastare con più legittimazione sacrale possibile un potere il
Sacro Romano Impero, che voleva considerare i francesi come vassalli). Ma non
soltanto esigenze di gloria mondana, in quando l’abate diceva: “Se le cose più
illuminate sono quelle più vicino a Dio, quale abitazione terrena se non la
casa di Dio deve essere la più rischiarata?”. Allora sfonda e distrugge
l’abside precedente, e le trasforma in una corona unica di pareti, delle
terminazioni a due lati per ogni cappella, e questi due lati sono enormi
finestre di forma archi-acuta. Il vantaggio di questa forma è sicuramente la
luce: a parità di ampiezza con l’arco a tutto sesto si ricava più luce, poi c’è
un vantaggio statico, che trasmette molto meglio avendo meno componente
orizzontale rispetto a quella verticale. Quando poi si deve voltare una serie
di coperture, con l’arco a tutto sesto otterremmo dei gravi problemi compositivi,
in quanto gli archi a tutto sesto avrebbero dovuto avere la stessa ampiezza,
creando degli archi stretti e schiacciati e degli archi ribassati. Se invece si
utilizzano archi acuti sia per le campate sia per le vele, anche se hanno
un’apertura diversa, rimangono più simili. Per “fare il gotico”, inteso come
stile compiuto, è ancora necessario che il sistema si diffonda su tutto il
perimetro della chiesa, e pian piano tutta la chiesa di Saint Denis è sistemata
a questo modo. Il ritmo che si percepisce ora entrando nella chiesa è un ritmo
regolare, tutti pilastri omologhi che sostengono volte uguali. Il transetto si
riduce d’estensione e contribuisce a dare un’idea di minore articolazione
spaziale, un ambiente più unitario e luminoso. C’è un problema statico, a causa
dell’assottigliamento delle volte, e per risolverlo si utilizzano i
contrafforti tipici dell’architettura romanica. Man mano che si avanza
l’architettura gotica progredisce anche in questo ambito, per aumentare la
superficie vetrata (colorata e lavorata), al posto delle sculture e pitture.
Seguendo questo processo un requiario rivestito d’oro, rifrange più la luce, è
prezioso, e dal punto di vista materico dovrebbe essere più vicino a Dio.
Questa è la scusa, in contrasto col vangelo, perché la Chiesa sia ricca e
fastosa. Per sostenere la necessità di queste cose bisogna utilizzare argomenti
molto forti, come questo teologico di Suger. Contro questa pratica si
scaglieranno altre visioni, testimonianza di una società medioevale assolutamente
non armonica fra queste due interpretazioni opposte. Nei taccuino di disegni
architettonici gotici, si comincia ad avere qualche prova che gli architetti
disegnavano in pianta ed in alzato, le moderne proiezioni ortogonali. La
credibilità proporzionale è molto alta, con spessori dei muri costanti, ed il
taccuino era una sorta di manuale per una bottega di architetti e scalpellini.
Un problema dell’architettura gotica era che, richiedendo molti contrafforti,
questi in alcuni momenti del giorno coprono le vetrate policrome, generando
ombre dannose. La cattedrale ora risulta molto rischiarata, con una continuità
di linee di forza, con un’armonicità e una progressione ritmica molto ordinata
verso l’altare maggiore. Alla fine della navata si vuole rappresentare il sole,
il tutto con un tappeto luminoso di colori, sempre una bibbia per i poveri, ma
più affascinante e coinvolgente. Ad un certo punto Bernardo di Chiaravelle
inizia a scagliarsi contro i Clunyacensi, che stanno sperperando denari che
sarebbero molto meglio spesi facendo della beneficenza. Fonda allora una
riforma dell’ordine benedettino, i cistercensi, che propugnano una nuova vita,
sempre lavorando e pregando, ma dove la preghiera deve svolgersi in un ambiente
che non è così sontuoso e ricco come quello delle cattedrali. Nelle loro chiese
abbiamo una pianta a croce latina, una chiesa divisa in due (monaci e
servitori), un grande chiostro ospita su un lato il parlamento dell’abbazia,
dall’altro lato un refettorio, poi un portico che sporge con una fontana per
riti purificatori. Poi vi sono locali comuni per monaci e convertiti, che fanno
della povertà una scelta ideologica, ostentata, passando all’estremo opposto.
C’è un’assenza totale di decorazioni e policromie, la vetrata deve essere
bianca, perché tutti i soldi devono andare ai poveri. Nel giro di pochi decenni
contiamo tantissime fondazioni cistercensi. A Fossanova (Latina) troviamo
sicuramente un’architettura gotica, ma senza decorazioni, vetrate non
istoriate, una semplicità molto maggiore, con una lavorazione della pietra
molto astratta, che obbliga paradossalmente lo scalpellino ad essere molto più
preciso per non poter coprire i difetti delle pietre con decorazioni.
L’architettura cistercense fa fare quindi un passo avanti nella qualità della progettazione
e della lavorazione, in quanto per evitare il crollo il taglio delle pietre
deve essere attentamente calcolato, non essendo realizzata cone opus
cementicium ma con una semplice giustapposizione. Nelle città invece le
municipalità e le famiglie vogliono mostrare il benessere, e conservare le
reliquie, come a Chartres (dove viene conservato un pezzo di velo
della vergine, lungo una ventina di metri…). Quando c’è stato un incendio alla
vecchia chiesa, e si è salvato solo questo piccolo pezzo di velo, costruirono
questa chiesa, con due torri differenti, testimonianza dell’evoluzione del
gotico. Per risolvere il problema delle ombre portate sulla vetrata, nella
sezione osserviamo lo spessore maggiore della muratura esterna, il matroneo, e
coprente questa struttura un arco rampante che scarica lateralmente. Qui
trafora completamente il muro, con sovrapposte delle archatelle romaniche, e
viene svuotato di materia per permettere in ogni ora del giorno di battere
sulle vetrate. Ci sono delle piccole reminescenze di ordine classico, con una
modalità costruttiva stravolta facendola diventare un sistema di archi. Ad un
certo punto vengono soppressi i matronei e praticate ulteriori aperture
finestrate. A Reims, per far funzionare questo impianto di
illuminazione all’esterno troviamo una selva di contrafforti ed archi rampanti.
Nel tempo l’architettura gotica accresce l’altezza e la luminosità. Si ottiene
pertanto una struttura a scheletro, solo “ossa”, dove il muro scompare se non
per questioni meramente organizzative. Nella cattedrale di Albi,
troviamo testimonianza dell’eresia degli Albigesi sconfitta nel sangue con
episodi da genocidio, dove per la vittoria si eresse una cattedrale-fortezza,
come simbolo di presidio della fede ortodossa. Nella cattedrale di Burgos, nel
percorso del pellegrinaggio, all’esterno si vogliono aprire spazi e luci.
Gotico
Italiano
In
Italia il gotico fatica molto ad affermarsi. Troviamo un esempio di gotico
francescano ad Assisi, nella Chiesa Superiore. Qui abbiamo una visione del gotico
totalmente diversa, dove si propende per un gotico più semplice, in quanto le
latitudini italiane non hanno bisogno di grandi aperture, anzi in estate si
vorrebbe limitare la calura. C’è la volontà precisa del committente di avere
una navata unica, con più gente possibile e più possibilmente concentrata.
Anche ad Assisi vogliono tornare ad un certo tipo di discorso evangelico,
contro i cistercensi che iniziavano ad accettare donazioni, seppellire uomini
ricchi, dedicare cappelle a famiglie. Vediamo il sorgere di riforme degli
ordini, perché col tempo la regola “tende” a rilassarsi. Ci si chiede se in
Italia il gotico sia veramente presente, o ci siano solo ritorni ed
ispirazioni, e forse l’unica opera gotica in Italia è la Divina Commedia con la
struttura ternaria e l’elevata reciprocità delle componenti. Si è dimostrato
che il pensiero della scolastica (San Tommaso) ha un sistema logico analogo a
quello strutturale delle cattedrali. Sistema che pretendeva di dimostrare
razionalmente l’esistenza di Dio, processo molto pericoloso e scacciato
immediatamente dalla chiesa in quanto si sarebbe potuto dimostrare
razionalmente anche la non-esistenza di Dio. In Italia i domenicani cercando di
riconquistare la masse popolari alla visione religiosa, in particolare quelle
cittadine.
Siamo
nel 1446 e in Inghilterra si continua a costruire col metodo tardo-gotico, un
soffitto “ricamato”, con strane pigne pensili che sembrano sporgere dal cielo,
quindi nulla di vero-simile dal punto di vista strutturale, con la ricerca
della meraviglia. Il muro non esiste, solo linee di forze ma non più nette,
anzi si scompongono nella volta e si racchiudono in quella goccia.
Chiesa
di San Martino a LandsHut
Esempio
di “Chiesa a Sala”, le navate centrali diventano alte quanto quelle laterali,
con le finestre tutto intorno alla chiesa.
Il
tardo-gotico stravolge completamente il rapporto visione-funzione. Gli
architetti si avventurano anche fuori, nelle costruzioni profane, quando la nobiltà
ha bisogno di residenze più raffinate. Castel del Monte, ad Andria nelle
Puglie, è fatto costruire da Federico II di Svevia, basato sul sistema
ottagonale. Le residenze reali come quelle della Loira adottano alcuni
accorgimenti delle cattedrali, contrasto fra le masse murarie, pinnacoli, i
castelli sono ormai rappresentazioni, luoghi quasi fatati, assolutamente non
per difesa, che perdono la loro funzione originaria ed sono utilizzati con
altri significati. E’ un esempio di evoluzione delle forme che prescindono
dalle loro funzioni originarie, ora per indicare committenti molto più esigenti
e “acculturati”. La loggietta del Duomo di Ferrara, testimonia la
capacità di portare questa elaborazione nelle fabbriche sacre e profane. Il Duomo
di Milano è iniziato tardi, e diventa una summa delle cattedrali
europee, con continui litigi fra i vari architetti, un esempio di kitsch
programmatico, addirittura non più tardo gotico ma anzi neo-gotico o
iper-gotico. Il Palazzo Ducale di Venezia è un “palazzo vuoto che
diventa pieno sopra”, operando un ribaltamento della struttura logica. E’ un palazzo pubblico, quindi deve dimostrare
di essere permeabile alla cittadinanza. Con controsensi statici, colonne che
sembrano reggere il vuoto. Nella piazza dei Miracoli, il tardo-gotico si
ricolegga alla peste che imperversa. Il Campanile di Giotto è un
progressivo aprirsi di finestre, ed ha una struttura quadrangolare e una torre
isolata. La loggia dei Lanzi in Piazza della Signoria vuole
ricollegarsi a Roma antica, che ha fatto le maggiori conquiste durante il
periodo repubblicano. La Chiesa di San Michele, dove tutte le
corporazioni fanno a gare per realizzare tabernacoli e taberne, è
un’architettura gotica dove Donatello piazza la statua di San Giorgio che sta
qui con le sue forme rinascimentali, in una loggetta gotica, di raffinatezza
tardo gotica.
E’
“annunciato” sostanzialmente da tre artisti, un architetto, uno scultore ed un
pittore. Filippo Brunelleschi è un architetto di grande continuità, quasi tardo
gotico, e il fondatore del rinascimento. Probabilmente è lui che ha inventato
la prospettiva, poi codificata da Piero della Francesca. E’ tardogotico perché
trova il coronamento massimo della cupola con un’impostazione tardo-gotica, nei
sei costoloni bianchi a sesto acuto. Quando Leon Battista Alberti arriva a
Firenze, dopo l’esilio, scrive che “l’ombra di questa cupola così ampia è in
grado di coprire tutti i popoli della Toscana”. Solo andando sui colli in
determinati punti si vede la cupola sopra tutta la città, ed effettivamente la
sua polarità ancora oggi funziona, mentre altre architetture un tempo imponenti
soffrono ora della concorrenza di nuove costruzioni. Cupola è un termine un po’
improprio, essendo una struttura semisferica, ma è utilizzabile anche per una
volta a padiglione ottagonale, con volte a botte concluse al vertice su pianta
poligonale. La trabeazione segue l’intero invaso poligonale della struttura,
una croce latina con un braccio omologo a quello principale. Per costruire una
cupola di questo diametro sarebbero state necessarie enormi centine, e tronchi
giganteschi. Il progetto originario non prevedeva un tamburo, aggiunto da
Brunelleschi con grandi oculi per dare luce, in quanto la lanterna superiore è
cieca, ha funzione di proteggere l’oculo, come quello del pantheon, dalle
precipitazioni. Difatto è ancora molto difficile capire come funziona e come è
stata costruita questa struttura. Si tratta di due cupole, quella interna molto
possente, che sostiene quella esterna sottile, unite da speroni, i più grandi
corrispondenti agli spigoli dell’ottagono, più piccoli negli intermezzi. E’
simile ad un battistero, ed utilizza i costoloni che irrigidiscono la
struttura, ma ha una struttura muraria differente, a spina di pesce presa dalla
romanità, forse da un viaggio che aveva effettuato con Donatello. Questo metodo
serve per creare una struttura interna alla muratura, con dei mattoni che non
possono scivolare, per evitare l’uso delle centine. Così il letto di posa si
restringe radicalmente e si rastremano producendo superfici trapezoidali, fino
ad un inclinazione anche molto elevata, per inserire al termine un tappo-chiave
di volta su cui impostare la lanterna. Nel letto di morte, Brunelleschi diceva
di caricare quanto più possibile questo tappo in chiave di volta, per
contrastare la spinta centrifuga dei costoloni. E’ un letto murario a corda
blanda, per disporre i mattoni in maniera orizzontale, che incrociano a spina
di pesce anche nel costolone. Brunelleschi utilizza il suo prestigio per realizzare
altre chiese, come quella dello SantoSpirito. Ha una pianta a croce latina, con
un transetto di larghezza uguale a quello della navata. Le uniche eccezioni
alla griglia modulare sono nel perimetro, ma tutte le curve-perimetro sono di
dimensioni uguali e legate al quadrato dimensionale. C’è una pianta interna di
colonne a forma di croce, per amore di simmetria e coerenza, non c’è l’entrata
centrale, ma quattro porte, per evitare che la colonna centrale tagliasse in
due la visione dell’altare. Ora esistono tre porte, la colonna centrale è stata
eliminata, e tutto il perimetro esterno è stato rettificato eliminando le
cappelle estradossate.
Erano
ricchissimi mercanti e principi di Firenze, almeno di fatto. Qui Brunelleschi
decide di esplorare nuove conformazioni di spazio, con pennacchi sferici per
raccordare la cupola alla pianta quadrata, con inserite delle robbiesche. Negli
altri spazi, con dimensioni ridotte, si trova lo stesso meccanismo con volte emisferiche.
Nel sistema centrale utilizza il sistema bizantino con creste e vele, che trova
poi nella cappella Pazzi un’altra applicazione, realizzata qui col sistema
della piattabanda. Ognuno degli archi lavora con una piattabanda, con un
sistema costruttivo antico inventa una nuova funzione del sistema bizantino.
Osserviamo poi trabeazioni, lesene, basi, con ordine corinzio, un linguaggio
all’antica copiato dalle rovine. Al suo interno ci vuol far credere che ci sia
un ordine di colonne quadre corinzie, poi tamponate per creare un ambiente più
caldo ed accogliente. E’ una recita dell’ordine trilitico, finalmente
recuperato dagli architetti. Qui sta la consapevolezza della repubblica
fiorentina che si rifà a quella romana, un rifarsi al passato non tanto perché
il passato è migliore, ma per una forma di stato richiede certe forme di
architettura. Il rinascimento è un movimento che parte da Firenze, per la
vicinanza delle rovine romane, per ragioni politiche ed altri vari motivi. Da
questa goccia particolare di Firenze, si estende un mare che arriverà fino
all’800, che ricorre ancora. Leon Battista Alberti recupera l’amore per il
passato, va ad esplorare tipologie antiche. A Mantova con la facciata ad Arco
di Trionfo, cristianizzando un modello antico. Qui veniva conservato un vasetto
con sangue di Cristo… L’Alberti solletica Ludovico Gonzaga, per la scelta della
struttura, “ho utilizzato lo schema del tempio etrusco da Vitruvio, in quanto
la città pare sia stata fondata da un re etrusco di nome Manto.” Potendo così
vantare una nobiltà ed antichità d’origine ancora maggiore, ci dimostra una
prova di “spirito del luogo”, sensibilità per le sue origini e tradizioni. Era
composta da cornici di cotto, capitelli di cotto, e superfici colorate come
doveva essere l’intera città. Utilizza anche la pianta a croce greca per la
prima volta nell’occidente, creando sospetti perché si può confondere con
sinagoghe, moschee e templi ortodossi.
Palazzo
di Giovanni Rucellai
Era
un commerciante molto ricco, ma in posizione più defilata. Preferisce una vita
nella cultura e nella religione. Decide di fare un grande lascito per
completare la facciata. La scelta ricade sulla muratura a bugnato, grandi conci
di pietra grezza, sistema tipico del medioevo fiorentino, che esprime una grande
forza, resistenza e solidità, che traslato passa sulla gloria della famiglia.
L’Alberti per distinguersi nel Palazzo Rucellai utilizza per la prima volta la sovrapposizione degli ordini, con
vantaggi di ritmo e composizione. E’ un tentativo di far coincidere e convivere
le tradizioni romaniche in uno stesso palazzo, conformazioni così levigate del
bugnato, panchine e muri in diagonale (opus diagonalum ?). Guardando bene i
pezzi di pietra ci si accorge non corrispondono alla scalanature, ma per far credere
che si tratti di una muratura isogona sono stati poi scalpellinati, per non
sprecare materiale e costruire in maniera razionale. Un gioco con forme,
sculture, omaggi, citazioni fatto per far convivere i due mondi. Nella facciata
di Santa Maria Novella si mostra sensibile al “genio del luogo”:
mette quattro colonne di verdone per sostenere una trabeazione all’antico con
risalti (tipico degli archi di trionfo), dove la conformazione d’angolo è
simile alla basilica laica (ancora ammirabile), tarsie marmoree dal
proto-romanico, e grande invenzione dal punto di vista della facciata, con due
ordini sovrapposti per risolvere il problema delle tre navate, una tipologia a
tre volumi, interpone un piedistallo su cui poggia l’ultimo ordine, e per la
necessità di nascondere le falde, inserisce delle volute ingigantite, con
grande monumentalità. Mette la firma con “Sole in Leone”. Riprende anche l’Arco
Siriaco, che taglia la trabeazione, da motivi ellenistici.
Tempio Malatestiano a Rimini
Lo
realizza lavorando per Sigismondo Malatesta, e fa un omaggio alla cultura
erudita. Prende l’arco di Trionfo e lo inserisce in facciata, ma non sappiamo
come lo avrebbe completato. Dimostra che si può conservare l’antico, nei tempi
del rinnovamento di SanPietro. Sul lato ci sono delle citazioni di un
acquedotto romano. Per lui il muro va concepito come una struttura continua di
colonne compenetrate, e quindi è degno di sostenere una trabeazione completa.
Cappella
Colleoni di Bergamo
C’è
una decorazione molto fitta e minuta, con mancanza di una struttura chiara e
leggibile, potente, ma si intravede qualcosa, cambiando il linguaggio nelle
impostazioni tardo-gotiche e sostituendo delle parole antiche.
Lavorava
con una corte molto antica e raffinata come quella degli Este, e costruisce per
loro la nuova città rinascimentale del Nord-Italia. Bugnato eminentemente
tardo-gotico, ma raffinato, continuo fino al soffitto, al cornicione simile
alla trabeazione tripartita.
Riporta
l’attenzione all’antico ed ad una filologia sempre più puntuale, seguendo le
committenze del papa. Va sulla scia di Bramante, non realizzando una semplice
copia dell’antico (anche se con risultati da manuale), ma mira a farlo
risorgere e rivitarizzarlo, e rimprovera Bramante di non essere stato attento
al materialismo delle opere classiche, all’aspetto materico, come i
rivestimenti marmorei. Nella cappella Chigi si rifà agli angoli smussati del
Bramante, in una chiesa molto importante posta all’ingresso di Roma. Quando
Agostino Chigi diventa il banchiere principale dei papi, presta ingenti somme
per guerre ed opere d’arte, con tassi d’interesse molto remunerativi, e fa
costruire da Baldassare la villa ora chiamata Farnesina. Per la sepoltura
ottiene il patronato di questa cappella, a Raffaello che nel mentre stava
lavorando a San Pietro, e quindi ripropone un “modello in piccole dimensioni”
di San Pietro, facendo un passo in avanti e rivestendo le pareti di marmi
policromi. Questo fa della cappella Chigi una delle prime opere globali, dove
pittura, scultura ed architettura convergono in un’unica composizione. Evidenti
lo smusso angolare, i pennacchi a forma di trapezio sferico, con tamburo
finestrato. Vediamo la scultura che riveste l’architettura (comprese le lastre
marmoree), quindi il colore che entra prepotentemente nell’architettura. Con
queste committente, questa disponibilità pecuniaria e questo contesto storico
non colpisce, ad esempio, che i capitelli corinzi siano stati scolpiti da
Jacopo Sansovino (?), comunque ogni dettaglio è veramente curato all’estremo,
con citazioni precise rispetto al Pantheon (che aveva disegnato nei suoi
schizzi), volendolo unire a SanPietro in questa architettura. Il corinzio sostiene
una trabeazione completa (che in origine non chiudeva completamente la
cappella, ma in corrispondenza dei bracci delle croci era semplicemente una
striscia nera, per dare un’idea di spazio virtuale, ed una trabeazione completa
per sostenere il tamburo. Leone X chiede a Raffaello il progetto per una villa
di campagna, ora Villa Madama (allora era isolata da Roma), poi arrivata anche
questa in mano ai Farnese. La Villa Madama non è mai stata finita, Leone X
regna dal 1513 al 1520, e dobbiamo basarci su disegni per capire quale era la
loro proposta. Ci sono due rampe ai lati, e la vista si protende sul Tevere e
sulla città. Ora tutto l’intorno è ovviamente costruito, ma la posizione è
comunque invidiabile. Dall’alto ci accorgiamo di una scatola quadrata con un
foro circolare, stessa operazione effettuata da Andrea Mantegna a Mantova per
la sua casa. Oltre c’è un teatro all’antica ricavato nelle pendici del monte
con scena fissa. C’è una sorta di disinteresse per la simmetria, salvo per il
corpo centrale, e la cosa più impressionante è vedere come Raffaello riesce ad
inserire in una facciata di edilizia civile degli schemi che i romani non
avevano mai usato a questo scopo. Tutta la facciata è composta con un metodo
inaugurato da Bramante. A Palazzo Caprini per risolvere il problema della
facciata nobile su più livelli pensa di equiparare l’altezza del piedistallo
colonne all’altezza della balaustra. Raffaello cerca di mescolare un po’ le
cose, con uno zoccolo privo di ordine, ordine gigante ionico sovrapposto con
trabeazione completa, attico con finestre (particolarità usata raramente dai
romani, ma qui utilizzata per risolvere problemi di spazio interno, ovvero dare
luce a depositi o stanze dei servi). Il ritmo è ricco dal punto di vista
dell’immaginazione. C’è un arco iscritto nell’ordine, non completato. C’è una
serliana, una finestra termale, che definisce un arco con lunetta divisa in tre
da dei massicci murari. C’è un architrave intramezzato con cornice, che risolve
un ordine minore. L’intersezione d’ordine è un’altra cosa mai tentata dai
romani. E’ un incastro dove c’è ricerca di continuità con molte forme del
passato. C’è un infittirsi della composizione al centro, dove la campata
centrale fuoriesce di più, e dalla sezione piatta delle paraste si passa alla
sezione arrotondata della semicolonna. Il passaggio dell’accentramento
proseguirà col barocco. In questa balaustra c’è un piedistallo molto
schiacciato, per conferire al corrimano una continuità col cornicione.
E’
una di quelle famiglie che sembrano fatte apposta per fare impazzire gli
studenti di Architettura. I principali esponenti sono stati Giuliano da
Sangallo, Antonio da Sangallo giovane e vecchio. Erano una stirpe di
scalpellini che avevano da sempre uno stretto rapporto con l’architettura, e
fanno in questo periodo un “salto di qualità”. Antonio da Sangallo nel 1520
gestisce la fabbrica di San Pietro, dove trovate un modello lungo 7metri, il
suo testamento architettonico, inutile tentativo di bloccare al progetto la
costruzione della chiesa.
Lo
schema dell’arco trionfale può essere sottoposto a delle modifiche
interessanti. Viene alzato con un bugnato, come un palazzo civile, ma essendo
sempre un edificio pubblico per rendererlo maggiormente utilizza una schema
d’arco trionfale, con varie finestrature ed oculi, una muratura isogona, un
ritmo che si sussegue, una piattabanda all’antica e, molto importante, la
curvatura della facciata, con la direttrice curvante definita dalla via che
viene davanti alla facciata, come se questa avesse la forza di piegarla. Se
fosse uno specchio avrebbe la forza di riflettere due punti molto importanti,
Castel Sant’Angelo e la loggia papale, e dall’altre parte la vista andrebbe a
sbattere contro la Chiesa dei fiorentini. L’edificio definisce quindi un
triangolo che lega la rocca del papa, la sua zecca e la chiesa dei fiorentini.
E’
un’operazione molto interessante dal punto di vista urbanistico, che permette
al committente di comunicare la potenza della propria stirpe. Oltre a comprare
le case per rifare l’isolato (in quanto il palazzo dell’ecclesiastico che
occupava il lotto non era sufficientemente decoroso), compra tutte le case in
fronte (tipiche del centro storico con strade contorte) per abbatterle e
produrre la piazza, oltre la via dei Baullari (congiungente la villa con la via
papale (che collegava SanPietro al Campidoglio), ed attraversandola è possibile
imbattersi visivamente nel palazzo. Il cortile interno ha tre ordini
sovrapposti, nella scia della tradizione fiorentina. Il bugnato scompare dalle
facciate e si rifugia nei “punti forti” (spigoli e portale), sono le
proporzioni, le decorazioni e le finestre a fare l’architettura. Importante
l’assenza dell’ordine architettonico nelle componenti verticali, mentre nelle
trabeazioni orizzontali possiamo riscontrarli. Non è stato concluso da lui, ma
anche da Michelangelo. Fondamentale la dimensione grandiosa del cornicione,
ideata dal Michelangelo scultore, che voleva un grande cappello ad un palazzo
così imponente, tanto da richiedere una prova in legno 1:1 per valutarne
l’effetto estetico. E’ uno schema che in molti vorranno imitare nel mondo ed
omaggiare. Le finestre sono inginocchiate con mensole, al primo piano vi sono
finestre coll’ordine che crea un’edicola sottostante, e timpani alternati e
curvilinei, una finestra centrale tarda con colonne libere, ed al piano
superiore un’invenzione michelangiolesca, con un ordine che sostiene un dado di
trabeazione e timpano che sostiene la cornice frontale.
Era
un pittore, come Raffaello e Bramante, come gli architetti che partono dal
disegno e dal colore. I suoi disegni ci mostrano una capacità sorprendente di
utilizzare la prospettiva, per indagare la spazialità architettonica, in quanto
la capacità di rendere le tre dimensioni per un architetto è fondamentale. In
questo disegno della fabbrica di SanPietro non solo fa la prospettiva, ma anche
uno spaccato, per indagare quello che succede all’interno di uno spazio
inedito, impostato da Bramante e che loro stavano “tirando su”. Peruzzi riporta
l’idea alla croce greca, alla perfezione dei 4 bracci uguali, con 4 cupoline
con deambulatori, con percorso a quadrato rispetto alla cupola centrale. Poi un
grande portico diptero molto complesso proprio difronte alla facciata.
In
passato gli archi erano stati tamponati (sono stati svuotati da architetti
fascisti), ed una famiglia nobile aveva “conquistato” l’ultimo piano, comprando
le varie case, riunite in un palazzo. Questo luogo è ultimo esempio ancora
esistente di ordine dorico con metope e dentelli, e l’architetto deve creare
una facciata in curva, convessa. E’ stata un’esperienza di stimolo per
costruire il palazzo di Massimo alle colonne (detto così per i resti romani sul
retro), dove erano due case in un flesso della strada. Nei primi progetti si
tenta di mantenere questo spigolo, e poi viene creata una curva, una lamina
metallica che si flette. Abbiamo nel giro di pochi anni un’esplorazione di
tutte le possibilità compositive.
Grande
disegnatore e pittore, che si presta all’architettura. Il suo carattere un po’
burlesco, amante dell’esagerazione (quello che chiameremmo grottesco), porta
alle estreme conseguenze il linguaggio del rinascimento. Questa facciata ha una
potenza e una voglia di esprimere maggiore, vuole esprimere la robustezza, ed è
disegnata per la città di Mantova, per rendere l’idea di forza e salvezza della
città. Utilizza lo schema dell’arco di Trionfo coll’ordine dorico che inquadra
un ordine minore, con “camini” e nicchie. Un bugnato così prepotente che il
concio di volta si infila nell’architrave, è un ordine dorico molto contratto
con nervature attaccate. Restano le gutte, come simbolo dell’eliminazione di una parte, formando una cornice architravata
o contratta. Seguendo le variazioni sul tema c’è una compenetrazione fra loro
di ordine e muro, anche i dischi del dorico sono formati da colonne cinghiate.
C’è una muratura in cui il concetto di texture [tessitura] viene esplorato, con
un uso del bugnato mai visto nell’antichità, ed i conci che hanno la capacità
di essere sporgenti e creare notevoli effetti.
Palazzo
Te a Mantova
Giulio
Romano combina degli “scherzi”… Un’architettura con travata ritmica, con
finestre serliane ed ordini più piccoli e grandi che vanno a sbattere, senza
incastro (contro il consigli del maestro). Recepisce e porta all’estremo la
capacità di frammistione. Questo gli ritorna utile ad esempio lavorando per i
Gonzaga, dove utilizza un’architettura di grande magniloquenza senza essere
pomposa e noiosa, dove accetta tutti i problemi di asimmetria. Ritroviamo la
sua influenza in un altro palazzo lontano geograficamente, nel palazzo di Carlo
V a Grenada, con un cortile circolare dentro un palazzo quadrato. Ipotizziamo
questo travaso culturale grazie a delle ricerche storiche, che hanno
individuato in ambasciatori conoscenti di Giulio Romano, che pare abbia inviato
il disegno, poi eseguito in loco con piccole differenze, con bugnatoni e
scompensi d’ordine.
L’architettura
gira in Europa anche a cavallo di sovrani, come quando una Medici si lega col
re francese. Questo porta in Francia una ventata di stile italiano, dagli interni
all’architettura, anche a Fontainebleau. Sebastiano Serlio è l’autore del primo
trattato di architettura del primo ‘500. Qui per la prima volta si consente ad
un autore moderno di pubblicare immagini relative ad edifici nuovi, mentre il
Vitruvio sarà illustrato solo nel rinascimento dal Cesariano. C’è un trattato
del ‘400 con molte figure, Sforzinda del Filerete ma è un manoscritto, che
viene trascritto. Sebastiano Serlio inizia a pubblicare tante tavole e libri, e
poi incontreremo altri due personaggi molto importanti, Jacopo Barozzi da Vignola ed il Palladio. La
possibilità di riconoscersi tutti in questa lingua permette ad un edificio di
essere progettato in modo totalmente avulso dalla tradizione locale, come
avviene in Spagna per volere di Filippo II, El Escorial a Madrid, in onore del
santo dell’onomastico di una sua grande vittoria militare, il X Agosto, San
Lorenzo. Gli architetti sono Juan Bautista de Toledo e per la maggior parte
Juan de Herrera. Tutto è strutturato sul sistema della griglia, o della
graticola, in quanto metaforicamente si vuole evocare la morte di San Lorenzo.
Dopo il cortile d’onore una chiesa in posizione preminente, con due campanili,
coll’arco inquadrato fra l’ordine, con tetti aguzzi in omaggio all’architettura
delle Fiandre (di cui Carlo V era regnante), e la cupola particolarmente
italiana (tutti i grandi artisti italiani hanno dato dei pareri e dei consigli
per questa cupola). Questi re hanno bisogno di sentirsi legittimati ed
aggiornati, e l’edificio, una via di mezzo tra un monastero ed una caserma, è
tipico della controriforma, sobrio e severo, testimone dell’incontro fra
cristianità cattolica ed esaltazione del potere assoluto del monarca.
E’
un grande che fa un po’ caso a sé in tutto questo periodo. Riprende il
linguaggio universale iniziato da Bramante, e quando dalla scultura passa ad
interessarsi all’architettura lascia sempre trasparire l’interesse per la
plasticità delle forme, ed una volontà di esplorazione, verso nuove capacità
espressive. La proposta per la chiesa di San Lorenzo è particolarmente
provocatoria, perché nega lo “skyline” tipico della chiesa cristiana, delle tre
navate. Ha una facciata a schermo, simile a quella di un teatro all’antica, e
l’unico elemento anticipatore della struttura è il timpano triangolare sopra la
parte centrale. E’ un arco centrale con tentativo di sovrapposizione dei due
ordini, e gioca sull’ambiguità di questo piano attico col piedistallo. Ha due
campate binate strette, al centro 4 colonne che sostengono la parte coperta dal
timpano. Altre cose curiose sono i granchi occhi rotondi, non bucature ma
specchiature, per “carpire” una superficie che sarebbe altrimenti muta e
statica. E’ un atteggiamento non conformista, come nelle altre opere
fiorentine, dove proprio a San Lorenzo realizza una nuova sagrestia, in forma
di cartella quadrata ma con diverso linguaggio architettonico rispetto al
Brunelleschi. Circonda gli archi con un ordine diretto, che va ad inquadrare
delle finestre, con i pennacchi negati nell’ambiente principale. Invenzioni
sono le mensole, e la nicchia, ed altri elementi di interruzione. Nella
biblioteca Laurenziana l’ambiente è diviso in due: un ricetto, o vestibolo, per
introdurre lo spettatore nella sala della biblioteca, prima della quale c’è una
lunga scala che conduce alla biblioteca con sedili disegnati dallo stesso
Michelangelo. Vuole quasi esaltare la verticalità delle pareti su chi entra,
con un controsenso statico evidente, delle colonne incassate nel muro per
sostenere una cornice appoggiata al muro. Le due mensolone sottostanti poi sono
in fuori rispetto alla colonna, come non hanno senso i capitelli quasi corinzi
privati delle foglie, una versione spoglia, sintetica e stilizzata del
capitello. C’è un processo di riduzione, di astrazione, che ci fa pensare che
Michelangelo sta facendo un’operazione sempre molto concettuale, volendo
indicarci coppie di quelle infinite colonne che compongono il muro, e
enucleandole dal nulla. Come nella scultura, dove la figura sta dentro il
blocco di pietra, concezione riferita al neoplatonismo. Questa concezione del
mondo antico dove le idee sono la cosa più importante che non può essere
raggiunta dall’uomo se non attraverso le ombre, insomma un mondo divino ed un
mondo terreno, idee che a cascata trovano una forma non perfetta nella realtà,
un’ideologia molto adatta ad essere traslata nel cristianesimo, come doverosa
sottomissione e riconoscimento della propria imperfezione difronte
all’onnipotenza divina. Molte sculture “non finite” di Michelangelo vogliono appunto
esprimere un tentativo di liberazione dalla pietra, non finita e quasi
sbozzata, un’immagine che vuole “uscire” ma non potrà mai uscire del tutto.
Un’immagine molto lontana dalla plausibilità statica dell’architettura, con
martello e scalpello ha cavato quelle colonne, e fa architettura come faceva
scultura, con le stesse ideologia. La scala è un capolavoro dell’architettura
in movimento, quasi pre-barocca, con decorazioni molto movimentate. Questo
forse perché il modello inviato da Michelangelo su dorso di mulo era fatto di
cera ed ha compiuto il viaggio in una calda giornata (sic…) e potete immaginare
come sia giunto a destinazione. Il disegno diventa una stratificazione di
segni, quasi incomprensibile, per il carattere stesso di Michelangelo, come per
il Campidoglio, esempio di architetture che sono spesso eseguite da altre
persone. Michelangelo ha realizzato solo la scala, il basamento della statua,
ed una sola campata di un palazzo. Abbiamo pertanto poche architetture
michelangiolesche seguite dall’autore, ma realizzate sempre in base a disegni.
Questa piazza realizzata in base ad una struttura a trapezio, con edificio
principale ed edifici gemelli sui lati, è per chi sale più grande e grandioso,
mentre per chi scende si realizza una prospettiva accelerata che fa sembra più
slungata piazza. Stessa struttura ed accorgimento prospettico che troviamo a
Pienza, dove la chiesa è nella stessa collocazione del palazzo principale per
essere magnificata. Ultima notazione sulla piazza: per il palazzo senatorile
c’è la soluzione bramantesca, per i palazzi laterali abbiamo la compenetrazioni
degli ordini. Il tutto è ordinato da Paolo III, che vuol far capire la sua
posizione da sovrano assoluto, ed l’amministrazione viene gestito a suo nome
dal senato. La statua di Marco Aurelio fa ricordare (statua salvatisi in quanto
creduta di Costantino, l’imperatore della donazione su cui si imposta tutto il
potere temporale di un dittatore considerato guida-spirituale) è un monito
molto evidente, anche per il fatto di essere stato costruito dallo stesso
architetto di San Pietro. L’architettura veicola messaggi sempre molto forti ed
autoritari, è un fatto di propaganda, in un programma preciso del committente
che richiede una certa immagine. Michelangelo è comunque sempre capace di far
valere le sue scelte artistiche sui Papi, con situazioni molto difficoltose a
causa del carattere dell’artista, che si considerava un pari dello stesso papa.
Per Porta Pia realizza un’insieme di invenzione, all’entrata della Nomentana.
La forma della porta è un arco trapezoidale, con concio in chiave che supera e
fuoriesce, una cornice con gocce di triglifo gigantesche, un arco in mezzo al
fregio, una sintassi fuori da qualsiasi canone, come accumulando l’una sopra
l’altra delle licenze. Gli elementi sono combinati fra loro con un frasario
completamente inedito, con richiami al dorico che è l’ordine più imponente,
adatto per una porta militare. I merli sono un capolavoro, e sono trasformati
quasi in soldati, come eterne sentinelle alla porta. Questi sono elementi che
ritroveremo in tanti architetti del futuro, trasformandoli e cambiandoli. San
Pietro è una fabbrica infinita, con i
deambulatori passanti da Bramante a San Gallo, e ci si rende conto di
non poter andare avanti per il costo della costruzione. Tutti i protestanti
lamentano come prima cosa il costo esorbitante di questa chiesa, che sta
drenando tutte le ricchezze del mondo per costruire una cosa inutile, un
grandioso e sfarzoso tempio di una religione che dovrebbe prodigarsi ad aiutare
i poveri. Il Papa dà mandato a Michelangelo di terminarlo quanto più
velocemente e economicamente possibile, facendo demolire tutte le parti
accessorie, e limitandosi al solo quadrato a croce greca. Nel progetto di
SanGallo poi, per mantenere gli ordini ad una scala umana n’erano necessari 4 o
5, invece Michelangelo utilizza un ordine gigante più un attico, e pratica
degli smussi diagonali esterni per dare una maggiore continuità esteriore. Il
consueto rapporto fra piedistallo dell’ordine e balaustra è mantenuto, a
scapito del dimensionamento umano (con un balcone sovradimensionato a chi
nessuno potrà mai affacciarsi a causa dell’altezza del bancale). Con
quest’opera si inaugura una stagione dell’architettura con una capacità di
andare dal micro al macro senza difficoltà, ma perdendo quel rapporto colla
figura umana che aveva fin dalla Grecia Antica, ed era stata recuperato col
rinascimento. Facendo questo interpreta molto bene il programma di grandiosità
dei papi, dovendo ridurre i costi, ma non la magnificenza. Con Michelangelo,
essendo stato “canonizzato” dal Vasari, come padre incorrotto di corrotti
figli, si provoca una sorta “d’interruzione” per anni dell’arte europea dovuta
all’ammirazione del maestro, dando avvio al manierismo (termine generico e
negativo, ora usato come termine di comodo, non adatto alla realtà).
Jacopo
Barozzi da Vignola lascia un progetto per coprire la cattedrale di San Petronio
con forme gotiche, anche se con molto sentimento classicistico. Per il Portico
dei Banchi sull’altro lato della Piazza, ripropone il foro romano, con un
ordine gigante, archi di due misure, megaattico, una soluzione all’antica per
far convivere diversi stili nella piazza Centrale di Bologna. Nel famoso
progetto per Villa Giulia sfrutta la giacitura non orizzontale per la
definizione prospettica, una condensazione delle masse al centro, ed un
“diradamento sui lati”, dove sarebbero dovuti essere realizzati dei
prolungamenti, di tradizione SanGallesca e Bramante-Raffaellasca. Abbiamo un
bugnato concentrato sul portale, e sopra l’invenzione della nicchia-finestra.
Queste cimase vengono dall’antico, e vediamo una doppia voluta. Nel retro
troviamo sempre un cortile circolare, che il Vignola taglia in due, creando
un’architettura che si trasforma in quella dei giardini.
E’
un palazzo per Alessandro Farnese, pentagonale con cortile circolare, dove si
applica lo schema SanGallesco, con archi inquadrati dall’ordine e piazza
trapezoidale, come al campidoglio. L’ovale michelangiolesco è sostituito dalle
le due rampe costituenti un cerchio, idem per la scala del Bramante, con
citazione della scalinata panoramica di metà cerchio concavo, e metà convessa,
qui realizzata molto in piccolo. Nella scala interna di Caprarola, Vignola
raddoppia i sostegni in uno dei baluardi laterali, con dei dentelli ripresi dal
teatro di marcello, e le metope diventano i gigli del committente.
Costruisce
un palazzo non terminato a Piacenza, una grande casa per i duchi di Parma e
Piacenza, subentrando al precedente Ciotto. Questa sezione mostra un aspetto
inedito, ovvero la presenza di un teatro nel cortile (anche la papale Villa
Giulia riprende il motivo), un vero e proprio teatro all’antica, con un portico
a summa gradazione (sul gradino più alto della cava), colonne binate di ordine
corinzio che proseguono per tutto il cortile, poi degli smussi diagonali. La
soluzione Bramantesca propone l’alternanza di settori trabeati (magari con
nicchie) ed archi, ottenendo una variazione di ritmo, una travata ritmica. Il
passo avanti del Vignola è (nel teatro di pianta semi-elissoide, o meglio un
ovale non trattandosi analiticamente di un’ellisse, teatro dalla forma di un
quadrato con angoli smussati e sul davanti il teatro) è creare una continuità
della travata ritmica senza interruzioni, dando su tutto il confine da una
continuità di ritmo, con un binato che inquadra alternativamente archi e
settori pieni. Questo modo di comporre dà il segno di come il ‘500 arriva ad
una piena maturazione del rinascimento romano e cerca di considerarlo
all’interno delle proprie opere.
In
una chiesa che ebbe un successo straordinario, il Vignola ottiene la pianta
sviluppandola esattamente utile alle esigenze liturgiche della tipica chiesa
della contoriforma, e cercando di mettere ordine in tutte quelle problematiche
che avevano generato il distacco. Ci sono molti movimenti che vogliono un
restringimento dei costi, con fabbriche razionali e decorose, con poche
concessioni all’ornamento e molte alla comodità ed alla fruibilità. I nuovi
cistercensi potrebbero essere i Gesuiti, compagnia fondata da un signore
spagnolo, che organizza una compagnia di uomini al diretto servizio del papa,
una società molto cattolica riformista, con l’obbiettivo di “conquistare” le
classi dirigenti dei vari paesi ad una più stretta osservanza dei principi
evangelici, in un tempo di papi imperatori, con figli e nepotismi vari.
Costruiscono la chiesa più importante del loro ordine a Roma, su consiglio del
cardinale Farnese. E’ un’aula unica (senza tre navate), per avere un uditorio
tutto riunito, con una visibilità totale dell’altare maggiore, perché tutti
possano udire ed osservare la liturgia, senza rinunciare ad una cupola
simbolica ed a un transetto (quasi inglobato nell’edificio). Goticamente poi
osserviamo una compattazione del perimetro esterno, senza rinunciare ad un’idea
di centralità. Le piante a croce centrale, volendo rispettare la simbolicità
della centralità, perdono molto spazio utile per contenere le masse. Alcuni progettano
anche uno scassello per contenere l’altare, ma non è una soluzione utilizzata.
Decide allora di compenetrare centralità e direzionalità, seguendo lo schema di
San Pietro in Vaticano, garantendo la compresenza di centralità e
longitudinalità, in una pianta sostanzialmente a croce greca, ma con un braccio
allungato.
Vignola
inventa anche un’altra forma, un ovale, l’anamorfosi del cerchio per
eccellenza, una forma che avrà discreta successo, un ovale con altare al
termine, una cupola centrale ed un’articolazione degli spazi di varia natura.
Viene utilizzato nel tempietto di Sant’Andrea sulla via Flaminia e per la
Chiesa di Sant’Anna in Vaticano, e prende il nome di “ovale longitudinale”.
E’
autore di un trattato molto più completo del Vignola (dove si indicavano solo
proporzioni degli ordini per gli architetti inesperti, coi rilievi delle
antichità romane, con le proporzioni e gli ornamenti corretti dei cinque
ordini, con pochissimo testo. Inventa inoltra un rimedio per le unità di misura,
che recupera in parte da Vitruvio, con un discorso di dimensioni assoluto
basato sul modulo, che corrisponde sulle proporzioni di una colonna, in tavole
quasi A3 che permettono una lettura chiarissima delle opere). Invece Palladio
aumenta gli argomenti, in quanto l’architettura non si può ridurre agli ordini,
comprendendo anche edilizia civile. Intitola poi la sua opera “I 4 libri
dell’Architettura”, e dovendo abbassare i costi di stampa, la esegue con
tavole non intagliate in rame, ma in legno (xilografie), meno precise ma
molte meno costose, e che pertanto permettono una diffusione in tutta Europa.
Una caratteristica è aver inserito le proprie opere nel trattato, magari
risulta un po’ presuntuosa, ma è un ottimo modo per far vedere problemi
quotidiani e soluzioni contingenti di architettura. Palladio viene scoperto da
GianGiorgio Trissino, si erudisce ed acquisisce una consapevolezza
intellettuale. Questo fatto gli permette il recupero di forme dall’antichità
romana prestate alle costruzioni moderne, trasferendo tipologie antiche nate
per altre funzioni, come scegliere di mettere il frontone di un tempio antico a
decorazione principale di un palazzo civile, compiendo un’operazione
“blasfema”: il fronte del Pantheon davanti ad una villa, nobilitando la casa
dell’uomo con la tipologia della casa degli dei. Dà lì tutta l’architettura
successiva non ne ha più potuto fare a meno di questa pratica, e per essere
monumentale dovrà ricorrere a questo schema. Inserisce anche una scalinata,
rialzando tutto il sistema con un podio, un’ascesa di valore simbolico e
percettivo notevolissima. Nel Polesine, nella Villa Badoer,
inserisce la villa padronale fra due ali a quarto di cerchio porticato, e crea
una sorta di piazza davanti alla villa chiusa da un bel muro di cinta sul
davanti. Utilizza le zone rustiche della villa per creare delle aree
simmetriche che aiutano la composizione a risultare più grandiosa, con costi
praticamente identici. Palladio ha una grande fortuna, e si trova in un ottimo
periodo, in cui la nobiltà veneziana decide di acquistare terre e costruire
palazzi e ville (in totale ne avrà costruite una quarantina, più altri edifici
civili e religiosi a Vicenza e Venezia). A Villa Barbaro (dei fratelli
Barbaro) a Maser, la scelta è identica. Oramai il commercio con l’oriente dà
rendite sempre più ridotte, in quanto il traffico si sta spostando
sull’atlantico e sul pacifico, con le scoperte di Magellano e Colombo che fanno
bypassare i commercianti veneziani, ed inventano nuovi commerci ben più
remunerativi. I veneziani diventano da commercianti marinari agricoltori
sedentari, bisognosi di una villa che deve avere funzioni di rappresentanza,
per esigenze della vita nobile nelle campagne, ma sia anche una villa
funzionale, per garantire lo svolgimento delle funzioni della vita agricola.
Palladio unifica sempre la parte di residenza con dei portici laterali, alle
cui estremità ci sono dei strani frontespizi con meridiane, che formano una
struttura triatica, utilizzando la simmetria ed il fronte templare tipico del
Palladio.
Nella
villa, che prende addirittura il nome dal Pantheon, i frontoni hanno la tipica
immagine del pantheon, anche se sovra-alzati, c’è l’accesso ad un ambiente
circolare coperto da cupola, che presenta tre gradoni all’esterno tipici di
quell’architettura. La presenza di due assi di simmetria, con frontoni
esattamente uguali. Collega il portico con un muro alla struttura, arcuato, sia
per salvaguardare la colonna indipendente stilisticamente, e permettere
staticamente di allentare il pronao e facendolo sostenere da un muro molto più
solido. Rinuncia ai rustici, alle composizioni accessorie, in quanto la villa
era molto vicina alla città, e nasce come belvedere più che come centro
agricolo, e i pochi locali di servizio trovano posto nel piedistallo.
Le
chiese del Palladio si trovano tutte a Vicenza e Venezia. I palazzi…
guardateveli! Palladio considera le conformazioni della chiesa cristiana a
salienti, derivata delle tre navate, e la risolve con un’intersezione di
ordini. Il frontone principale con un ordine “gigante” e colonne su
piedistallo, ai lati un ordine secondario con modanature di trabeazione che
passano sotto l’altro ordine. Crea una copertura senza rinunciare a mostrare i
tre volumi, e risolvendo la facciata con due frontoni classicistici romani. La
chiesa è visibilissima, quasi difronte a SanMarco. San GiorgioMaggiore,
vicino ad un monastero, non è esattamente il primo esempio dove si utilizza
questo schema, anche Bramante vicino a Roma, ed il Peruzzi a Carpi avevano
utilizzato uno schema simile. Problema principale: l’altezza dei piedistalli
stride un po’ con i piedistalli dell’ordine minore, insomma c’è una sofferenza
nella differenza dei basamenti.
E’
una chiesa risultante da un ex-voto fatto dal parlamento di Venezia per far
terminare la peste, ed il tempio viene collocato al di là delle zattere sulla
Giovecca. Una composizione che si presta ad essere vista in lontananza, con
cupola e due campanili, ed i contrafforti binati, che annunciano la presenza all’interno
di una volta a botte, come per Sant’Andrea a Mantova. Recupera ancora il
pantheon con l’attico sopra il frontone, ed il gioco del triangolo viene
ripetuto, creando quasi un secondo frontone sovrapposto. Poi con trucco visivo
si risolve il problema del piedistallo: una scalinata che copre il problema,
anche il portale viene nobilitato con un piccolo frontone di tempio greco. Sul
lato ci sono delle finestre termali, utilizzate spesso dal Palladio, cappelle
laterali inserite nel muro e dietro probabilmente un coro. L’annuncio
dall’esterno è mantenuto all’interno. Per una richiesta precisa della
committenza, una volta l’anno la nobiltà vuole recarci in processione, con un
ponte di barche che solo nella terza domenica di luglio rende fruibile la vista
sul davanti, essendo progettata per la visione frontale. I “nicchioni” ai lati
della cupola permettevano ai notabili della repubblica di assistere con maggior
agio alle funzioni. La centralità si ritrova nei tre absidi (uno descritto da
colonne), che delineano tre zone distinte dalla chiesa, ma unite spazialmente,
in uno spazio quadriconco come in SanPietro ma contratto, dove come Bramante
utilizza le nicchie in diagonale. Anche lo spazio rettangolare ha un’esigenza
di simmetria nella metà, definendo un secondo asse di simmetria (derivato dai
pilastri maggiori agli estremi e sulla costruzione basata sul quadrato).
Palladio va a portare regolarità e simmetria anche in organismi molto
complessi, e tratta l’altare maggiore come fosse un palcoscenico da teatro.
Sfruttando l’analogia fra chiesa e teatro molto antica, per un teatro per
predicare. La teatralizzazione della liturgia cattolica, ben predisposta
all’operazione dalle sue stesse caratteristiche, è uno dei grandi temi che avrà
il suo apice nel barocco.
Siamo
all’inizio del XVII° secolo, descrivendo un movimento che darà tantissimi
spunti al ‘700, e come il gotico anche il barocco nasce con connotazioni
negative. Ed anche in questo caso il significante è tramutato ai giorni nostri,
diventano semplicemente connotativi. Dal punto di vista delle arti è digerito
lo stimolo raffaellesco, e abbiamo lezioni magistrali su come fondere le varie
arti. Molte volte si è appiattito il significato del barocco sul voler esaltare
la committenza, in particolare la chiesa romana. Si può conoscerlo partendo da
una triade, i cui componenti sono indicati dagli studiosi d’arte, come i
principali esponenti del barocco romano:
Pietro
da Cortona, pittore ed architetto
GianLorenzo
Bernini, scultore, scenografo ed architetto
Borromini
Lapicida, scalpellino ed architetto
Barocco
deriva da un termine portoghese che indicava delle perle mostruose di
conformazione irregolare, e starebbe alla base di un gusto basato sulla
ricchezza ostentata, sullo sfarzo, definendone dei caratteri di fondo, come
enfasi, eccesso, magniloquenza, retorica, etc… La teatralità è un fenomeno
fondante del ‘600, dovendo nuovamente replicare agli argomenti della riforma e
gli argomenti pauperistici, contro quelli del “santuarismo” e del
“sontuosismo”. E’ un’opposizione che mina anche lo stesso mondo cattolico, ed
anche nel barocco romano ci sono posizioni varie, qui maggiore gloria di Dio,
qui più spirito evangelico. Gli artisti sono schierati, anche per profonda
scelta personale. Da parte della chiesa viene forse adottata una posizione
troppo facile, che vuole stupire il federe che attraverso l’impatto emotivo e
vuole convincerlo che la dottrina cattolica è quella giusta, invece che fargli
seguire un percorso individuale. Da molti studi recenti possiamo affermare che
il barocco non sia stato solo un momento di propaganda, di controllo delle
masse, ortodossia e dogmatismo.
Pietro
Berrettini da Cortona si forma come pittore, arriva a Roma, ed in poco tempo
avrà un grande successo grazie al cardinal Barberini, che poi diventa papa.
All’interno di SanLuca, sindacato e scuola degli artisti, (dove ben presto
Pietro diventa il principe e preside, di quella scuola) viene incaricato di
ricostruire la chiesa appunto di SanLuca, affianco al Senato. SanLuca era
l’evangelista pittore che avrebbe ritratto la Madonna dal vero, il santuario
della beata vergine di SanLuca conterrebbe appunto un’immagine miracolosa, che
possiedono originale solo altri 700 templi nel mondo(?). Durante gli scavi si
trovano le reliquie di una martire cristiana, Santa Martina, fatto che fa
cambiare nome alla chiesa, diventando la chiesa dei santi Luca e Martina.
Utilizzando un’anamorforsi produce una facciata in travertino, con uno schermo
che nasconde la struttura, e due ordini sovrapposti, come l’Alberti ma su due
registri di uguale ampiezza. La particolarità è la curvatura della facciata, un
flessione che viene quasi trattenuta dai piloni laterali, facendoci pensare che
il muro di mattoni e travertino sia plastico e flessibile. Cortona deforma le
componenti dell’ordine, a causa della curva molto complessa, con un
infittimento della decorazione. Nelle lesene negli spigoli è un processo che in
pianta determina la formazione di lesene ribattute, un sistema che crea giochi
di luce, e tutta la trabeazione deve seguire un ritmo, con mezze lesene ai
lati. E’ una decorazione estremamente costosa per un effetto molto raffinato,
dove gioca dei muri come fossero delle membrane elastiche, un gioco non
utilizzato solo nella facciata più costoso, ma utilizzato anche nelle murature
meno nobili. Al centro svetta una nuova architettura, fra le antichità la
modernità. Volendo dar maggiore importanza alla chiesa, si crea uno schermo a
vento per farla credere più grande, Pietro da Cortona percepisce le murature
allo stesso modo, ma per lui si piegano in qualsiasi punto della chiesa, per
mostrare uno spazio vitale, un organismo vivente, come Leon Battista Alberti
che definiva l’edificio come un “animal”. Anche se scompare l’ordine rimane la
trabeazione, che corre a cingere tutta la fabbrica. La cupola è un segnale
visivo molto importante, estradossata, una cupola che mostra all’esterno
l’andamento semi-sferico o semi-ellittico, una tradizione tipica della Roma del
tempo. E’ un sistema molto più costoso di un tetto a falde, dovendo garantire
un’ottima impermeabilità alla struttura, con lastre ed opere molto costose ed
impegnative. Il tamburo è decorato con finestre ed edicole, una lesena con
triglifi e gutte, dei fastigi sopra ogni campata (citazione di Porta Pia),
insomma Cortona guarda tutti gli esempi precedenti. Cerca di creare qualcosa di
nuovo, ed inserisce prepotentemente la curva. L’anamorfosi della pianta si
realizza in una croce greca schiacciata sui fianchi, con i piloni che la
trattengono, una croce greca con due grandi pressioni sui lati che hanno
ridotto un lato, un tentativo di risolvere il solito conflitto
centrale-longitudinale, per ottemperare ai precetti del consiglio di Trento.
Santa
Maria in Via Lata
Si
trova nel corso, che parte dall’Altare della Patria ed arriva al Campidoglio ed
alla porta sulle mura. In un asse molto importante, è definita dal Cortona in
maniera molto attenta al contesto urbano, come una facciata su due ordini di
uguale ampiezza, che viene decorata con un frontone, decorato con un intero
giro di trabeazione, un arco siriaco che fa girare completamente. Insomma
filologia romana ma reinvezione continua, con tutte le possibili forme di
colonna (ribattute, circolari), e tutto il possibile campionario verticale
dell’ordine, più una trabeazione piana ed arcuata nella parte superiore. A
causa della difficoltà di vedere la facciata, si crea una vibrazione
percettibile dal passante, che vedendo già tante architetture importanti nella
strada sarebbe distratto. La chiesa cattura lo sguardo e cattura il passante.
Il portico d’ingresso sostiene una loggia delle benedizioni.
Nella
chiesa era presente un chiostro, prima opera di Bramante, deve ricostruire la
facciata, la sua posizione è un po’ scarificata all’interno di un bivio, e si
trova al centro della biforcazione. Si deve conservare l’impianto, ma pensa in
grande: non risolve solo la facciata, ma anche lo snodo: decide di far sporgere
la facciata della chiesa con un portico semicircolare, che cattura parte della
piazza antistante, tratta tutta la facciata della chiesa come elemento della
composizione, con delle ali leggermente in curva, come se la facciata venisse
in fuori da una sorta di piazza ad esedra. Abbatte delle porzioni di casa all’incrocio,
crea una piazzetta trapedoizale, ed inserisce gli imbocchi delle strade
nascosti nei portici, ripropone in piccolo un apparato monumentale, all’interno
troviamo una fronte convessa trattenuta da piloni angolari. Poi licenze molto
ardite, come trabeazione interrotta dalla cornice che scende per far posto allo
stemma papale, due frontoni insieme, un lineare ed uno arcuato. Lo schema
teatrale riscatta la posizione della chiesa, che darà suggerimenti importanti
in vari luoghi.
Francesco Borromini
Luganese
e Ticinese, scende a Milano, diventa uno scalpellino dell’opera del Duomo, dove
si trova a scolpire in stile gotico, poi a Roma entra anche nel cantiere di San
Pietro. Da lì entra in contatto con la committenza più importante, e una delle
prime opere che realizza è una scala a palazzo Barberini, schiacciata sulla
figura dell’ovale. Ci sono due scale nel palazzo, una a pianta quadrata del
Bernini (l’architetto di famiglia) per il capo laico della famiglia, e questa
ovale per la parte religiosa. Questo perché in tutte le famiglie il primogenito
proseguiva la dinastia, ed il secondogenito entrava nel clero per fare gli
interessi della famiglia. Borromini inizia ad avere dei grossi problemi col
Bernini (che accorgendosi delle qualità del luganese nel disegno, lo porta a
lavorare con lui), molto più “esperto”, ed i primi dissidi sono per questioni
anche economiche, in quanto il Borromini voleva maggiori retribuzioni nel
sub-appalto. Incarnano due modi diversi di percepire l’arte e l’architettura,
Borromini soffre l’esistenza in maniera più profonda e partecipante dal punto
di vista più esistenziale, con una religiosità più profonda e sofferta, e
posizioni più protestanti, e preferisce
quindi accettare incarichi da ordini meno ricchi e più evangelici. Bernini
invece lavora per ordini più trionfanti, cardinali e compagnie varie. Una di
queste arriva addirittura ad avere un altare costruito in oro e lapislazzuli,
il più prezioso al mondo, dedicato a Sant’Ignazio, prodotto del desiderio dei
potenti di cavalcare il movimento per avere un ritorno d’immagine. Borromini
cerca di sfuggire a queste pratiche e detenere una religiosità più profonda.
Disegna con una tecnica a grafite, con righe di “matita”, un segno sottile e
preciso, segno di una manualità straordinaria, e studia soluzioni alternative
sullo stesso foglio, quasi realizzando una sovrapposizione di lucidi sullo
stesso.
Convento dei Trinitari Spagnoli
Si
trova in un lotto significativo, con poca area edificabile e pochi soldi a
disposizione, per costruirvi una chiesa, un chiostro, un giardino, un monastero
e relativa biblioteca. Borromini decide di porre la chiesa sulla via
principale, come l’ingresso del monastero, un monastero su più livelli e
all’ultimo la biblioteca. Un chiostrino completa l’insieme. C’è un impianto
ovale di fondo, che corrisponde alla cupola, delle cappelle di ingresso e per
l’altare maggiore, e delle cappelle absidali laterali, colonne di sostegno
centrale negli spigoli, colonne a ¾ , ripetute nell’ordine anche negli absidi,
definite da un sistema rettangolare concentrico che definisce le otto colonne,
con due assi di simmetria definiti da due triangoli equilateri, come facevano
gli architetti gotici, che definiscono un rombo dall’ingresso all’altare. Più
un lanternino ovale ed una cupola bramantesca, che completa la chiesa costruita
sulla figura di fondo generatrice, una croce greca con absidi circolari
esterni, compressa lateralmente. C’è una maggiore organicità dello spazio di
risulta, ed aggiunge all’esterno una facciata con un gesto ad onda, con
andamento concavo, convesso, concavo, che segue l’andamento della pianta. La
chiesa è chiamata anche SanCarlino alle quattro fontane (appunto per le
dimensioni), ed ha un chiostro il cui andamento ritmico è parente del Vignola.
Si fa un altro passetto successivo, con una travata ritmica continua non
interrotta, che crea in pianta una curvatura ad arco di cerchio che gli
permette di risolvere un problema compositivo. Se rispettate l’interasse delle
colonne nelle volte a botte lineari, nelle lesene dell’angolo otterreste dei
ritmi strani. Borromini invece distanzia leggermente a in curva, per generare
una parete convessa nel chiostro, ribaltando al posto di una concavità, una
convessità con un arco, arricchendolo spazialmente. La facciata è una specie di
sogno o incubo, una cosa rivoluzionaria (alfa e omega di Borromini), c’è tutta
la capacità di mettere in mostra la sua composizione, con intersezioni di
ordine, edicola con grandi ali d’angelo, statua di San Carlo Borromeo, ed opera
come Pietro da Cortona ribaltando il disegno della convessità. Sopra la
compenetrazione dei due ordini, con un ovale dove c’era una madonna dipinta. La
chiesa è coronata da una balaustra, e denota un’attenzione al nuovo, sempre
rifacendosi al Michelangelo suo idolo. Anche Borromini è sulla stessa linea
d’onda dello sperimentalismo, e amava i disegni come suoi figli, e sui quali
lavorava tutta la vita, compiendo una ricerca infinita, un compenso alla sua
ricerca spirituale. La cupola è sostenuta da quattro arconi e deformata, con
cassettoni formati da tre figure, una trama tessile del disegno formato da:
croce greca, ottagono ed esagono schiacciato, che seguono la deformazione
ovoidale. E’ un disegno molto complicato, un’invenzione antica che va a copiare
(di antichi che non avrebbero immaginato la fortuna della croce in futuro), e
queste tre figure ci ricordano le figure che lui stesso ha utilizzato per
ottenere la pianta della chiesa. Uno dei pochi casi in cui la decorazione è
“giustificata” dalla struttura dell’edificio. In Borromini quindi non c’è nulla
di casuale, si potrebbe dimostrare che l’alzato di questa architettura è
completamente proporzionato sui triangoli equilateri, dalla base del pavimento
alla lanterna, dove gioca un altro… Ci siamo spiegati. Il committente l’ordine
dei trinitari spagnoli “spiega” il mistero della trinità, ed è felice di vedere
riproposto nella sua chiesa il motivo triangolare.
Oratorio e convento dei Filippini
La
facciata è di mattoni, con pochissimi elementi in travertino. Borromini costruisce
per intero il complesso, e vuole denotare un fronte di convento come fosse una
seconda chiesa: infatti ad un primo impatto, se non ne conoscessimo la
funzione, potremmo dire che è una chiesa. C’è un’analogia delle facciate con la
vicina chiesa, sulla quale gioca. Prende una figura mistilinea ripresa del
duomo targo-gotico, la schiaccia ad una sagoma di questo tipo, e gioca sul
timpano triangolare e timpano curvilineo, li fonde e tagliando l’uno e l’altro
identifica una nuova struttura, antica, michelangiolesca e barocca. Ha una
leggera concavità, col compasso puntato sull’altro lato della piazza: questa
conformazione è come il petto di un uomo che a braccia aperte accoglie chi
entra. E’ una metafora di tipo antropomorfico, con maggiore visibilità. Borromini
riprende il procedimento del mattone arrotato, dove i mattoni utilizzati erano
molto sottili e larghi (opus testacium), e per nascondere il giunto si
procedeva in questo modo: all’esterno solo superfici di cotto, con conci
triangolari limati (dei cunei con la parte più alta verso l’esterno), poi
sagramati (procedimento ottenuto attraverso lo sfregamento con un altro mattone
e latte di calce, che si amalgama colla polvere del mattone e genera un
intonachino colorato in pasta, ideale come protezione dall’umidità e dal gelo).
Così rende la superficie omogenea e gradevole. Riserva la parte scolpita ai
fregi, dà un aspetto pauperistico ad un procedimento costoso, almeno per il
tempo. Abbiamo un’altra metafora dell’esistenza
umana, che si volge alla preghiera, al lavoro costante ed assiduo, degli
oratoriani di San Filippo Neri. Essi avevano una liturgia parlata e musicata, e
Borromini si mette in quest’ottica, costruendo un qualcosa che nei materiali
e nelle scelte costruttive, è il
traslato architettonico di questo programma. Il buon cristiano è assimilabile
al muratore che costruisce…
Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza, Università Pontificia a Roma
La
chiesa della principale università pontificia aveva il compito di comunicare il
significato della conservazione del sapere. La Cappella deve comunicare la
missione della conoscenza umana rispetto all’onniscenza divina. Nel vecchio
testamento ci sono degli episodi di controllo e censura, presa di coscienza dei
limiti che deve avere il sapere umano, culminanti nella torre di Babele. Questa
possibilità viene utilizzata spesso per evitare che ci siano dei comportamenti
scorretti o contrari agli interessi della chiesa, come recita ancora oggi lo
stesso catechismo della Chiesa Cattolica, richiamandosi alla sottomissione:
"Divenuto membro della Chiesa, il battezzato non appartiene più a se
stesso, ma a Gesù. Perciò è chiamato ad essere obbediente e sottomesso ai capi
della Chiesa". Conoscendo che il
sapere è anche potere, e dovendo gestire questo potere, Borromini si ricollega
appunto alla torre di Babele. Con la lanterna a spirale che vi si ispira
direttamente alla torre, costruisce un monito per tutti coloro che pensano che
la sapienza possa paragonarli all’onniscenza divina. La chiesa non perdette
occasione per sostenere le sue tesi induttive e dogmatiche, come oggi col
chiaro rifiuto dell’evoluzionismo, in quanto "Ciò che la scienza afferma
non è la verità assoluta, a cui si deve piegare anche la religione […] per cui
è meglio partire dalla premesse che l’autore della Bibbia è anche autore della
Creazione e quindi il libro della Genesi non può contenere falsità".
Borromini crea una mancanza di simmetria, una cupola quadrilobata, con merli,
concavità evidenti ripresi dall’architettura ellenistica, convessità trattenute
dalle lesene ereditate dal cantiere precedente, mentre Borromini si occupa solo
della chiesa su un cilindro di imposta. Sottopone la chiesa ad un ulteriore
compito, di raccontare il proprio programma in maniera simbolica e metaforica,
e tutta la sua ricerca si indirizza ad una forma capace di integrare a più
livelli i significati che dovrebbero essere consoni all’edificio. Studia sempre
due triangoli, ma ruotati di 180° che formano la stella di David, simbolo
ebraico e di sapienza. Non potendo costruire questi spigoli così acuti lavora
di compasso, punta prima sui vertici per tre triangoli, e al centro (con la
stessa apertura) negli altri semicerchi, ottenendo una figura mistilinea, con
concavità alternata alla convessità. E’ una figura complessa con ben tre assi
di simmetria, di cui forse abbiamo precedenti solo in alcuni sacelli romani. Al
perimetro murario corrisponde sempre una conformazione della volta che prosegue
questo perimetro. In questo caso è una sorta di padiglione le cui nervature
partono da questo grosso paramento murario, ricondotto all’impianto circolare
della cupola. La struttura necessita di grandi controspinte, inglobate in un
tiburio esterno, integrato all’interno (in parte visibile della cupola molto
piccola, che si collega colla lanterna sferica, e crea uno stupore
magnifico/inaspettato). A causa delle molteplici nicchie e lesene è difficile
capire dal livello base quale sia il sistema, e solo arrivando alla trabeazione
abbiamo disegnato con delle ombre il sistema, che si ricongiunge al cerchio. E’
una metafora del percorso, dal caos di dati e stimoli che ci circonda, e del
passaggio che attuiamo con la loro catalogazione, mediante la creazione di
categorie e sistemi concettuali. Otteniamo una descrizione ed una
modellizzazione del mondo caotico che ci circonda, ed arriviamo a capire che
alla fine ci racchiude e ci circonda la figura di Dio, unico e perfetto. Questa
struttura è una metafora del percorso dal caos della natura alla perfezione
divina, un riferimento esplicito al miracolo della pentecoste, dove tutti gli
apostoli si riuniscono e possono andare nel mondo a predicare, delle persone
semplici diventano dei dottori della fede. Dai fasci di stelle al centro di
lanternino pendeva una colomba, simbolo del nostro sforzo di conoscenza e della
grazia divina che ci viene infusa. Ciò considerandoci come la copia di Dio a
sua immagine e somiglianza, in grado di formare e conservare il sapere.
Dal
punto di vista urbano è importante la conformazione della facciata di
Sant’Agnese in Agone.
Collegio della propaganda Fide
Tutta
la trabeazione viene tagliata dalle cornici(?), la struttura è a scheletro, le
decorazioni molto gotiche nel soffitto, pareti traforate.
San Giovanni in Laterano
Borromini
la restaura per l’anno santo 1650, inglobando le murature antiche, ed invece di
distruggerle le tratte come reliquie, proponendo lo stesso sistema di copertura
del tetto piano lavorato del ‘500.
Palazzo Barberini
E’
appaltato al Bernini, napoletano, virtuosistico all’eccesso, accattivante… Ha
tre ordini sovrapposti, una loggia con finestre strombate. E’ il primo cantiere
di compresenza dei due, insieme a quello petriano. Qui abbiamo il baldacchino
che Bernini progetta e Borromini disegna nella parte superiore, con una globo
simbolo del dominio della fede sul mondo.
San Pietro
Bernini
è incaricato di terminare tutti gli spazi, più altri compiti accessori come
esempio mettere in evidenza il baldacchino papale. Costruisce una via di mezzo
fra un ciborio paleocristiano, ed un baldacchino effimero, come cerniera delle
varie arti. La peculiarità delle colonne è di essere tortili, con un andamento
a spirale del fusto. Queste colonne erano presenti anche nella Chiesa di
Costatino, dove sostenevano la pergula sopra l’altare papale. Quest’opera aveva
una decorazione molto ricca, alternata a strigillature (conformazioni ad S
tipiche dei sarcofagi romani), e contiene le reliquie del tempo più antico
della storia, il cui progetto sarebbe stato direttamente da Dio. Bernini prende
le otto (quattro?) colonne tortili più conservate e le sistema negli smussi,
dove ottiene delle edicole: in pratica le reliquie del tempio inquadrano le
reliquie dei vari santi martiri. In fondo una gloria di Luce ed oro, la
cattedra di Pietro (in realtà di epoca carolingia), di legno intarsiato
prezioso e fragile, che viene inserito in un ingrandimento dell’ingresso della
colomba simbolo dello spirito santo, simboleggiando un trionfo della fede.
Bernini del resto era un grande regista di questo spettacolo di conversione dei
fedeli, come in teatro: a volte inondava la scena con grandi masse d’acqua, che
solo un attimo prima di arrivare agli spettatori veniva bloccata con delle
paratie.
L’estasi di Santa Teresa
Per
la Famiglia Fornaro crea una cappella gentilizia, con un altare che diventa un
palcoscenico da teatro, dove mette in scena due attori: l’angelo col dardo
divino e la santa estasiata, simboli dell’unione fra amor santo e amor profano.
Inoltre un erotismo sotteso, quello della sposa di cristo, inserito in
marchingegno che testimoniava la possibilità dell’architettura di gonfiarsi e
dilatarsi. Le colonne sono disposte in diagonale spinte dall’interno, e questo
insieme allo sfarzo dei marmi, dimostra la capacità di mettere in scena
l’architettura colorata e sfarzosa degli antichi. Un’immagine classicista si
colora di una vena barocca, ed ai lati per sottolineare il miracolo, stanno i
membri della famiglia che guardano il miracolo e lo discutono, come spettatori
che giocano il ruolo eterno nel “Gran Teatro del Mondo”. Per aumentare la luminosità
il trucco c’è e si vede, ovvero c0è all’esterno una finestra strana
completamente vetrata che cattura più luce possibile e l’indirizza nei punti
desiderati. Questo dimostra in maniera ancora più evidente le profonde nozioni
di scenotecnica di Bernini.
La
Chiesa di Santa Andrea del Quirinale è uno dei tanti episodi, con cappelle
ruotate, simili a teatri. Il colonnato di Piazza San Pietro vuole testimoniare
l’abbraccio che la chiesa di Roma vuole dare a tutti, infedeli e miscredenti
(fedeli che spesso in realtà ha stritolato), simbolo di un abbraccio materno,
con al centro l’obelisco del circo di Nerone. C’è una tensione
elastico-plastico dell’architettura, come nella scala che bisognava percorrere
per arrivare agli appartamenti papali, stretta di lato e di dall’alto, con
tutte le forme di luci possibile (nell’interpiano ai lati, al termine
dall’alto). Lo stesso Costantino a cavallo ricorda a tutti i monarchi che il
potere della Chiesa è superiore al loro.
Progetto pel Luovre
E’
commissionato dal giovane Luigi XIV, che accoglie Bernini a corte con tutti gli
onori. Il desiderio del re è trasformare in palazzo regio il castello, e
Bernini propone varie soluzioni fatte di
concavità e convessità, di notevole magniloquenza. Ha sicuramente dei
difetti, come le sale buie, il movimento eccessivo, e viene prodotto un secondo
progetto, e poi un terzo, ma alla fine neanche questo va bene ed il re sceglie
un progetto francese. Questa sconfitta del barocco romano all’estero è dovuta
alla volontà di ogni monarca europeo di dare una propria interpretazione del
barocco, per distinguersi dalla chiesa.
In
questo periodo si “coagulano” molti degli insegnamenti del rinascimento, in
particolare sul problema della distribuzione degli ambienti. Questo periodo è
fondamentale per comprendere il settecento francese. La facciata del Louvre è
carica di simbologia, non casuale, in particolare quella rivolta verso la
strada ed i cittadini. Quello che si chiede è di dare un’immagine di
classicismo, di grandiosità aulica e senza tempo alla facciata del palazzo
reale. C’è una trabeazione sostenuta da colonne binate, che in realtà non
possono da sole assolvere a quel carico, e la trabeazione è realizzata con
inserti in ferro. E’ un architettura classica, di Claude Perrault, che si rifà
più all’architettura greca più che a quella romana, per desiderio di
distinguersi. Per Luigi XIV c’è l’istanza di sentirsi il legittimo prosecutore
della grandezza dell’impero romano e della grecità, che racchiuse e fuse nel
suo regno. In questo periodo era a compimento il processo assolutistico per cui
tutti i poteri erano concentrati in una sola persona, potendo far dire al re
“L’état c’est moi”. Il Louvre è privo di curve, vicino all’architettura greca,
oltre che agli elementi tipici dello château francese, il castello-villa dei
nobili, una residenza fortificata, come la presenza del fossato, simbolico ma
neanche tanto viste le soventi rivolte popolari. Insomma dal punto di vista del
linguaggio nel Palais Royal si mantengono gli aspetti militari. Si spende molto
e ci si aspetta un ritorno d’immagine preciso.
Hotels
Questo
Hotel del 1640, agli inizi del movimento Barocco, è costruito da Louis LeVailt,
per la famiglia di notabili Lambert, costruito sull’ Ile Saint Louis, in una
zona particolarmente di pregio. Ricordiamo che l’Hotel in Francia non è da
intendersi come albergo ma come palazzo-casa privata di un certo rango. La
conformazione del lotto dà su uno dei rami della Senna, e costituisce una
splendida architettura ora nelle mani della famiglia Rochy. La pianta è molto
articolata e libera, la strada pubblica è verso sud, si entra da qui nell’avant
court, o corte d’onore. In Francia si dispongono gli ambienti di rappresentanza
nel lato posteriore, per avere una maggiore lontananza dalla strada, quindi da
polveri e rumori. C’è un ingresso monumentale nel cortile, che porta al secondo
piano nobile, coll’ordine sovrapposto ionico e dorico, declinato in curva,
sintomo che si guarda con interesse all’Italia. Questo ordine non inquadra
nessun arco ma regge delle trabeazioni piane, solo colonne libere esattamente
come nei templi greci, utilizzando quindi linguaggi particolarmente
“all’antica”. Da Bramente in poi si metteva la balaustra facendola collimare al
piedistallo-basamento della colonna, mentre qui la incontra. C’è già una
ricerca di distanza, per evidenziare il piano rialzato. Ci sono delle cerniere
spaziali, un ottagono ed un ovale, che permettono il collegamento di più
ambienti, senza rinunciare alla simmetria ed alla regolarità. Dall’ovale si
accede ad una veranda con Bow Window, che sarà dipinto con le storie di Ercole
da Charles LeBrun. E’ già diffusa la galleria, dove si può passeggiare
distraendosi cogli oggetti più belli del proprietario, come mobili, quadri,
etc… Sempre dall’ovale a destra si passa a dei saloni e poi a degli ambienti
più piccoli, appartamenti privati. Si dimostra l’attenzione dell’architetto per
la suddivisione in scomparti come desiderio della famiglia, definendo degli
appartamenti autosufficienti, con un anticamera (far aspettare la gente, dove
rimanevano i servitori al momento dell’ingresso dell’ospite), una camera dove
si riceveva, un gabinetto-studiolo (si poteva riceverlo direttamente “se non
era nobile”, per affari minori), un guardaroba (vestiti, mobili, accessori, un
letto per il valletto o cameriera, una stanza armadi con alloggio della servitù
incorporato).
Collège de quatre nations
E’
la sede dell’Istituto di Francia, il massimo ente culturale e scientifico
francese, fondato da Mazzarino, cardinale ministro. Si chiedeva che davanti al
Louvre vi fosse un’architettura degna, quasi al rango del palazzo reale, con al
centro una parte importante. Questa è
la cappella del collegio, un tentativo di richiamo alle grandi scoperte del
barocco romano, con l’abbraccio delle ali, ma l’uso delle curva è limitato alle
ali del cerchio, e per il resto si attiene quasi più al rinascimento. Si può
dire che “smontandola” non troviamo nulla di veramente barocco. Cambia l’enfasi
urbana, con due ordini sovrapposti e inquadrati, la balaustra che copre la
falda del tetto, ed al centro si utilizza un ordine gigante composito che regge
il timpano.
Cupola degli Invalidi, dôme des invalides
Questa
architettura del ‘60-‘70 è una chiesa al centro di un grande fabbricato che
doveva servire come ospedale per militari, in un edificio sfarzoso si potevano
curare tutti i militari malati del regno. Al centro ovviamente c’è l’edificio
sacro, con la ripresa di un linguaggio italiano, a dimensioni colossali. C’è la
cupola di San Pietro, con semi colonne messe di spigolo… l’architetto toglie
questi contrafforti per permettere all’architettura si proseguire piana, con
doppio tamburo, da dove parte l’estradosso, poi la cupola con guglia. C’è una
sovrapposizione di ordini, ma a Roma non avremmo mai trovato lo slancio
verticale dell’edificio, enfatizzato dallo strano lanternino e dalla guglia
gotica, primo tentativo dell’architettura francese di utilizzare la vera architettura
genuina francese, quella gotica, Hardouin Marzarat, cerca di deviare la
classicità in direzione francese. Si tagliano i conci per non far apparire
evidente la divisione dei blocchi, è un tipo di muratura costoso, anche nei
restauri è stato inserito oro zecchino nella cupola. Il re è riuscito a mettere
sul trono direttamente il pronipote, saltando il figlio ed il nipote. In questa
architettura pubblica vediamo il desiderio di gloria e di potenza.
Castello di Vaux-Le Vicomte
Qui,
completata la costruzione del castello, si tiene una grande festa in onore di
Luigi XIV, da parte del ministro delle Finanze, molto abile e personalmente
molto ricco. Alla costruzione partecipa la triade di architetti del tempo, e
mai festa tu tanto memorabile, che Luigi XIV fu così invidioso da far
imprigionare il ministro. Da qui nasce l’idea di trasferire la corte da Parigi
a Versailles, per farne la nuova capitale della Francia. Ci sono degli elementi come una corte con
lunetta d’accesso, un fossato con ponte che lo valica, ali di servizio estranee
al castello (differenziazione delle funzioni), intorno alla residenza dei
parterres (composizioni vegetali geometriche per essere viste dal castello),
zone a verde più intenso man mano che ci si allontana dal castello, simmetria
centrale molto forte. La geometria sottopone la natura a dei giochi molto
precisi, mantenuta da giardinieri numerosi ed abili. E’ una concezione del
mondo dove l’uomo è padrone della natura, l’acqua, le piante sono dei sudditi,
testimonianza di una società assolutistica e gerarchica. Abbiamo una scelta
formale coerente all’assunto generale.
Versailles
Luigi
XIV “la prende” e comincia a trasformarla. C’è un viale proveniente da Parigi,
un tridente a zampa d’oca (preso da Roma), forte assialità e simmetricità.
Altri elementi di organizzazione spaziale concorrono per potenziare la vista
verso l’infinito (negli stessi anni i matematici lo stanno mettendo a fuoco) e
viene materializzato nel giardino. Questa adesione al pensiero del tempo ci
impressiona [ma non è accettata da tutte le parti della società… Aiuto, cosa
vuol dire…???!], ed alcuni passi della vita di corte sono abbastanza
impressionanti. Luigi XIV aveva la mania di costruire, e solo a suon di franchi
“o di luigi”, il luogo viene completamente trasformato, per costruire il grande
canale si dovettero inventare dei sistemi di tracciamento (fino ad allora usati
solo per motivi militari, come figure di movimento terra). A Parigi era stata
fondata una serie di Accademie: delle Scienze, di Danza, Musica, Architettura,
etc... Per risolvere il problema della diffrazione atmosferica inventano un
nuovo strumento: un cannocchiale su un treppiede, perfezionando la livella e
creando il filo a piombo, chiuso in una bacchetta di ottone cava con finestrini
in cristallo. C’è stato un salto della strumentazione tecnologica, ed in questo
caso è stata l’arte ad aver richiesto un’evoluzione della tecnica e non
viceversa, ovvero che l’evoluzione della Scienza permettesse nuove forme
d’arte. L’idea del re è abbastanza precisa “Riunire tutta la nobiltà di
Francia, per avere il miglior controllo sul peggior nemico della corona”, per
evitare incidenti come all’inizio del suo regno, come la fronda (organizzata da
parenti, amici e nobili). Versailles è un’unica grande casa per sé, la sua
famiglia, e tutta la nobiltà di un’intera nazione, e si chiede agli architetti
di ingrandirlo a dismisura. Con questi tempi si può riprodurre in serie il
modulo definito pel Palazzo Privato. Per tenerli tutti chiusi là dentro si deve
inventare degli strumenti, e dei motivi, fra i quali l’etichetta, sistema
perverso per cui ad ognuno viene assegnato un ruolo ed una rendita, mentre chi
non risiede a Versailles deve pagare tasse altissime. Ad esempio la carica di
“Maggiordomo di Corte” è riservata solo ai duchi pari, e l’incaricato deve
curare che tutto l’appartamento reale funzioni alla perfezione, senza intoppi
in ogni attività. Il re può aizzare l’uno contro l’altro tutti questi
servitori, per ottenere maggiori favori, risparmio e rispetto. Ogni gesto è un
atto di stato, appena il re apre l’occhio inizia il movimento statale, con
sette cerimonie di ingresso nella stanza al momento del risveglio. In un mondo
escluso dallo stato di diritto, è ripetendo quotidianamente le cose che si
afferma la legge, non potendo creare precedenti di insubordinazione. Tutto è
regolato da un orologio micidiale. Il Re è privo di un suo appartamento
privato, e dorme esattamente al centro dell’asse del palazzo, da Parigi
all’infinito. Quando pranzava doveva rispettare una serie di procedure,
estremamente “poco pratiche”. I bracieri non bastavano a scaldare l’ambiente,
addirittura gelavano le bevande alla tavola del re. In queste sale sfarzose di
Versailles era pericoloso aggirarsi per complottare, c’era un esercito di svizzeri,
che spiava travestito da nobili, e tutto veniva riferito al Re. A suo figlio
disse che “La cosa più importante del regnare è il buonsenso, e conoscere
tutto. Ogni più piccolo particolare e desiderio delle persone per poterlo
sfruttare”. E’ quasi un precedente della società dell’Informazione, dove chi
detiene più informazioni è più potente. Dovendolo ricavare da un vecchio
castello di caccia, non esistevano toilette, ed ogni angolo nascosto, era buono
per espletare. Dal centro della Galerie des Glaces c’era la porta della camera
reale. Le cucine era distanti 800 metri, e nonostante le corse dei servitori le
pietanze arrivavano inevitabilmente fredde. Il cibo servito al Re era
sufficiente per 200 persone, ed il primo cuoco di corte rivendeva gli avanzi ai
“sottonobili”, e i vari nobili vendevano ai sottoposti, e così via… Tutta la
corte di Versailles mangiava dalla tavola del re alla fine! Dalla Galerie des
Glaces si arriva alla cappella di corte. Inizialmente Luigi non aveva proprio
una vita religiosa, ma l’ultima amante si fa sposare (senza diritti per gli
eredi) e fa creare una grande chiesa. Ha pianta longitudinale, cupola con
deambulatorio su due livelli, ordine architettonico solo superiore. I due
livelli sono pian terreno e piano nobile della corte, e Luigi assisteva alla
messa dalla Tribuna reale, guardando dall’alto il sacerdote. La soluzione
architravata dell’ordine superiore è greca, corinzio e colonna libera che
sostiene la trabeazione. La pianta è senza transetto, altra testimonianza
gotica.
I giardini di Versailles
Questa
raffigurazione lo ritrae al suo compimento, dopo che Luigi XIV e Luigi XV hanno
completato fontane e boschetti… Sono cresciuti a dismisura i giardini e si è
originata una piccola città all’entrata. Il Gran Canal ha una traversa
ortogonale, una sistemazione a boschi, tagliata da percorsi stellari che si
ritrovano in piazze circolari, in particolare durante le battute di caccia,
grande tradizione dei re franchi. Anche questa viene istituzionalizzata e
gerarchizzata. Ci sono due punti particolari nel Grand Canal, che ha una
partenza ad ottagono, un centro più “spesso” all’intersezione, e al termine una
vasca ancora più allungata, sempre rispettando la forma ottagonale. Si è
ricorsi a questo per problemi di prospettiva: qui l’osservatore è infinitamente
piccolo e basso rispetto alla vista, ed il giardino deve sfruttare molto i
minimi salti di quota. Gli accorgimenti sono deformare le figure geometriche
per farle apparire più simili a quelle desiderate. Proprio durante il ‘600 ci
sono dei trattati di prospettiva ed anamorfosi nella cultura francese. Ad
esempio nel convento di Trinità dei Monti c’è un paesaggio dipinto in uno dei
corridoi, e guardandolo di sguincio c’è una visione di San Gerolamo sotto un
albero. Luigi intendeva coll’etichetta e con questo meccanismo, impoverire
tutti, e costringerli a dipendere da lui, in una corte che annientava sempre di
più le differenze di nascita e di grado. Il giardino era sicuramente una delle
componenti di questo gioco. Due cipressi finali costituiscono le colonne
d’Ercole, in quanto la vista non può andare oltre. Apollo era protettore delle
arti, e il Re Sole voleva farsi riconoscere come suo alterego. Lo stesso re
scrisse una breve guida su come accompagnava gli ospiti nel giardino. La
Galerie des antiques è un museo all’aperto con statue e fontane, superfici a
selciato, ghiaino molto sottile (rullato tutto i giorni per evitare la crescita
dell’erba) e spalliere verdi. Immaginando le siepi come muri, gli alberi come
colonne, si ottiene una sorta di palazzo di verzura, un prolungamento vegetale
del palazzo vero e proprio. Questo processo di sottomissione non passò
inosservato neppure al tempo, ed c’è chi scrisse che “La violenza perpetrata
alla natura disgusta senza rimedio…”. C’è un ingrandimento del palazzo di
origine, in gigante, un salto di scala. La palazzina del Gran Trianon, viene
inglobata nella reggia, l’architettura parla sempre lo stesso linguaggio.
L’ultima reggia in ordine di costruzione è il castello di Marly, luogo nei
dintorni di Versailles, che il re vuole rendere residenza reale, dove soltanto
pochissimi possono essere ricevuti, prima col solo padiglione del re, poi
dodici padiglioni laterali, ed al centro della corona di apostoli sta un grande
specchio d’acqua che poi degrada. Un intero fiume venne deviato per portare
l’acqua a Versailles, con manovre militari enormi. Alla fine il re, stanco del
grande e della follia, decise di rifugiarsi a Marly. L’eremitaggio venne via
via ingrandito, nonostante il luogo fosse all’inizio un vallone stretto e
chiuso, senza vista, ed è stato demolito e trasformato. Ironico che il re
cercasse proprio un luogo dove non poter compiere altre insulse e folli opere
di trasformazione. In delle tavole a colori viene raffigurato il giardino in
alcuni scorci. Qui le siepi formano ancora un’architettura, formando semi
colonne e volte. “L’acquedotto” è una vera invenzione paleo-industriale, basato
sul mulino ad acqua, in cui un intero braccio del fiume veniva convogliato nei
giardini, da meccanismi in legno e metalli che richiedevano attenta e costante
manutenzione. Le ruote creavano la pressione per i giardini, ed una annaffiava
costantemente gli ingranaggi per evitare gli incendi, dovuti alla “corrente del
fiume” che in momenti di forte intensità poteva creare scintille negli
ingranaggi.
Ci
sono due famiglie: una più legata allo sperimentalismo dell’opera di Borromini,
ed una più ufficiale e classicista che si rifà all’opera di Bernini. Si formano
delle vere e proprie correnti intitolate ai due architetti, a testimonianza
dell’ideologia dell’artista di turno.
Ha
saputo andare oltre, creare cose nuove rispetto ai due, ed ha operato molto in
Piemonte, in particolare a Torino. Era modenese, ed entrato nell’ordine dei
Teatini, frati impegnati per l’istruire, ha viaggiato molto, osservando molte
forme dell’architettura. E’ un padre religioso molto attento al dibattito
contemporaneo dell’architettura, conosce anche forme diverse come i residui
dell’architettura araba e normanna. Ha prodotto anche un progetto per una
chiesa di Lisbona, ed una di Messina, distrutta nel famoso terremoto. Si
distingue come un grande filosofo, e scrive di molte arti e molte scienze, cosa
che gli permette di affrontare l’architettura con una forte solidità,
addirittura di scrivere un trattato di architettura civile. Al suo tempo non
avrà una grossa diffusione, perché verranno diffuse solo le tavole, mentre il
testo “apparirà” solo nel 1730, ad opera di un suo allievo. Avendo solo le
tavole la complessa teoria guariniana non “spaventa” gli altri architetti del
tempo. Ha messo nella sua opera una grande profondità di comunicazione, con
significati stratificati. Vedendo questo palazzo bisogna osservare che il mondo
di Borromini è lontano, come invenzione degli ornamenti, è meno filologico e
meno raffinato, ma riesce particolarmente bene nel concepire degli spazi,
aiutato dalla sua formazione matematica, da concezioni dell’universo cattoliche
errate come quelle geocentriche che difende da conservatore, ma
nell’architettura è un grande innovatore. Il palazzo è quello fatto costruire
dal ramo cadetto della dinastia Sabauda, che poi diventerà quello regnante. Il
coronamento così estroso, è un completamento ottocentesco, basato su una tavola
del Guarini. Da ciò capiamo che nei trattati rappresentava proprie opere, come
Palladio e Serlio. Il coronamento verrà aggiunta da Carlo Ceppi, nel periodo di
Vittorio Emanuele. Vediamo tantissime invenzioni, uno schema a doppio ordine,
dorico e corinzio sovrapposti, con una conformazione molto flessibile della
parete (ricorda il progetto del Louvre di Bernini), ritmo binato su due livelli
(richiamo alla tecnica compositiva della tecnica francese), intersezione di
ordini ai due piani, inserto centrale che chiude quasi il buco, con due edicole
sovrapposte, una di ordine dorico, e una di ordine composito, che sorregge un
architrave che prosegue come marcapiano di un mezzanino. Ci sono delle
citazioni del Borromini, la convessità centrale e la nicchia, il timpano in
curva che va a stagliarsi in un arcamento della trabeazione superiore quasi la
spingesse, altro elemento che può derivare da Borromoni. Nei fregi e nelle
cornici troviamo molti elementi, qui realizzati in mattoni, che non riusciamo a
ritrovare in architetture precedenti. L’architrave dell’ordine inferiore
potrebbe risalire ai dentelli del teatro marcello, come le nervature in rilievo
superiori potrebbero derivare anch’esse da qualcosa di precedente. Al di dietro
del frontone c’è una scatola cilindrica o ovale, ci lascia intendere che dentro
al movimento di masse, c’è un nucleo generatore, con cupola protetta da
tiburio, e giochi di luce ora persi. All’interno poi il salone sporge per metà
nel giardino del palazzo, come in Francia. Ai lati del salone, partendo dal
vestibolo ovale, partono delle scale, scale in curva con gradini prima
convessi, pianerottolo intermedio come riposante di forma ovale, poi gradini di
forma concava. C’è un aspetto percettivo che cambia moltissimo nella scala,
dove la prima rampa dà un senso di fatica e ripidità, mentre la seconda è più
invitante. All’interno del salone ci sarà il primo parlamento italiano,
facendolo diventare una reliquia della nostra storia nazionale.
E’ collocata in un lotto molto stretto e particolare. Sceglie una pianta centralizzata, con un altare posto in un ambiente accessorio, una pianta a doppia centralità che risolve i problemi della longitudinalità. C’è difficoltà a cogliere il disegno della pianta entrandovi, tutte le cappelle con cupole, ospitate dietro delle serliane, tutte decorate con arcone, con le diagonali traforate, una spazialità molto complessa, sorretta da colonne libere in pietra monolitica, con ribattiture (?) (riempimento della scanalatura fino ad un terzo del fusto, qui utilizzato ironicamente ?). C’è una cornice architravata, una cornice su cui è eliminato del tutto il fregio. Con la nostra percezione ci vuole stupire, convincere della sua possibilità non solo architettonica ma anche ingegneristica, e basta alzare lo sguardo verso le coperture delle cupole di San Lorenzo. La cupola sull’altare maggiore è più bassa di quella sull’aula. Quella sopra l’altare più semplice, quella dell’aula più complessa, con archi intrecciati riprese dall’architettura araba in Sicilia. Utilizza una foratura della cupola mirata a catturare più luci possibili, con forature su sei livelli, tutte di forme differenti, dalla base della cupola alla lanterna. Porta queste possibilità di apertura dalla scatola alla cupola “sono la parte più importante dell’edificio, e rendono l’interno prezioso e nuovo”.
Cupola
della Cappella della Sacra Sindone, Torino.
Guarini
si trova ad operare fra due luoghi molto simbolici, il palazzo sovrano ed il
duomo della città, e deve alloggiare la reliquia più importante della
cristianità. Ora l’incendio è stato generato dal ponteggio pel restauro appena
finito. Unica situazione della storia in cui esisteva tanto combustibile
all’interno dell’edificio. Ci sono due rampe con gradini convessi, per la
salita dal piano del duomo, da dove si vede un arcone in curva, dall’alto in
basso, e permette alla famiglia reale di entrare direttamente al livello della
cappella. Crea uno snodo circolare fra scala e cappella, una cerniera spaziale
che funge per il cambiamento dell’assialità del percorso, cerchio con ritmo
ternario delle colonne che salvano la simmetria compositiva, col motivo del
triangolo equilatero inscritto nel cerchio e che a sua volta ne circoscrive
uno, sono le figure base della composizione. Guarini crea una sorta di cappella
sepolcrale, usando una pietra scurissima, un marmo nero del Piemonte, di una
vena attualmente estinta. La cellula spaziale più piccola compenetra e
partecipa in quella più grande, costruita sullo stesso gioco compositivo. Col
progressivo esaurimento della vena più nera della cava e conseguente immissione
in cantiere di pietre più grigie che nere, crea un meccanismo per sfumare dal
basso verso l’alto, dal nero più scuro al grigio più chiaro. Ne deriva
un’immagine vertiginosa, di una cupola sempre più chiara verso l’alto,
materializzando nuovamente l’infinito in un edificio. Diventa innovativo
creando dei cerchi tangenti, creando giochi di rotazioni di esagoni, quasi un
disegno ad alveare, ripetuto sette volte, che infine crea una calotta. Si
innalza oltre la cupola del duomo di Torino, come testimonianza della presenza
dell’importante reliquia. Non può caricare eccessivamente i muri poggiando
sulla cripta del duomo di Torino, e decide di creare una struttura molto
leggera, ricorrendo ancora alle scelte degli architetti gotici, “potendosi
permettere” questa altezza, ancora più elevata grazie al gioco della luce. Come
architetto afferma che “la posizione dell’architetto non si deve riferire solo
a Vitruvio ed ai suoi traduttori come Vignola”. Il suo stimolo viene raccolto,
grazie alle sue tavole. Vengono poi costruite molte altre chiese, in un certo
senso ispirate alla sua opera, da vari architetti: Duomo di Carignano
(Benedetto Alfieri) Santuario
di Vallinotto (Vittone)
Santa
Maria di Agliè (Vittone) Chiesa
Parrocchiale di Strambino (Vittone)
Santuario
di Mondovì (Vittozzi, poi Gallo) Chiesa di
Grignasco (Vittone)
Santa
Maria di Bra (Vittone) Chiesa
della Basilica di Superga (Iuvarra)
Consolata
di Torino (Guarini)
In
tutte queste piante è sempre assicurata la longitudinalità liturgica. La Pianta di Bernardo Vittone è un
riferimento alla complessità del barocco romano, e pubblica nel 1731 un omaggio
al suo predecessore. L’architrave è deformato per rafforzare l’esperienza
spaziale. La forma esagonale è da sempre considerata una delle più perfette, in
tutti i trattati, perché derivata dalla natura. Crea un senso di rotazione.
Sempre Vittone in una chiesa a Torino, Santa Maria di Piazza, c’è una soluzione
del pennacchio innovativa, scava il pieno murario del pennacchio, creando una
sfera riconoscibile nella muratura, impostandoci sopra delle finestrature e
degli archi di compensazione. La fonte della creatività non deve avere
limitazioni, deve essere libero di creare. C’è un dissidio fra classicismo e
barocco. L’architetto abbandonando la scia del barocco e della libertà creativa
va sull’altro “versante”, come Filippo Iuvarra nella Basilica di Superga.
Iuvarra acquisito un patrimonio di classicità, particolarmente ligia ai
precetti del rinascimento, viene addirittura chiamato dal Re di Spagna che gli
fa costruire il palazzo reale di Madrid. E’ un grande inventore di decorazioni,
era un argentiere, abituato a cesellare, incidere, a creare preziosi dove la componente
di progettualità è fondamentale, come oggigiorno il design. Crea un Pantheon
mescolato con la cupola di San Pietro, con due torri gemelle sui fianchi,
vicino ad un convento, dove i Savoia decidono di fissare la sepoltura
dinastica. Il convento, gestisce e protegge la chiesa ex-voto. La componente
volumetrica è da pensare ad una visione distante, guardandola da Torino. Al
Pronao si arriva con delle scale dal piazzale, c’è una luce centrale, con
colonne libere il cui ordine prosegue con colonne quadre e lesene in tutto
l’edificio. Ordini sovrapposti, archi inquadrati, colonne libere in diagonale
sui campanili, soluzione michelangiolesche. A Roma Santa Maria ad Martyres
viene utilizzata per la sepoltura degli artisti famosi, come in Francia il Pantheon
ospita gli uomini illustri della patria. San Luca è molto meno scenografico,
basato sui volumi sovrapposti.
E’
situato a ridosso del castello, vicino alla porta romana della città. Parla un
linguaggio vitale, con un basamento bugnato, ordine superiore con aggetti
trabeati, quasi come Versailles. Buona parte del volume è occupato dalla scala
a doppia forbice, denota l’importanza nel barocco dell’elemento scala (per
l’Alberti era uno “spreco”), mentre ora viene utilizzato per funzioni di
cerimonianza e rappresentanza. L’etichetta prevedeva addirittura una sorta di
balletto, a seconda dei gradini che discendeva il padrone di casa ricevendo
l’ospite. E’ una scala imperiale, con pianerottolo comune e due rampe di
ritorno, tipologia molto monumentale compressa in un ambiente esiguo, ma
riscattato dalle decorazioni, con “conchiglie”, quasi cesellate come
argenterie. Vediamo in cima delle luci, degli inviti alle sorprese che ci
attendono nella parte superiore.
L’intero
ambiente è rivestito di lacche cinese originali, difficili da recuperare,
incastonate in una muratura ricchissima d’oro zecchino, con un pavimento ad
intarsi geometrici. Con quest’opera l’architetto dimostra la padronanza di
tutti i livelli dell’architettura, dal paesaggio al dettaglio degli interni.
L’elemento
centrale del cervo funge da cerniera spaziale, e ci annuncia il grande salone
di partenza come fulcro istitutivo, poi gli ampliamenti via via maggiori.
[Nei
libri abbiamo sempre una Data Topica ed una Data Cronologica.]
L’edificio
deve necessariamente distinguersi da quelli della chiesa romana, essendo il
luogo di culto dei cristiani che si definiscono anglicani, e non riconoscono
una guida spirituale nel pontefice, ma solo nel sovrano britannico.
L’architettura segue un po’ le tendenze europee, declinandole con dei
riferimenti alle architetture gotiche e normanne precedenti. Le torri gemelle
sono inglobate nella facciata da Sir Christopher Wren, con attenzione al
classicismo, elementi francesi (colonne libere binate), e delle conformazioni
nei campanili, nella cupola, nella verticalità che non troviamo assolutamente
in Italia. La grande cupola si colloca nella metà della navata principale,
(come nella chiesa dei santi Martina e Luca di Cortona), definendo una sorta di
croce greca. La cupola cerca di recuperare l’idea di Bramante col tempio
periptero.
L’imperatore
d’Austria fa costruire una chiesa alla periferia di Vienna, Karlskirche, San
Carlo, da Fisher Von Erlach, architetto tardo barocco che come altri propende
per la classicità, in particolare in questa occasione dove l’imperatore degli
Asburgo ha bisogno di un linguaggio estremamente romanizzato. Pone due colonne
coclidi davanti all’entrata, dove sono raffigurate le gesta del Santo. Antica
anche la tipologia del pronao con colonne libere, con citazioni dal barocco
romano ed austriaco. Notiamo poi la configurazione molto mistilinea di queste
torri, un’evoluzione del centro Europa. Dove ci sono poteri forti
l’architettura segue la tradizione. Sempre nel palazzo di Corte, sede
dell’imperatore, costruisce una splendida biblioteca, con grandi arconi e volte
a botte e crociera, finestroni per illuminare la collezione di ori etc… Vengono
poi collocate statue degli imperatori, dei letterati illustri, facendone il
tempio del sapere del principe. E’ una delle prime grandi sale da biblioteca costruite
sulla scia dell’Escorial. A Dresda, capitale di uno dei tanti staterelli della
Germania del tempo, si sceglie delle forme più vicine alla linea sperimentale
del barocco. Daniel Poppelman costruisce il Zwinger, una struttura funzionale
per il recupero delle piante dei giardini, si trasforma e si ingrandisce, dove
facciamo fatica a riconoscere veri schemi classicistici, cariatidi
nell’ingresso che si tramutano in qualcosa più scultura che architettura. A
WürzBurg per un’altra corte tedesca troviamo un salone delle feste, di Johann
Balthasar Neumann, esempio di
tardobarocco per il principe vescovo del posto. I legami con la chiesa
erano anche qui utilizzata per risolvere i problemi di ereditarietà. A
Residentz, WürzBurg, nel 1719, le facciate si gonfiano, comunicando oramai una
cultura internazionale del tardo barocco. C’è uno scalone strepitoso col cielo
finto affrescato dal Tiepolo. Gli angeli sollevano delle cortine di stucco e ci
mostrano degli episodi della casata, pittura ed architettura si fondono, si
preferiscono i toni chiari più luminosi rispetto al barocco carico romano.
Sempre
Johann Balthasar Neumann crea una pianta “difficilissima” da concepire entrando
nella chiesa, con segmenti curvi di ellissi e cerchi compenetrati, come nella
lezione guarianiana. C’è una grande macchina d’altare al centro, una
straordinaria zona presbiteriale, tutto completamente curvo, non più
monumentale all’antica, finestre in abbondanza (forse un richiamo al gotico?),
di gusto tardo barocco internazionale, testimone della situazione paritetica
fra le arti.
Gli
architetti Cosmas Damian e Egid Quirin Asam dal 1733 costruiscono a loro spese
questo edificio consacrato ad un santo buttato da un ponte, povero martire, che
per questo diventa protettore dei ponti. Lo troviamo inginocchiato
all’ingresso, su una mensola che richiama la forma arcuata di un ponte. Edicole
sovrapposte, oculo dentro il frontespizio, con conformazione vagamente
triangolare. C’è un disegno mistilineo che si adatta al grande cerchio, (come
nell’Oratorio dei Filippini), c’è qualcosa che preme e spinge la facciata e
l’infisso. Fra l’altro è il primo infisso/serramento che segue la curva. Solito
richiamo evidente all’integrazione di tutte le arti. Tutti finti marmi dipinti,
ed alla base una roccia come col Bernini, simbolo quasi di scogli sui quali
viene costruita la chiesa. Siamo nella Baviera, la zona cattolica della
Germania, una zona di frontiera che era maggiormente impegnata nella lotta al
protestantesimo.
E’
un santuario di forma ovale longitudinale, dove sembrano fondersi Bernini e
Borromini, con un sacello per l’altare maggiore, ed una macchina d’altare con
San Giorgio che uccide il drago, sapiente scena tecnica, che ci permette di
mettere nella scena degli angeli e la madonna sopra in controluce, in una
percezione atmosferica indistinta. C’è una grande luminosità, con colori
pastello, poi una grande oculo che
interrompe la cupola, nuovamente affrescata, arricchita da una corona sostenuta
da angeli, come in San Carlino. Dimostra una notevole capacità di padroneggiare
tutto il repertorio del barocco romano.
Siamo
all’estremo limite della Cristianità Europea. La cattedrale romanica nel corso
del tempo viene arricchita di forme gotiche, e la facciata del ‘700 è di
Fernarndo De Casas y Novar. Riuscire a commentare il risultato è quasi inutile…
si cerca il grande schermo per accogliere il pellegrino. Due torri gemelle
(normanno/gotiche) ed un tripudio di decorazione barocco, qui l’ornamento va a
coprire completamente la struttura della composizione, rimangono solo delle
colonne libere. Vediamo poi compenetrazione di ordini, arco siriaco,
trasparenze in controluce. Si descrive un mondo lontano dal barocco europeo,
serve per capire che in molte zone di frontiera succedono cose bizzarre, con
influssi di ogni dove. Una composizione
rutilante di luci e di forme, il famoso trasparente della cattedrale di Burgos,
da Narciso Tomé, portoghese, creando una sorta di scenografia fissa di stucchi
e marmi, cornice spettacolare, eventi sceno-tecnici applicati per una maggior
sorpresa del fedele, con episodi così fioriti.
Ma
in Spagna abbiamo anche episodi di classicismo sfrenato, come per il progetto del palazzo reale a Madrid
da parte di Filippo Iuvarra. Si richiama al Louvre, a Versailles, ci ricorda
un’architettura molto francese, essendo il committente un re del ramo cadetto
della corona borbonica di Francia. La guerra dinastica è stata appunto vinta a
spesa degli Asburgo da Filippo V. Per questo costruisce una “copia” dei palazzi
francesi, con qualche aggiunta spagnola. L’architetto si riferisce sempre in
modo scrupoloso alla committenza, e tutto deve essere molto consapevole per
scegliere modelli e stili.
E’
stato il maestro di Filippo Iuvarra. E’ un prudente amministratore dell’eredità
berninana, progetta una facciata curva, leggermente concava, dove per trovare
il barocco dobbiamo riconoscere l’addensamento delle forme verso il portale, il
timpano dell’edicola si spezza e va a sostenere una finestra, un omaggio alla
forma architettonica senza funzione. In alto un arco tagliato nel muro, che
sottolinea l’andamento piramidale della chiesa.
E’
commissionata dalla Francia, Luigi XIV paga per realizzare un raccordo urbano
dove prima c’era una scarpata, per collegare la chiesa a Piazza di Spagna. Fra
il 1721 ed il 1726 Francesco De Sanctis con Alessandro Specchi costruisce
un’opera dove le rampe citano tutte le possibilità della scala, dal
rinascimento in poi, ed aderisce alla componente borrominiana. Si dice che
l’ispirazione venga da un’altra scalinata nel Porto di Ripetta (il porto
fluviale di Roma, in quanto il Tevere era navigabile fino al '700), che oggi
non esiste più.
E’
ora in Vaticano Papa Clemente XII Corsini, che accoglie a Roma numerosi artisti
toscani. Vince il concorso Alessandro Galilei, che come raccomandato di ferro
utilizza un linguaggio gradito ai Corsini: credenzone, declinando una sorta di
facciata di San Pietro, ordine gigante, che si infittisce al centro, fa
edicola, loggia delle benedizioni pontificia. Schema grandioso, senza tempo, e
si ritorna sul classicismo, negli anni in cui si scoprono Ercolano e Pompei.
Viene
costruita da Nicolò Salvi. E’ collocata su una facciata del palazzo, che si
trasforma nella distribuzione pubblica, con l’acqua che viene dall’acquedotto
romano antico. Notiamo lo stile ionico che regge una trabeazione contratta, la
posizione centrale di Nettuno, ed un dorico che si trasforma in lesene.
La
famosa villa Pisani a Strà viene
costruita sempre sugli esempi del Palladio, anche l’architettura fa i conti col
passato del territorio.
Carlo
Francesco Dotti voleva che la collina “proseguisse” nella chiesa, passando
dalle forme naturali mutate in artificiali, mentre ora l’effetto è rovinato dal
piazzale che è stato realizzato. Nella parte superiore vediamo una forma
geometrica pura, anche in questo caso quello che più contava era la visione da
lontano, e tutta la macchina è concepita perché la chiesa si veda solo da
lontano o da vicinissimo. Costituisce l’unico fronte monumentale della chiesa,
che corona sopra la collina del colle della guardia. E’ una scelta del legato
che ha in gestione il territorio dalla commissione pontificia, sempre con
chiari ritorni d’immagine. I Bolognesi hanno accettato il “soave gioco della
chiesa”, e la città è gestita dalle famiglie senatorie, ed ogni anno viene
eletto un gonfaloniere. I Bentivoglio che avevano tentato di instaurare una
signoria erano stati cacciati ed il loro palazzo distrutto. Al momento dell’elezione
del gonfaloniere c’è naturalmente una grande festa. Uno dei privilegi delle
famiglie di appartenenza del gonfaloniere era quello di murare il portico sulla
via, come segno distintivo (?).
La forma definitiva a croce greca del Dotti è di fine
1700. La pianta a croce greca è deformata e schiacciata sui lati lunghi (vedi
il San Carlino di Borromini, Santi Luca e Martina di Pietro da Cortona). V’è
l’ordine composito, che ricorda l’arco di Trionfo, con toni bianco e oro che
trasmettono purezza e gloria. Il linguaggio è vicino a Borromini anche per la
semplicità del materiale. L’edicola mariana presenta un ordine corinzio,
metallo dorato, marmi policromi (tradizione ereditata da Raffaello a Bernini).
In particolare dal Raffaello v’è lo smusso angolare ma solo a livello della
trabeazione. L’attico superiore, il V ordine della finestra, il VI della
cupola, il VII del lanternino sono di un architetto tardobarocco. Ovunque la
parete è curva, testimonianza dello spazio intorno che preme. Gli arconi principali
del transetto e minori per le cappellette, in ordine ionico. I 666 archi dai
quali è costituito il portico potrebbe essere un’immagine di Maria che
schiaccia la testa del serpente, con la basilica sopra il portico, MA i
cattolici non sono assolutamente superstiziosi, e quindi si tratta di un puro
caso.
Verso la fine dell’anno 1000 una
giovane benestante (Angelica) si fa suora e viene a pregare nella cappella
dedicata a Maria su questa collina. Come segno di riconoscenza il vescovo le fa
dono di un’icona di Maria. Nel periodo della pioggia incessante (1400) tutta
Bologna pregò davanti all’immagine (che fu spostata per una settimana) e la
pioggia finì… Cominciano i pellegrinaggi, fu costruito il portico (il più lungo
del mondo!) che è la parabola della vita (cristiana cattolica): dopo la croce
c’è la basilica che è la Gerusalemme celeste. Dopo la morte LA PRIMA PERSONA
CHE VEDREMO E’ MARIA perché per tutta
la via abbiamo pregato per questo. Come ora… Girate il santino omaggio ed
intoniamo la preghiera. Le icone (create dagli ortodossi) sono realizzate da un
monaco che ha digiunato per 40 giorni e 40 notti, poi dipinge e per il quale
non ha importanza l’ideale di bellezza.
Rosario
Gagliardi la costruisce tra il 1746 ed il 1766. Si tratta di un barocco
inventivo, con molta enfasi plastica, ribattiture, dimostrando una notevole
capacità degli scultori con una grande valenza urbana. La soluzione consiste
nell’aggiungere a una facciata basilicale a due piani un terzo piano, più
stretto, che accoglie le campane. La direttrice verticale è accentuata da
gruppi di tre colonne libere sovrapposte, che creano anche un movimento
dinamico verso il centro della facciata.
Rococò
Jacopo
Martello scrive in questo tempo un trattato, “Il vero parigino italiano”.
Critica con veemenza i palazzi signorili italiani, dove d’inverno si muore dal
freddo, d’estate si stazione in camerini polverosi frontestrada. Oltre a questo
non si cura l’igiene, gli infissi sono di pessima qualità mentre non è
necessario che gli arredi siano obbligatoriamente sfarzosi, ed i cortigiani si
ammalano facilmente. Nel 1718, pochi anni dopo la morte di Luigi XIV, parte
della nobiltà può rientrare a Parigi durante il regno dell’Orleans. Viene
pubblicato nel 1691 un trattato di “D’Aviler”, che riporta una pianta di hotel
“tipo”, un buon esempio da seguire. Nel fronte strada troviamo gli appartamenti
del custode, ed ai lati le scuderie, sopra di essi una terrazza praticabile.
Tra le rimesse delle carrozze e gli appartamenti troviamo tre latrine
affiancate, forse residuo della romanità e del desiderio di colloquiare durante
queste funzioni. All’interno e a lato i vari appartamenti, dato che gli hotel
contengono famiglie numerose, si organizzano dei nuclei “autosufficienti”.
Alcuni appartamenti per esempio hanno un antigabinetto privato sulla strada, e
sono serviti al pianterreno da numerose scale, ben curate, ma non da cucine,
che si trovano al livello inferiore. Queste sono rischiarate da luci a “bocca
di lupo”, ed anche i seminterrati sono divisi secondo lo schema superiore, con
cucine singolari per ogni appartamento, in modo da permettere una salita veloce
del cibo (grazie alle scale nascoste che non proseguono gli scaloni nobili) e
soddisfare le esigenze singolari dei componenti della famiglia. Superiormente
vediamo naturalmente dei saloni, la galleria e la terrazza già citata. Cosa
importante della pianta è la saggezza distributiva, con molti passaggi e
ritagli di muro. Dopo 80 anni ritroviamo un esempio simile nell’Encyclopédie.
Vediamo poi un esempio di hotel dell’architetto Jean Baptiste. Franque a
Viviers, che sfrutta ottimamente un lotto irregolare, in particolare nel piano
superiore dove si realizza un mirabile incastro-mosaico di tutti gli ambienti.
In
questo periodo vediamo come inizia a essere importante il problema della
distribuzione degli ambienti, e quelli a loro collegati come comfort,
arredamento, etc… Si assiste alla codificazione, al perfezionamento, allo
sviluppo di una più sensibile modalità della disposizione degli appartamenti:
c’è una “polemica” che circola in Europa, vertente sul considerare la comodità
come cardine delle nuove abitazioni. E’ dalla Francia che parte questa
riflessione, in quanto anche al tempo la principale potenza si poneva come
modello per tutti gli altri regni, le sue arti e le sue “edilizie abitative” si
espandono nel resto del continente. Anche Pier Jacopo Martello ci mostra come
la penisola sia percorsa da questo spirito di emulazione con la sua principale
opera.
Il
Petit Trianon è un regalo a Madame de Pompadour, dove si
costruisce una piccola Versailles. Siamo in un periodo di transizione, nel 1750
Luigi XV cerca infatti di mutare il proprio stile di vita. Dopo il periodo di
Filippo d’Orleans, con lui riprende a vivere la corte, ma non si adatta a
vivere come il suo bisnonno. Fa costruire il petit appartement,
non al centro della reggia dove dormiva il ReSole, ma più distanziato. Si
comincia a vedere anche nel rango più alto della società una distinzione degli
spazi, esattamente come negli hotel parigini, tra quelli abitativi e di
rappresentanza. Il Petit Trianon è un rifugio per gli amori del
re e della favorita, con tre livelli e terrazza praticabile. E’ un cubo, un
dado architettonico, costruito da Ange- Jaques Gabriel, in un linguaggio non
dissimile dal ‘600. Ha una parete lineare, colonne corinzie quasi libere, a
misura d’uomo, enfasi retorica (i prospetti visibili da lunghi viali).
All’interno assistiamo ad una riduzione degli ambienti, che diventano più
comodi e gestibili, dove il re si intrattiene in un ambiente più familiare, con
degli strappi all’etichetta. La nonchalance [non curarsi delle regole] fa ora
parte delle regole, ed il comportamento dello stesso Re è una spia di questo
meccanismo. Infatti ha voluto nell’edificio un montacarichi, col quale la
tavola poteva essere imbandita nelle cucine e portata nel salone, senza l’aiuto
di nessun cameriere. Ci si accorge della presenza “fisica” dei maggiordomi, si
avverte nell’altro un’individualità “umana”, quasi pericolosa. Inoltre
permetteva l’arrivo dei cibi caldi. Vengono poi costruiti dei padiglioni nel
parco del Petit Trianon, in questa piccola zona di Versailles. Il padiglione
francese ha una pianta ad X (o a croce di Sant’Andrea), un’angolazione mobile e
rotatoria rispetto agli assi. C’è una maggiore attenzione alla grazia ed
all’attenzione rispetto ai grandi edifici di Versailles, piccolo ma prezioso,
con un arredamento curato nel dettaglio. Scatta nell’osservatore lo stupore fra
il contrasto fra riduzione dimensionale e conservazione del “prezioso”: una
grande attenzione e sensibilità rispetto al “grand goût” del ReSole, che porta
al fenomeno del Rocaille. E’ uno stile basato sulla leggerezza, sulla
frivolezza, coll’intento di rendere leggera, briosa, allegra, ogni decorazione,
basandosi sull’asimmetria delle decorazioni. L’abbandono dell’asse, seppure
mantenuto per le costruzioni maggiori, costituisce un parallelo al cambiamento
dell’etichetta, un’effrazione che diventa quasi una regola.
Dipinto di Gian Paolo Pannini
E’
raffigurato l’incontro fra Benedetto XIV e Carlo III di Borbone, nei giardini
del Quirinale e non nella sala delle udienze. Erano nella in una loggia aperta
su due lati (su giardini e panorama), due stanze laterali, stemma papale,
colonne doriche molto leggere, un bugnato liscio, balaustre. Uno scrigno
architettonico votato esclusivamente al “piacere”. Il regno delle Due Sicilie
in quel periodo doveva pagare ogni anno un pegno, come testimonianza
dell’inferiorità del potete temporale rispetto a quello spirituale, una cavalla
bianca detta “Chinea”. Questo dono era occasione per una grande festa, come
ogni attività rituale, con una grande macchina pirotecnica, affidata ai giovani
dell’Accademia francese, per valorizzarli e risparmiare. Cambiata la reggenza
Luigi XVI e Maria Antonietta, diedero una delle peggiori rappresentazioni
dell’etichetta e del potere sovrano, non riuscendo ad interpretare bene il
ruolo che la storia aveva assegnato loro. Lui molto poco dotato, lei completamente
insensibile ad altro che non corrispondesse al suo divertimento: si rifugiava
sempre nel vecchio rifugio, che fece trasformare secondo il nuovo gusto del
giardino paesaggistico (o naturalistico, o all’inglese). Gli architetti Hubert
Robert e Richard Mique si mettono al lavoro e fanno attecchire questa moda
anche in Francia. Si costruisce il petit hameau [piccolo villaggio, gruppo di
casolari], è una costruzione molto fantasiosa di un villaggio rurale francese,
un microcosmo con mulino, casette, un faro in riva al laghetto, un tentativo di
ricostruzione pittoresca di una realtà idealizzata, talmente idealizzata che
nelle stalle dove la regina e le cortigiane si travestivano da populino, da
mugnaie o pastorelle. Le stalle
contenevano le pecorelle favorite dalla regina, con le mucche strigliate (la
favorita della regina era Blanchette Brunette), come neanche le dame! Tutto
questo era testimonianza di lusso
sfrenato, un’esagerazione che è stato il principale argomento del tribunale
rivoluzionario. Queste persone nascondevano così l’insofferenza, che diventa un
dispendio enorme in termini economici. Con questo processo i regnati si sono
giocati l’appoggio dell’aristocrazia di Francia, che non si sentiva più
legittimata dall’etichetta. E’ appunto la conclusione del “secolo della
libertà” (come lo chiama Jean Starobinsky).
Il
discorso delle tipologie si applica anche agli appartamenti. I “Casini di
delizia” avevano nomi di fantasia, e diventano “ermitage”, “sans-souci” [senza
preoccupazioni] anche negli appartamenti reali entra quindi l’attenzione per i
disimpegni. Nella reggia di Fontainebleau, dentro una grande riserva di caccia
a sud di Parigi, alloggia all’interno di questo castello una della principesse
reali, Marie Adelaide. Ivi leggiamo appunto un’attenzione particolare alla
distribuzione. C’è un grande salone, saletta della livrea, disimpegno per la
scala privata, seconda anticamera con tre porte e camino, salone a doppia
altezza e balconata che gli gira intorno, un grande cabinet, fra seconda anticamera
e camera da letto, grande biblioteca con scansie a muro che inglobano le
aperture ed il camino. Importante la presenza di disimpegni vari, di ben tre
scale, vari luoghi ridotti di dimensione, per evitare il continuo paesaggio e
la frammistione con la servitù.
Boudoire di Maria Antonietta
In
questa cristallizzazione del gusto si è persa la grazia e la leggerezza, il
gusto diventa molto più lineare, c’è una limitatezza dello spazio riscattata
dagli specchi. Sono tentativi per ampliare lo spazio provvisoriamente, che
delineano uno spazio accogliente, con sguincio diagonale che permette di
ricavare delle porte, o in altri permette l’esistenza di disimpegni o corridoi.
E’ una sorta di ambiente, il più intimo, riservato al piacere ed
all’intrattenimento, con un’aura peccaminosa, efficace testimone del ‘700. I
mobili oramai sono “mobili di parata”, da appartamento di rappresentanza, non
con funzione d’utilità. L’unica “funzione” era appunto quella di mostrarsi, e
con loro mostrare il prestigio del padrone di casa. Non erano quindi
assolutamente da utilizzare, e questo è uno dei motivi per cui si conservano
perfettamente, fra l’altro è un’ottima cosa per mobili in oro zecchino battuto.
Sono a tutti gli effetti rappresentazioni di mobili. Come dopo la grecità,
l’ordine passa dall’elemento che funziona staticamente, a diventare una
rappresentazione di sé stesso nella romanità. Non si costruiscono mobili che
vanno giudicati per la loro comodità, ma per il loro “obiettivo”.
Arredamento
Assistiamo
anche ad un grande evoluzione del mobile, mentre prima di questo periodo erano
abbastanza “semplici”, e poco numerosi come varietà. Nel ‘700 nascono delle
specializzazioni di mobili più antichi, conosciute per la loro estrema adesione
ad un singolo comportamento umano. Vediamone alcuni esempi:
Voyeuse: una poltrona, una
sedia con un sostegno per permettere ad un'altra persona di appoggiarsi sullo
schienale, in occasioni di gioco. E’ un’utilità mondana ed estremamente
specializzata.
Bonheur du jour: è un
tavolinetto intarsiato con strani motivi di tazzine, piatte, brachette, firmato
da Topino-Topineau, che deve esprimere la felicità del mattino, definendo una
tipologia che serve esclusivamente per la prima colazione. Ha una forma
arrotondata che si presta bene ad un ambiente, dove i vestiti erano voluminosi
e complessi. Ha una buona gradevolezza visiva, con gambe ad S allungata.
Demi-dormeuse: serve per quel
riposino del primo pomeriggio, dove rimanere semi-sdraiati, è una forma di
ibridazione di mobili di amanti. Aumenta il ruolo del tappezziere, che segue
con le sue stoffe le forme anatomiche, in sintonia col disegno del mobile, come
contributo al maggior comfort del mobile.
Bergère ad oreilles: ha delle
sorte di orecchie, con due parti laterali aggiunte per prestarsi a due usi:
quando essendo posizionata davanti al focolare per non disperdere il calore, e
all’interno della conversazione per “proteggersi” da chi sta dietro, in modo
che non possa vedere le espressioni del viso. L’ospite del mobile, è più
protetto, più comodo, più caldo, sempre con vasto risalto per il tappezziere, a
discapito del mobiliere.
Poltroncine laccate: ne
vediamo degli esempi di Michel Cresson, composta di elementi dipinti con
decorazione anteriore. Una variante è la Bergère alla reine. Sono mobili
molto versatili e molto apprezzati del ‘700, per la loro imbottitura.
Duchesse: rappresentazione di
una dormeuse a due piazze.
Sul
fondo dell’immagine vediamo un paramento, mobile molto diffuso all’epoca, che
separa dalla vista l’ambiente grande, per nascondere un po’ di disordine, o
altre situazioni spiacevoli. Grazie all’attenzione per tutti i saperi anche
l’arte del mobile viene registrata nell’Encyclopédie, sogno ideale di poter
condensare in un libro tutta la conoscenza del tempo, come se per caso dovesse
finire la civiltà in un solo giorno, avremmo la possibilità di rievocarla e
riportarla al punto in cui è cessata.
Scrivania di committenza reale
Non
sono presenti solo oro e lacche, ma anche bronzi. Il mobile non è più affidato soltanto
affidato a mobilieri e tappezzieri, ma anche a cesellatori e scultori
specializzati, ed ognuna di queste professioni è organizzata in corporazioni,
rigidamente regolamentate. Nell’opera vediamo anche “testine” disegnate da
Watteau, in altre opere abbiamo composizioni di artisti famosi come quelli di
Baule, ebanista. Questo dimostra come gli artisti minori potevano comporre
grandi composizione artistiche, con madreperla, stagno, essenze pregiate.
Approfondimento
su SanLuca
“Carlo
Francesco Dotti e l’architettura Bolognese”, A.M. Matteucci, 1969
“Il
Santuario di San Luca a Bologna”, M. Fanti e G. Roversi, Bologna, 1993
Jean
Starobinsky, uno slavo naturalizzato francese.
“La
scoperta della libertà”, Skiraq, 1996.
“L’invention
de la liberté”, edizione francese.
Molte
delle diapositive sono tratte dal libro di Alessandra Ponte, “La storia del
mobile”, Fabbri.
Stile Rocaille/Rococò
E’
una versione del tardo barocco molto leggiadra e svolazzante. Lo osserviamo
bene in questo dipinto di Bauscher, il pittore più rappresentativo insieme a
Fragonard, dello stile di Luigi XV. Gli iniziatori di questo genere vanno
ricercati alla corte di Luigi XIV, e sono vari pittori. Vediamo decorazioni
naturali di ogni tipo che decorano le pareti, con profili dominati dalla linea
curva, forme vegetali e marine. Tutti gli aspetti della natura sono fonte
d’ispirazione, insieme ai motivi esotici, con attenzione agli aspetti più
minuti, nei momenti d’intimità. Nell’analogo boudoir di Luigi XIV, ritornano le
rigidezze della linea retta, della simmetria e della regolarità. Nel dipinto
viene rappresentato una scena “molto settecentesca”, “La consolazione
dell’assente”, dove la dama guarda la miniatura dell’autore della lettera che
sta leggendo. E’ una descrizione degli aspetti psicologici quotidiani, con
animali da salotto, che dimostrano una chiara nonchalance nella gestione della
stanza, cambia il gusto, ma il clima psicologico rimane lo stesso. Nel ‘700 c’è
un accelerazione del ritmo delle mode, accelerazione oggigiorno insostenibile
con mode che si rincorrono ogni pochi mesi. Il ‘700 ha variato incredibilmente
le modalità di coprirsi, cercando di aderire ad una maggiore comodità. Rispetto
ai nostri tempi appare sicuramente un modalità irrazionale, scomoda, ma
rispetto al ‘600 c’è già una semplificazione. Maria Antonietta inoltre inizia a
bruciare essenze, profumare tutti gli ambienti con fiori freschi per allentare
i terribili odori di Versailles. Succedevano comunque cose incresciose, come
quando la stessa Maria Antonietta e la sua damigella furono investite dal
pitale scagliato dalla piano superiore, pare dalla favorita del re. Maggiore
igiene dunque, ma sempre complicati e costosi artifici ad esempio nelle
acconciature. In un brano, Le Camus, architetto decoratore d’interno in stile
rocaille, parla della “moda precedente”: qualsiasi forma era permessa, bastava
“svolazzasse”, v’erano modanature inclinate e contorte, come malattie effimere
e derivazioni del gusto troppo frivole, mentre ora c’è una decorazione attuata
con eleganza, semplice, funzionale, classica. Nel giro dei primi due decenni
della seconda parte del ‘700 si ha un grande cambiamento di gusto. Vediamo ad
esempio questo piano di marmo sulla commode,dove anche il nome ci fa capire
come il mobile sia più comodo di altri, con cassetti molto ampi e scorrevoli,
che predicano un’economia di gesti straordinaria. Questi mobili fanno parte di
stanze disegnate per intero dagli architetti, come si predica dal rinascimento
in poi, per ottenere un “coordinamento” delle varie arti. Proprio nel ‘700 si
riesce a rubare il segreto delle porcellane ai cinesi, il caolino, e si inizia
a creare in Germania questa materia pregiatissima, notevolmente migliore della
terracotta. In tutta Europa si creano per le corti dei laboratori, attivi ancora
oggi, per creare questi oggetti così preziosi: e “risparmiando” sul loro
viaggio dalla Cina. Vediamo degli applique per candele di CapodiMonte, fra
l’altro su un modello copiato da un altro laboratorio. L’Europa si riempie di
gabinetti cinesi, sulla testimonianza di missionari e mercanti, magari
mescolando anche citazioni africane e straniere. Oltre al gusto visivo, il ‘700
ha molta importanza per l’evoluzione dello spettacolo. Proprio il 18° secolo
vede l’avvio di due forme nuove, la sinfonia e la sonata, componimenti
esclusivamente strumentali, come il ‘600 aveva creato il melodramma, così il
‘700 sublima queste due forme di musica pura, non liturgiche o ballabili. Si
tratta di musica “da camera”, creata solo per essere ascoltata.Molti artisti
suonano per il proprio piacere, le classi agiate sono sempre più raffinate, e
la musica fa parte della piacevolezza del vivere settecentesco. Il teatro
evolve, ci sono delle occasioni nei grandi salotti, in cui si può assistere
insieme ad un servitore che passa bevande di conforto durante lo spettacolo.
Guardando qualche pianta di riferimento, proprio ora nasce il teatro a
palchetti, dopo quello all’antica, e si consolida la tipologia: una sala
teatrale divisa in palcoscenico e zona del pubblico (a volte ridotta per esigenze
sceniche), c’è una platea che può essere sgomberata, e dei palchetti, con
entrata sul lato libero del teatro, con conformazione a pettine verso il centro
del palcoscenico, per contenere molta gente su più livelli sovrapposti e
mettere tutti in un’ottima condizione di ascolto e visione. Inizia
l’impresariato, che si presta a pagamento per realizzare ogni tipo di
rappresentazione. Gli architetti sono quindi chiamati a realizzare teatri dove
col minor dispendio possibile sia possibile contenere più gente possibile.
Questo dissidio fra la forma classica/aulica e forma pratica, sarà il grande
tema degli architetti per trovare compromessi alle due esigenze, come il
conflitto fra longitudinalità e centralità. Il comfort entra anche nei mezzi di
spostamento, nelle carrozze. Ora esistono un numero maggiore di tipologie, dove
i nobili vanno a fare “le vasche” per lasciare ammirare le nuove carrozze,
cavalli, livree etc… e con notevole dispendio si pensa anche al miglioramento
delle condizioni di viaggio. Anche l’Encyclopédie pone molta attenzione alla
sospensioni, pensate per limitare le vibrazioni dovute alle strade ed al traino
animale. I fratelli Mongolfier inventano il pallone aerostatico o mongolfiera,
ed anche la conquista dell’aria rende più libero l’uomo del passato. Il grande
fascino renderà più vivaci i pittori ed i decoratori, che descrivono queste
grandi emozioni di massa che rientrano nell’entusiasmo collettivo. Il ‘700
recupera tutta la tradizione barocca dell’effimero urbano, con grande feste di
piazza. In esse v’è grande dispendio di scenografie effimere per poche giorni,
che vengono bruciate dal fuoco nell’ultima tappa dello spettacolo. Nel ‘700 si
diffonde il concetto di igiene urbana, e inizia un grande dibattito per le
fontane pubbliche. Si cerca di portare acqua pulita e corrente per tutti,
compito arduo nell’Europa dell’700. Per la sua grande ricchezza d’acqua, come
per la fontana di Trevi, Roma diventa un modello per lo fontane pubbliche di
tutta Europa, anche in Francia. Un progetto ci mostra, sempre sul modello del
Salvi, questo castello d’acque, un serbatoio idrico sovrastato dal simbolo del
regnante o della municipalità, utilizzabile per limitare epidemie ed altro. La
moda maschile subisce una notevole semplificazione, sottolineando gli arti e
lasciandoli liberi, con pantaloni corti, calve di sete, che mostrano le
“polpe”, e le forme così variegate delle donne sono esaltate. Così ci mostra
l’Inghilterra, William Hogart, pittore quasi satirico (?). Vengono fra l’altro
“criticate” le abitudini e convenzioni del matrimonio e della sfera sessuale,
come i matrimoni combinati. Così nella pittura inglese, francese e tedesca
questa occasione si presta per ritrarre scene che prima non erano temi molto
comuni, come l’infanzia, come situazioni particolari nell’aristocrazia. Gli
abiti dei bambini sono esattamente la miniaturizzazione di quelli degli adulti.
La maggior attenzione all’educazione e maggiore sensibilità ai diritti del
bimbo inizia nel ‘700, anche con mobili in scala (come osserviamo nel quadro
“Le Bénédicité” di Jean-Simèon Chardin,
rappresentante la benedizione della madre prima del pasto). Sono gesti
quotidiani che entrano nell’attenzione della pittura, ed esposti nei salons,
dove i pittori giovani tentano di sfondare. Qui i soggetti piccolo-borghesi
vengono ammirati dall’aristocrazia, a salgono a pari livello di esposizione la
vita quotidiana dei ceti inferiori. I quadri fanno apparire come anche qui c’è
un nucleo familiare degno di diritti come i più fortunati, simili con fortune
diverse, la cui condizione è dipendente dal caso più che dalle effettive
capacità delle persone, con un percorso che arriverà alla dichiarazione dei
diritti universali dell’uomo. In un altro dipinto di Fragonard, “L’altalena”, è
mostrata una natura esuberante, molto rocaille. E’ la piacevolezza edonistica,
che trova terreno fertile nel ‘700, come nella “Ciambella col buco”, dove una
dama gioca con un cagnolino, in posizioni sconvenienti. La passione domina
sull’arte, ed il ‘700 si impoverisce di allegorie. Per la novella illustrata da
Eisen di LaFontaine, proprio nel ‘700 il tema si presta a considerazioni anche
profonde, Marchese De Sade che parla della tradizione del libertinaggio come
una delle applicazioni possibili della ricerca della libertà e della felicità.
Pare si soffra molto di più non potendo inseguire la propria felicità, che per
la sofferenza prodotta dagli altri. Esistono oramai libri di ogni tipologia,
più accessibili, favoriscono la consapevolezza dell’individualità, con
biblioteche ambulanti e libri a nolo.
NeoClassicismo
Per
il rinascimento il concetto di classico era già troppo vago, e si preferiva
dire “all’antica”. Cambia il concetto di classico, da classis [categoria
d’eccellenza] avviene la scoperta vera dell’architettura greca, proprio facendo
i sopralluoghi nella vera Grecia, con un atteggiamento di nostalgia per
l’aspetto della rovina, dell’antichità rovinata dal tempo. Sono contrapposte
due anime (?), una estremamente filologica di un qualcosa che si dava
per acquisito ma invece non si possedeva per niente, si protrae un culto di una
rovina di una civiltà che non esiste più. Che una rovina diventi soggetto si
era visto nel ’600, ma ora l’operazione prende grande impulso, nel dibattito
fra sostenitori dell’arte greca e quella romana, con divertenti equivoci ed
errori di valutazione. Lo stesso Winckelmann, autore di un trattato di
riabilitazione dell’arte greca dove si sottolinea la superiorità della stessa
rispetto a quella romana, non era mai stato in Grecia ed aveva visto solo copie
romane di sculture greche. Nella prima metà del ‘700 era già sovente il tema
delle rovine, anche se a volte poco
filologico, inserendo nelle stesse delle invenzioni rinascimentali. Dopo il
rifiuto del progetto “quasi rococò” di Meissonier, Jean Nicolas Servandoni
realizza in Francia la facciata di una chiesa parrocchiale, Saint Sulpice
[Supplizio]. E’ un portico a due piani con colonne, una trabeazione rettilinea,
archi inquadrati nel secondo livello “linguaggio all’antico”, in un linguaggio
di transizione fra il barocco francese ed il neo-classicismo.
Foto
del “Galata morente” conservato ai Musei Capitolini, Campidoglio. In questo
periodo vengono rinvenuti molti reperti, che sono raccolti in collezione da
grandi personaggi. Il fenomeno del collezionismo si diffonde anche in Francia,
con protagonisti come il cardinale DeSulmy (?), con un hotel pieno di sculture
antiche. Vediamo il suo palazzo ornato appunto da sfingi rifatte in epoca
moderna, testimonianza della sua passione per l’antichità. Non vengono
recuperate solo statue di marmo, ma anche di bronzo e di tutte le dimensioni,
favorendo il mercato antiquario in quanto anche i meno facoltosi poterono così
acquistare reperti, anche se più minuti. Altro importante effetto è la crescita
esponenziale delle frodi, necessitanti di artisti specializzati, per un mercato
molto più ampio. Anche con la mania del Grand Tour, viaggio in Italia come
coronamento del percorso educativo, per conoscere il mondo, aprire la mente. Per
chi si apprestava a diventare parte della classe dirigente era interessante
osservare le caratteristiche degli altri paesi, esportando dei souvenir
originali nei proprio paesi. Una volta tornati in patria molti avevano vere
collezioni, come possiamo vedere nel gabinetto di Sir Charles Towneley,
grande collezionista
d’Inghilterra, che conserva molto
reperti originali e replicati. Molte di queste persone hanno una vera e propria
passione, e sconfinano nello specialismo, diventando degli esperti antiquari. Esemplificativo
il caso di Scipione Maffei, che fa costruire a Verona un museo per custodire
tutti i pezzi delle sua raccolta di epigrafi. Attraverso un metodo molto
rigoroso permette dei grandi passi avanti all’epigrafia, la capacità di
interpretare le scritture su pietra del passato. Il complesso presenta una
pianta ad hortus conclusus (giardino all’italiana conchiuso da recinto),
l’ingresso su piazza Brà (quella dell’Arena), aspetto palladiano, ed infisse
nella stessa facciata delle epigrafi. Immagine tratta dalla “Storia dimostrata
sui monumenti” del 1697 di Francesco Bianchini. Bianchini da archeologo erudito
diverrà poi presidente delle antichità di Roma. Come altri nel fine del ‘600,
si inizia ad interrogarsi sui motivi, sugli oggetti, sugli usi dei “pagani” e
delle popolazioni che hanno lasciato questi oggetti. Per datare questi reperti
c’è bisogno di retrodatare l’origine della specie umana, in evidente contrasto
con la storia biblica, grazie alla scienza che inizia a studiare il passato sui
reperti e non sui libri. A causa dell’interesse generale destato dalle attività
romane, i papi creano delle leggi di tutela per evitare il saccheggio, e delle
istituzioni di controllo, come fece papa Clemente XI. Si inizia a scavare anche
ad Ercolano nel 1738, dove Emanuele Maurizio di Lorena Principe di Elboeuf
aveva dissotterrato dalle campagne dei marmi pregiati, poi portati a Parigi per
suoi utilizzi. Questo “incuriosì” molto il governo borbonico, con Carlo III
(che abbiamo visto nel dipinto di GianPaolo Pannini), insediatosi recentemente
grazie ad accordi europei. Sotto il suo governo, il giovane principe si
dimostra attento alla cultura e mecenate, e permette che “di colpo” in Europa
si trovino i resti di una città distrutta dall’eruzione del Vesuvio. Si ritrovano
sul campo i resti di un popolo parzialmente sconosciuto come quello
greco-romano. Sono i primi reperti greci abbastanza vicini per essere scavati,
e praticamente intatti, case con mobili, suppellettili, dipinti parietali, che
permettono finalmente di osservare esempi concreti dell’arte dell’antichità,
senza doverli ricavare da altre testimonianze. Si scatena una grande guerra fra
chi scava a Napoli e chi in tutta Europa vorrebbe conoscere in anticipo il
risultato. Il regno decide così di recintare gli scavi, senza consentire di
disegnare nulla, e senza poter ritornare sugli scavi se non a distanza di
tempo. Così chiunque sia interessato non può farlo se non in misura
ridottissima, perché il Re vuole pubblicare tutte le scoperte in una grande
raccolta di libri, “Le antichità di Ercolano esposte”, che purtroppo sarà edita
solo negli anni intorno al 1750, a ben 20 anni dalla scoperta. L’Europa si
“agita” con fughe di notizie e di reperti, con molti che commissionano
addirittura furti ed illeciti. Si potranno realizzare anche dei calchi in
negativo dei corpi umani, dove colando del gesso si ottiene un ricordo
volumetrico, momento di “vicinanza” fra uomini di secoli diversi. Da quando
vengono pubblicate le trascrizioni degli artisti fanno compiere una trasformazione
dalle opere originali. Il segno molto veloce dei dipinti ercolanensi si
trasforma in panneggi molto fitti, che diventano il modello per gli artisti del
‘700, con caratteristiche tipiche dell’arte del tempo. Il vero modello quindi
non sarà l’originale. Molti artisti visitano Ercolano, cercando di memorizzare
quanto possibile nella visita e correvano letteralmente a casa per buttarlo giù
a memoria. Il neoclassicismo europeo si basa molto sulla re-interpretazione dei
modelli, più che sugli stessi. Inoltre rivela delle intolleranze, molte opere
ed reperti si dimostrano non gradite ed emendabili. Alcuni eruditi si
occuperanno di distinguere i vari stili nell’antichità e vediamo in questo
busto, scolpito da Basset (?), il conte di Caylus. Con lui in quell’epoca
l’antichità inizia ad essere vista come una realtà complessa, non più mitica o
favolosa. Il conte aveva un grande vantaggio di partenza, essendo un nobile di
altissimo lignaggio, talmente inserito nel mondo che contava a Parigi ed in
Europa che da bambino sedeva sulle gambe del re, senza grosse problematiche
pecuniarie, e cosa importantissima per un antiquario, aveva la possibilità di
utilizzare i lasciapassare degli ambasciatori francesi. Come molti nobili del
tempo non lavora, vive di rendita della pensione a Versailles, viaggia
moltissimo, fino alla Turchia al seguito di un ambasciatore francese, arriva
quindi fine alla sublime porta a Istanbul, e negli anni ‘10-‘20 del settecento
ha l’occasione di visitarla con la Grecia. Forma una rete di corrispondenti in
tutta Europa, anche in Italia, e grazie a questi incartamenti possiamo rivivere
giorno per giorno la vita di questi collezionisti, tutti i sotterfugi, e tutte
le interpretazione erudite. Negli anni ’50 il conte mette insieme una
collezione così grande che decide di pubblicarla, ma non è certo il primo. Fece
similmente Bernard de Monfalcon, che pubblicò una grande raccolta di incisioni
di opere, ma non sue personali, cosa che escludeva una verifica concreta sul
reperto. Il conte invece si permette di pubblicare solo quello che lui ha
visto, controllato, inizia pertanto il “controllo del dato di studio”, sintomo
della mentalità illuministica che deriva in tutta Europa. Il titolo dell’opera
è “Raccolta di antichità egizie, etrusche, greche e romane”, sintomo che per
lui è molto importante distinguere le varie civiltà che danno origine ai
reperti, anche quelle gallico/celtiche. Si vuole pertanto evidenziare le
mentalità diverse che richiedono una diversa spiegazione. Nell’immagine che
inaugura il libro, circondata da rami, sta la visione del cabinet del conte,
con ripiani straripanti di piccoli oggetti. Il conte non era così benestante da
poter comprare oggetti più voluminosi come re o cardinali, e raccogli quindi
oggetti minori come terraglie da cucina, utensili che non interessavano agli
amanti delle arti, un sacco di oggetti minimali, come lucerne, piccole
tavolette funerarie, calzature, etc… Il conte inizia a studiare tutti questi
oggetti d’uso con un metodo ed una passione pari a quelli dedicati alle antichità
maggiori. L’idea è sostanzialmente: “Abbiamo dei reperti, li eleviamo a fonte
primaria della nostra indagine, insieme con le fonti scritte, ed avremo la
possibilità di conoscere davvero le antichità, anche dal punto di vista della
vita quotidiana”. Il conte amava molto anche disegnare ed incidere, per
conoscere bene l’antichità nei suoi aspetti materici, dell’uso quotidiano per
raffigurare l’antichità nei suoi aspetti più autentici, dove inizia a fare una
battaglia nell’accademie, per smettere di dipingere dei vestiti senza tempo
“all’italiana” nei quadri illustranti scene antiche. Istituisce dei concorsi
per la migliore testa d’espressione, in quanto anche i sentimenti devono avere
credibilità, una verosimiglianza che deve essere fortemente studiata,
incoraggiando un “tipo” di antichità molto studiata. Vediamo il disegno di una
tomba antica nel regno di Algeri, ricavato da viaggiatori con disegni di una
rovina, un piccolo tempio peripetero. Questa “segnalazione” viene raccolta (lui
era la “calamita” di tutte queste segnalazioni) e la passa ad un suo giovane
collaboratore, Bellicard, che la corregge con le giuste proporzioni. Caylus
spinge per poterlo inserire nell’Accademia delle Iscrizioni e delle Lettere, e
con un fare molto protettivo lo infila in una impresa editoriale
architettonica. Si tratta di un’opera in vari volumi, dove l’architettura
francese è indicata come modello, ed il frontespizio raffigura piramidi
obelischi, etc. Questa passione di Caylus per incidere sull’arte, arriva,
quando fa degli studi sui monumenti dell’antichità immaginando una struttura
del teatro vitruviano, a costruire un teatro girevole che assomigliava a quello
antico. O ad opere tentativi di ricostruzioni “legittime”, come quello pel
mausoleo di Alicarnasso. Caylus si spinge anche più lontano di dove vuole
arrivare la sua capacità di controllo, fino all’Iraq, pubblicando un esempio su
come poteva essere una ziqquart. Sempre all’interno della prestigiosa
pubblicazione troviamo anche rovine indiane, come la pagoda di Chalnembrom,
riproducendo quindi dei modelli prima non attingibili, come la pagoda di
porcellana a Nanchino in Cina, ulteriore esempio della cino-mania del ‘700.
Questa opere come altre fornisce fra l’altro dei modelli molto prestigiosi agli
artisti.
~
Libri per l’approfondimento ~
D.
Watkin, R. Middleton, “Architettura dell’Ottocento”, Electa
S.Pasquali,
“Il settecento e l’antico” (Primo volume), G. Curcio, E. Kieven (a cura
di), Electa, 1998
Vediamo una parure di mobili di LeLorraine, uno fra i tanti protetti del conte, disegna per un aristocratico questi nobili di goût grec [gusto greco]. Sostanzialmente questa moda degli anni ’50 del settecento diventa la tendenza di grido a Versailles e nelle maggiori aristocrazie, basandosi su stilemi greci. Niente fogliami asimmetrici, conchiglie, gambe ad s, un gusto semplice e nobile, il “gusto dei greci”. Grande alleato del conte (seppur non personalmente, anzi si stavano antipatici) è il Winckelmann che pubblicherà nel 1762 le “Osservazioni sull’architettura degli antichi”. Fu un trattato di grande fortuna nell’Europa del tempo, che denotava la superiorità greca come più alta e nobile forma d’arte, ed esaltava il marmo bianco e nitido delle forme di Pericle come le più importanti forme artistiche di tutta la storia umana. Questo fa pensare alla storia idealizzandola, e si perde tutto l’apporto cromatico greco-romano dei templi, producendo una scarna visione depurata. Con tono divertito e sarcastico questo secolo sa anche prendersi in giro, ed in uno scritto rispetto al tono greco, si parla di una casa dove imperversava il gusto greco, tutto emendato in sua funzione, ed anche la minestra era di gusto greco. Questo secolo è appunto di grande ironia e capace di prendersi in giro, superare le mode in maniera molto repentino. Nel ‘700 inizia la contemporaneità, si sviluppa il gusto greco antenato del neoclassico, primo punto di svolta dal tardo-barocco, ma anche gusto che viene imposto dall’alto, caratteristica che ne aumenta notevolmente la fortuna. Assistiamo ad una cesura netta solo sul piano degli oggetti, del gusto, mentre le forme dell’architettura rimangono simili.
Ritroviamo
il gusto greco anche in Italia, a Villa Albani in Roma. E’ costruita da un
parente del Papa Clemente XI, che ospitò fra l’altro ospita il Winckelmann,
nominandolo consulente per la conservazione della collezione, e viene
incaricato di costruire edifici che ri-evocassero l’antichità. Realizza un
esempio di architettura greca, che ora stentiamo a riconoscere per tale, ma
prima approssimazione ad una ricostruzione filologica. Proprio nella culla
della romanità troviamo un’adesione a questo tipo di gusto, quasi un
tradimento…
L’immagine che sta di fianco al frontespizio è la chiave d’accesso alla visione estetica di , dove riproduce una sorta di arredo da giardino (realmente costruito), il traguardo ottico nel giardino delle Tuilerie del Bouchardon. Era un architetto-scultore, uno degli artisti più aiutato e spinto da Caylus. Il conte quando credeva veramente in un artista non badava a scrupoli, ma in cambio pretendeva un’adesione molto convinta a quella che era considerata la nobile e pura semplicità greca. Questo riferimento era naturalmente un po’ fumoso, qualcosa di molto distante dal nostro livello di filologia: c’è oramai un altro mondo, l’arte moderna. Essa utilizza delle licenze-deroghe rispetto ai codici dell’antichità: su un piedistallo, base di una colonna molto grande, ma interrotta con due fusti che si ricongiungono con l’abaco, e sormontata da una sorta di modanatura con pigna (ripresa dall’antico), elemento naturalistico particolarmente indicato in un giardino. Elementi antichi ma con sintassi totalmente anticlassica. Quando scriverà l’elogio funebre dell’artista scomparso prematuramente il conte darà una sorta di elenco delle doti del suo protetto, le doti che vorrebbero appartenessero a qualunque artista: si è dedicato per la gioventù allo studio dell’antichità, della natura fonte primaria dell’arte, e dei moderni (artisti del rinascimento e del barocco che meglio hanno interpretato la natura). Anche il rinascimento viene rivalutato, entriamo in quello che può definirsi una sorta di atteggiamento eclettico, che da ogni cosa trae il meglio per farne qualcosa di nuovo. Caylus racconta come un artista può arraffare quello che vuole dal passato, essendo così in grado di fare “meglio”, col criterio fondamentale dettato dal gusto personale, qualità indispensabile e primaria dell’artista. Il tentare di definire questo gusto, ambiguamente e quasi in una tautologia, riferisce questo eclettismo ad una categoria che poi non viene spiegata. Sugli esempi migliori si possono spezzare le regole, definendo un modello complesso che si presta sempre ad interpretazioni libere. Non fu certo un grande filosofo, rimanendo incartato su questi problemi. Avviene un ampliamento dei modelli disponibili e delle “indicazioni” sulle preferenze dei gusti. Si sta scoprendo solo in questi ultimi dieci anni che Caylus è stato un personaggio fondamentale ed importante nello sviluppo del neoclassico e dell’arte europea, mentre prima era quasi sconosciuto. Fontana nella Rue Grenelle di Bouchardon, quartiere elegante di Parigi. In questa opera pubblica, fornendo una dotazione che mancava a Parigi, dimostra di aver guardato più a Bernini e a Pietro da Cortona, che a Fidia e Callicrate, e nei dettagli conferma l’adesione decisa alle forme dell’antichità. Osserviamo una conformazioni strigillata dai lati, allegorie dei fiumi ai lati, le varie forme principali di riferimento (?). C’è anche LeRoy fra i protetti del conte, autore del trattato “Le rovine dei monumenti più belli della Grecia”, edito nel 1758. Qui si mettono a disposizione con quote e riferimenti i modelli precisi. L’assenza di base nel dorico, con forme molto più massicce, con entasi esagerate, ci dimostra che si è guardato ad esempi arcaici e primitivi, fonte di ammirazione ed origine del neo-greco, presi dai templi di Paestum, Palmira, Balbech (città ellenistiche recuperate), che ampliano moltissimo il repertorio delle antichità disponibili. A Caylus si rivolgono direttamente i sovrani di stati esteri per segnalazioni di artisti promettenti, per cambiare il volto di capitali e residenze reali dell’Europa. Come si fece a Berlino, sede dei futuri kaiser di Prussia, ai quali viene consigliato LeGeay per costruire la chiesa cattolica di Saint Edwige. Il modello può essere il Pantheon, ma anche Versailles, con archi inquadrati molto più bassi. C’è un momento di “internazionalismo”, dove i regnanti rinunciano alle prerogative dello stile nazionale, e tutto o quasi passa attraverso la figura di Caylus. Altro esempio clamoroso della protezione è Wie, pittore che giovanissimo che rientra da Roma dopo aver meritato il Gran Prix, che con quadri dipinti all’antica, entra nell’accademia dove fa una carriera straordinaria, diventando presidente. Li osserviamo anche nel salotto buono di Madame Geoffrin, signora molto agiata che dava delle conversazioni filosofiche, con antiquari e filosofi, perché sapeva che avrebbero litigato fra di loro. Il conte era riuscito a convincerla ad acquistare dei quadri di Wie, come la venditrice di amorini, con gabbiette e puttini, dipinto con l’encausto. Questa era una tecnica antica che consentiva al pittore di inglobare il colore nella superficie del marmo, riscoperta grazie ad una grande ricerca in cui ha speso anni il conte Caylus, e poi insegnato ai suoi protetti. Quindi non solo ricerca delle forme, ma anche delle tecniche con cui venivano realizzate, grazie all’aiuto del chimico. Queste venivano poi impiegate in hotel prestigiosi, sfruttando nuove tecniche per colpire e superare i colleghi in ogni campo, una sorta di guerra “artistica”. In questo salotto con personaggi influenti, si discutevano le nuove tendenze di gusto e vi partecipava anche l’architetto Jaques Germain Soufflot. Ei costruisce la chiesa di Sainte Geneviève [Santa Genoveffa], la chiesa attualmente chiamata Pantheon, costruita sulla collina del quartiere latino. E’ un’occasione per sperimentare le nuove idee, per sintetizzare due linguaggi, quello greco e quello gotico (la matrice più importante dell’arte francese), arti quasi agli antipodi. All’esterno osserviamo un montaggio di templi antichi, pronao del pantheon, croce greca rinascimentale, montaggio eclettico, sviluppando in altezza i modelli antichi, ed all’interno cerca di raffigurare l’attenzione alla luminosità gotica, scavando le volte, sostenendole con archi liberi, coretti, struttura leggera ed esile, senza archi acuti (forme da superare), superiormente volte romaniche con cassettoni, non con l’opus cementicium, trabeazione piana e colonne libere. Poi si dovettero tamponare le colonne perché stava per crollare, creando dei setti più robusti. L’architettura racchiude il sogno di sintetizzare due linguaggi architettonici e rimane uno dei momenti più salienti, dove i francesi insistono per cercare un loro stile nazionale.
Immagine
delle arti e dei mestieri che omaggiano la verità, nell’avanporta
dell’Encyclopediè. Cochin dice di smettere con queste decorazioni frivole,
dobbiamo tornare all’antico. La corona faceva lavorare molti giovani artisti
provenienti da Roma, che trovano un mercato saturo ed utilizzano tutte le
strategie per trovare committenze, spendendo sulla loro inventiva e
sull’aggiornamento, per essere competitivi rispetto ai colleghi anziani. Questo
utilizzando argomentazioni estetico-filosofiche, a volte poco nobili. Nel 1772
si riflette questo nuovo gusto per le architetture di mondi passati. In questa
tavola delle antichità vediamo gli archi come sono e come erano, con i
tentativi di restaurare gli edifici oramai distrutti. Vediamo mischiati
raffigurazioni ipotetiche di terme, colonne, circhi, mescolanza di edifici
nuovi ed in rovina, o ricostruiti, e li si accompagna agli oggetti d’uso
quotidiano nell’antico. Entrano nell’uso comune riferirsi all’antichità. Wood
aveva fatto i rilievi di Balbech, e con scarsa filologia anche le piramidi
erano filtrate dalla piramide romana vicina alla Stazione Ostiense. Ma “Roma”
non si rassegna all’attacco, e un uomo di origine veneziana, Piranesi, in
origine incisore di rame, si ribella per affermare che l’architettura romana
non ha niente di invidiare a quella greca. Anzi essa è ricca di invenzione,
magnificenza e grandezza tanto quella greca se non di più, in particolare dal
punto di vista tecnico. Piranesi raffigura la ricostruzione come fosse un pezzo
di antichità romana, cercando di mostrarci come era la Roma imperiale, anche se
producendo un’immagine molto falsa e distorta. E’ interessante che sia un
incisore ad occuparsi di queste cose, che a Roma capisce che uno dei modi per
diventare ricchi e famosi è vendere ai turisti le immagini della città,
contemporanea ed antica. Questi mondi sono uniti dalla sua forma creativa,
nelle stampe di grande formato con le zone più suggestive. Le varie
sfaccettature sono parte integrante di un’unica antichità. Crea scenari
immaginari di antichità ideali ed impossibili, utilizzando una prospettiva
angolare con più punti di fuga, accidentale, molto più coinvolgente. Ei
realizza il sogno (o “incubo”) di un architetto archeologo, riassemblare pezzi
di antichità per creare qualcosa che non è mai esistito nell’antichità.
Piranesi fa anche il mercante di antichità, a Tivoli fa scavare dei pezzi
prestigiosi di vari vasi ornamentali in pezzi, che assembla a suo gusto, e
rivende ai turisti che passano nel suo atelier, solitamente inglesi. Vediamo
nell’immagine un vaso comprato da Sir Ellinton (?) e poi donato, esempio di
come le antichità erano raccolte ed incise in volumi, riprodotte sulla carta e
dedicate agli acquirenti. Erano sostanzialmente oggetti antichi ma di gusto
settecentesco, fenomeno riscontrabile anche nel gusto architettonico, come i
fratelli Cosmas Damian e Egid Quirin Asam che fanno costruire stanze o palazzi
sopra una rovina ed un frammento prezioso. Un atteggiamento eclettico, si
prende sempre il meglio e lo si rimonta con un esito nuovo, ma il materiale è
antico e quindi ha più valore. La mentalità è la stessa di Caylus, anche il
medesimo approccio metodico, e quando diventa famoso gli chiedono di decorare
ambienti interni, come quello del caffè degli inglesi a Roma. Piranesi realizza
una composizione di antichità egiziane, episodio di montaggio di pezzi
dell’antichità. L’unica opera conservatasi è la piazzetta dei “Cavalieri di
Malta”, con chiesetta, un ordine militare con valore di extraterritorialità, in
origine i crociati che difendevano la terra santa dagli infedeli, e vennero via
via cacciati e respinti dal mediterraneo. La sede principale si trova appunto a
Roma, in questa piazza sull’Aventino. C’è un bellissimo giardino che guarda su
Roma, con emblemi della croce di Malta, temi che ricordano la difesa della
cristianità ma risalgono sempre all’antichità, anche Piranesi sente il fascino
dell’antico depurato, “messo in candeggina”. Ultima immagine, un disegno molto
famoso riprodotto ovunque. V’è un signore seduto di fianco al piede di una
statua distrutta, colossale, che poggiando la mano destra sul reperto, si
dispera, china la testa, cosciente che non potrà mai arrivare alla grandezza
dell’antichità. E’ la personale interpretazione del rapporto fra moderno ed
antico, dove Füsslis (?), ha voluto raffigurare il suo personale sentimento del
rapporto con l’antico, lo stesso sentimento di Piranesi, della loro
grandiosità, che tanto l’avevano colpito come per gli artisti del rinascimento
per le quali si scrisse “Quanto fu grande Roma lo dimostra la sua rovina”. C’è
un atteggiamento romantico verso l’antichità, un distacco incolmabile, non si
prenderà più l’antico come modello filologico preciso ma con scarsi risultati,
ma con disincanto romantico. Tutto il settecento è un periodo di preparazione
all’eclettismo programmatico.
Uno
dei caratteri tipici della civiltà occidentale è il “travaso”, dove i mezzi di
informazioni favoriscono questo meccanismo, e come risultato ben il 95% del
costruito è eclettico! Frontespizio dell’edizione nel 1646 “Storia naturale del
Brasile". Dopo un secolo e mezzo dalla scoperta delle americhe gli
scienziati europei in erba iniziano a catalogare un mondo totalmente diverso,
fra usi e costumi pagani, e nuove specie che l’uomo europeo ha bisogno di
“incasellare”. C’è un ampliamento tipologico, ed il repertorio della natura a
cui attingere si ampia. Si pubblicano libri come “Il newtonanesimo per la
dame”, destinanti ad ampliare il livello culturale delle donne. Il quadro “La
lezione di geografia” ci mostra una concezione sferica del pianeta, con
l’attuale distribuzione di continenti. L’atlante rappresenta una maggiore
adesione alla verità geografica, a ritenere l’Europa un francobollo su una
superficie molto più vasta, cosa che produce inevitabilmente un allargamento
degli orizzonti. In questo altro dipinto i primi astronomi stanno osservando la
luna utilizzando un cannocchiale, scrutando così l’infinitamente grande,
l’infinito che abbiamo osservato nel giardino francese. La cultura viene spinta
dalla nuova strumentazione a nuove frontiere. L’allargamento dei confini delle
possibilità di conoscenze,si accompagna alla ridefinizione del concetto di
“natura” nel giardino. Due figure molto importanti sono Alexander Pope
(progettista di giardini) e William Kent. Vediamo il giardino di Pope (di sua
proprietà a Twickenham), dove è stato lui stesso, poeta letterato, a
progettarlo. Ha caratteri di asimmetria che lo collocano in un’altra categoria,
non è un giardino di grande estensione. Al centro v’è il residuo di una
disposizione formale, e sui margini incontriamo dei tracciati che sempre si
distinguono dal verde, ma così irregolari e serpentinati, che suggeriscono un
sentiero naturale in un bosco, che non ama la linea retta. Utilizza alberi e
quinte d’arredo per interessare l’osservatore. Questi elementi non sono più
imitazioni degli edifici, ma utilizzati per una sorta di prodotto ibrido, culla
del nuovo giardino. Questo prodotto con più natura che architettura viene
chiamato giardino all’inglese, ricordandoci che queste denominazioni sono
sempre da considerarsi come etichette di comodo. Kent è un architetto e
scenografo, che come scrive Pope, sa interpretare “l’arte dei giardini come
pittura di paesaggio”, ed anche con scarsa esperienza di giardinaggio riesce
grazie ad un eccezionale senso visivo a liberare il giardino dalle ultime
tracce di formalismo. E’ un protetto da
Lord Burlington, che gli commissiona anche il giardino di Chiswick House,
proprietà presso Londra che viene riorganizzata da un giardino precedente. Kent
comincia a modificare il giardino regolare, dove rimangono alcuni assi ed
alcuni tracciati viari, ma vediamo anche percorsi a serpentina, sinuosi, che
vanno ad inglobare un fiume, seguendone l’andamento. Vediamo la commistione
forte di forme, si vuole condurre per mano l’osservatore, attraverso il
percorso. In questo periodo sarà sempre più difficile distinguere le scuole a
causa dell’”andamento” fortemente eclettico. Verso il 1735 a Stowe nel Buckinghamshire,
nel giardino di Lord Cobham l’architetto paesaggista è William Kent, che
costituisce una delle sue prime grandi opere. Trasforma una piccola valle in
“campi Elisi”, lavorando su una giardino prima realizzato da Sir Jean Vanbrugh
e Bridgeman (che avevano lavorato per il primo visconte di Cobahm, Richard
Temple), e lo modifica con caratteri formali sul perimetro, con viali e
collocazione del castello, un connotato aulico e monumentale. Ci colpiscono gli
specchi d’acqua irregolari, cinte di verde, percorsi sinuosi, gruppi di alberi
isolati, ed i vari gruppi di edifici sparsi pel giardino, una serie di
costruzioni allegoriche e patriottiche per il suo ricco mecenate liberale, fra
le quali il tempio delle Antiche Virtù ed il Tempio dei Grandi uomini inglesi.
Si recupera quello che si può, facendo del nuovo. Un suo assistente avrà un
grande importanza nel giardino paesaggistico, e su sempre scoperto da Lord
Cobham: è Lancelot Brown, detto Capability. Da una lettera del 1764 di
“committenti di giardini”: “C’è un gusto nuovo nel giardinaggio […] ha
l’apparenza della bella natura, e sembra che l’arte non abbia preso parte alla
composizione, […] realizzando qualcosa di molto simile al giardino cinese”. Si
spendono fortune per realizzare e modificare i giardini, che già erano costati
cifre enormi al tempo. La Cina è vista come un paese (sempre in mancanza di
informazioni dirette che alimentavano miti) più giusto, più a misura d’uomo,
anche se certo non democratico. In Europa già nel ‘700 il potere del monarca è
sottoposto ad un patto, c’è un maggiore controllo dei sudditi sul sovrano. I
responsabili del nuovo gusto sono Pope e Kent, i primi a praticare la pittura
nel giardinaggio. Tutta l’arte del giardino è pittura del paesaggio, come una
tela, e si utilizzano gli stessi metodi del pittore di paese. Per riprodurre
con artifici un paesaggio naturale bisogna impegnarsi molto, sempre rifacendosi
al significato di pittoresco. L’architettura parla un linguaggio palladiano,
questo castello di Stowe ce lo dimostra, dove un grande parterre di disegni
geometrici è trasformato in un prato. Questo lascia libera la vista davanti
alla facciata, per la massima estensione possibile, con una sorta di
cannocchiale prospettico, frastagliato, lasciando sul davanti dell’accesso un
grande prato libero. Ci sono due scrittori tedeschi che tentano una lettura
politica del giardino, lettura un po’ forzata, ma con riscontri concreti nella
realtà storica: “Questo giardino non ammette né la linea singola, né il dialogo
particolare, ma afferma l’universalità. Dei pericoli in un prato sono
impensabili, non ci si può smarrire, non c’è ingiustizia, tutti sono trattati
allo stesso modo, sudditi e monarchi, per questo il prato è democratico”.
Quindi non solo una nuova moda nei giardini, ma un nuovo modo di vedere il
mondo. Un’altra spiegazione è quella economica. Molti inglesi hanno amato
Palladio perché erano molto vicini all’aristocrazia veneta di possedenti
terreni che devono investire, con esigenze che si apparentano coi veneti. I
costi formali del giardino inglese erano molto minori, e gli alberi senza
nessuno che li vada a potare, crescono con la loro chioma espansa naturalmente,
fino a terra come le conifere. La quantità di giardinieri stipendiati è
tagliata di nove, vantaggio economico fondamentale. Troviamo architetture nuove
ed antiche, inserite nel nuovo contesto, per creare visioni pittoresche. Si
creano dei clumbs (masse compositive maggiori) con gruppi di alberi in un
intorno limitato, ottenendo una chioma collettiva, con un effetto di colore
molto importante. La tavolozza di questa composizione varia col variare delle
stagioni, le “macchie” devono essere tenute in grande considerazioni. C’è
dunque una progettazione più complessa a causa della variabile tempo.
L’elemento vivo è molto importante, piantando degli alberi giovani che meglio
si adattano. Altro giardino ancora più grande è quello di Castel Howard.
Osservando la pianta del giardino di Stourhead, vediamo la planimetria generale
dopo decenni di moda all’inglese, dove le ridotte dimensioni permettono di
conferirgli una notevole unità. E’ opera di due dilettanti, membri della
famiglia dei banchieri Hoare, che perfezionano l’ideale del paesaggio
pittoresco in questo parco a tema, ispirato a Virgilio e illustrato da Lorrain.
I campi coltivati vengono inseriti all’interno del giardino, e con una politica
di dighe per creare laghi e stagni, tutto il giardino è costruito nel paesaggio
agrario. Tutta l’Inghilterra diventa un grande giardino, grazia alla sua
sistemazione con le forme naturali, in quanto tutto quello che si vede è in
sintonia formale col resto del paesaggio. Si amplia il paesaggio e si risparmia
sulla manutenzione. Sempre all’interno del giardino, impostato da Henry
FlitCroft, (?) c’è un edificio ripreso da Balbech, con forma a lunette concave,
tempio del sole. Le forme “naturali” delle rive richiedono grande manutenzione,
ed i forti dislivelli non sono mantenuti con terrazze o gradinate ma con pendii
o scarpate, alberi isolati e clumbs. Volendo si possono unire anche ruderi,
oppure si costruiscono anche false rovine, per creare qualcosa di adatto al
percorso letterario, facendo un’attività contraria all’attività del tempo. Si
crea il desiderio di “costruire una rovina”, ed la seguente necessità di
“mantenere una rovina” perché non si rovini troppo. C’è una straordinaria
capacità di simulare, ed una grande difficoltà ora per mantenerli, in
particolare per mantenere le rovine. E’ il periodo del “Rovinismo pittoresco
settecentesco”. Il povero Lancelot Brown è diventano un grande, ed è chiamato
da duchi di Marlborough nel giardino di Leheim (?), nel Wiltshire (Devon
?). Questa opera rappresenta il culmine
assai felice dell’elaborazione dell’esistente. Dopo il 1764 interviene Brown
(nato nel 1716, morto nel 1783), che trasforma un giardino barocco in un parco
naturalistico. Non è prestato da altre arti, ma cresce all’interno di questa
categoria di architetti paesaggisti. Ei scrive “Se il Tamigi potesse vedere il
mio lago sarebbe assolutamente invidioso”. Mette la residenza in una posizione
predominante, a metà del lago, con un grande ponte. Capability Brown, ha
realizzato più di duecento parchi, facendo dell’Inghilterra meridionale un
grande giardino, e rinunciando per questa missione a lavorare il Irlanda! E’ il
primo giardiniere formato professionalmente, teneva ad una vasta composizione
paesaggistica più che a particolari visioni prospettiche, ed in molte
composizione inserisce sempre laghi con rive sinuose. Il suo nomignolo si può
rendere meglio con potenzialità, ovvero ottenere col minimo di
costi il massimo di effetti. Il compito dell’architetto è porre in essere
quanta più natura possibile. Fa cadere le ultime mura e recinzioni del
giardino, elimina i limiti, la natura non ha ostacoli che le impediscono di
intervenire nella composizione.
~
Libri per l’approfondimento ~
“L’architettura
dei giardini d’Occidente”, a cura di M. Mosser e G. Teyssot, Electa
Soltanto
saggi di M. Mosser, J. Dixon Hunt, G. Teyssot
Enge,
Schröer, “L’architettura dei giardini d’Europa”, Taschen, 1991
Nell’immagine vediamo una cappella sepolcrale, e torniamo ad una vecchia fissa dell’architettura francese: il carattere dell’edificio deve avere la capacità di comunicare il proprio scopo attraverso le scelte formali che fa l’architetto, ovvero la “Teoria del carattere”. Il giardino inglese si riempie di architetture che vanno a spaziare in tutte le direzioni. Vediamo un tempio greco monoptero (con un “giro” di colonne in assenza di celle interne) a Petworth nel West Sussex. Vediamo molteplici esempi, come il Tempio della concordia in Austria, dove viene trasformato un giardino barocco all’inglese, realizzando questo tempietto corinzio. Vediamo anche una citazione da una tomba romana, il tempio di Mercurio a Setzingen (Steiningen ?). Il gusto va interessare tutte le aree d’Europa, “scendendo” dal Regno Unito, con realizzazioni come una moschea circondata dal giardino turco, o un altro esempio di padiglione cinese in un giardino tedesco, o una bella pagoda di un architetto francese per un ex-ministro di Luigi XV. Vediamo nell’immagine la pineapple house (ovvero una serra per l’ananasso…). Una cupola dalla forma con un evidente riferimento naturalistico, sintomo della vita lunga del gotico. L’edificio della serra è sempre più importante, e la sua architettura diverrà preminente con edifici come il Cristal Palace. Queste strutture devono anche diventare giardino d’inverno nei palazzi. Michele Canzio realizza il giardino della, villa Pallavicini-Durazzo a Pegli. La stazione è volutamente realizzata a fianco dell’ingresso del parco. Da qui una viale-rampa scavalca la ferrovia porta al palazzo ed alla terrazza, con sottostante serra. Il giardino si snoda secondo un racconto letterario, come il passaggio dalla vita cittadina alla campagna è raffigurato da un arco nel fondo del viale che nel retro diviene una casa rustica. Il parco, letteralmente “attraversato” dall’autostrada dei fiori, contiene anche altri edifici come un Castello medioevale ed una cappella gotica. Alfand e Daviud (?) progettano a Buttes Chaumont un tempietto su una roccia artificiale. Tutto ciò si presta a molte critiche per l’eccesso di arredi. Al Petit Trianon si costruisce “L’amò de la reine” su progetto di Hubert Robert e Richard Mique. Lo stesso paesaggista costruisce il Parco di Ermenonville dove era sepolto Voltaire, lavorando anche in ambito urbano. E’ del 1742 il progetto di giardino reale come una foresta, una brutta copia di Versailles ma con zone paesaggistiche, viali , etc… realizzanti un giardino composito. Anche in Russia, una delle residenze principali degli Zar è impreziosita da questi giardini, dove viene realizzata una Grotta costruita da Rastrelli. La Rivoluzione francese fa compiere una trasformazione del coro della cattedrale di Bordeaux, in una montagna per la festa della libertà e della ragione, da Broigninard. Ei realizza una struttura sinuosa, ed ascendente, simbolo della Religione di stato all’essere supremo, senza clero e superstizioni. Sotto Napoleone le nuove costruzioni ricorrono all’architettura romana ed egiziana. Antonio Misili (?) con Ettore Gasparini (?) realizza un grande giardino per la villa Albergati a dove c’era una grande villa barocca di Monti, recuperata ora come residenza imperiale. L’architetto che fa proprio il discorso inglese in Italia, come nella Reggia di Caserta con giardino inglese, è l’architetto padovano Japelli, uno dei precoci esempi nel nord-Italia. Nel giardino Treves sfrutta la basilica del santo come sfondo paesaggistico. Si realizza un giardino all’inglese anche a Saonara da Vigo D’Arzare, massone anti-clericale. Japelli cerca di nascondere, con risultati contrastanti, i limiti in Italia del perimetro, in quanto la media proprietà in Italia era molto più frazionata. Villa Reale o Belgioioso era ospitata in un lotto veramente piccolissimo, e l’architetto la sfrutta con una incredibile capacità di nascondere i limiti. Ultimo esempio di un giardino barocco trasformato all’inglese è il giardino di Savoia-Racconigi di Gaurino Guarini sul progetto richiesto ad Andrè Lenotre (?). I Savoia-Carignano trasformano il giardino con modelli misti, una scelta dovuta alla trasformazione di Racconigi in castello imperiale, poi quando tornano i Savoia in Piemonte danno incarico a Saverio Korten (?) di trasformare completamente il parco, ampliandola sulla sinistra. Dalla residenza attraverso dei cannocchiali visivi si vede la Margheria, lo specchio d’acqua, ed un altro cannocchiale sul parco per completare la struttura a tridente. Pelagio Palagi realizza merlature, trafori, gotici, pinnacoli, stili gotici su una costruzione non gotica, una fattoria. In sostanza c’è molto di neogotico, al parco di Racconigi. Abbiamo un vasto repertorio di possibilità con cui adornare i giardini come il tempietto di Apollo, casa delle streghe etc… dei repertori stilistici di tutta la storia, che testimoniano l’attenzione ad ampliare il repertorio del giardino.
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Libri per l’approfondimento ~
Claude Nicholas Ledoux (1736-1806)
A. Vidler, “C.N. Ledoux“, Electa
G.
Teyssot, Introduzione, in E. Kauffmann, “Tre architetti rivoluzionari”,
Einaudi
C’era
una grande battaglia fra gli architetti per consolidare il movimento moderno, e
molti storici e critici hanno piegato, forzato alcuni avvenimenti per osservare
che le istanze del movimento moderno sono partite nel settecento. Certo ci
possono essere caratteristiche ideali, formali, che si possono ricollegare al
movimento moderno (?).
Ledoux è protagonista dell’architettura, che ha
compreso come diventare famosi e ricevere commissioni, creando la propria
fortuna professionale. L’immagine riproduce il teatro di Besançon, il portico
ed il teatro antico riflesso nell’occhio. Il colpo d’occhio è necessario per
capire gli effetti che vedranno i posteri. Luci o ombre, sensazioni visive,
come fa Etienne Louis Boullée, autore del progetto per il cenotafio di Isaac
Newton. Come architetto illuminista decide di omaggiarlo, col sepolcro romano a
gradoni, una grande sfera, al cui interno si assiste allo spettacolo didattico
ed omaggio al grande scienziato. E’ un’immensa architettura, con differenze
importanti rispetto al settecento. E’ costituita da volumi puri e superfici
lisce, masse e spostamenti, divisioni aggiunte e sottrazioni. Questi sono
caratteri rivoluzionari dell’architettura, ma molto spesso rimangono soltanto
disegnate. Questo artista dimostra che non è importante quanto uno costruisce,
ma quanto riesce a comunicare agli altri, essendo una professione
intellettuale, quello che si disegna conta quanto quello che si costruisce.
Inizia ora un grande declino che dura fino ad oggi, in quanto si formano decine
di figure alternative all’architetto, che erodono alla base la possibilità
operativa dell’architetto. Ledoux congiunge le cose, Pierre Patte monta sulla
stessa carta di Parigi una cinquantina di progetti per un concorso pubblico per
una piazza reale come omaggio a Luigi XV della capitale per il proprio sovrano.
Fa un’operazione di sintesi mettendo sullo stesso piano le varie proposte,
anche alternative per lo stesso sito. Ne risulta una pianta che sembra derivata
da un ufficio tecnico, ridefinita da viali, piazze, le estreme conseguenze
delle trasformazioni urbane, della città vista come un grande monumento. Ligiet
LeBrune (?) già dalle prime opere cerca di farsi riconoscere, grazie
all’offerta di committenza. Come la riforma dell’hotel de Ville [Municipio],
semplifica moltissimo (esterno bugnato a fasce tipico, semplificato, arco e
finestre senza cornici o edicola). C’è una diminuzione dell’ornamentazione
plastica, anche se a volte la utilizza per richiesta della committenza.
[Buio..]
Luigi Ocoart (?) sembra tratto dal modello del palladio. Palazzina Castello.
[Buio..]
Nel padiglione per M.dame du Berry [In Pompadour?]
vediamo molto rigore all’esterno, mentre all’interno attenzione agli spazi.
Ledoux lavora anche per una borghese vedova, che costruisce l’Hotel de Lusson
(?), volendo distinguersi dalla nobiltà. Costruisce su lotto sfortunato,
paludoso, sfondo di una speculazione ante-litteram. Il giardino è in prima
posizione, uno schema assiale e la casa isolata. La scelta per decorare la casa
è formata da un arco di trionfo seppellito che inquadra l’hotel sullo sfondo.
Poi un giardino all’inglese con ruscello e piante. Vediamo poi un palazzo di
caccia con “arazzi” sulla facciata, un castello turrito, immagini evocative,
semplificazione delle pareti, per un committente massone. Nel 1771 grazie
all’influenza di Madame du Berry ha un posto fisso pagato dallo stato ed è
incaricato di costruire la nuova sede per la Salina di Chaus, doveva trarre
sale da una zona salmastra, per evitare il gozzo, malattia tipica delle
popolazioni che vivevano lontano dal mare. Utilizza moduli palladiani, dal
barocco, grande sincretismo ed eclettismo. V’è un bugnato, che da pietra della
natura si trasforma in pietra architettonica nella piattabanda. Il Teatro di
Besançon ha una scalinata di compromesso fra palchetti all’italiana e teatro
antico. E’ incaricato anche di costruire delle barriere daziarie intorno a
Parigi, gli ingressi alla cinta di 22km per evitare gli evasori. Utilizza forme
completamente innovative, una serliana gigante con arco superiore, moduli
completamente nuovi. Durante la rivoluzione questi edifici sono stati i primi
presi di mira, e ne rimangono solo 4. L’architetto rischia di essere
ghigliottinato, va in prigione dove scrive un libro: “l’architettura considerata
in rapporto alle arti, agli usi e alla legge…”, dove raccoglie altri progetti
irrealizzabili, fonderie di cannoni con piramidi angolari, con prospettive
interessanti, ed edifici rievocanti simboli massonici.
[Ma
con questo cosa volevo dire…] Arrivando alla prima immagine dell’occhio.
L’architettura deve comunicare delle sensazioni, secondo la filosofia del
sensismo. La conoscenza umana è data dai cinque sensi, non da un creatore, sono
le sensazioni a creare, e buoni stimoli ci faranno pensare meglio. Anche
l’architettura ha una funzione educativa, e questa immagine dell’occhio si
spiega così: il raggio di luce che penetra dall’oculo centrale esce dalla
palpebra, è una luce che esce dell’osservatore. Attraverso una buona
architettura diventiamo degli esseri migliori, e la nostra capacità progettuale
può incidere sulla realtà diventando l’occasione per un circolo virtuoso.
Questa era una componente della filosofia illuministica dei lumi, prendere il
mondo per farne qualcosa di diverso e migliore, sogno che si infrangerà spesso
difronte alle deviazioni dittatoriali da una parte e della reazione borghese e
clericale dall’altra.
Introduciamo
ora un’epoca in cui i vostri corrispettivi riuscivano ad ottenere il titolo di
architetti in soli 1 o 2 anni. Dopo gli architetti rivoluzionari o “visionari”,
a seconda del vostro giudizio, ci siamo addentrati in un periodo in cui le idee
della rivoluzione si “trasformano”. Si giunge ad un periodo più stabile, in cui
da un regime repubblicano si arriva all’impero Napoleonico. Napoleone è una
cometa nella storia umana, come altre, sicuramente una delle più vicine a noi,
con grande capacità di illusione e convincimento delle masse. Napoleone aveva
riproposto il sogno dell’unità politica ed ideologica dell’Europa, come nella
storia avevano tentato i Romani, il Sacro Romano Impero e Carlo V, seppure in
contesti diversi. Contraddistinto da una fiducia illimitata nelle proprie
capacità tenta di fare dell’Europa un unico dominio, in cui tutti gli stati se
non erano assoggettati all’impero francese erano confederati ad esso. Le grandi
potenze cedono il passo, ed anche l’erede del Sacro Romano Impero, l’Asburgo a
Vienna, rinuncia all’antico titolo di Sacro Romano Impero ed accetta di
assumere il titolo di Imperatore d’Austria. Rinunciando a questa etichetta gli
Asburgo ammettono che ci sia un altro imperatore in Europa, quello dei
francesi. E fra l’altro Re d’Italia, Protettore della confederazione renana e
della svizzera, e gli unici domini che si salvano dalla sua influenza sono la
Gran Bretagna, l’Impero Asburgico e l’Impero Russo, alleati nella futura
coalizione vincitrice di Napoleone. Gli Asburgo arrivano ad un trattato,
concedendogli la figlia Maria Luigia per un matrimonio politico che permette il
rispetto dei confini asburgici. Napoleone tenta di ampliare a dismisura
l’impero, e con lui le idee sottese dalla rivoluzione. Il codice napoleonico è
un importante passo in avanti della legislazione, pari al sistemi di leggi
dell’antica Roma valevoli in tutto l’impero. Sono leggi che hanno
un’impostazione razionale ed ugualitaria, un’organizzazione concettuale con
assiomi e “casellari”, una legge quadro con tutte le sue applicazione
specifiche. Questo porta ai paesi assoggettati un’importante trasformazione:
impone al regime fisico una burocratizzazione con la struttura dipartimentale o
provinciale, che devono rendere conto ai ministeri parigini, dove viene
concentrato il potere decisionale. C’è un analogo processo accentratore quando
Napoleone volle creare un museo europeo con opere frutto delle campagne
militari, opere appositamente scelte. Il museo Napoleonico, il Louvre fa
diventare Parigi una seconda Roma, con un museo progettato per essere il centro
artistico dell’occidente, oltre che di grande successo. E’ un’operazione
esemplata su modelli molto antichi, come la Biblioteca d’Alessandria. Sempre
per legittimare gli avvenimenti, nella rivoluzione ci si ispira all’arcaico
periodo romano repubblicano, e Napoleone fa inserire posteriormente molti
elementi imperiali, greci ed egizi. Questi stilemi sottolineano la grande
impresa culturale, oltre che militare. Il “Gusto Impero” trova nella Grecia, in
Roma e nell’Egitto i suoi serbatoi preferenziali, e l’accademia parigina viene
promossa a riferimento centrale. Proprio ora che il compito dell’architetto
sembra avere le maggiori chances di diffusione, sorgono delle istituzioni
concorrenti, che formano tecnici legittimati a firmare opere, anche di
architettura. Così il Polytechnique forma tecnici ed ingegneri in varie branche
tecniche, come nei politecnici moderni anche in Italia, a Torino, Milano e
Bari. Questi “rubano” attenzione e legittimità all’antica istituzione, l’unica
che aveva il privilegio di formare esperti ed architetti. L’applicazione dei
principi è particolarmente rilevante, anche a livello cartografico, e pur
considerando i limiti dell’età napoleonica a causa della scarsa durata
temporale ed ai limiti della formazione professionale che, con un gigantismo
dell’estetica che trova sul campo enormi difficoltà applicative. A Milano il
sogno di un architetto immagina la costruzione intorno al castello Sforzesco di
un nuovo grande polo di potere nella città, il Foro Bonaparte. Guardando la
pianta dei rettifili, dal disegno di Giovanni Antolini, una serie di operazioni
che servono a rettificare i percorsi principali, che Milano possedeva a causa
dello sviluppo medioevale. Rifacendosi all’estetica della linea retta,
dell’astrazione e della regolarità, come nella tavola di Pierre Patte, le
modifiche tentano di trasformare Milano in una città moderna e regolare.
Preparando il legame fra i vari poli importanti della città, come il Duomo ed
il Castello, oltre alle nuove piazze. Il sogno urbano degli architetti
italiani, formatisi nelle ideologie illuministiche, fa che arrivano nella città
concreta con operazioni grafiche, che richiedono un grande dispendio economiche
e problematiche operative. In dettaglio il progetto di Antolini è pubblicato su
un libro con incisioni, ed utilizzato poi per realizzare l’attuale piazza
Sempione. Si riforma un limite, togliendo tutte le parti troppo vicine al
castello, ricostruendo gli isolati, con oggetti d’utilità: passeggio coperto,
terme, uffici ed abitazioni. Al centro il castello preesistente, con torri e
corti. La scelta stilistica è ovviamente classica, con citazioni di motivi
greci antichi, palladiani, romani, del seicento e del settecento francese, un
segno tipico della tendenza delle accademie e dei concorsi. L’emiciclo è
interrotto ritmicamente da delle sorte di “torri”: qui la facciata presenta un
colonnato a trabeazione, con sopra grande nicchione scuro per fare da sfondo ad
un’opera statuaria, del progetto consegnato nel 1801, e portici sopraelevanti,
botteghe su due livelli, mezzanini ed abitazioni superiormente. Nella nuova
pianta di Milano avviene una limitazione del progetto, ed i segni neri delle
zone d’intervento si sono ampiamente ridotti, con interventi mirati e meno
drammatici, ma mantenendo il foro Bonaparte. Quando poi Luigi Canonica è
incaricato di ridisegnare la pianta di Milano con proposte alternative per i
rettifili, riprenderà tutte le proposte, ma rinunciando allo stesso foro, se
non con una funzione molto ridotta. Dietro ognuna di queste carte e dei
percorsi stanno lotte continue fra proprietari e comuni, accademie e concorsi,
… testimonianza della grande inerzia che trova il nuovo potere politico.
L’autore del corso di studi nominato in precedenza è il signor J. N. L. Durand
(1760-1834), che appare nel frontespizio del suo “Corso di Architettura per il
Politecnico”. E’ il docente fisso per quarant’anni di periodo napoleonico e
restaurazione. Ha formato tecnici, geometrici, appaltatori, direttori di
cantiere, che con due soli volumi erano in grado di costruire dal muretto al
centro direzionale. Lo sforzo di razionalizzazione del sistema costruttivo è
enorme, facendo imparare da zero l’architettura fino all’immenso, non avendo
limiti nelle possibilità di costruzione. Un intento forse assurdo, realizzato
creando un super bignami dell’architettura di tutti i tempi, distillando tutte
le architetture moderne ed antiche, in un condensato dai toni di estrema
semplificazione, di grande presa e fascino dal punto di vista didattico, dove
nel giro di poche pagine riesce a darci un’idea della mentalità
“architettonica”. Durand era figlio di una famiglia modesta, mandato in
collegio grazia alla generosità di un conoscente, si sente a disagio in un
sistema educativo molto rigido, e si avvia alla scultura, in un atelier si nota
la sua propensione notevole per l’architettura. A soli 15 anni apre una scuola
di disegno dell’Architettura gestita da lui stesso. L’atelier dove era entrato
era quello di Etienne Louis Boullée architetto visionario che insegnava
all’accademia. Sono le due caratteristiche che passano da Boullée a Durand:
sintesi costruttiva, capacità di trasferire… (?????). Manco Durand
realizza molto, ma disegna molto. Boullée si rende conto che il ragazzo gli è
preziosissimo anche a studio, e dopo litigi su aumenti, che diventano vitalizi,
Durand entra in società con un altro architetto, vince qualcosa, fa feste al
Pantheon, continua ad avere comunque scarse possibilità d’attuazione, e così
entra nell’Ecole Polytechnique. Per primo da alla luce “Recueil et parallèle…
degli edifici di tutti i generi… di edifici notevoli … disegnati alla stessa
scala”. Per lo studio comparativo, disegnati semplificati, nel frontespizio
sono raccolti edifici di ogni tempo, un panopticon [panorama generale], e sotto
una delle grandi invenzioni di Boullée: una piramide “intervallata” da
colonnati, di grandezza immensa. Poco dopo nel 1803-1805 usciranno le “Abriss
der Vorlesungen über Baukunst” (?) [Compendio di Lezioni sull’architettura],
che costituiscono la parte teorica più importante del corso. Siamo in un
passaggio della crisi della professione architettonica, e Durand parla così
degli operatori edilizi che sta formando: “Gli architetti non sono i soli a
cui tocca costruire degli edifici, militari ed ingegneri sono altrettanto
validi… ed hanno più possibilità… ed a questi tocca anche la costruzione di
vari edifici pubblici oltre che la case private, così che sicuramente occorrono
anche a loro nozioni di edifici”. Probabilmente una maggiore consapevolezza
come quella che dovrebbe formarsi un architetto nel suo corso di studio non
guasterebbe, Mambriani Docet. “San Pietro è ingiustamente esaltato, mentre
la vecchia basilica di Costantino era un esempio di efficienza e chiarezza,
poco onerosa. E’ un progetto sconveniente, tormentato e bizzarro, senza
problemi per le folli spese…”. Quest’arte li rende depositari e custodi
della ricchezza degli individui che ci commissioneranno degli edifici come con
le nazioni, esempio di alta responsabilità etica e morale, come Claude-Nicolas
Ledoux, l’architettura parla ed insegna ai cittadini. Questo “tarlo”
dell’economia è tipico dell’età napoleonica, e Durand propone lo stesso
ragionamento di San Pietro per il Pantheon. L’obiettivo è sempre quello di, con
una somma data, fare un edificio il più conveniente possibile, con la più bassa
spesa possibile e con un decoro pari alla sua funzione. E’ molto liberale nella
considerazione delle diverse religioni, spiegando come tutti i vari templi
richiedono determinate caratteristiche funzionali. “La decorazione non deve
essere il principale o unico oggetto della composizione. … Si è creduto che
l’unico sistema di fare del bello sia dilapidare denaro”. Questo
adattandosi al gusto del suo tempo e del suo maestro, è un risvolto dalla forza
economica nei costi del cantiere, in quanto sono effettivamente alti. Siamo
alle origini del processo che arriverà fino ai primi del ‘900, diventando
un’istanza moderna dell’architettura, contro cui combatteranno molti, almeno
nelle forme più integraliste. Altra proposta di modifica è quella per la Piazza
di Luigi XV, su progetto di Gabriel. Gli edifici delle tavole sono disegnati al
tratto, senza sfumature, ombreggiature, luci… Così una tavola incisoria è molto
più semplificata: anche sulla tecnica di riproduzione delle immagini dobbiamo
porre molta attenzione!!! Lo stesso Durand quando mette nella sua prefazione
alcune indicazioni su come disegnare l’architettura nei vari concorsi ci dice:
“Quanti ritengono che il piacere degli occhi sia il necessario compito
dell’architettura… favoriscono l’acquerellatura, ma essa non presenta nulla di
geometrico, rendendola incomprensibile e priva di piacere”. Insomma
colorando i disegni li sporcate e li rendete equivoci, e se proprio è
necessario fornire questo tipo di illustrazioni è meglio una prospettiva
colorata. Le proiezioni ortogonali vanno lasciate in B/N, al massimo con colori
di texture ed ombre portate per comprendere le proporzioni. Con pagine
illustrate, molto fitte di elementi, cerca di comunicare il massimo delle
nozioni ed descrizione degli elementi. Gli elementi possono anche non essere
collegati, li accomuna semplicemente il fatto che sono elementi degli edifici,
realizzando tavole come per le enciclopedie. Tutto è illustrato in proiezioni
ortogonali, con prospetti e sezioni, tecniche di realizzazione con carpenteria,
applicazione delle proporzioni, una pianta di edificio… Un sistema molto facile
per comporre gli edifici è utilizzare una carta millimetrata, dove tutto riesce
molto facile e proporzionato. E’ un sistema molto pratico che porta all’uso di
spazi ortogonali, ripreso dagli antichi romani con cerchio e quadrato come
figure dominanti, al prezzo di una forte riduzione delle possibilità
dell’architetto. Nell’800 assistiamo anche ad una grande standardizzazione e
omologazione del prodotto edilizio. Cominciando a progettare delle sale più
importanti, sempre con la carta a quadretti, semplici con sostegni o senza, con
qualche complicazione, composizioni con terminazioni absidate, allo stesso
tempo le sezioni, su uno o più livelli, ed in questa casistica gli allievi
andavano a cercare i modelli su cui comporre i proprio edifici, anche con
sforzo d’invenzione nullo. Il metodo era utilizzato anche per i cortili, con
ambienti disposti intorno modulato sul quadrato geometrico di base. Le scale
presenti sono da quelle più semplici, quelle in linea magari con pianerottolo
per motivi di riposo, a scale più complicate con rampe su quadrato e
rettangolo, ritorni, possibilità di sezioni, c’è un dispendio di volte a botte,
lucernario. Gli ordini sono comunque indispensabili perché fanno parte di
quella lingua che ha codificato nei secoli l’architettura occidentale e danno
decoro all’architettura. Per Durand sono sostegni puntiformi, e per tradizione
accetta che vengano decorati. Vengono poi sistematizzati e viene fornito un
confronto delle proporzioni fra i vari ordini, fatto inedito. Questo produce
uno scarto qualitativo della finezza degli ordini singoli, ma ne recupera la
valenza strutturale che avevano nell’antichità. Dopo lo schema generale di
proporzioni, e le descrizioni, ci dà anche gli esempi su come decorare questi
ordini (con in un'unica tavola con tutti gli ordini, mentre gli altri trattati
ne comprendevano molte di più, in quanto si teneva conto delle varianti), con
modanature e proporzioni. Come sempre è astratto e sintetico, semplificando
anche a livello didattico le forme dell’architettura. Per darvi un’idea del
procedimento di costruzione di questa tavola ci sono percorsi di sintesi
estrema, testimonianza di un atteggiamento eclettico di matrice settecentesca.
“Non dobbiamo inventare nuovi ordini… li abbiamo semplificati ed imitati”,
e realizza questo scopo riutilizzando alcuni esempi del Vignola, Serlio e
Palladio. Una sorta di cerchiobottismo teorico. La combinatoria
di piante e sezioni si applica esattamente uguale ai prospetti degli edifici,
chiese, palazzi, ville, tutti con caratteristiche combinatorie simili, alcuni
copiati dal passato, tenendo presente tutte le variazioni storiche, le
semplifica e le porta su questi schemi di composizione e di tipologie, modelli
per tutti gli usi, così come i portici, logge, colonnati, inseriti in una
facciata di edificio singolo. Altra tavola con tipologie di aggregazione di
tetti, le falde possono essere aggregate fra loro in vari planivolumetrici,
sempre con citazioni puntuali e con un’operazione di astrazione formale. In
questa tavola il razionalista, quadrettatore, rigido ed ortogonale
Durand va ad applicare gli artifici utilizzati per risolvere i problemi di
simmetria, con forme tipiche della tradizione del settecento. Le case private
ricevono questo schema molto più razionale, sempre con stalle e scuderie su
fronte strada. I prospetti semplificati ci indirizzano alla tradizione
rinascimentale. Vediamo una delle poche opere da lui costruite, una casa
privata ora distrutta, testimonianza di come con la griglia ortogonale si
riesce a progettare una casa decorosa e gradevole: la casa de Rue de Foucaut a
Poissionarie. L’ultimo passo è comporre gli edifici fra loro, come maniche
intorno al cortile, con segni algebrici per guidare la composizione. Così
possiamo anche combinare gli elementi naturali con l’architettura, ed in questo
caso ci fa vedere come l’elemento dell’acqua viene inserito nell’architettura.
Questa propensione per Roma nelle fontane viene ripresa da Durand che dice “…rinfrescano,
purificano, sono utili, di prima necessità, … ed in molte invece di grandi
quantità d’acqua si vedevano solo marmi, colonne e pilastri (stoccata alla
fontana della Rue Grennelle-Turenne!), e solo piccole cascatelle, mentre in
Italia non si trovano case senza fontane… l’Italia è così ricchi di notevoli
esempi di composizione applicati però con abbondo di decorazione, così che gli
artisti di ritorno dall’Italia lasciano da parte le bellezze reali per quelle
ideali … non è la decorazione che fa il bello, ma la composizione, la possibilità
dell’edificio di corrispondere alle sue funzioni, perché la vera bellezza nasce
dall’utilità corrisposta in termini funzionali ed economici”. Durand
introduce un elemento etico ed economico che difficilmente si trovava prima nei
trattati di architettura. Nelle tavole ci sono anche degli edifici speciali
come i teatri. Si è molto dibattuto sull’aspetto esterno di un teatro, e si è
arrivati a concepirlo come un Colosseo o un teatro di Marcello. E’ un esempio
di architettura parlante, compromesso fra teatro all’antica e palchetti per
ottenere una maggiore capienza possibile, e palco in summa gradatione. Un altro
edificio particolarmente celebrato nel settecento è il museo per raccolte di
opere d’arte, con gallerie e sala centrale, su più cortili, costruzione che
sarà particolarmente sentita dai vari architetti. Altri edifici che devono
parlare sono gli osservatori astronomici ed i fari. I temi dei concorsi sono
solitamente edifici pubblici, sul tema illuministico dell’architettura che può
generare il benessere delle genti e delle nazioni. I vari edifici possono
essere combinati fra loro, ed anche gli schemi grafici elementari si
trasmettano alla combinazione di più edifici fra loro, a più corpi ed a più
palazzi con funzioni diverse mescolati insieme. Sinteticamente l’opera realizza
un’estetica di gigantismo trasformata senza caratteri pittorici, in maniera
molto raggelata come vediamo in queste tavole incise.
Cerchiamo
di vedere ora il lato operativo di queste lezioni, muovendoci nell’800 del
classicismo, dove parleremo di architettura neo-classica. Tutte le città
segnate nella piantina della Prussia sono quelle dove compaiono architetture
neoclassiche, con maggiore densità nei pressi del Belgio e della Francia. Due
architetti preminenti furono Leo von Klenze e Karl Friederich Schinkel, che
lavorarono in “Germania”, con David Gilly (grande progettista del mausoleo per
Federico Secondo di Prussia, la famiglia che unificherà la Germania). Questi
dettagli ci fanno capire come nella Germania in età napoleonica l’architettura
è un neoclassico molto vicino a quello francese. La Prussia del tempo era
alleata all’Impero Francese per necessità, per non essere invasa e a condizione
di pagare dei tributi. La scelta architettonica, è sicuramente greco-romana,
con acropoli artificiale, e fontane per la gioia di Durand. Dunque tutto il
repertorio dell’antichità. Proprio in sua presenza si forma Leo Von Klenze.
Nato nel 1784 da una famiglia cattolica benestante, non studia legge ma si
trasferisce a Berlino dove conosce la famiglia Gilly. In quegli anni dopo la
fine dell’esperienza napoleonica, gli stati tedeschi che esistevano prima della
confederazione del Reno ritornano indipendenti. Qui ad esempio Peter Speeth
[1872-1831] costruisce nel 1811 una casa di civile abitazione (che qua
osserviamo con una trasformazione di fine ottocento), dal sogno immaginario si
passa alla trasformazione tedesca, consona e razionale, perdendo qualsiasi
fascino e caratterista formale della proposta originale. Nella Germania in
piena restaurazione propone per una caserma un’architettura con temi di
Boullée, di Ledoux, proponendo temi per un’architettura immensa portati su
piccola scala. Si osserva un bugnato con arco, colonnato in muratura, muro
liscio, che esprime austerità militare e forza. Klenze si forma in un momento
di trapasso politico molto importante come quello della restaurazione. In
questo momento si è tentato un restauro politico della situazione pregressa a
Napoleone, e tutta l’Europa torna ad essere governata dagli stessi sovrani
negli stessi stati, salvo poche eccezioni. In Francia sale al trono Luigi
XVIII, fratello del Re decapitato. Questo quadro politico richiede agli
architetti un partito molto preciso, cercando uno stile berlinese-prussiano o
bavarese-di monaco, ricordandoci l’opera dell’architettura d’interni di
Perciere et Fontane. Contribuisce alla diffusione dello stile impero, visita la
Francia del sud e l’Italia, e viene consigliato alla corte tedesca di Kassel.
Qui v’era Girolamo, fratello di Napoleone, chiama Leo Von Klenze e gli fa
costruire un teatro di corte, negli ultimi anni del regime napoleonico. Klenze
non segue però i tragici sviluppi del regno, ma ritorna a Parigi con la moglie
italiana. Conosce il principe Ludwig Von Wittelsbach, a Monaco, grande
appassionato dell’Italia e della scultura antica. Questo principe era andando
ben 50 volte in Italia andando ad esplorare anche zone “particolari”, fuori dai
percorsi tradizionali. Questo appassionato fa disegnare al suo architetto di
corte, Karl Von Fischer, appena tornano dal dominio napoleonico, un edificio
per contenere dei gessi e delle statue, una gliptoteca. Viene proposto un
edificio molto in sintonia con le esigenze, con tamburo, pantheon, ali laterali
cieche. Klenze lo “sorpassa” presentando una nuova tendenza, un antico depurato
e rinnovato, semplificando il prospetto, un rettangolo unico con la decorazione
affidata al ritmo delle nicchie, lasciano il frontone d’ingresso, ambiente
interno da architettura termale antica. Il 23 aprile del 1816 si pone la prima
pietra, ed è finito nel 1834. E’ il primo edificio della Königsplatz, e Klenze
viene nominato architetto di corte. Monaco era diventata capitale del regno di
Wittelsback, per decreto napoleonico. Partendo da questo progetto preliminare,
viene eliminato il fregio a bassorilievo, edicole rinascimentali, lesene, una
rinascimentalizzazione di un’architettura all’antica, deriva dal pronao
dell’eretteo. All’interno dell’ala nord fa costruire due sale per ricevimenti e
pranzi, affrescate da Peter Cornelius con scene della mitologia greca, un
riferimento della dinastia, come la Roma antica (le statue erano ospitate
nell’ala est dell’edificio). Si realizza un percorso di egizi, greci e romani,
le tre anime dell’antichità. L’opera affascina l’occhio, l’aspetto cromatico
della galleria di sculture antiche, ora distrutta, dobbiamo ricorrere alla sala
dell’Ermitage, i cui committenti erano imparentati. In questa sala costruita
dal 1842 al 1851 la collezione d’antichità viene disposta su pareti di basalto
verde che permettono al candore “originale” della statuaria greca di mostrarsi
agli osservatori. Lavora anche negli interni di abitazione civile, come per lo
spogliatoio di Ludwig, nel 1836. L’ambiente non era solo ripreso da esempi
romani ma anche su quelli rinascimentali, con un colore molto variegato, un
riscatto dopo un periodo di purezza bianca. Questo salone costruito a Monaco
per Eugenio , insignito di
varie cariche come parente dell’imperatore aveva sposato una sorella di Ludwig,
e quando finisce la parente napoleonica, si fa costruire un bel palazzo in
stile romano, con solo 253 stanze. Nel 1798 i famosi Piercer e Fontane avevano
pubblicato un volume sui palazzi romani, poi v’era stata un’altra pubblicazione
di architettura toscana. Quando si costruisce la Ludwig Von Strasse, si opera
totalmente in stile fiorentino. Questa scelta non era stata gradita dal
principe. Scrivendogli fa notare come gli eroi dell’antichità non vivessero in
appartamenti, ed il signore che gli chiede il palazzo non è né un Farnese né un
Pitti. “Dobbiamo cercare architetture che si adattino al presente, e questi
sono quindi esempi molto adatti”. Assistiamo alla nascita dello stile
dell’architettura alto-borghese, con
palazzi che somigliando ai famosi modelli del ‘400 e ‘500 fiorentini e romani,
sono i palazzi più adatti per la nuova classe dirigente dell’Europa
ottocentesca.
Immagine
della prima grande pinacoteca, l’Alte Pinakothek di Monaco. Con due ali si
ottiene una pianta ad H, che cita varie opere (di Raffaello, palazzo della
cancelleria, cortile di Bramante altre citazioni), sostanzialmente un grande
omaggio a Raffaello, considerato l’apice della storia dell’arte, in periodo di
grande sintesi fra l’arte italiana e quella tedesca. In questo periodo la
pittura si sta orientando a Raffaello ed alla pittura del maestro urbinate,
come Hengry, finché in Germania non nasce il movimento dei pre-raffaelliti, che
individuano invece “l’apice” dell’arte nel periodo antecedente. Il Raffaello fu
il primo artista sepolto al Pantheon. La prima pietra della pinacoteca viene
posata nel giorno di nascita di Raffaello, e viene riprodotto il modello delle
logge vaticane. La chiesa di corte è dedicata ad ogni-santi, nel momento della
salita al trono di Ludwig come Ludwig I. Per volere del sovrano è ispirata al
San Marco di Venezia ed alla cappella palatina di Palermo, a cui dobbiamo la
presenza di mosaici a fondo d’oro, il sistema voltato e cupolato, etc… Fa
utilizzare uno stile medioevale, lo stesso architetto che nel ’22 aveva pubblicato
un libro “direttive sull’architettura del culto cristiano” dove affermava che
il culto cristiano conservava qualcosa dell’architettura e dello spirito greco,
un modo teorico per legittimare le forme dei primi templi cristiani. Da questa
attenzione per le prime forme si inizia ad utilizzare l’arco a tutto sesto,
formando il Rundbogenstil, che
significa “stile dell’arco a tutto sesto”. Per Leo Von Klenze l’arte
superiore a tutte è quella greca, vera anima tedesca, e quando ben 51
architetti partecipano al concorso per il Walhalla, o Pantheon Tedesco, che
vuole costruire il principe. Il secondo progetto classificato è di Schinkel.
L’edificio realizzato risente molto dell’idea del Partenone, lo alza nel podio
simile a quello di Palestrina, con basamento in opera poligonale, polasgica,
come nella cittadella di Micene ed in tutta Europa. Questa modalità di
costruire era una dimostrazione che l’architettura dei primordi è comune, come
le popolazioni dei greci e che germani avevano le stesse radici caucasiche. Si
incomincia a capire che molte popolazioni europee provengono dalla zona
caucasica ed asiatica, e prima ancora dall’Africa, fatto che fa sentire il
principe un discendente comune dell’antica popolazione greca. Da qui le teorie
evoluzioniste di Darwin, che fecero discendere l’uomo dai primati più evoluti,
tesi ancora osteggiata e condannata dalla maggior parte delle religioni. Questo
perché la chiesa dopo aver perso la battaglia con le scienze fisiche, deve
tener testa alle scienze biologiche per continuare a gestire gli ultimi
misteri. Così facendo l’architettura greca nei boschi della Baviera aveva un
suo fondamento. Questo partenone assurdo piazzato nei boschi Baviera doveva
essere un Pantheon, dove si sarebbe effettuata la sepoltura simbolica dei tedeschi
illustri. Sono gli anni dello sviluppo delle leggende nordiche, ed il Walhalla
è il paradiso degli eroi che venivano accolti dalle valchirie. Sotto alla scala
c’era una sala per i busti dei tedeschi famosi “ancora in vita” che sarebbero
poi stati portati sopra da morti. La cella interna presenta al posto delle
cariatidi delle figure femminili con pelli d’orso, trasfigurazione della
mitologia classica a quella germanica. E’ realizzato tra il 1830 ed il 1842. Si
cerca di costruire altre cose, come la Sala della Fama, Ruhmes-halle (?), con
una statua colossale della Baviera, l’Ara di Pergamo costruita dal 1843 al
1854, ed un progetto per i propilei di Monaco, con ingresso alla Königsplatz,
reso più marziale con due torri. Altro progetto è la Befreiungs-halle, la sala
della liberazione per commemorare la vittoria su Napoleone. Dopo un grande
scandalo politico con la spia-ballerina, cambia il regnante e sale al trono
Ludwig II, ed i monumenti iniziati mezzo finiti sono finanziati personalmente
dal monarca abdicato. Il monumento iniziato da Gerner, con i suoi 18 lati vuole
commemorare Lipsia e Waterloo. La prima pietra è posata nel 1842, e trasformato
in edificio con sopra ogni lato le province tedesche rappresentate dalle
statue, ed è finito nel 1863. La conformazione è molto depurata e pulita
dell’edificio, all’interno angeli della fama e medaglioni. In questi anni i
due, oramai anziani, si abbracciano commossi rimirandolo, fra le lacrime
dell’architetto che morirà tre mesi dopo…
~
Libri per l’approfondimento ~
Electa,
“Architettura NeoClassica tedesca”, ????? ?????.
“Monografia
su Schinkel”, Gianfranco Semino
Schinkel
è una figura molto importante per come si è operata su di lui una forzatura
ideologica in futuro, idealizzandola come continuatore del ‘700 francese, oltre
ad essere esaltato e preso a modello dal nazismo per la sua ricerca di un
linguaggio genuinamente tedesco, ed in più per la ricerca di razionalismo e
rigore fu a lungo considerato precursore del movimento moderno. Di recente è
stato oggetto di una revisione storiografia, con una filologia più critica ed
attenta alle fonti. Il grande naturalista Willen Von Uimant(?) reputava che
Karl Friederich Schinkel fosse la figura intellettuale generale di riferimento
a Berlino, un riconoscimento di grandi capacità intellettuali che ne fanno un
personaggio molto importante anche dal punto di vista teorico. Fu anche
urbanista, pittore, scenografo, “designer” ante litteram. Questa capacità di
spaziare su vari registri dell’arte lo rende una figura molto importante, come
il suo dibattito su quale stile architettonico adottare. Come abbiamo avuto
modo di capire lo stile non è soltanto una questione di gusto, ma un riferirsi
ad un determinato partito ideologico. Dietro le correnti odierne c’è
sicuramente una tendenza di mercato, oltre che una scelta, magari sincera ed
onesta, ideologica. Tutte queste visioni del mondo afferiscono per tendenza
alle diatribe dell’800. Alcune scoperte ed applicazioni del tempo non sempre
portavano un miglioramento delle condizioni di vita ed un aumento del
benessere, ma a volte l’esatto contrario. Questo ha portato in lui
un’attenzione particolare al tema della società in rapporto all’architettura,
ed è anche per questo che la sua figura critica (?) ha avuto così successo. Importante
anche la conoscenza di Freiderick Gilly (padre e figlio nella Berlino di
allora). Vediamo la città di Berlino, una grossa città “doppia” del nord-est
della Germania, sul fiume Sprea, derivata dalla crescita dei due borghi, Berlin
e Kölm. Vediamo le tracce di una fortificazione alla moderna con baluardi. In
questo periodo da nodo commerciale diventa capitale e sede militare. La
dinastia si riconosce da un certo cameratismo, come per i Savoia, e gli
ampliamenti ‘600-‘700 sono tracciati ippodamei, realizzati dai militari. La
residenza di corte è un punto fondamentale, davanti un giardino il Lust-garden,
e davanti il duomo: dunque tutti i poteri sono accentrati nella piazza. Con dei
canali artificiali si formano delle specie di isole, un canale collega la piazza
del mercato e dei militari, dove stanno due chiese gemelle, una protestante ed
una cattolica, la splendida strada
dell’Unter den lInden, e vicino la sede del teatro. La corte lo chiama ad
intervenire nella residenza del sovrano, anche quelle nei dintorni in
particolare a Potsdam, dove troveremo alcuni interventi importanti. Questo
aspetto del militarismo è riconoscibile in certe scelte architettoniche, il
castello sembra una caserma. Mirabeau diceva “La Prussia è un esercito che
possiede uno stato”. Questo grande asse simbolico e rappresentativo della
capitale sarà l’occasione per proporre degli ingressi di particolare
magniloquenza. Gilly aveva proposto di costruire il foro federiciano ed il
teatro per Berlino, ma si incarica Langhans, vecchio architetto di corte, per
un progetto. Gilly propone delle masse pure che manifestano subito la loro
funzione, come semplificazione delle masse e delle murature, un teatro
all’antica con portico, tripodi, decorazioni all’antica, bracieri fumanti,
siamo sempre nel periodo in cui l’architettura neoclassica è particolarmente
internazionalista. Di fatto il teatro verrà ricostruito sulle fondamenta
dell’edificio bruciato ma su progetto di Langhans, scartando il progetto di
Gilly. Langhans costruisce il teatro con uno curioso tetto a forma di baule. Si
coglie l’occasione di creare una simmetria con un frontone esastilo fra le due
chiese cattoliche e protestanti. C’è una mancata adesione all’intento
neoclassico che pretendeva di fa riconoscere all’esterno il carattere dell’edificio.
Qui da Gilly apprende i principi basi dell’economicità dell’architettura, oltre
che dalla formazione di Durand. Nel 1800 con la morte prematura di Gilly,
Schinkel una sorta di eredità professionale nello stesso studio di Gilly, lo
sprona al viaggio in Italia, come proposto da Goethe. A Roma incontra
l’ambasciatore prussiano, Willen Von Umbulton (?). Egli scrisse un importante
libro di botanica, cercando una sorta di “energia” della natura, delle energie
che permettono la crescita dell’uomo, energia intrinseca di trasformazione che
possono far “progredire”. E’ il fondatore dell’università di Berlino, e nel
periodo di restaurazione permette di impiantare innovative impostazioni
culturali in Germania. Nello statuto è infatti esaltata l’autonomia della
ricerca dallo stato, autonomia ora presente di principio in quasi tutti gli
stati del mondo ma che trova ancora gravi ostacoli a causa degli interessi di
gruppi di potere e religiosi, che pretendono di imporre la propria visione
induttiva. Nel viaggio italiano di Schinkel l’esperienza più importante è
l’impatto col paesaggio italiano, un’articolazione pittoresca dell’architettura
spontanea e del suo rapporto con la natura. Un paesaggio antropizzato,
codificata dal lavorio incessante di generazioni, con una densità di
popolazione molto più elevata della Germania. Comprende che esiste una
monumentalità che prescinde dai raggiungimenti dell’architettura antica, ma sta
nelle forze incessanti applicate nei secoli dalla forza della natura, ed il
paesaggio italiano viene identificato come riferimento di momumentalità
primaria. Durante il viaggio le occasione disegnative sono tantissime, ma
Schinkel non realizza misure o rilievi
delle rovine antiche, in quanto il ‘700 aveva esaurito questo compito. Si è
ampliato il repertorio enciclopedico, e Schinkel, rimane affascinato
dall’insieme di composizioni come quelle di Piranesi, gli entrano negli occhi
le vedute di scorcio un po’ casuali, con un effetto pittorico ed omogeneo.
Questo fascino dell’architettura stratificata, lo porta ad esplorare la
penisola da questo punto di vista. Comincia a giocare di fantasia con il
paesaggio italiano, come questa veduta di Piazza monumentale (riferimenti di
architettura veneziana e pisana) mescolati fra loro con tre scalinate monumentali
e quadrettatura, affascinato dalle composizioni di età diverse. Anche se forza
un po’ la mano col gusto ‘800 ed accademico, in questo impianto ortogonale di
questa piazza sul mare. Si spinge come i suoi contemporanei verso il sud ed
arriva in Sicilia, al duomo gotico-moresco-normanno di Palermo, disegnato con
sfumature a tratti, un interesse da scenografo o da pittore. A Pisa realizza
una veduta di fantasia, come vi fosse un colle terrazzato che scende davanti al
duomo. Ci ricorda l’utilizzo nell’800 di macchine ottico che servono a fissare
il punto di visione, o avvicinatori ottici (cannocchiali) che permettono di
cogliere l’aspetto più minuto dell’architettura. Una volta rientrato a Berlino,
utilizzerà il sistema del panopticon, la vista a tutto campo, per creare dei
divertimenti simili al nostro cinema. Si entrava in un capannone, come un
circo, e ci si trovava in un panorama dipinto, ad esempio di una città famosa,
come fu dipinta Palermo, a cui si poteva accedere a pagamento. Un viaggio
virtuale per una città dove la maggior parte dei berlinesi non sarebbe mai
potuta andare. C’è una nuova possibilità di sbocco professionale, che fa leva
su questo fenomeno di massa che è diventato il turismo. Il duomo di Berlino,
con attenzione ai monumenti medioevali, che giustifica l’attenzione al gotico,
diventa il duomo della liberazione, perché subito dopo il congresso di Vienna,
si sente il desiderio di festeggiare la liberazione dal giogo napoleonico. Lo
si costruisce vicino ad un’altura, con scelta gotica non casuale. Sul colle del
Monte della Croce cerca di far capire che lo stile più adatto ad un tempio
cristiano per la celebrazione è il gotico prussiano, ed inizia a fare degli
studi per individuarlo, e ne trova il modello “preciso” in una chiesa tedesca,
facendo la stessa operazione compiuta da Manzoni per la lingua italiana. Questa
tensione della restaurazione europea per andare a ritrovare le radici è
completamente estranea al regime napoleonico ed illuminista dove si preferiva
guardare i caratteri comuni e cosmopoliti, mentre ora si va a scavare nel
locale. In molte stagioni dell’architettura c’è un continuo dissidio fra la
cultura globale e locale. In questo duomo si scarta in toto il linguaggio del
rinascimento e del moderno, per ritornare nel medioevo. E’ la prima volta che
vediamo questa operazione, se non nel giardino inglese. Ricordiamo però che in
Inghilterra il gotico non “era mai morto”. Nella pianta il riferimento alla
classicità è davvero minimo, forse nelle scalinata e nell’ordine dell’impianto.
E’ una posizione ideologica forte, che Schinkel si sente di compiere, dicendo
che la vera architettura tedesca è quella gotica, anche se poi cambierà
opinione. In uno spazio vuoto fra le caserme, Schinkel interviene su vari
fronti, creando il nuovo museo, ricostruendo l’insieme, costruendo il ponte
della NuovaGuardia, rifacendo il duomo. Nel disegno in prospettiva sfumata,
come predicava Durand, l’ordine sparisce e compare solo una piccola base del
dorico, maschere utilizzate come decorazione, e di fianco due parallelepipedi
che sorreggono dei trofei di guerra, in mezzo un timpano. Qui sta la Neue Wache
[Nuova Guardia], a difesa della zona emblematica della città. La composizione
realizzata assume un tono più neo-greco, e questo edificio costruito fra il 1816
ed il 1818 è un po’ l’omaggio alla formazione con Gilly, il neo dorico che
ritorna inserito in un castrum romano, con 4 torri, per dare un senso di
solidità. Si è usciti da un dominio militare per dare una nuova idea di città,
possiamo uscire dalla Roma Napoleonica per entrare in un’Atene Prussiana.
Analizziamo ora la piazza del mercato con il nuovo teatro costruito da
Schinkel, la Schauspielhaus am Gendarmenmarkt. Dopo i tentativi di adeguare il
vecchio teatro, un nuovo incendio
permette di rifarlo completamente. Per dialogare meglio conserva le fondazioni
e gli dà una pianta a croce. Al piano terreno riconosciamo l’andamento
cruciforme, l’attenzione per il comfort per la discesa dei passeggeri dalle
carrozze in una galleria coperta, al piano superiore grande sala raccordata al
proscenio. Qui abbandona un po’ la sua riforma del teatro in età napoleonica e
decide di non utilizzare quinte complesse. Si preferisce un solo sfondo
scenico, in quanto deve essere colpito il cuore dello spettatore e non il suo occhio,
bisogna portare l’attenzione su quanto fa l’attore. Siamo nel momento di grande
successo del melodramma, l’opera musicale dove opera, musica e scenografia si
fondono in tutt’uno. Riesce nel tentativo di distribuire le funzioni, per tutte
le esigenze del teatro, artifici che gli permettono di mantenere questa pianta
simmetrica. L’ordine architettonico sta solo nell’ingresso frontale, “ionico”.
Per la prima volta viene applicato in Europa il sistema trilitico puro, ripreso
dalla tomba del corageta, e lo applica su tutte le facciate dell’edificio,
ottenendo così un’ulteriore esempio convincente della sintesi greco-gotica.
Ritorna ancora la conformazione a scheletro e lo svuotamento della parete, che
o sostiene o dà luce, un ritorno alla monumentalità primaria, alla semplicità
antica dell’ordine architettonico. Stessa cosa la possiamo notare anche
nell’Artes Museum, che quando deve costruire un nuovo museo per Berlino,
propone di realizzarlo nel Lustgarden davanti al palazzo reale, vicino al
canale secondario. Lo stesso Schinkel parla di una stoà, il portico che va
sulla piazza greca dell’Agorà. Ha due ali, due cortili per illuminare, ricorda
molto lo schema pubblicato da Durand. La soluzione di Schinkel è di creare due
piani, quello terreno per la scultura e quello superiore per la pittura. Non
vuole tanto dividere per periodi, vuole prima dilettare per istruire, per
ottenere in un secondo momento la finalità pedagogica. L’arte ed il teatro
hanno una funzione educativa, come veniva predicato nell’antichità, con
recupero anche degli ideali. E’ uno dei disegni più emblematici dell’ottocento,
che unisce le due modalità più espressive di Durand, senza colori (facendo un
“favore” all’editore), ma non rinunciando ad una grande visione, con figure e
decorazioni nel dettaglio. Questo portico sull’aperto si prolunga verso il
centro dell’edificio, costituendo una cerniera spaziale che permette di
raggiungere una scala con balaustre di ghisa. C’è eleganza anche nei vestiti
tardo-impero nei personaggi, dimostrando ulteriormente la grande capacità di
rendere il dettaglio decorativo. In un’immagine analoga ripresa negli anni ’40
ritroviamo la visione cromatica della piazza, sistemata a giardino col palazzo
di fronte, ionico anche questo. Il museo in sezione presenta una cupola con
oculo centrale, con i due livelli con perduta articolazione delle scale, piano
inferiore articolato con colonne, e superiormente per ottenere una luce
naturale e per recuperare superficie utile un sistema a pannelli. Nel tentativo
di fare il duomo di Berlino, oramai su una vera piazza, vediamo come anche qui
un edificio del presente che viene ri-configurato con un linguaggio classico,
con cupolini in facciata. Lavora anche sulla chiesa di Werber, dietro al
palazzo reale, e lavora in un modo che un po’ ci stupisce, facendo tre progetti
esecutivi. C’è una versione all’antica ripresa dagli impianti
termali, transenne di colonne uniche, schema estremamente romano. Nella sua versione
gotica anche qui ci fa vedere un altro modo di concepire lo stesso
spazio sacro. Per Schinkel non ci sono delle grandi differenze fra i greci ed i
germani, in quanto ebbero antenati comuni, con l’invasione dei Dori che erano
gli antenati comuni dei greci. C’è una propensione quantitativa per il greco
negli edifici pubblici, qui impiega le proposte tardo-gotiche, un linguaggio
depurato sugli esempi che lui ha ritenuto più tipici della Prussia, un gotico
unificato dalla matrice nazionale. La proposta poi scelta è quella con quattro
torri e portale binato. Sempre per gli Hohenzollern, ce ne mostra una
particolarmente interessante per Federico Guglielmo III. Schinkel recupera un
modello inglese di architettura di fantasia medioevale sullo stile inglese. Una
sorta di castello, trasposizione pittoresca ed immaginifica di un sistema
castellare, in pianta libera, con un rapporto armonico fra masse ed altezze,
con laghetto artificiale che lo circonda come un fossato, al centro di un
giardino paesaggistico, con clumbs piantati appositamente per effetti
scenografici. Gli stessi Hohenzollern chiedono delle residenze anche
esemplificate sulla villa antica, con una pianta con forte trattamento di
rendering, dove riconosciamo le sistemazioni verdi e le pavimentazioni. Si
arriva ad inserire un ippodromo o circo, realizzato come fosse un’architettura
vegetale. Anche l’immagine del palazzo unito alla forma del circo rimanda ai
palazzi palatini dell’Europa imperiale. L’esempio della decorazione parietale è
ripreso dall’antico, precisamente dal reticolo pompeiano, e sullo sfondo
l’eretteo. Sono configurazioni rivisitate in chiave ottocentesca, anche se
abbastanza precisa, molto colorata. Sono gli anni in cui Hildorf (?) scopre che
i templi greci erano colorati, ed inizia la polemica rispetto al neoclassicismo
sbiancato. Questa immagine è la prima idea per il castelletto di Charlottenhof,
residenza costruita vicina a Postdam. E’ una tenuta del principe ereditario
dove il terreno, in un impianto molto piccolo con due livelli, viene realizzato
con attenzione al comfort, con piano nobile e servizi, per disimpegnare i
livelli di accesso. C’è una compresenza dei due stili di giardino, inglese ed
italiana. Sotto al porticato sta un galleria coperta che permette di nascondere
i passaggi della servitù fino all’esedra. L’edificio è tutt’ora esistente, e
molto ben conservato. In questo studio planimetrico Schinkel sta molto attento
al paesaggio italiano, ma non con molta attenzione alla simmetria. Riesce ad
ottenere una felice armonia, una cornice gradevole e non troppo monumentale per
il principe ereditario e la sua famiglia, con una composizione che richiama i
criteri vedutistici, tutti omaggi al paesaggio italiano. Schinkel avrà due
prerogative principali, oltre all’ammirazione per il paesaggio italiano è molto
importante il viaggio in Inghilterra e l’attenzione all’architettura
industriale, che in futuro farà adoperare Schinkel per dare dignità agli
edifici utilitari/funzionali, quasi testimoniando una paura di queste novità.
Compie citazioni per episodi frammentari, una fase involutiva, è anche vero che
in questa seconda parte progetta degli edifici estremamente interessanti, che
daranno molte indicazioni all’architettura successiva, e troveremo le sue
matrici formali per un secolo. Cominciamo con la proposta per un grande
magazzino sul canale della Sprea, abbastanza impressionante in quanto datato al
1820, che sarebbe sorto a quattro livelli di solai con dei duplex, tra il 1° e
2° piano, e tra il 2° e 3°, realizzato nel senso di negozio ed abitazione del
commerciante, centro misto di abitazione e terziario. Ha una conformazione ad
H, decoro estetico per un edificio utilitaristico, che richiama i moderni
centri commerciali. Qui vediamo il tentativo di depurare il linguaggio in
maniera molto attenta, bisogna dare dignità in questa struttura trilitica,
nell’impianto a C ed in questa monumentalità. Presenta cornici marcapiano, lo
stesso meccanismo di foratura delle pareti e struttura a scheletro, apertura
alla luce come nel museo. L’altro edificio è l’Accademia di Architettura o di
Costruzione, la scuola di architettura. E’ prevista una collocazione
particolarmente nobile lungo il canale della Sprea, su un asse
commercial-terziario. Per l’accademia fa una scelta molto interessante: un
manuale costruito della buona architettura, con delle scelte formali tipiche
della tradizione edilizia germanica. La pianta dimostra una certa modularità
costruita sul quadrato, ci sono o pilastri o muri sulle graticole della
quadrettature, sempre con attenzione alla funzionalità e all’economicità
dell’edificio. La presenza di lucernai favorisce l’illuminazione delle aule,
oltre alla presenza di finestre molto ampie per le aule da disegno. L’aspetto
esterno, con sullo sfondo la chiesa di Werder, e questo parallelepipedo dalla declinazione
estremamente semplice, con un filare d’alberi sul canale, e la riflessione come
elemento molto interessante nello specchio d’acqua al di sotto, e costruita
esternamente in mattoni. E’ stato distrutto nel 1961, perdendo un capolavoro
non tanto in senso lato, ma per le scelte costruttive, come fece il Borromini
per operazioni in cotto a vista. All’interno della struttura muraria si inizia
ad utilizzare molto metallo, potendo aprire finestre molto grandi, limitando la
presenza del muro. C’è un atteggiamento di maggior compromesso fra le due
parti. Il basamento più o meno bugnato e le lesene ci suggerisce una ritmica,
tetto finto piano con balaustre per definire una volumetria pura. Vediamo dei
montanti verticali in metallo, e particolari ornamentali con funzione simbolica
molto studiata da Schinkel, che stende insieme ad altri letterati un programma
per la decorazione, che seppur limitata è molto attenta, precisa e retorica.
Nelle configurazioni del portale, l’architettura trova il suo obiettivo nel dare
bellezza alle strutture funzionali che servono alla vita dell’uomo, senza
rinunciare come Durand alla qualità materiale ed esecutiva estremamente alta.
In questo monumento a Federico II, quadrato di portici con la colonna al
centro, o triportico etc… leggiamo nella pianta le varie conformazioni per le
proposte di collocazione ed alternative possibili. E’ rappresentato con una
prospettiva al tratto, una linea pura senza sfumatura, una tipologia coclide
onoraria con la statua del sovrano in cima, ed all’interno una quadruplice
stoà, e per darne maggiormente l’idea, tutto è declinato in un linguaggio
greco, con triglifi, una Grecia che racchiude il monumento romano per
eccellenza. Le altre proposte furono, nello schizzo quella vicina al palazzo
del Kaiser, è una sovrapposizione di peristili su una piazza quadrata, vari
loggiati e muri di spina su 45° per gradi con funzione di chiusura ottica ai
colonnati e per donare maggiore rigidità. Probabilmente si riferisce al
colonnato dei palazzi palatini a Roma, ripresa ancora una volta ad un monumento
dell’antichità imperiale per commemorare il Kaiser. Tutte le murature sono
scolpite con bassorilievi che raccontano le gesta del sovrano, e le mura stanno
intorno al sacello commemorativo principale. Nella terza proposta è presente un
monumento centrale tra giardino e canale, porticato a C o U, con al centro il
doppio monumento di colonna onoraria e monumento equestre, per unificare i due
monumenti più esemplificativi della gloria romana, sostituito sulla colonna da
Atena Nike, e citazioni sempre delle varie Are come quella di Pergamo. Gli
architetti neoclassici vengono chiamati da una parte all’altra dell’Europa
grazie ai vincoli matrimoniali, e lo zar ne approfitta… Nel progetto per la
Crimea è per un luogo di villeggiatura privilegiato per le classi agiate russe.
Desiderano costruire una grande villa sulla penisola, e l’architetto sceglie un
promontorio roccioso ad Orianda, sia
villa sia museo per tutte le antichità caucasiche. Come nel famoso tempio del
Forum Fridicianum, collocato nella sommità della composizione, un tempio greco
idealizzato deve sorgere su una montagna artificiale su un alzato naturale. Al
suo interno ha un grande cortile rettangolare, al cui interno sorge un
basamento gigantesco che ospita un museo, dove svetta la simbologia greca.
Queste tavole litografate a colori sono estremamente efficaci come
illustrazioni, anche se realizzate con un procedimento molto complicato, con
varie tavole scolpite dall’acido per la quadricromia. L’ottocento ha rivalutato
il colore dell’antichità, ed è anche il secolo in cui si inventa il
procedimento di stampa a colori, e Schinkel è fra i primi ad utilizzare questo
processo. Ancora una volta ci mostra una pianta con indicazioni ad acquarello.
In basso 3 quadrati, quelli laterali per zar e zarina, che si collegano al
corpo centrale e sono riuniti sul fondo dalla sale di rappresentanze, sul
modello dei propilei. Al centro un giardino molto affollato, con giochi d’acqua
e tempio “greco”. C’è un uso dei colori anche molto interessante, porfido nero
per le colonne, capitelli ripresi dall’antico, un po’ raro con foglie
lanciolate, trabeature lignee, una rinascita della domus romana e della casa
greca. V’era una grande scalinata per salire al tempio, con un ordine asiatico
per resuscitare un’antichità caucasica, per varie suggestioni, di preparazione
alla vera sublime architettura che sta sopra.
Altro
importante monumento neoclassico è stato il British Museum, realizzato da Sir
Robert Smirkenel tra il 1823 ed il 1847.
[Venti
minuti persi causa conferenza…] Paul (?): con questa consapevolezza delle
origini il gotico si presta particolarmente bene, insieme al romanico, alla
ricerca delle radici nell’epoca della restaurazione. Per questa ragione assume
ancora più forza la corrente che intende tornare al medioevo, in quanto è
possibile individuare precisi stili nazionali in queste “correnti”, nell’epoca
della formazione degli stati nazionali.
Svolge
la triplice attività di storico
dell’arte e dell’architettura, di restauratore e di architetto
sognatore-visionario. Ha dalla sua una vasta parte dell’opinione pubblica, dove
l’opera di alcuni romanzieri negli anni ’30, ’40 e ‘50 dell’800, come Victor
Hugo, aveva indirizzato i gusti del pubblico. Proprio il romanzo ambientato a
Notre-dame, concepito nelle giornate sanguinose della rivoluzione del 1830 (?),
si potrebbe estrarre un capitolo o più dedicati alla ricreazione virtuale della
Parigi del 1400. Si tratta di uno straordinario episodio letterario che parte dalla
ricostruzione della chiesa, e che poi spostandosi sulle torri inizia ad
affrescare l’architettura medioevale parigina. Questo volume, edito nel 1831,
prepara la strada alle varie commissioni ministeriali, donazioni popolari, al
consenso popolare che fornirà sostegno allo stesso Viollet Le-Duc, sentimento
che si diffonde anche negli strati più bassi della popolazione. Due capitoli
sono presi a prestito da Hugo per una polemica artistica, legata alle diatribe
artistiche del tempo, sponsorizzando interventi che mirino a conservare meglio
i monumenti del passato. Scrive intatti “Uno degli scopi principali del
libro e della vita dell’autore è distillare e diffondere nella Francia l’amore
per l’architettura francese […] di tutte le distruzioni subite dalla chiesa il
tempo ha avuto la parte minore, ed il grosso dei danni è imputabile all’uomo
[…] alla chiesa mancano tre cose importanti: scalinata inferiore, serie
superiore di statue e colonnata […] Il tempo ha aggiunto alla chiesa più di
quello che le ha tolto…”. Dice di un edificio esattamente quello che
possiamo dire di un albero, che col tempo diventa più maestoso e fonte
d’ammirazione. Scrive ancora degli interventi compiuti nei secoli precedenti,
dove vengono messi in discussione grandi maestri del rinascimento. “Queste
aggiunte non sono testimonianze di un singolo autore, ma dello spirito dei
popoli in fermento, delle stratificazioni del tempo”. Pone una cesura netta fra
la fine del medioevo e tutto quello che è venuto dopo, producendo però un punto
di contraddizione nella sua posizione teorica. Questo discorso si allarga poi a
tutta la città, con descrizione di tutto quello che è stato distrutto della
vecchia Parigi medioevale, nel raffronto fra “come era” e “come è adesso”. Il
tutto accompagnato da molti “insulti” per chi ha costruito queste cose.
Dobbiamo cercare di capire come mai Viollet Le-Duc, nato nel 1814 e morto nel
1879, sarà il più grande restauratore francese. In tutta la sua opera è
sicuramente molto forte il razionalismo, filosofia che ritroviamo anche nella
composizione e nelle sue produzioni. E’ stato un personaggio in grado di
legittimare con la sua presenza “editoriale” pubblicazioni che hanno avuto un
grande ruolo nel dibattito del tempo. Lo vediamo ad esempio in questa
prefazione del libro di Emile Prisse d’Avenne,pubblicato nel 1869-77, e dal
titolo “L’arte araba tratta dai
monumenti del Cairo”. Questo libro incentrato sulla descrizione
dell’arabo-egiziano, è testimonianza del fatto che Viollet Le-Duc si spenda per
far conoscere e legittimare un’attenzione filologica all’architettura araba. Ci
fa capire come il campionario stilistico dell’800 si è ampliato, definendo un
ventaglio molto ampio di possibilità, o un pentolone oramai pieno. Oramai si
possono riprodurre per stampa anche i colori e non solo le forme, e si riesce
bene a dare il senso del dettaglio minuto, tipico dell’arte araba. Ci sono
anche tavole dedicate allo stucco ed a particolari, dove ha grande importanza
il chiaroscuro e la precisione del tratto. Ci sono nessi molto stretti fra
l’Europa e l’architettura araba, in quanto essa “non aveva” una tradizione
architettonica precedente essendo nomade, e si ispira dai monumenti della Terra
Santa, e prende dopo una direzione autonoma. Vediamo un particolare del minbar [pulpito arabo sopraelevato], di “stucco
impagliato”, con i tipici intrecci arabi. Oppure tavole con motivi a mosaico di
ceramica policroma, motivi che troviamo anche nei tappeti o nelle decorazioni
murarie. Viollet Le-Duc era ormai conosciuto ed aveva avuto un certo ruolo
nella decorazione di interni ed esterni, come progettista o consulente. In
questa casa costruita vicino a Pier-Fonte, si ricostruì un castello molto
bello, una delle tante residenze imperiali di Napoleone III. Viollet è molto
attento a quella che è la tradizione rinascimentale della Francia, dove gli
angolo di pietra si accompagnano con il mattone faccia a vista (stile chiamato
dai francesi “pierre et bric”), con concessioni al seicento. Intervenirono
anche nella residenza dei baroni Rochy in collaborazione con Joseph Paxton.
Queste personalità erano “ai vertici” nel 1875, e furono contattate per
costruire e decorare il castello di R (?).
Le immagini ci comunicano l’attenzione ad un repertorio che non è per nulla
rinascimentale, ma eclettico. Vediamo poi due edifici, il primo costruito nel
1860 in Rue de Liège a Parigi, il secondo del 1880 realizzato da un collega Da
Guillame (?),una sorta di maison commercial. Quasi in funzione di vetrina
vediamo come su più livelli si utilizza molto il vetro e la ghisa. La presenza
commerciale di tanto ferro, la presenza di moduli compositivi, facciata seriale
con livelli sovrapposti, sostanzialmente ci fa vedere un professionista molto
attento alle esigenze della committenza, con case private molto sobrie, ed
edifici commerciali ricercati. Non sarebbe certo diventato famoso per edifici
di questo tipo, molto simili a quelli ideati da altri colleghi. Si crea invece
una fama come studioso delle antichità medioevali francesi, e diventa teorico
di quelle antichità, individuando lo stile più puro del gotico francese, non
tanto individuato in singole traduzioni in pietra, ma nell’idea sottesa a
quelle realizzazioni, come in un procedimento platonico. Identifica questa idea
primigenia in questa immagine ideale di cattedrale, anche se non si rende conto
che sta progettando una chiesa neo-gotica, come avevano fatto molti,
idealizzando un periodo ed ottenendo un risultato completamente astorico.
Questo modello passato nella mani di progettisti porta alla costruzione di
cattedrali ancora più depurate e perfette, con i cantieri del tempo molto più
veloci ed organizzati.
Ad
un certo punto si apre allo studioso un versante operativo: nel 1840 Le-Duc
viene convocato all’ufficio generale dei monumenti storici di Francia, dove
Prosperè Merinè (?) siede nell’incarico di direttore generale, e insieme a
Lassus (?) (1807-1867), vengono incaricati di restaurare la Sainte-Chapelle.
Questa è la chiesa palatina di San Luigi, costruita di fianco all’antico palazzo
reale dell’île de la cité. Questa cappella è sicuramente un grande scrigno,
esempio del gotico francese, devastato dalla rivoluzione. All’interno stava la
reliquia della corona di spine di cristo, portata dalla terrasanta. Durante la
rivoluzione si perdono molte di queste reliquie ed alcune vetrate. I due vanno
a ricucire le parti di pietre mancanti, dove erano state sostituite quelle
danneggiate, e tutti i pinnacoli mancanti vengono reinseriti. La chiesa viene
monumentalizzata, e su tre lati della corte viene presentata in questo aspetto
rinnovato. A questo edificio, anche attualmente sottoposto a restauro, manca un
pinnacolo a causa della “grande tempête” accaduta nel 2000 in Francia. Nel
cantiere di restauro ora stanno scolpendo una sostituzione della guglia
sostanzialmente identica, procedimento che avviene sempre in caso di rischi o
degradazione di un pezzo nelle fabbriche ecclesiastiche. Se un monumento è
semplicemente l’incarnazione di un’idea, non è tanto l’elemento del monumento a
comunicare l’idea, e quindi può essere sostituito a seconda delle necessità. In
Italia al contrario si tende a conservare il singolo elemento, come unico ed
insostituibile, in quanto fabbricato in un determinato contesto. E’ il grande
dibattito del restauro che trova qui il suo momento di partenza. L’interno era
completamente spoglio, con vetrate distrutte, i due operatori reinventano
quello che non c’era più, rifanno un altare delle reliquie, reintegrano le
parti mancanti e le decorano pesantemente. Troviamo ora un gusto estremamente
vivace nei colori, oltre che oro alla porporina dato dappertutto, ora
difficilmente accettabile. Questo stile delle decorazioni risentì molto
dell’immaginario cromatico dell’800, in certi muri ci sono addirittura delle
“gemme” incastonate nelle pareti, altro esempio di kitsch ottocentesco. Tutto
quello che vediamo oggi a Notre-dame deriva dal restauro della metà dell’800,
sul “successo” della “Sainte-Chapelle”.
Secondo Le-Duc “Il restauro è portare l’edificio ad una condizione che
non ha mai posseduto […] mettersi nei panni dell’architetto primitivo tornato
in vita, ed immaginare le azioni”, concetti oggi inconcepibili. Il risultato è
un incubo o un sogno, dove si ripristina secondo uno studio comparativo sì
serio, ma che viene realizzato anche senza documenti originali sull’intervento.
Le-Duc fa poi molte pubblicazioni d’architettura, arredamento etc… Fa inoltre
ricostruire le statue decapitate e distrutte di Notre-dame, nel processo di
restaurazione politica dell’epoca, dove anche i passati re ritrovano il loro
spazio. Sono demolite tutte le case all’intorno di NotreDame [le vecchie case
dei canonici] e realizzato un grande giardino, e la “casettina del tesoro…
(?)”, di completa invenzione. Anche all’interno succede lo stesso, vengono eliminate
tutte le cappelle ed altari posteriori al medioevo, salvo quelle considerate
dei capolavori. L’interno è rifatto e ridipinto con vivaci colori come nel
palazzo di cristallo, bracieri, vetrate rifatte a colori, un grande lavorio per
riportare la chiesa non allo stato originario, ma allo stato che produrrebbe
l’architetto originario riportato in vita. Ha demolito tutta la stratificazione
esaltata da Hugo, ed ora la chiesa andrebbe analizzata come fosse un monumento
neogotico dell’800.
A
qui tempi era un paese tagliato fuori dal mondo, rimasto medioevale perché
nessuno vi abitava da quei tempi. Le-Duc arriva e lo ricostruisce per intero,
producendo una sorta di Disneyland, che almeno da lontano mantiene l’aspetto
fiabesco tipico del medioevo idealizzato. Tutte le torri e le cuspidi sono
state rifatte da Le-Duc per analogia con altre torri e fortificazioni. Tutto
quello che vediamo è poco probabile dal punto di vista formale, ma è stato in
grado di invertire il degrado di un centro antico, congelandolo su un aspetto
che non è mai stato il suo, e riportarvi l’attenzione del mondo. Ha due cerchie
murarie, una con fossato ed un camminamento con spalti, ripristinati in legno.
Non è del resto troppo difficile distinguere fra antico e nuovo, come traspare
dai conci. Dentro l’abitato c’è di tutto, in quanto Le-Duc cerca di darci un
campionario di quello che era l’architettura civile dei vari periodi,
riproducendo anche la stratificazione urbana dei centri francesi.
Viollet
Le-Duc “architetto-sognatore” è autore di progetti impossibili allora almeno
dal punto di vista estetico. Cerca di riprodurre il principio strutturale
estremamente razionale del gotico, dandone sempre differenti interpretazioni,
ricordando come lo considerasse il più alto momento dell’architettura. Ricorda
che come stile è molto conveniente, dando con il minor dispendio di elementi e
materiali il maggiore effetto statico e scenografico. Scrive che “bisogna
riconosce la funzione propria del ferro”. L’utilizzo del ferro permette degli
ardimenti strutturali paragonali a quelli ideati in età gotica, il ferro e la
muratura devono essere svincolati, sia per ragioni etiche sia pragmatiche, in
quanto bisogna intervenire nel restauro della ruggine. Ci vuole illustrare la
capacità strutturale del materiale. Vediamo una sala centralizzata per
concerti”, con capienza per 700° persone, in un progetto del 1864. Lo schema di
pianta è un ottagono, e con la costruzione in ferro si evitano di avere
sostegni al centro che impediscano la visione e la trasmissione del suono, ed
una volta quasi tardo-gotica in stile Rundbogenstil. Le curve complesse non
poggiano su colonne ma su puntali di ferro, quasi una tensostruttura
rispettante i principi già citati. Quando
nel 1863 ha cercato di entrare nella Scuola delle Arti le sue lezioni sono
state talmente contestate dagli studenti che alla fine è stato cacciato.
Piercer e Fontane sono gli architetti di Napoleone, fanno delle raccolte di esempi pubblicati nel 1801 e 1812, ricchi di riferimenti classici. Napoleone fa costruire una scrivania da viaggio, con sediolina, scomparti e calamaio inclusi. Opere dal gusto semplificato, come un secretaire dai pochi decori. Le camere di alcuni regnanti minori, come la duchessa di Parma non sono camere di parata, ma hanno interni minuti e molto semplici, comodi ed attenti al comfort. Pelagio Palagi realizza interni vari per i Savoia, fra gabinetti latini, etruschi ed esotici. Schinkel realizza in maniera raffinata e convincente un mobile, con linguaggio antico e capitello ionico per un bacile, oltre alla poltrona da lavoro per il kaiser vecchio e malato, con imbottitura e sostegno per un piccolo scrittoio. Osserviamo il comfort che si sposa con l’antichità, anche nei giardino d’inverno.
Nel terzo-quarto decennio
dell’ottocento, iniziano i riferimenti al gotico. Anche
all’esposizione universale, abbiamo una sala di mobili in stile neo-gotico
A metà dell’ottocento, inizia la
moda del rinascimento, come se gli artisti stessero sfogliando un
campionario in ordine cronologico. Addirittura il settecento diventa motivo
d’ispirazione, con mobili raffiguranti scimmiette suonatrici ispirandosi solo
al secolo prima. Vediamo ora lo scalone che porta nella Sala di Le-Duc 1859
realizzato per i duchi già citati insieme a Jospeh Paxton. C’è una sorta di
commistione con un tetto vetrato.
In questa camera da letto di parata
si realizza un barocco declinato con pesantezza ottocentesca, nel
castello di Baviera di Ludwig. Questi era diventato fra l’altro il principale
protettore di Wagner, ed era legatissimo al mondo del melodramma. Questa camera
d’oro avrebbe fatto sfigurare persino quelle di Versailles.
Pervadono il secolo anche i svariati
riferimenti esotici, di stile cinese, indiano, arabo-moresco.
Architettura
degli ingegneri
Analizziamo
ora l’uso del metallo in architettura. L’immagine del Louvre è tratta da un
libro molto importante, di Jean-Baptiste Rondelè (?), “… ? trattato dell’arte
di costruire” 1802-1817 (?). Questo esperto di tecnica delle costruzioni è intervenuto
ad esempio a Santa Genoveffa-Pantheon, ma l’uso del metallo per “aiutare”
l’architettura è molto antico. Ed anche quanto Perrault deve costruire questa
trabeazione dove ricorrere a dei tiranti in ferro, ed in questo si realizza una
citazione della grecità non solo idealistica ma anche tecnicista. In
particolare, in aiuto di strutture come la piattabanda, si scopre il ferro come
possibile aiuto per l’architettura. Non abbiamo ancora esempi di ferro a vista,
salvo qualche ponte, ma che allora non è considerato architettura, ma
infrastruttura. Nell’architettura di rappresentanza a Santa Genoveffa non si
può assolutamente utilizzare ferro a vista, fra l’altro non ci sono neanche
catene. Si crea un’armatura molto complessa per sostenere gli architravi in
piattabanda, che ritroviamo potenziata nel colonnato del Pantheon. E’ un libro
che spiega come utilizzare nella costruzione il ferro, e a questo ne seguiranno
molti altri, segnalando questo nuovo canale di possibilità. Il ferro viene
utilizzato in edifici di importanza simbolica, qui nel mercato dei grani
costruito da Marche (?) … ed inaugurato da Napoleone nel 1811, insieme a
Belangè e Bunette. (?) Ha un lucernario vetrato, a “prova” quindi d’incendio,
ora totalmente trasformato nell’attuale edificio della Borsa, e mostra anche
nella struttura dei pilastri interni l’uso del metallo. Come pianta
l’architetto rende civile una basilica di antica memoria con deambulatorio.
Proprio il commercio del grano e la sua gestione pubblica contro le carestie, è
uno degli argomenti caratteristici, come il commercio del sale,
dell’illuminismo… Il primo architetto capace di proporre il ferro a vista è
Henri Labrouste, nato nel 1801 e morto nel 1875. Aveva sicuramente studiato con
Durand, o dai suoi libri, e ha la fortuna di costruire le due biblioteche
principali di Parigi. Qui troviamo ancora oggi la Bibliothèque Saint Geneviève,
ex-biblioteca monastica. L’architettura costituisce il nucleo generatore di una
composizione universale, con una situazione abbastanza gradevole per lo studio.
I pannelli vengono completamente incisi e scolpiti con i nomi dei sapienti
illustri. Il piano inferiore è destinanto alla burocrazia e l’organizzazione,
mentre il piano superiore con arcate tamponante costruisce la vera e propria
sala di lettura. Le arcate sono sostenute da colonne di ghisa e putrelle
lavorate, che vanno a sostenere su due navate l’intera struttura, dove il ferro
si mostra nella sua nudità l’edificio. Il metallo diventa una componente
dell’architettura nobile, con sostegni conformati come colonne, ma le cui
proporzioni non hanno alcun riferimento alla proporzioni classiche. Gli
architetti che hanno sempre lavorato su delle masse, si trovano con un
materiale che “non ha massa”, o ha una massa che può quasi essere resa invisibile,
dando l’idea di un unico ambiente sovrastato da un velo. Il successo e le
polemiche lo aiutano ad ottenere la commissione per la Bibliothèque Imperiale,
ora Bibliothèque Nazionale, nel 1865. Qui sceglie non le volte a botte come
nella Bibliothèque Saint Geneviève, ma le volte a vela con soli 4 pilastri che
sostengono nove vele aperte da un lucernario centrale ad oculo. E’ una
situazione diversa ma simile nell’impostazione, con un grande emiciclo sul lato
lungo, che richiama la rotondità della volta, composta quasi con pannelli
prefabbricati. Troviamo sempre capitello, fusto e base per richiamare alla
memoria l’origine del sostegno. L’oculo realizza un’iluminazione zenitale
particolarmente indicata per la lettura, facilitata fra l’altro grazie agli artifici
per distogliere dai rumori della strada .C’è un volume altissimo per gli
scaffali, consultabili con vari piani su un grigliato metallico. Questo
permette di illuminare fino agli ultimi livelli, riducendo il costo
dell’illuminazione ed il rischio di incendio, e dando una grande importanza
alla parte di servizio ed utilitaristico della biblioteca. Nell’800 si costruiscono grandi stazioni e
grandi mercati, tutti in metallo ove fosse necessario coprire una grande area,
insieme a componenti in vetro e legno. Ad esempio i mercati generali di Parigi
Les Halles (1853-1858), ora smantellati per un discutibile centro commerciale.
Questa struttura risparmia suolo per i mercanti di Parigi, per una città in
crescita continua. In questi immensi spazi che sono strade coperte. Leggiamo
un’attenzione degli architetti che sono baltard e balle (?), per una tipologia
che avevamo visto nelle chiese gotiche, con archeggiature, presenza di
Clair-étage, per la navate centrale che prende luce. Sembra la traposizione (di
che?) nel mercato coperto, per renderlo più economico e funzionale,e
permettendone il funzionamento giorno notte e con qualsiasi tempo. Si trova
anche un’applicazione straordinaria nel campo del giardino, come nelle serre,
destinate a creare un micro-clima caldo e umido per permettere la crescita di
piante tropicali, come quella di Que-Garden. Questa ha un arco in putrella
rinforzato ai fianchi da questi cerchi, nel punto di più probabile cedimento
strutturale. La struttura portante è curvilinea e sopra sta l’appoggio per le
falde di vetro che costituiscono il tetto dell’edificio.
Il
meccanismo fra l’ornamento e la funzionalità statica, trova a Londra una grande
opportunità che costituisce l’opportunità di trasferirsi nell’architettura di
rappresentanza, in occasione nell’esposizione universale ai momenti di massimo
splendore della regno della regina Vittoria. Lo stesso meccanismo di
accentramento napoleonico è ripetuto dai londinesi, e ci vuole un grande
contenitore per questo esempio di capitalismo, ovvero il Christal Palace, una
scatola immensa per tutti i padiglioni delle nazioni del mondo. Anche la
commissione richiede un’architettura smontabile, che permetta la conservazione
degli alberi secolari di Hyde Park, e sia velocemente eseguibile. Un
protagonista delle costruzioni delle serre, Joseph Paxton, insieme agli
ingegneri Fox e Henderson, otterrà la vittoria con un progetto che soddisfa
tutti i requisiti della commissione. La scelta tipologica si vede, come in
questa cromo-litografia, nel volume che descrive l’esposizione. E’ una grande
croce con transetto, priva di cupola ma con questa volta a botte sul transetto.
Il Christal Palace sarà poi smontato e ricostruito, ma un incendio lo
distruggerà nel 1936. La più grande lastra di vetro in produzione dalle
industrie è utilizzata come modulo architettonico, con una gigantesca armatura
metallica. Si adotta una soluzione semplice e geniale, in un edificio che deve
fra l’altro resistere alle piogge, venti e nevi, problemi che Charles Fox
risolverà brillantemente con vari accorgimenti. Tutta la costruzione ha zone
laterali su due livelli, con un ingresso centrale unico, seguendo la tipologia
della chiesa paleocristiana. Il progetto ci fa vedere come sia difficile
concepire l’architettura in ferro prescindendo dall’architettura in pietra e
mattoni, ad anche il metallo è stato piegato a rappresentare colonne, archi,
trabeazione tripartite, testimonianza della difficoltà di accettare queste
strutture per il pubblico del tempo. Il passo in avanti è comunque importante,
e si realizza una sorta di organizzazione artificiale o virtuale dello spazio,
un luogo aperto che è stato solo diaframmato da questa architettura. Si
risolvono i mille problemi della copertura con un sistema di micro-capriate,
che raccolgono le acque di scolo dai montanti orizzontali, utili anche per la
condensa interna, poi incanalate in tubi che vanno a raggiungere i montanti
verticali. Questi sono cavi all’interno, e svolgono quindi la doppia funzione
di portanza e di pluviali. Le controventature sono travi reticolari con tiranti
in metallo. Siamo in questa immagine nel 1851, in attesa dell’inaugurazione,
con alberi all’interno, il cielo è visibile e gli alberi possono continuare a
vegetare. I commenti sono entusiastici sia per la vastità dell’esposizione, sia
per la struttura, un diaframma praticamente invisibile. A livello di
riproduzione editoriale ogni dettaglio del Christal Palace è pubblicato, con
tavole che renderebbero possibile anche oggi la riproduzione dell’edificio. Ci
sono dei sistemi con grande ruote che trasmettono il movimento ai cerchi delle
trabeazioni, per regolare il clima interno della “serra”, per regolare il clima
e limitare la condensa. Così all’interno della pavimentazione del Christal
Palace sta un sistema automatico per l’eliminazione della polvere. Tra un
assisto e l’altro vi sono delle fessure, dove tutto viene gettato dagli
spazzini e delle macchine lo eliminano all’esterno. Rappresenta una nuova
tecnica della rappresentazione della realtà (?), e l’entrata imita un piccolo
tempio con colonne doriche. E’ un nuovo tempio della società occidentale,
capitalista e consumista. La struttura
si estende a perdita d’occhio, ed i montanti e tutte le travature sono coperti
da colori puri, giallo, rosso e blu, come quelli della stampa. L’autore di
queste decorazioni è Owen Jones, che scrisse una “Grammatica dell’ornamento”.
Essa conteneva tutti gli stili dei colori ed ornamentali di tutti i reperti,
disegni, arazzi, di ogni periodo e civiltà possibile, realizzando
un’enciclopedia del visibile della decorazione. Nella galleria dei vetri
artistici questi sono applicati direttamente alle pareti per sfruttare la luce
naturale. Questi prodotti vetrati finemente lavorati passano dalle cattedrali
ad un tempio dell’imperialismo consumistico. Questa occasione dal punto di
vista dal marketing porta ad una sorta di semplificazione, per essere
estremamente riconoscibili. Attraverso il meccanismo di delimitazione dello
spazio, si inizia a dover scegliere quali fossero le cose importanti da
esporre. E’ presente anche una sala delle macchine, con l’high-tech d’allora.
La rivoluzione industriale permette di affidare a macchine la ripetizione di
molti lavori manuali e ripetivi, facendo scadere il livello qualitativo, ed innescando
la diatriba fra positivisti e quanti vedevano dei pericoli per la società. Alla
chiusura si decide di replicare il meccanismo a turno in ogni capitale del
mondo.
Nel
1889 a Parigi, sempre una galleria
delle macchine, ci mostra l’estremo limite a cui si può giungere per coprire
questo spazio. Charles Dutert, architetto, e Victor Contamin, ingegnere
realizzano una struttura con archi a tre cerniere, una delle più semplici
strutture possibili, in cui economicamente si fa funzionare con solidità la
messa in atto di una struttura metallica. A Parigi nel 1889 si crea l’attuale
simbolo della città, la tour Eiffel, dal nome del suo costruttore. La
tecnologia per la costruzione passa dal ferro alla ghisa, e poi all’acciaio. E
nel suo studio copta ed impiega Sovestre per gli studi di architettura, a causa
della sua formazione di ingegnere. I due ce lo presentano nella versione
definitiva come un faro, dalla cui punta partono dei raggi. Strutturalmente è
realizzato unendo 4 travi reticolari piegandole dalla base, come un arco, in
dei piloni di calcestruzzo realizzati con una nuova tecnica pneumatica, e
chiudendo il tutto con tre anelli. Permette di dare anche un’immagine mostruosa
ma efficace per l’esposizione. Lo stesso Eiffel costruisce il grande magazzino
del Bon-marché (gioco di parole in francese, sia Buon Mercato che Basso
Prezzo), qui si sbizzarrisce a creare scale e balaustre, lucernario, in un
volume quadrilobato sostenuto da colonnine di ghisa.
Si
realizzano in questo periodo anche le gallerie Umberto I di Napoli e la
Galleria Vittorio Emanuele a Milano. Sono gallerie commerciali che vanno di
gran moda e sono state da poco riproposte nelle periferie di tutte le città del
mondo. Architettura del ferro significa anche architettura navale, e gli architetti-ingegneri
devono progettare dei veri e propri palazzi-città galleggianti, come un
grattacielo, disponendosi a vari livelli sempre più nobili, fino alla
ciminiera, “simbolo” della nave. Questo modo di vivere spostandosi, che
introduce una novità importante, la velocità e la possibilità di fare un lungo
viaggio come ci trovassimo in un grande albergo, consente di abbreviare il
tempo di viaggi come quelli intercontinentali. Questo ci introduce moltissima
in quella che sarà un’architettura sempre più legata ai mezzi di trasposto,
dalle città al territorio, ad esempio a causa “dell’invasione” degli automezzi
nelle città e di nuove strutture architettoniche come gli aeroporti.
Ovvero
“La messa in scena del tutto senza ironia”, in un secolo come l’ottocento che
certo non brilla per ironia. L’editore Sonzogno entra in joint venture con
altri editori, acquista i diritti delle immagini ed invia suoi giornalisti per
operare la traduzioni. Il sistema è ancora quello delle incisioni di rame, con
tratteggi particolari, come in questa raffigurazione della rotativa. Questa
macchina permette ora distribuzione molto vaste dei quotidiani, che possono
essere diffusi in milioni di copie in tutto lo stato. In questo periodo si
abbassa e si allarga il tono delle “polemiche”, che coinvolgono vasta parta
della popolazione. Nell’esposizione universale di Filadelfia c’è un edificio
principale che fa il verso al Christal Palace, con torri in neo-gotico
vittoriano, un’immensa costruzione in ferro e vetro ed un ambiente più alto al
centro. Ferrovia e ponti permettono alla città di avvicinarsi al complesso. Il
palazzo di belle arti di Filadelfia, sceglie una facciata esotica, forse perché
non si vuole concedere all’Europa il primato delle belle arti. All’interno
dell’esposizione notiamo un processo verso la proliferazioni degli edifici,
dedicati a funzioni tematiche. Dentro alcuni edifici specifici, come questo
palazzo in tipologia gotica con connotazioni rurali nobilitate da torrette, la
commistione di generi cerca di far capire come l’edificio sia dedicato
all’agricoltura. Nel palazzo
dell’orticoltura, si illustrano le coltivazioni pregiate in serre, nel
padiglione costruito dall’architetto Schwarzmann (?). Costruisce un edificio
dove l’elemento della serra è riconoscibilissimo all’esterno, e nelle
caratterizzazioni moresche della facciata ci richiama le coltivazioni.
All’interno si realizza un micro-clima quasi tropicale, inquadrato in un arco a
ferro di cavallo, tipico dell’arte araba. Durante l’esposizione verrà per la
prima volta eseguito un concerto telefonico, grazie all’invenzione di Meucci.
Ora un concerto eseguito a NewYork si trasmette attraverso un filo, c’è la
possibilità di distribuzioni dei suoni a distanze virtualmente infinite, e
siamo vicini anche al momento in cui potremo riascoltare all’infinito una
musica eseguita ed incisa. Vediamo i padiglioni nazionali, come quelli della Turchia,
con caratteristiche della vita popolare, dell’Egitto preceduto da
un arco ripreso da Luxor, del Brasile che non avendo una
tradizione architettonica si inventa un padiglione gotico del cotone. Per
l’Italia vengono coptati diversi artigiani, come Salvatore Coco, che producono
arredi che guardano ancora al rinascimento. Si arriva oramai ad un
“indifferentismo”, termine ripreso dalla teologia. L’eclettismo spiegato alle
masse, insieme ai fenomeni che l’hanno reso possibile, come l’archeologia, la
facilità dei viaggi e la fotografia. Questo tavolo esposto nel 1851 testimonia
“l’invenzione” del legno curvato, della piegatura a vapore dei legni. La ditta
Thonet inventa il piegamento a caldo del legno di faggio, ottenendo dei mobili
che sì scimmiottano mobili più nobili, ma ottengono forme più pure e semplici
di quelli che volevano imitare.
Avviene
nel 1884 a Torino, che non più capitale gode comunque di un trattamento di
favore da parte dei governi. L’esposizione è di un livello sì molto inferiore
rispetto a quelle universali, ma ritroviamo gli elementi del giardino
all’inglese, un edificio principale e quelli di corollario. Oramai si tratta di
un “edificio neo”, non essendo più possibile capire a quale dei mille stili si
possa ispirare. Non potendo inviare l’opera stessa spesso si inviava la
riproduzione, producendo una ulteriore decontestualizzazione. Nelle dispense
c’è spazio anche per gli incidenti, come l’esplosione di un aerostato, primo
esempio del gusto morboso del pubblico per gli incidenti. Si costruisce come
principale attrazione una borgo medioevale del Valentino, dall’ingegnere
DeAndrade (?) di origine portoghese, come se ne sono costruite a Barcellona al
Pueblo Espagnol, o come è diventata la stessa Carcassone. Lo stesso architetto
aveva ad esempio restaurato i castelli medioevali, come quello di Fenis.
Consiglio
di lettura: del librettista di Puccini, “Una partita a scacchi”,
ambientato nel castello di Sogne.(?) Con finale a sorpresa!
Si
continua a parlare dell’800 con particolare attenzione alla diffusione dei
modelli. Li presenteremo su tre livelli, urbanistico (che nasce come disciplina
autonoma proprio in questo periodo), dell’architettura vera e propria e
dell’arredamento/distribuzione degli interni. Sono gli ambiti canonici
dell’architettura, e ne analizzeremo l’andamento durante l’ottocento. Nascono
delle leggi, dei regolamenti che intendono regolare lo sviluppo della città, ad
esempio con la distanza fra i fronti degli edifici, la pendenza delle falde,
etc… Con dei semplici parametri si va ad incidere sull’immagine della città
futura e sul lavoro degli architetti, e nel corso degli anni la normativa
diventerà via via più vincolante. “Da ora” le storie della città vengono
progettate sui tavoli dei legislatori e non su quelli degli architetti. Si
inizia a parlare di “urbanistica” vera e propria, mentre prima era più adatto
il termine di interventi urbani. Abbiamo avuto fin dell’antichità piante di
città ex-novo, ma qui al di là del disegno c’è un corollario di normative prima
inesistente, non necessaria all’unico potere centrale che imponeva la scelta,
mentre ora le leve del potere sono più numerose. Vediamo inoltre la comparsa di
cartelli o lobby finanziarie e speculative, sempre più potenti, che a partire
dal rinascimento sono diventanti dei protagonisti a pieno titolo delle
trasformazioni urbane.
Barcellona
nella sua parte innovativa è un ottimo esempio per capire i sogni ed i
risultati della pianificazione ottocentesca. Nel piano di Cerdà, già nella metà
dell’800 si tenta di ricucire fra loro i vari insediamenti urbani, tentando di
ridefinire un tracciato ippodameo formato da ottagoni irregolari come maglia
tipo dell’isolato, e strade ortogonali. Nel progetto originale dovrebbero
essere costruiti solo due lati, opposti o d’angolo, del lotto realizzando così
quasi una città giardino. Uniche eccezioni al tracciato ippodameo sono le
strade diagonali, segni importanti. Questo progetto di notevole importanza
storica, dove si tenta di dirigere la crescita industriale, si deve scontrare
poi con la speculazione, con l’erosione, con le normative, nell’attuazione del
disegno. Oggigiorno gli isolati barcellonesi, le manzanas, sono costruiti su
tutti e 4 i lati, ma resta sempre percepibile il disegno ortogonale. Tutta
Europa vede le città antiche soggette a profondi mutamenti, anche in Italia
nonostante sia un paese arretrato rispetto alla rivoluzione industriale.
Notevole l’esempio di Firenze, per un breve periodo capitale d’Italia. Come in
tutte le città la stazione è un polo innovatore, e si attesta sempre ai margini
dell’abitato, e partendo da questa in tutte le città si crea poi un viale o un
altro importante collegamento col centro della città. A Firenze c’è una maglia
estremamente rigida, di origine romana seppure un po’ contorta dall’evoluzione
medioevale, che si presta alla modifiche degli interventi “sanitari” per
l’igiene pubblica. Aria e Acqua sono le scuse con la quali vengono affrontati
questi interventi di sventramento. Realizzando la Piazza del mercato si salva
poco del patrimonio edilizio preesistente, ovvero solo i singoli edifici di
grande importanza storica o formale, che vengono decontestualizzati e mostrati
come perle in mezzo a palazzi moderni. Questo scatena la protesta di molti
intellettuali e delle classi popolari, che col favore del potere perdono
possibili contesti di insurrezione e nascondigli.
Georges
Eugène Haussmann è il barone che trasforma radicalmente Parigi intorno alla
metà dell’800. In questa caricatura ha alle spalle un forziere, di cui tiene
saldamente la chiave, ed imbraccia due strumenti edilizi, il piccone demolitore
(o risanatore) e la cazzuola. Sullo sfondo delle rovine, e più in là una
cortina edilizia molto regolare. Perfetta descrizione del meccanismo che
sinteticamente procedeva badando ai finanziamenti, si demolendo e ricostruendo
cortine edilizie speculative. Questo personaggio è riuscito a governare almeno
in parte il processo di trasformazione di Parigi, con una capacità
spregiudicata di gestire il potere centrale, il potere municipale e tutti i
suoi uffici, e le società finanziarie, oltre che una serie straordinaria di
interlocutori fra i quali i proprietari immobiliari. La sua brillante
attitudine traspare anche dai giudizi che riceve prima di divenire “Prefetto
per la Senna” nel 1852. Ad un pranzo ufficiale Haussmann, di origine tedesca,
da un’impressione agghiacciante, di macchina da costruzione, egocentrico e
deciso al primo ministro del tempo. Agisce come la sua azione rappresentasse
l’emanazione diretta dal potere supremo, quasi assoluto, è la condizione “sine
qua non” per potere a termine il suo progetto. Crea un suo staff, e a tutti
quelli che non può sostituire fa pesare tantissimo la sua investitura
dall’alto, per commettere azioni anche al limite della legalità. Questa città
di circa un milione di abitanti, presenta le consuete tendenze per una crescita
notevole. Oltre alla divisione di arrondissements ingloba tutti i comuni
limitrofi, compresi nella cinta muraria. Insomma omogeneizza tutta l’area
interna al perimetro anche dal punto di vista amministrativo. Importanti sono le
riforme dell’illuminazione, del verde pubblico, delle fognature, delle vie
pubbliche. La scelta è operativa è di partire dagli sventramenti, per creare
degli assi visivi e di comunicazione. Qui si presentano varie motivazioni
ufficiali ai lavori, come l’eccessiva densità abitativa. C’è necessità dunque
di operare in questa direzione, come c’è necessità di collettori per portare
tutte le acque nere a valle, e ragioni di tipo rappresentativo, dove il gusto
attuale vuole i monumenti antichi isolati e messi in luce. Tutto il repertorio
del culto dell’asse, della simmetria, viene portato in maniera abbastanza
banale nel nuovo piano di Parigi. Questi monumenti definiscono i poli cardine,
che determinano la creazione di segni di collegamento. In ogni occasione, Haussmann
ci dice come fosse semplicemente l’esecutore della volontà del sovrano, più che
di sue intenzioni o interessi
personali. Questi interventi forse vennero pensati organicamente (come
ha rivelato una mappa scoperta recentemente negli archivi francesi), ma
proposti e realizzati per piccole tranche, per velocizzare il lavoro ed
ottenere più facilmente i finanziamenti. Dal punto di vista del verde pubblico
al periodo Parigi dispone di limitati parchi, come i Campi Elisi, il Campo di
Marte, il giardino di Luxembourg, ed i giardini de Tuilerie. Affida ad Alphand
i nuovi grandi parchi pubblici della città, che vengono creati come il Bois de
Boulogne ed il Bois de Vincennes. Sono realizzati partendo da foreste naturali,
con laghetti artificiali e creazioni esemplificate sul giardino inglese. Si
tratta di grandi giardini “regalati alle classi cittadine” dal sovrano. Se ne
creano anche due più piccoli, per bilanciare i due maggiori, disposti a segni
cardinali opposti. Grazie ad una legge repubblicana del 1841, che prevedeva
l’esproprio per ragioni di pubblica utilità, il barone ottiene che questa
concessione venga eseguita senza passare da commissioni, ma direttamente dal
decreto sovrano. Haussmann ha una mira: dopo tutti questi dispendi, è
necessario che i nuovi alloggi siano venduti ad un prezzo maggiorato, ma per un
complesso ricorso giudiziario è costretto a restituire gli alloggi ai legittimi
proprietari. Questo è un meccanismo abituale che restituendo il suolo permette
ai proprietari di gestire la trasformazione dello stesso. Ottiene comunque i
soldi grazie al sistema creditizio molto interessato alla trasformazione, per
un meccanismo economico che si incrementa da solo. Prima di tutto i costi degli
espropri venivano decisi da commissioni di proprietari, e ad un certo punto
“tutti si auguravano di venire espropriati”. Si innestava così un circolo
virtuoso, con una notevole creazione di indotto in cui in pratica Parigi ha
pagato da sola la sua crescita. In questo periodo in tutta Europa la destra
conservatrice va al potere. La struttura urbana dell’ancienne regime si
trasforma in un grande rischio per il potere attuale. Se la popolazione non
collabora, c’è quasi l’impossibilità per la “reazione” di imporre il suo giogo
con la forza, mentre diventa possibile reprimere le rivolte nei grandi viali.
Gli architetti professionisti iniziano ad applicare quel sistema eclettico.
Haussmann ingaggia i “migliori” architetti (i più audaci con le nuove
tecnologie) del tempo per diversi edifici pubblici. Questi interventi sono
pubblicati da Nargeaux (?) in un grande libro, dove sono raccolti esempi come
un ricovero per vecchi con strutture a padiglione isolate, un carcere costruito
da Baudremere (?), con il principio del Panopticon, il manicomio di Sant’Anna,
la scuola Voltarie. Si costruisce finalmente una grande struttura teatrale per
Parigi, l’Opera di Charles Garnier. Parla un linguaggio barocco, con un
tripudio di decorazione su pietra cementizia, ordine minore trabeato e colonne
binate, singoli elementi che conferiscono monumentalità frullati e ridisposti,
per un edificio molto pomposo e prestigioso. E’ un edificio che sperimenta
tecniche compositive nuove come nuove sono le tipologie di costruzione, in
particolare in metallo. C’è molto spazio per le quinte sceniche, e si inizia ad
oscurare la sala rialzando il grande lampadario a gas, l’astrolampo. Hanno
grande importanza anche i locali d’ingresso, con due bracci per l’accesso
carrabile. Questo aumento a macchia d’olio della città significa anche
ampliamento dei mezzi di trasporto, come con la creazione degli omnibus a
cavalli. I grandi boulevard si popolano di oggetti in movimento sempre più
rapidi e numerosi. La Francia continua a costruire monumenti neogotici, o
realizza facciate neogotiche dove le chiese ne erano prive come a Rouen. Oramai
gli architetti non sovrappongono più in stile eclettico come nel passato ma
applicano solamente uno stile filologico, anche se il risultato ovviamente non
è mai verosimile per uno storico. L’ottocento non ci inganna quasi mai quando ricostruisce
o restaura, perché lascia sempre un segno del suo tempo.
Vienna
è una città antica molto piccola, che ha una cinta muraria a ridosso
dell’abitato, un’area verde pomerale (spianata-tagliata) esistente per evitare
che intorno alle mura gli assedianti trovassero rifugio, ed intorno quartieri
popolari, che a Parigi invece si erano localizzati all’interno del centro
medioevale. Ora invece le capitali francesi le classi popolari materialmente
estromesse non avevano modo materiale di arrivare in centro a causa dei
percorsi concentrici, ottimo modo per liberare la zona nobile dalla plebe. A
Vienna questa vasta area libera è ora utilizzabile, in quanto la sicurezza
dello stato è data dai grandi eserciti, e non dalla resistenza agli assedi da
parte della città. Ora gli architetti hanno la possibilità di farne una delle
più grandi attrezzature pubbliche d’Europa. Vienna diventa così “moderna”
proprio perché nel Ring viene progettato un intervento omogeneo con tutte le
nuove funzioni e palazzi di utilità pubblica, come il municipio in stile
neogotico, o i palazzi imperiali, in asse con i centri museali, (storia
dell’arte e naturale che si fronteggiano), teatri, parlamento, tutta una serie
di funzioni legate alla vita pubblica e sociale della città, e giardini che le
permettono di diventare il cuore della vita pubblica della città. Come regista
dell’intera operazione abbiamo Goffried Semper, teorico dell’architettura. Ci
fa vedere come sia possibile reimpiegare l’architettura del passato, già nel
1821-24 Peter Nobile costruisce una porta neo-dorica. Essa dà un segno di
nobilitazione all’uscita della città con questa porta di corte. Nel ‘600-‘700
si individuava la prima costruzione nella capanna in legno, Semper prosegue il
percorso in un volume di una raccolta (che non riesce a terminare) dove tenta
di spiegare il processo costruttivo con spirito positivistico di miglioramento
progressivo. Secondo la sua tesi la capacità di gestire i colori dei motivi
semplici ed elementari delle fibre vegetali fa nascere il senso ornamentale,
che poi passa ad altri oggetti come vasellame e così via. Mette nella sua
architettura spunti di epoche diverse, come per realizzare la sede museale
“complica” lo schema della costruzione dell’Alte Pinakothek. La costruzione del
teatro vede la partecipazione di Semper ed di Hauisenaure (?). E’ autore anche
dell’opera di Dresda, dove notiamo un eclettismo spinto nell’architettura per
tutti gli edifici di pubblica utilità.
Sir
Charles Barry e A.W. Pugin costruiscono il Parlamento inglese, con la Torre di
Londra ed il BigBen. E’ stato costruito dal teorico inglese del neogotico
(anche in Gran Bretagna il gotico, o un particolare tipo di gotico viene
identificato come stile “nazionale autentico”. E’ progettato nel ’30, e
terminato nel ’52 non ha molto a fare come tipologia con l’architettura gotica,
ma è un gotico vittoriano molto seriale. In queste strutture si fa un utilizza
libero del gotico, in particolare dello stile perpendicolare. La forte
componente idealista e sognatrice dell’urbanistica inglese traspare da questo
disegno di Bakkingham (?), rappresentante la città ideale di Victoria. Nel 1849
abbiamo una riproposizione poco realistica degli schemi di città ideale del rinascimento,
testimonianza di quanto la città industriale stesse danneggiato la società
inglese e della fiera opposizione dell’intellighenzia inglese che si va ponendo
contro, ed idealizzano queste città ideali con piccole masse rurali che si
dedicano ad attività diverse da quelle industriali. Mentre Haussmann ha
governato dall’interno lo sviluppo della città, questi si pongono ai margini
del dibattito. Questo anche se saranno i precursori delle città giardino, che
avrà molta fortuna nel resto del secolo.
L’art Nouveau, dal termine francese, si diffonde in
tutta Europa con diversi nomi,come Modern Style (Spagna), Modernismo
(Catalogna), Stile Liberty o Floreale (Italia), Secession Stiil (Austria),
Jugend Stil (Germania), etc…
Sono i nuovi che si ribellano al
vecchio, all’accademico ed all’eclettico del secolo passato, ora la società si
può permettere, anzi si deve permettere, un nuovo modo, formare a tavolino uno
stile nuovo come nell’800, ma più che prendendo dal passato, cercando di creare
uno stile veramente nuovo. I motivi legati al fiore, alla foglia,
all’osservazione diretta della natura sono portati in primo piano nella
denominazione di Floreale, esprimendo una certa superficialità nella percezioni
di questi stimoli, ma sempre più profonda della denominazione di Liberty
utilizzata riprendendo il nome di una ditta che importava questi prodotti di
gusto Art Nouveau. Essa ha delle variabili importanti da un paese all’altro, in
base alle tradizioni delle regioni, in molte di queste l’Art Nouveau non è
fatto nuovo, ma insegue temi della restaurazione e dell’800. La novità sta
principalmente nella modalità di porsi nel costruire, con nuove tecniche come
quelle dell’industria, della produzione di massa, recependo il movimento Arts
And Crafts di Morris ed anche i sistemi industriali, e ponendosi come filosofia
l’intento di migliorare la vita dell’intorno, della popolazione. Questa è
classificabile come una filosofia sensista: se siamo circondati dalla bellezza
la nostra vita non può che migliorare. Questo discorso va a parare sulla
committenza agiata, l’aristocrazia e la borghesia, ceti che possono permettersi
di pagare maestranze capaci di ottenere con questo stile il discorso del
benessere sociale. C’è una contraddizione forte in questo, rispetto ai principi
ispirativi. Molti storici vedono qui l’ultimo esempio di arte vecchia maniera,
un movimento che non sapendo affrontare bene i problemi contemporanei ha
decretato la chiusura di un mondo. Per altri invece l’Art Nouveau è davvero una
novità, definendo la chiusura rispetto agli stili storici che vengono
abbandonati in questo periodo definendo l’inizio della contemporaneità con
essa. Possiamo leggerlo in entrambi i casi, con molti esempi per corroborare le
due visioni. Il nuovo ed il vecchio si interscambiano in un percorso visivo
variegato, ma che si può ricondurre ad un discorso di fondo.
Vi sono settori in cui l’Art Nouveau
ha portato ad un’innovazione, unendo gli aspetti della qualità e della
produzione di massa. Come queste immagini riprodotte in centinaia di copie, lo
stile ha trovato delle tecniche di stampa per ottenere una qualità visiva
elevata a costi contenuti. In questo periodo aumenta enormemente la varietà di
queste tecniche di stampa, che vengono sfruttate dagli artisti che si dirigono
verso una stilizzazione. Oltre a questo viene aborrito il “demone della linea”,
confermando la tensione dell’Art Nouveau per il vitalismo, uno slancio vitale
“naturale”, che l’artista restituisce trasformato dall’evento al pubblico, e si
trova forte anche il fenomeno della decadenza, la rappresentazione della
decadenza della natura, di quelle fasi del ciclo naturale che normalmente gli
artisti non rappresentavano. In questo periodo molte città hanno ingrandito
notevolmente i loro cimiteri, ed oggi troviamo numerosi monumenti denotati da
questo gusto. Vitalismo contro decadenza, sempre molto forte l’attenzione alla
natura che denota gli artisti. Questi schizzi di John Rusckin, studiano il
meccanismo delle foglie e le nuvole, una tensione per scoprire una modularità
nascosta, questo anelito che attraversa l’800 del trovare delle leggi nella
natura. Compare per la prima volta un gusto critico rispetto all’ornamento, il
discrimine rispetto al bell’ornamento e quello privo di valore “è bello se è
fatto con piacere” e non da una macchina impedita a trasmettere l’anelito
creativo dell’artista. Questi fiori di Morris, il tentativo di “recupero
dell’artigianato”, sono parte di questo sogno di una società migliore basata
sulla collettivizzazione di alcuni beni. Questo disegno è parzialmente
acquerellato, per farci capire che le altri parti attraverso gli stensil e
telai possono essere tagliate e sezionate. Motivi decorativi di Walter Bryne
(Line & Form) (?) ripercorrendo quasi la storia dell’arte parte in una tavola
dai motivi più semplici, desunti dalle primitive forme artistiche, per far
capire come l’evoluzione tenda a complicarsi, arrivando al nuovo c’è una
famiglia di forme che parte dal quadrato e dal cerchio, e per generazione
attraverso numerosi sistemi con anche numerosi elementi naturali arriva all’Art
Nouveau. Le forme elementari sono la matrice di tutte le decorazioni
successive, e possono essere riprese nel nuovo stile, in questa ispirazione un
po’ forzata. Questo stile trova applicazioni ad esempio nella pubblicazione, ad
esempio di semplici cartoncini, con l’intento di piegare le forme della natura
ad un intento decorativo e ornamentale. L’attenzione spasmodica al fiore non
precluda di inquadrare la natura nella sua specificità, gli artisti possono
disporre di molte fogge di fiori al contrario degli artisti del settecento, con
mughetti, fiordalisi, garofani. Dunque attenzione al fatto naturalistico,
seguito da un processo astratto. Gli stensil e la xilografia facilitano molto
la diffusione del nuovo gusto, arrivando quasi a decorazione via via più
astratte che oggi chiameremmo “optical”, per farci capire quante possibilità di
variazioni fossero contemplate. Gli artisti iniziano ad occuparsi di
composizioni più libere, un oggetto quasi fotografato diviene tout court
meccanismo di decorazione. Questa decorazione diventa debitrice dell’arte
giapponese, che da tempo utilizzava il dettaglio naturale. Anche se piegato,
malizioso e modificato, tutto ci fa credere che l’artista abbia potuto
fotografarli esattamente come li ha visti nel campo. Si inizia ad aprire un
mercato nuovo, quello della pubblicità. In questo campo il committente incarica
l’artista di creare un messaggio, di vario tipo, che sia possibile riprodurre
quanto più possibile per invogliare l’acquisto del prodotto. In questo esempio
il grafico ha utilizzato vermiglio, verde scuro, nero, uniti in questa stampa
in quadricromia, riuscendo così a dare un’immagine natalizia, ritagliando
questa texture di sfondo. E’ sicuramente notevole la capacità di astrazione che
rende in due dimensioni le immagini tridimensionali. Questa prassi utilizza un
fondo neutro come nell’arte bizantina, ed un’attenzione alla grafica dei
caratteri (fonts), che sono disegnati a mano. Alcuni artisti si specializzano
nella grafica delle riproduzioni, un campo estremamente specializzato, come il
gruppo Beggar Staffs (?), che disegna una fiche teatrale per il “Don
Chisciotte”. Per evocare la Spagna del tempo utilizza solo due colori andando a
ritagliare le figure, con semplicità grafica per colpire lo spettatore, volendo
impattare (anche se in italiano il significato etimologico del termine è
pareggiare, domanda che era inserita nel test d’ingresso e che tutti hanno
sbagliato). Pubblicità di qualsiasi merce, ed anche del lavoro intellettuale
dello stesso architetto. Questo architetto volendo trovare committenti non per
i soliti percorsi, decide nel 1897 di far produrre questa pubblicità. Vediamo
diverse texture applicate nel foglio, quella della tamponatura del tavolo con
gli strumenti di lavoro tipici dell’architetto, la carta da parati con alveari simbolo dell’ispirazione ed
organizzazione della natura, e una decorazione con filo a piombo. L’insieme
trasmette una notevole sensazione di calore, capacità artistica, oltre che
un’immagine professionale aggiornata e “moderna”.
Alphonse Mucha è un famosissimo decoratore grazie
alle sue bellissime donne, disegna qui la musa ispiratrice degli artisti, oltre
che elementi onirici. L’Art Nouveau ha un altro grande debito verso il gusto
rococò, o Luigi XV, che ha un vantaggio di presentare la linea curva e
l’asimmetria, il sentimento che stanno cercando gli artisti, descrivendo la
“linea del colpo di frusta”, con sinuosità rapide e chiuse, una delle maggiori
impressioni di movimento che possa rappresentare la gestualità umana. Anche
Walter Crane in un disegno del 1900, dove un atleta scaglia una palla, descrive
l’apoteosi della linea curva come strumento espressivo del movimento. Vediamo
poi pubblicità di sigarette, e di biciclette. Queste erano un mezzo di
trasporto nuovo, eminentemente contemporaneo, e la stampa dimostra una grande
attenzione all’economicità di riproduzione. Riproduce un’immagine di donna, in
un periodo avanzamento sociale per il sesso femminile, che guarda, invidiosa o
compiaciuta una donna in bici, dove il grafico non disegna i raggi per darci
l’impressione del movimento.
Molti studi e architetti percorsero questo movimento,
come “I quattro di Glasgow”, che appena diplomati iniziano ad avere un certo
successo, con composizioni basate sul sul bianco e sul lilla, sulla semplicità
decorativa, che ebbero grande fortuna e vasto seguito nel pubblico. Charles
Rennie Mackintosh decide di formare una scuola, di belle arti, dove separandosi
dalle tradizionali propende per un nuovo tipo di esigenze comunicative, e
costruisce appositamente una sede. La Scuola d’Arte è costruita fra il 1869 ed
il 1909, ha un ingresso leggermente decentrato, un piccolo anfiteatro, con una
disposizione molto semplice e razionale, mentre nel volume a torre a doppia altezza
sta la biblioteca, ben illuminata con librerie su tutte le pareti. Qui propugna
un ritorno alla semplificazione dell’arte, basandosi sulla riscoperta del mondo
celtico. Questo mondo sembrerebbe scomparso, ma è sopravvissuto in alcuni
reperti archeologici, in alcune popolazioni come quella gallese, scozzese,
bretone, irlandese e nei castelli baronali scozzessi. Si vuole riallacciare
alle tradizioni, come quella druidica, l’architettura scabra austera, rigorosa
nei volumi, che trova tutto il suo fascino nella volumetria e nei materiali.
Nel grande volume pieno opera giochi molto sensibili di piccole rientranze e
sporgenze, volumi nella massa muraria, come risposta all’architettura del
ferro, una moda che qualcuno critica dicendo che non si può fare architettura
mancando la massa. In un certo senso costruendo questa fortezza delle belle
arti ci mostra un’adesione a questo tipo di discorsi. Già al momento della
costruzione fa inserire degli impianti estremamente avanzati, come il primo
esempio europeo di ventilazione forzata, tramezzi mobili che anticipano di
molti anni Mies van der Rohe.
Hill
house [Casa sulla Collina] a Helensburgh. Il disegno è al tratto con linee e
puntini, senza chiaroscuro, bianco per muratura e più nero per gli alberi,
operando un tentativo di depurare l’immagine. I riferimenti sono l’architettura
tradizionale scozzese, come il cottage, senza simmetria rigorosa, che si
espande in base alle esigenze, le aperture fanno capire cosa troveremo
all’interno. C’è attenzione agli equilibri di massa, che in epoca si cerca di
salvare, evidenziando la capacità del corpo di estendersi longitudinalmente,
con contrapposte il muro prolungato nelle canne fumarie che diventano
architetture. L’interno è intonato sul bianco seta e sul violetto, con grande attenzione
allo spazio architettonico. Questo soggiorno viene già qualificato come spazio
per la lettura, con la luce alle spalle.
Ci spostiamo nel Belgio, provincia culturale della
Francia, che proprio alla fine dell’800, grazie alla tradizioni fiamminga cerca
di trovare una sua cultura tipica che si possa differenziare da quella francese
ed olandese, come in questa casa dell’architetto DeLune (?). A differenza della
Scozia il Belgio cerca di aderire all’Art Nouveau con maggiore attenzione al
fatto compositivo e prospettico. Molto evidente l’interno di farci capire cosa
sta dietro la facciata, c’è un rifiuto rigido della simmetria. Il gioco è fatto
tutto con gli infissi, in parte con frammenti di pietra o legno-metallo che
vanno a proseguire le forature del muro, le linee del metallo vanno a
recuperare i motivi floreali. Una decorazione che funziona sia da dentro che da
fuori, stabilendo un’ornamentazione applicata all’architettura, in questo caso
favorevole alla visione dall’interno che sfrutta la luce solare.
L’architetto che più di altri sfrutta questa tendenza
e va verso la committenza, è Victor Horta, che nella sua fase matura raggiunge
risultati vicini al “razionalismo strutturale”, fondata da LeDuc: ogni
struttura ha una sua logica, dove il gotico è superiore agli altri stili perché
è scaturito da questo processo. Sono coloro che sono riusciti a fare della loro
architettura non solo un fatto espressivo, ma un fatto strutturale capace di
dare un nuovo senso. In questa casa a Bruxelles recupera il discorso delle
vetrate, con decorazioni che si possono riferire al rococò. Nel cuore della
casa la scala che finisce con un lucernario superiore, andando a recuperare i
dettami strutturalisti, un’immagine decorativa ed ornamentale compenetrata con
la struttura, ferro che si piega e si contorce. L’architettura è oramai
completamente sdoganata dagli esercizi di servizio, e divenuta edilizia di
consumo. Per la sua capacità di essere piegato (malleabile), contrapposto alla
massa muraria, la sua solidità statica e dinamicità, pietra e metallo diventano
poli di una dicotomia, messi in contrapposizione forzata in una dialettica che
trova la sua sintesi nelle costruzioni di Horta. Quasi come il metallo
germinasse dalla pietra, essa stessa si piega e si conforma ad accogliere il
ferro, nella ringhiera dove si comprende l’immagine ai componimenti della
rocaille. Nella casa studio di Horta, in Rue Américaine, nel lucernario i ferri
si piegano e diventano sostegni per i punti luce. La Maison du Peuple [Casa del
popolo], è un capolavoro del 1896 commissionato dalla Fédération Bruxelloise du
Parti Ouvrier, dove si realizza una commistione di filosofia. V’è dissonanza
forte fra pietra e metallo, letti come dicotomia organizzata per il partito. La
disposizione sul lotto d’angolo permette l’inflessione della fronte, nonostante
questi lotti fossero i preferiti per gli haussmanniani, ed ideali per la
simmetria. La partizione così fitta in verticale richiama l’architettura
fiamminga, permette di dividere la facciata e creare una notevole fluidità.
Nella
veranda per la casa di Max Hallett Horta si sposta su una sensibilità più
depurata dall’ornamento. Vediamo un triplo bow window, sorretto come fosse una
foglia di palma, e sorretto da colonnine, contrapposta al massiccio parapetto
delle verande.
Anche in Germania il ferro è uno degli elementi
prediletti. Priche (?) pubblica sulla rivista “Moderne Baumforme” per forme di
costruzioni moderne il progetto per una facciata costruita in cotto, dove
osserviamo la sensibilità basata sul Rundbogenstil, con arco a tutto sesto,
gestione geometrica e regolare delle facciata, con nicchie rivestite con
formelle in cotto, con la presenza anche di scultura stilizzata. Sensibili al
richiamo del “Se l’architetto non è o pittore o scultore, è soltanto un
corniciaio a grande scala” ha cercato di “riscattare” l’architettura. Nel
1903 pubblica a colori due progetti di sovage e sarazzen (?), un casinò in riva
al mare, e sotto l’architetto Grad di stoccarda (?) l’interno di un salone.
Ritroviamo una tendenza dell’espressione, un utilizzo di forme morbide, archi
ribassati, massa plastica un po’ sciolta, modo per trovare un linguaggio nuovo
per le masse murarie… all’interno ogni dettaglio studiato dall’architetto,
facendosi carico del compito di gestire dalla città al cucchiaio, è forte
l’ideale di opera d’arte totale. Questo era caro a Wagner, che ha avuto una
grande influenza nella Germania dell’800. Tutto deve trovare un senso nella
capacità compositiva demiurgica, perché tutte le arti si trovino compenetrate.
Osserviamo colori caldi, masse murarie e ferro, molto vetro e luce. Una
citazione volendo passatistica delle tecniche di assonza, ma nuova nella
composizione. [Dieci minuti di fonti diverse] Woolf costruisce una sala da
bagno a Stoccarda: vediamo novità ed esotismo con riferimenti naturalistici. E’
raffinato il trattamento delle pareti, con riferimento alla cultura araba,
rubinetterie pregiate, presenza di figure a conchiglia.
In
quello di Dolinger osserviamo molti colpi di frusta, una composizione molto
elegante piegando il ferro per tutte le esigenze della composizione. La linea
si assottiglia sempre di più, quasi a scomparire nel nulla, ed il ferro viene
battuto fino all’estremità.
In
quella di Dè-Marche abbiamo forme più geometriche col motivo dell’ovale e al
suo interno disegno basato sul quadrato e sul cerchio mentre verso est è più libero,
circondato da Iris (particolarmente slanciato e raffinato e per questo
apprezzato dagli artisti Liberty). L’architetto si sposta sui binari impostati
da Viollet Le Duc.
Anatole De Vaudot.
Esprime
la sua ricerca “strutturale” con materiali usati per quello che sono, linee …
architettura sincera.
Chiesa
a Montmatre:
Faccia
alta a tondo tentando di unire mattone e cemento. Il Ciment-armé differenziato
dal beton-armè (con armature affogate nel calcestruzzo), mattoni forati con
armature in ferro affogata nel cemento.
Le arcuature della facciata sono realizzate con la tecnica del cemento
armato. Polemizza contro gli ingegneri che utilizzavano invece il Beton-Armè.
E’ allievo di Viollet LeDuc e Labrouste, un suo allievo, Ector Guimard, famoso
per un produzione molto ricca di chalet intorno a Parigi. Pezzi di pietra si
vanno a sposare con l’armatura in metallo. In città, legato alla luce
dall’alto, molto ferro, visione non simmetrica grazie alla rampa molto esposta
con una conformazione del soffitto molto complessa degna della tradizione
francese. Le sue opere più famose sono le stazioni della metropolitana.
All’inizio del ‘900 gli viene affidato l’appalto: una delle indicazioni era di
procedere alla costruzione con elementi prefabbricati, ed aveva molti problemi
da risolvere. Alcuni compiti richiedevano edifici e padiglioni molto complessi
ed altri semplici composizione come ringhiere intorno al buco delle scale.
Fornire pezzi componibili che mostrato insieme possono essere utilizzate in
molte occasioni. Parti prefabbricate in forno in un colore verde chiaro
diffondendolo per tutta la città, vitalismo che ricorda un po’ il mondo
vegetale un po’ l’inserto (si è parlato di cavallerie che escono dal
sottosuolo). Parti della natura meno consuete all’osservazione aulica dell’arte
vengono portate alla ribalta, la società deve migliorarsi attraverso le belle
forme: è l’età della Bella Epoque. L’arredo urbano. [Dopo una decina di minuti
persi causa PhotoShop torniamo ai fedeli appunti stenografati]. Si chiede di
costruire gli accessi per questo nuovo mezzo di comunicazione che è la
metropolitana. Rappresenta il sogno di raggiungere ogni punto della città che
si estende a macchia d’olio, e si chiede di ingentilire ed abbellire quelle che
potrebbero essere delle invasive strutture nell’immagine storicizzata della
città. Otto Wagner costruisce con ferro, lastre di marmo come tamponatura,
arricchito con lievi bassorilievi dorati, come molte parti dorate. Ritorna il
tema dell’arco di trionfo in queste stazioni collocate in ogni parte della
città, anche nella strada di SanCarlo. Quasi come se fosse una materia grafica
lo impagina come se fosse un disegno, una composizione geometrica che va a
ritagliare e scandire il muro bianco, e questo disegno verde è il vero
principio portante, un ribaltamento del muro che porta l’edificio, si dà alla
pietra lo stesso valore funzionale che ha il vetro. Sposa il movimento che
intende l’architettura come un fatto di massa, e utilizza la pietra in lastre
per riconferire massa ad un edificio di ferro. Alla base un arricciarsi del
metallo per sottolineare il basamento, gioco con pietre di due colori diversi,
sempre gioco dei due materiali, dettagli di dorature e ornati in bronzo dorato,
lavorazione del marmo con doratura applicata, marmo tagliato in lastre come
fosse un arco, ma semplicemente decorativo. Ero stato a lungo una sorta di
capofila dell’Accademia delle Arti di Vienna, ed inseguito da una serie di
proposte artistiche si convince che la storia delle belle arti, che la
tradizioni accademica va abbandonata, e finisce per aderire alla Secession.
Fece anche molto scalpore che un professionista così eminente aderisse a questa
corrente, cambiando “stile” all’apice della sua carriera. Osserviamo il suo
tentativo di scegliere delle decorazioni con il gusto dell’inedito.
Nel
Padiglione della Secessione Joseph Maria Olbrich abbiamo una muratura semplice,
ingresso trionfale, quattro piloni che quasi sostengono questa grande sfera di
metallo dorato, di foglie d’alloro, un riferimento solare, un auro che incorona
i poeti. Sono riferimenti non casuali ad Apollo, in questi anni Nietzsche sta
pubblicando delle opere in cui interpreta la storia umana il continuo dualismo
fra l’aspetto dionisiaco e l’apollineo, la bellezza razionale della creazione
artista, e l’aspetto misterioso delle forza oscure della nostra mente,
panteistico. Sempre un’opera di Olbrich del 1907, un “esperimento”. Si vuole
fondare una colonia abitativa dove diversi artisti possono realizzare un sogno
di convivenza, anche se non molto universale visto che sono tutti abbastanza
dotati dal punto di vista economico. Vediamo forme inedite, grande attenzione
all’aspetto dei volumi, inserti simmetrici, conformazioni a botte, tutto per
mostrare come grazie alla bellezza ed hai processi creatici come la compagine
civile potesse convivere.
Una delle opere più riuscite di Josef Hoffmann è il
palazzo Stoclet del 1904-1911. Vi sono decorazioni sugli spigoli come se
volesse far capire che la struttura grafica dimensionale fosse innovativa,
mentre è tradizionale. Questa costruzione per una ricca famiglia borghese, ha
anche un giardino con specchio d’acqua come parterre, citazioni classiche di
colonne greche, ed una vegetazione lungi dal naturalismo inglese artificioso,
che ritorna alla regolarità geometrica italiana e francese.
Rapido giro in Italia. Una delle prime apparizioni
del nuovo gusto è quella costituita dall’esposizione di Torino, ed è
interessante come progettando l’edificio per le mostra automobili, Raimondo da
Ronco, nella capitale dell’industria automobilistica italiana, per esporre i
prototipi della Fiat, lascia trapelare questa tensione per la modernità, per il
progresso, con citazione criptica del grande frontone triangolare, linee di
forza molto precise con l’uso di queste diagonali che scompaginano la scatola
muraria. Uno dei campi dove il liberty trova più applicazione è il campo
residenziale alto-borghese, con l’adesione ai modelli più vendibili, proprio
quando la città comincia ad espandersi, le fasce vicine sono quelle più
appetibili dai ceti benestanti, con lotti suddivisi in appartamenti, cercando
di rimandare a modelli aulici del passato. L’architetto si esercita a comporre
una facciata, con tensione verso una simmetria molto posata, mentre nelle
piante traspare una tipologia a casa a schiera. Sono esperimenti che stanno
alla radice delle nuove costruzioni per l’edilizia residenziali, come quelle
attuali. Eravamo a Bologna, ed è Paolo Zironi che opera in zona collinare molto
pregiata. Il giardino, con il movimento inglese trova anche in Italia
applicazioni interessanti, ma sporadiche: il parco regina margherita a
Salsomaggiore, progetto del giardiniere di Casa Savoia Giuseppe Roda, è autore
di molti libri pubblicati col fratello pubblicati dalla Hoepli sul
giardinaggio, che gli sono valsi grande fama. E’ stato capace di interpretare
il giardino vittoriano, che in impianti abbastanza liberi, ha inserti formali
molto legati al barocco. Si chiedeva di organizzare quello che era un piccolo
paese con un’antichissima tradizione termale romana (il cui nome deriva da
acqua salsa, salmastra) non poteva più servire per estrarre del sale a bassi
costi, a causa della concorrenza delle saline. Si compie quindi operazione per
evitare di abbandonare l’indotto, ricorventendo l’interna città e facendola divenire
una delle cosiddette ville d’eau, in cui la borghesia va a soggiornare per
curarsi i malanni, scoprendo una vocazione salutista come fecero i Savoia. Si
chiamano i maggiori architetti per costruire alberghi, piazze, passeggiate, e
Roda ha il compito di legare tutte queste strutture in un grande parco pubblico
dedicato alla regina. C’è un eclettismo imperante: in uno spazio molto ridotto
troviamo architetture tipiche della città, architettura di lusso realizzate da
artefici di metropoli, quasi una sorta di distaccamento delle capitali che
entra nel territorio, che ha fatto parlare di un episodio di colonialismo. In
Emilia Arturo Prati a SanFacile sul Panaro a Modena, costruisce un teatrino con
forme di Hoffmann, dimostrando un certo aggiornamento sulle strutture della
Secession. Anche a Ferrara esempi di Liberty, si costruisce nel 1904 il villino
del floricoltore Melchiorri, ad opera di Ciro Contini. V’è un ingresso in cui
la balaustra scorre in avanti e crea una corbeille in avanti… e va ad inserire
questi blocchi in cemento prestampati con girasoli, con cancellata fatta da
Augusto de Paoli che riprende il tema. Molte cancellate liberty, salvo quelle
dichiarate monumentali, sono andate distrutte sotto il fascismo, quando a causa
delle sanzioni imposte della Società delle Nazioni l’indomita ed indimenticata
guida degli italici destini, il Duce Benito Mussolini, chiese “ferro per la
patria”. Venne così sacrificata una grande parte del patrimonio del ferro
battuto nazionale. Il liberty poi, in età fascista, era visto come una
depravazione del gusto. In questa cancellata del 1908 abbiamo forme purificate,
ed il disegno è stato molto modificato dalla ricostruzione, sostituito da rete
a maglia economica. Il Villino Diori di Terracini (?) presenta rivestimenti policromi
in maiolica, tipici della zona di Sassuolo, anticipando il gusto decò,
abbreviazione di Décoratif. Sarà un momento in cui l’estetica del liberty si
pietrifica su motivi geometrici più astratti che floreali. Lo stabilimento
principale è opera del Roda, quello delle Terme Barbieri. Dopo un viaggio in
Siam utilizzarono molto la decorazione policroma, con figura animale ed umana
disegnate con gusto orientale. E’ una cornice estremamente sontuosa, dai toni
simbolisti per la borghesia milanese, costruita fra il 1915 ed il 1922.
Per non dimenticare l’anelito al progresso dell’Art
Nouveau possiamo osservare questo progetto per città del futuro del 1910. V’era
fiducia nell’espansione della città, dei traffici e dei movimenti, anche se il
movimento si configura più come autore di design e villette, più che lavorare
sulla città in generale. L’unico contributo davvero importante in questo campo
è stato il movimento della città giardino.
L’ultimo
paese di cui parliamo è quello catalano. La Catalogna è una regione molto ricca
della Spagna, più a contatto con il resto d’Europa, con una tradizione
costruttiva per la copertura di vasti spazi con gli archi diaframmatici: sono
archi trasversali uniti da solai in legno, setti murari ad archi che vanno a
sostenere soffitti lignei. L’abbandono della lingua catalana imposto alla fine
dell’800, è simbolo di una coercizione forzata a livello normativo, che come
reazione ottiene esattamente l’effetto contrario, con una rivendicazione culturale
sulla lingua e sulle proprie radici. Il movimento indipendentista catalano ha
ottenuto in questi anni una discreta autonomia. Come allora buona parte della
borghesia industriale è concentrata a Barcellona.
Antoni
Gaudì i Cornet (1852-1926)
Luis
Domenech i Montaner (1850-1929)
José
Puig i Cadafalch (1869-1956)
Eusebi
Güell è un nobiluomo industriale catalano che avrà un ruolo rilevante nello
sviluppo di questa cultura. Nella Spagna i rapporti con la cultura islamica
erano stati numerosi, e questi resti insieme al gotico spagnolo ed alla
romanità… saranno i riferimenti nel periodo di irredentismo. Non potendo
parlare di storia o lingua catalana, gli storici si sono avventati sulla storia
dell’arte, col modernismo utilizzato come bandiera irredentista. Così vi si
identificava un movimento compatto, con fini ed ideali comuni, mentre gli
ultimi studi hanno messo in luce differenze notevoli fra i personaggi, come
tutti sì si affidano a queste ideologie ma le perseguono attraverso percorsi
molto diversi. Lo utilizzeremo quindi come termine di comodo. Molta parte della
critica rifiuta di parlare dell’opera di Gaudì come un’opera modernista, ed in
particolare il rapporto con le tendenze autonomistiche, attualmente molto vive.
La volta catalana o russillon è costituta da mattoni messi di fianco, con
centinature leggerissime ed uso di gesso dalla solidificazione estremamente
rapida, con mattoni messi di piatta, in maniera veloce ed economica. La grande
richiesta di edilizia nelle sanche (?), giustifica il fatto che in questa zona,
è la prima ad essere costruita e dove troviamo le maggiori opere dei
modernisti. Analizziamo l’Ospedale di San Paolo, di Lluìs Domenéch y Montaner.
Vediamo l’attenzione dell’architetto per creare una struttura verticale, di
riferimento visivo sull’asse diagonale, utilizzo del traforo alla gotica nel
padiglione della torre. Viene scelto per questa tipologia (Statua di San Paolo
sull’edicola del cancello, forme fra il moresco ed il gotico) l’utilizzo di
forme romaniche, moresce trilobate ma anche tardogotiche nelle foggie delle
finestre, eclettismo dei periodi in cui ha brillato la storia della catalogna.
Non a caso Elias Rogent, quando pubblicò il libro verso “Un’architettura
nazionale” richiedeva agli architetti di creare un nuovo stile facendo il
solito frullato fra le componenti tradizionali dell’architettura catalana, un
kitsch che decontestualizza tutti gli elementi antichi riunendoli in un
linguaggio nuovo. Questo favoriva gli architetti che si schieravano con questo
movimento. Nell’ospedale lo stessa catalano, decorazione molto ricca, con
mattone a vista, intonaco dipinto, stucco e maiolica. All’interno l’utilizzo di
queste colonne di sapore medioevale, con capitelli tardogotici medioevali, con
tagli a 45° molto movimento sulle diagonali. Ci addentriamo nel lotto e vediamo
come l’ospedale sia costituito da tanti padiglioni, anticipando questa tendenza
europea nella costruzione dei policlinici. Una differenziazione degli edifici,
razionalizzazione degli spazi comuni e delle vie d’accesso, attenzione alla
città giardino, in cui gli edifici si inseriscono in un clima fiabesco,
un’architettura colorata che utilizza molto la ceramica che ha il grande
vantaggio di resistere bene agli attacchi della salsedine, presentando quindi
grandi capacità decorative cromatiche, notevole luminosità, e permette un
contrasto col le parti più ruvide ed opache. Anche le vetrate sono molto
utilizzate, cercando di dar corpo all’architettura catalana, sfruttando gli
influssi europei come quelli di LeDuc, come quelli delle radici e della
struttura sincera (rivestimento fatto decorativo, sostegni un altro discorso).
E’ costruito come gli edifici fossero sorti in momenti diversi, per rievocare
le glorie storiche. Si usano quindi delle curve, la plasticità in architettura,
la creazione di spazi molto grandi, che favoriscono la visione del verde, nella
convinzione che il malato vivendo in un ambiente piacevole faccia più progressi
nella malattia. Con questa capacità di comprendere gli aspetti psicologici
della degenza, l’architetto si fa interprete di indicazioni precise della
struttura sanitaria, costruendo un edificio anche costoso ma che ancora oggi è
uno degli episodi di qualità formale assoluta, oltre che di avanguardia
tipologica. E’ autore anche del “Palau della musica catalana”, una sorta di
auditorium riservato ai musicisti catalani, costruito in un lotto molto
stretto, e per farsi notare realizza un’architettura molto trita, di elementi
minuti e cambi di materiali, giocando molto sullo scarto di scala come elemento
di connotazione visiva. A contrapporsi con le colonnine della balaustra sta la
colonna della biglietteria. Bugnato, stucchi, pietra lavorata…: ricchezza
materiale e materica, utilizzo della curva in movimento, vivacità nell’occhio e
nei materiali. I busti dei vari giuristi catalani sono posti su balconcini,
sempre con l’elemento della palma, fiori tardogotici, alternanza di mattone a
vista, mosaico e ceramica. La grande sala riceve illuminazione sui due lati
esterni, con un grande lucernario policromo a vetrata, in cui è inserito il
lampadario. La scelta è quella mista di palchetti e gradinata, è presente il
coro, sul fondo una muratura con figurazioni delle muse ispiratrici delle arti,
nella parte inferiore del corpo definite con mosaico policromo ed in quella
superiore sono completamente scultoree. E’ una struttura completa destinata
unicamente alla musica, con episodi decorativi anche molto preziosi. Come il
ferro battuto ed il vetro soffiato che formano il busto della colonna mentre la
struttura portante è formata dal ferro (gioco nell’ingresso della sala). Molte
di queste opere, come già detto si trovano in una sorta di “Quadrato d’oro”
all’interno di Barcellona. La casa Amatller di Cadafalch ha una bottega al
piano inferiore, ed l’abitazione sopra utilizza il tipico linguaggio
tardo-gotico, episodi di fioritura, finestre triangolari, elementi moreschi. La
superficie ad intonaco è trattata come fosse un damasco di tessuto, con
decorazione a stampini ricorrente, e presenza di episodi che rendono non
completamente simmetrica la fronte. La loggia è un altro elemento tipico
dell’architettura tardo-gotica per committenti, borghesi che vogliono
recuperare passate glorie mercantili. Il coronamento a gradoni è tipico
dell’architettura fiamminga instaura questo nesso ulteriore, definendo una
tipologia catalana da fine ‘800. Di fianco compare la casa Battlò [Bagliò], e
già la vicinanza su due lotti continui di queste due edifici ci fa capire come
parlando di modernismo esistono esempi così diversi: eclettismo storicistico da
una parte, e dall’altre una sorta di surrealismo – kitsch. Volendo scavare
nella seconda architettura potremmo sì trovare traccia dei suoi studi e degli
elementi catalani, ma sono frutto di una rielaborazione profonda, che riesce a
giungere ad elementi assolutamente innovatori in quel panorama. Dall’essenza di
linea retta, dalla particolarità dei coronamenti, dalla conformazione spaziale,
etc… questo ci racconta di un’ossessione quasi maniacale di Gaudì per la decorazione,
e per un’architettura che è quasi scultura. Gaudì rifugge moltissimo la
normalità, la banalità, è presente personalmente sul cantiere, con maestranze
incaricate di progettare elementi unici, garantendo un risultato di accuratezza
estrema oggi irrealizzabile.
Nasce
a Tarragona, figlio di un “calderaio”, un artigiano che lavora il metallo
(attenzione che trasmette al figlio), comincia a studiare architettura a
Barcellona, un ambiente stimolante e vivace, che lo mette in contatto con
grandi industriali. Queste conoscenze si riveleranno molto importanti come
episodi di carriera nel futuro. La casa di Vicens, un industriale del mattone e
della ceramica, con interesse a creare una residenza manifesto della sua
capacità imprenditoriale. La classe catalana chiede di guardare avanti, volendo
aprire questa fiducia al futuro ed al progresso. Il giovane Gaudì ha imparato
da storicisti, leggendo Ruskin e LeDuc, andando in Andalusia ed in Marocco.
Capisce come queste radici dell’architettura spagnola siano molto importanti e
vadano evidenziate, con una forte tensione verso la policromia araba e
l’aggetto verso l’esterno, anche se non definisce una vera e propria casa
araba. Gaudì utilizza una foglia di palma fusa nella cancellata, rinforzata dal
cerchio (quasi la generatrice geometrica), inserita in una griglia quadrata, e
che si presta a definire tutte le parti della cancellata. E’ anche un modo per
eliminare con questo elemento di prefabbricazione i costi del ferro battuto.
Nel tinello c’è una preziosità di decorazione, uccelli in volo di varia specie,
camino rivestito in cornice. Notevole attenzione al disegno del mobile fisso,
inserito nelle murature, parte integrante dell’architettura d’interni. Stucchi
policromi ricoperti dai decoratori, sala da fumo in stile moresco, soffitto a
mocarna (?) stalattiti, infissi lignei per le finestre e piastrelle, insieme
eclettico, in questa costruzione del 1878-1880. Nel collegio delle Teresiane,
suore che gli commissionano un convento, nel 1884-9, utilizza pietra e mattone
a vista, la forma stessa con merli strani è un po’ la cifra stilistica del
progetto, aggetto di facciata con bowwindow, all’interno una forma che viene
già accennata in facciata, l’arco parabolico, in cui Gaudì inizia ad utilizzare
questa forma, derivata dai suoi studi empirici sulla portanza. Una curva
paraboloide è quella che più si presta ad interpretare il diagramma dei
carichi. Sicuramente è una foggia nuova, che non ha delle grandi esperienze
precedenti, salvo forse ricondurlo al gotico (unico vero momento della verità
strutturale), con risultati dal punto di vista luministico e percettivo molto
interessanti, giochi di luce ed ombra che pausano in maniera più corposa il
lunghissimo corridoio. Vediamo ora un grande cancello su un orto, con grande
drago alato (San Giorgio, oltre che di Ferrara era patrono anche di “quelle
parti”), con tirante mascherato in questa composizione, per Güell, conte
industriale. 1883-1887. [Finca?] Coperture della finca, con conclusione fra
l’islamico ed il decò. Palau Güell a Barcellona, una fabbrica che ha bisogno di
dimostrare la nobilità del casato declinando la tradizione in forme nuove. E’
caratterizzato da un ingresso parabolico, serialità verticalistica, merlatura
di coronamento, logge nella parte superiore, doppio ingresso. Tutta la
posizione dei piani nobili è incentrata dalla sala centrale, due saloni in
facciata e sul resto, ambienti passanti per una grande ricchezza spaziale,
giardino pensile, volte quasi medioevali, intorno a questo perno della sala da
musica Gaudì crea anche i percorsi che si avvolgono a spirale per creare questo
fulcro spaziale compositivo. Già nella casa Vincens osservavamo un forte sapore
fiabesco. Qui vediamo dettagli ornamentali ingresso parabolico, lampada in
ferro battuto, austera entrata di una dimora patrizia con forme nuove. Ingresso
molto austero, severo, scala verso il piano nobile, portone verso il cortile.
Pietra massiccia che sostiene tutto, colonnine che pausano lo spazio. Gaudì
studia un avvolgimento a spirale per arrivare al fulcro, possibilità di
ascendere in senso antiorario, salone della musica concepito come una casa
araba rivolta all’interno, coperto questo spazio arabo su cui far affacciare
tutti gli ambienti con strutture lignee, coperto con guglia traforata che
sembra sospesa. Cammino della guglia che da colori chiari diventa sempre più
scura, all’esterno costruzione con architetti parabolici schiacciati in
verticale, con questo taglio diagonale per carpire i raggi del sole all’interno
della sala, rivestimento con pietre spaccate e maioliche. Il tetto è stato
restaurato una decina di anni fa. Sul pinnacolo il pipistrello simbolo di
Barcellona, giochi sul quadrato e sull’ottagono, argano originale utilizzato
per il carico dei mobili ai piani alti. I camini molto più complessi come volumi
e decorazione, rivestito a maioliche o scartate o recuperate, Gaudì non esclude
nulla e ricicla tutto. Mensole per presa d’aria e miglior tiraggio. Le tessere
sono incollate con grande attenzione, per risolvere il problema della
connessione della superficie.
Modello “funicolare”. Era un
metodo utilizzato da Gaudì per calcolare il peso delle volte. Era composto da
sacchetti coperti con tele, per verificare empiricamente la tenuta delle
struttura, consente a Gaudì di verificare dei carichi che al tempo non era
possibile risolvere con calcoli di scienze della costruzione.
La chiesa del Park Güell è famosa
per la paura delle maestranze di disarmare le centinature, per paura che le
strutture sghembe potessero cadere. Queste riprendeva un po’ i pini marittimi,
i piloni metallici in diagonale.
Nella
casa prima analizzata [Battlò] le fogge delle colonnine richiamavano occhi,
cavità dei teschi, definendo un architettura che si potrebbe chiamare, come
fece Zevi, organica. Anche qui abbiamo un paramento raffinatissimo, con
inclusioni di ceramica colorata, in alto i paranchi per issare i mobili ai
piani alti, che si trasformano anche loro in elemento decorativo. Le giunture
richiamano la modalità di Guimard a Parigi, la pietra si rigonfia quasi fosse
un’onda, nella parte alta la vetrata, motivo a cerchi tangenti che richiama
nella parte superiore la decorazione dell’intonaco. Dentro le scale porta e
maniglie da lui disegnate, pennellature molto mordide, cornice della porta con
motivi in ceramica, vano delle scale con pozzo di luce. Le piastrelle della
parte superiore sono di tonalità blu scura, per portare la luce nella parte
inferiore.
Casa
Milà, Pedrera (aspetto scabro di
pietra a vista). Aspetto principale sono i grandi blocchi di pietra scolpita in
un edificio portato dal metallo. Fa una specie di deroga ai suoi principi,
l’intera struttura dell’edificio sfrutta la conformazione d’angolo, tutto
questo rivestimento di pietra serve a dare all’architettura un’immagine di
scogliera marina erosa dalle onde, dove sono rimaste delle alghe pietrificate,
in queste opere in ferro battuto. Abbandona la decorazione particolarmente
gradevole, e la riserva solamente alle parti alte. La pianta evidenzia 3
cortili, e la mobilità degli interni, che sono completamente costituiti sulle
linee curve, pilastri puntiformi, e le tamponature possono girare inseguendo
forme cellulari organiche. Garage sotterranei, attenzione agli impianti
tecnici, sottotetto dove è stato realizzato un percorso didattico. Sul tetto i
pinnacoli corrispondono alle zone di risalita. All’esterno, oltre allo smog, la
copertura maiolica resiste bene, conformazioni a spirale del sostegno mette in
evidenza la conformazione scultorea delle
parti superiore degli edifici di Gaudì. Questo sarebbe il ricordo della
montagna di Monserrat, dove Gaudì ha restaurato una chiesa medioevale, luogo
collegato all’opera di Parsifal (Monsalvat) e del sacro Graal. In Gaudì è molto
presente il ricordo della centralità cristiana della catalogna, Gaudì essendo
molto legato al mondo della religione e della fede, arrivando a definire la
linea curva “la linea di Dio”. Pochi anni più avanti in un clima più
reazionario in occasioni di scontri fra operai e borghesi si chiede agli
architetti di “cambiare registro”, un po’, e vediamo nuove opere più razionali,
austere e moderne che faranno declinare il fenomeno del modernismo. I camini
assumono quasi l’immagine di guerrieri medievali con elmi. Per sostenere questa
cresta della copertura utilizza un sistema di volte catalane, costituite con
archi diaframmatici, molto sottili con un solo mattone in foglio, su cui si
stende una volta a mattoni piatti dove si crea un suggestivo percorso a volta
parabolica.
Park
Güell è un grande giardino costruito
sulla montagna “pelada”, con una bellissima vista, altro esempio di costruzione
di modello alternativo alla città industriale. Nel 1899 si forma a Londra
l’associazione europea delle città giardino, Gaudì è un simpatizzante, e nel
1900 inizia la costruzione del giardino. Si dovrebbero poi costruire una 60 di villette,
ma l’unica realizzata è quella di Gaudì. Poco dopo Güell decide di donare
questa struttura, realizzata solo nelle parti comuni, alla città di Barcellona.
Park è un riferimento anglosassone, episodio di collegamento fra la cultura
catalana e quella europea. Forme vistose e paradossali, grande tensione per
creare un’industrializzazione moderna e nuova, Gaudì gioca con la storia, non è
più uno storicista eclettico, ma quasi un postmoderno. La terrazza è
completamente circondata da una balaustra a forma di serpentone, che
costituisce un teatro all’aperto. Nel cornicione abbiamo pietre con riferimenti
alle stalattiti, le finestre con cornicione arrotondato sono ricoperte di
ceramica, palma ripresa nella cancellatura merlatura estremamente
fantasmagorica completamente ricoperta di ceramica, guglie straordinarie,
texture con disegno a squame, nella torre con campanile e motivo con ferro
battuto a vista, la cui struttura conica è molto complessa dal punto di vista
spaziale gioca sulla contrapposizione di una griglia di quadrati bianchi e blu,
ortogonali alla direzione del campanile, grande ricerca
geometrica-strutturale-simbolica, molto meditata a tavolino. Vediamo la parte
del mercato coperto, con colonne doriche prive di entasi, anzi con un basamento
bianco per ragioni igieniche, che produce un taglio ottico del colonnato
annullando la funzione di sostegno. Sempre volta catalana ricoperta in modo
vario, con soli fissati al soffitto, mentre la luce entra dai lati. Il
serpentone è panchina sul lato interno, mentre gronda su quello esterno.
Un’immagine dei viadotti superiori, strade a tornanti per superare i
dislivelli, usate per creare dei criptoportici, contribuiscono ad arricchire di
architetture di pregio tutta la struttura. C’è un sostegno diagonale per maggiore
solidità, con fioriere sorrette da sostegno inferiore a forma di palma, alberi
numerosi nelle vicinanze. Architetto che torna creatore di forme prese a spunto
dalla natura, una cariatide non più elegante fanciulla, ma contadina
barcellonese.
La
Sagrada Famiglia è un cantiere che vive come una personale preghiera, un
voto fatto nei confronti di Dio per l’espiazione dei propri peccati, come la
Sagrada Famiglia era un tempio per l’espiazione dei peccati civili, una
preghiera di pietra con lo stesso spirito delle cattedrali medioevali. Nasce da
un altro architetto, su un progetto neogotico ispirato da Le-Duc, di Jean Rubio
i Belvierr, che gli viene affidato dal 1882-3 fino al 1926, tanti anni in cui
Gaudì vive a lavora a questo tempio. Recupera la tipologia ma inizia a
stravolgere l’esterno, utilizza molto la curva parabolica ed il sistema di
calcolo empirico. Quello che rimane di fisso è la tipologia della chiesa, croce
latina, quattro guglie con due centrali più alte, ed all’incrocio dei due
bracci altre 4 più alte, e dentro una ancora più alte. Un programma simbolico
con ogni guglia rappresentante un personaggio della religione (evangelisti),
dove ognuna regge una croce… la più alta per il cristo di 175 metri, con
attorno i 4 evangelisti, mentre le case intorno sono alte una trentina di
metri. Così tenta di costruire un faro per la città di Barcellona. 5 Navate e 3
nel transetto, sagrestie simmetriche, facciate con grande importanza per la
presenza della guglia. Dal punto di vista statico propone una selva di sostegni
diagonali, andando ad impiegare delle forme stellari, quasi da esoscheletro,
tutto un sistema che possiamo leggere nei modellini di gesso di Gaudì, che ha
terminato solo una piccola parte della chiesa finanziata dai fedeli di
Barcellona. Ha realizzato la facciata del transetto verso nord con il grande
albero della vita completamente maiolicato, parte dell’abside e parte della
sagrestia, sopra la sagrestia ereditata da Belvierr. Gaudì muore nel 1926 e si
interrompe la fabbrica, e si decide di riprendere la fabbrica negli anni ’70,
per decisione di un comitato che ha continuato a raccogliere fondi per
ripartire. Ma è giusto completare un’opera sull’ultimo progetto di un
architetto che modificava giornalmente la costruzione, prima di finire investito
da un tram proprio sotto la Sagrada Famiglia (?). Il poeta/architetto Joan
Margarine riprende la costruzione, anche se l’originale spirito cristiano non è
molto presente nei giapponesi finanziatori definendo più un’operazione
turistica che ideologica. Il progetto tenta di chiudere le facciate, per
realizzare poi l’enorme guglia centrale.
Il
presidente/architetto Jefferson aveva tentato di creare uno stile americano,
denotando un stile neopalladiano.
Protagonisti
principali:
Henry
Louis Sullivan (1856-1924)
Dankmar Adler
William Le Baron Jenney
Richardson
Sostanzialmente sono un gruppo di
professionisti che forma la risposta tecnologica ed architettonica al problema
del grande incendio che distrusse la città di Chicago, prima costruita con
legno con armatura in ghisa che non resistono al fuoco. Il problema è quello di
trovare una soluzione costruttiva che permetta di bypassare il rischio di
incendio, sono problemi “che esulano” dalla nostra disciplina, ma di rispettare
le polizze d’assicurazione, per dimostrare alle compagnie che la propria casa è
Fire-Proof (a prova di incendio). Questa richiesta da un meccanismo banale ma
estremamente potente, unito alla domanda di sfruttamento intensivo dei suoli.
Il centro di Chicago trovava un prezzo di vendita che nelle zone periferiche, e
si realizza una corsa in centro per entrare in centro a costruire edifici. Chi
è capace su più livelli, e sfruttare il più possibile il suolo. Un edificio ha
due vincoli principali: la tecnica costruttiva per andare in alto, senza
ingombri che tolgano troppo spazio calpestabile, e per questo la muratura
portante è quasi subito da escludere. Poi c’è il problema del collegamento
verticale, se portate in alto con delle scale più in alto si va più diventa
difficile raggiungerli. Si realizza quindi l’invenzione del montacarichi per
esseri umani, l’ascensore. Essendo già iniziata da decenni la costruzione in
acciaio si trattava di diversificare il problema, da costruzione di grande luce
a coperture alla costruzione di reticoli verticali. Ci si basa ora su strutture
in acciaio che poi vengono rivestite e tamponate. Sullivan si introduce in
questo momento dopo una sporadica frequentazione dell’Accademia di
Architettura, dopo aver frequentato il MIT, poi nel 1874 frequenta un atelier a
Parigi all’Ecolè des Beaux Arts, e ritorna a Chicago dall’autore Furnes, autore
dell’accademia di Belle Arti. Si allea con Dankmar Adler, dal 1879 il suo
studio è operativo, diventando un professionista indipendente, ed inizia a
lavorare nella costruzione di Chicago. Una delle grandi possibilità legate al
momento di Sullivan, oltre agli edifici in altezza, è il dibattito teorico
sulla ricerca di un’architettura nazionale. Lo slogan è “La forma segue la
funzione”, in un contesto diverso da quello di Gaudì che provoca forme molto
diverse, seppur i due fossero contemporanei. Con la scuola di Chicago gli Stati
Uniti iniziano ad avere una certa parità, almeno dal livello tecnologico, con
l’ambito europeo, forse poi superandola negli edifici in altezza. Nella
tradizione occidentale l’edificio alto è una torre campanaria o di difesa, o
fari, quindi quasi solo edifici specializzati, risolti con ordini classici o
forti astrazioni, qui si tratta di costruire nuovi edifici per abitazioni o
uffici che non avevano mai occupato spazi simili, e si pongono problemi
innovativi, per l’accettazione generale di queste ampie facciate. Sullivan ha
scritto molto, è uno degli architetti che ha curato l’aspetto teorico.
“Ornament in Architecture” è uno dei primi saggi dove si teorizza che una
diminuzione della decorazione e dell’ornamento, o meglio inserirlo solo dove
possa portare un effettivo valore aggiunto nella vendita. Funzione e forma,
questo binomio settecentesco, che ritorna alla ribalta come argomento per la
scissione dell’ornamento. Sullivan aveva un carattere molto duro e presuntuoso,
si forma con studi di architettura con qualcosa di accademico e tradizionale di
tipo Beaux Arts, e qui vediamo un primo edificio molto importante, dove si
sente molto la lezione di Richardson. Ha un’altezza relativa, un edificio
misto, dove utilizzano la pietra sbozzata ed una composizione di archi
realizzata in maniera ingannevole, un tentativo di dare all’edificio in altezza
delle proporzioni adeguate, con raddoppi delle arcate, tutto per andare a
nascondere il problema dei troppi livelli sovrapposti. Nella Walcker Vare House
(?), c’è sempre il basamento e la tradizionale tripartizione in base, corpo e
cornicione, canonica dell’età classica. I marcapiani sono arretrati, qui c’è
già un trattamento della pietra levigata. In quest’altra opera l’applicazione
del laterizio all’edificio, dello studio Wurnam e Rooter, fa capire come tutti
gli studi stavano lavorando per risolvere il problema compositivo, con qui
ricordi medioevali ed un tentativo di monumentalizzare l’ingresso. Nel progetto
del Ruckey Building notiamo come l’edificio viene sempre sostenuto da una
griglia di pilastri puntiformi. L’Auditorium Building è un’altra opera dei due
in cui Adler svolge un ruolo determinate nello studio degli impianti
tecnologici. Il lotto si presenta rettangolare, facciata principale verso il
lago, grande auditorium per concerti o conferenze, a dimensione variabile, due
ali di fianco in testa e ai piedi possono essere occupate dal ristorante e da
uffici. Una torre per movimentare un po’ la massa, in cui insistono alcuni
servizi del ristorante, oltre che un’ampia sala panoramica. Il piano basamentale è suddiviso in tre
registri, ripetizione con la stessa soluzione di prima, e ritmica ternaria.
Interessanti situazioni distributive, come le cucine portate ai livelli
superiori. Trattamento misto della pietra, l’aspetto ornamentale ridotto
all’osso, alla fine lo stesso Adler riconoscerà che è un po’ tetro.
Nell’auditorium c’è la possibilità di separare alcune gradinate, che possono
essere chiuse, ed utilizzate come aule, e si evita che siano riscaldate se non
utilizzate. Lo stesso Adler dice “Le scelte […] sono non convenzionali… per
produrre determinati effetti acustici… [la decorazione stessa si presta al
discorso funzionale] molto curati sono gli aspetti tecnologici”. Le
colonne sono rivestite e decorate con lampade ad incandescenza, duplice occhio
alla forma ed alla funzione.
Ulteriore
prova del processo è questo edificio dei Wainwright a Saint Louis nel Missouri,
una testata di edificio su strada, dove rinunciano agli archi, ma è sempre
presente la tripartizione. Skich bui… (?) presenta un fronte su strada
leggermente convesso e tripartizione, ed è stato demolito nel ’76. Progetto per
una sorta di tempio di una religione, struttura cruciforme. Altro progetto
interessante è il Chicago Stock Exchange Building, consueta tripartizione, una
comparsa del motivo del Bow Window, loggia superiore e cornicione, lotto sul
retro con un cortile, è la struttura puntiforme che sostiene tutto il peso.
Tripartizione ancora negli Union Trust Building, progettista l’architetto
Ramseiy (?).
Il Guaranty Building è un vero capolavoro,
capacità stereometrica del prisma rettangolare favolosa, tripartizione, due
portali neo-rinascimento, anche non simmetrici, ed utilizzando per tutta la
facciata un rivestimento di terracotta a stampo, una decorazione modulare lungo
la verticale. Risvolto simbolico alla decorazione nel 1896, nell’aspetto
artistico. Ei scrive “l’ornamento è applicato nel senso che è inserito, ma
dovrebbe apparire come fosse sgorgato dalla sostanza del materiale”. Queste
strutture riflettono come metafora il percorso degli ascensori. Archi quasi
illeggibili, unica eccezione sono gli oculi che si aprono nel cornicione.
Portale con decorazione ripresa dalla civiltà assira, a cui si è ispirato
grazie ai suoi viaggi, insieme nella civiltà minoica e micenea.
Altro
grattacielo è il Bayard (?) a New York, con variazioni sul tema ed al vertice
bifora ed oculo. Nel grattacielo Lesinger & Meyer (?) del 1899 l’unica
concessione alla tradizione è alla torre d’angolo, una struttura a scheletro,
tripartizione meno riconoscibile, tamponature ripetibili all’infinito. Questa
grande modernità nella parte inferiore si scontra con un tardo gotico molto
fiorito, tutte le parti per essere vendibili ai piani terreni sono sottoposte
ad un certo tipo di gusto “europeo”. L’ultima parte dell’attività vede scemare
molto le commissioni, creare pasticci eclettici e lui stesso non riesce a
portare una tradizionale architettura americana priva di elementi europei, e
vedrà le città invase da edifici con molte citazioni ornamentali europee.
Costruisce una serie di piccole banche nell’Ohio, esplorando vari tipi di
decorazione, come nella “Banca mercantile nazionale” a Grinell (?) 1915-1914,
che preludono al decò. Vediamo poi edifici commerciali con trattamento
straordinario delle superfici
(1869-1959)
Ha costruito più di 300 edifici, diventando un grande dell’architettura. Fu
allievo di Sullivan, forse l’unico grande architetto degli USA, che fino alla
metà del ‘900 sono stati fortemente influenzati dalla tradizione BeauxArts
europea, e da vari emigranti, come Mies van der Rohe. E’ stato anche l’unico
vero architetto americano, anche nel senso che è stato un suo obiettivo cercare
di creare un linguaggio nazionale autentico. Come scrisse: “L’individualità
è un ideale nazionale, ogni americano è un pioniere e vive nella sua casa a suo
modo”. Questo concetto trova in Wright una declinazione legata alla sua
visione mistica della vita, di stampo cristiano ma di nuova fondazione come la
Chiesa Unitaria. E’ proprio lui a creare il termine di architettura organica,
termine a metà fra un controsenso ed un paradosso. Per Wright l’architettura
può essere organica se concepita in ogni sua parte morfologicamente determinata
nell’iterazione dell’unità col tutto, seguendo il parallelismo democratico del
rapporto dell’individuo nella società. L’intento della visione di Wright era di
creare una metafora del gruppo, della famiglia come organismo: ogni parte ha
una sua funzione ed una sua individualità, ma conserva la capacità di
interagire al meglio con le altre parti. E’ un’architettura di unità singole,
che cresce per germinazioni, capaci di dialogare fra loro. Wright, figlio di un
pastore itinerante della Chiesa Battista, pare possa essere stato influenzato
da un gioco basato su modelli geometrici, ricevuto come regalo d’infanzia.
L’opera architettonica di Wright nasce concepita dall’interno verso l’esterno
ed inizia in una prima fase con caratteri formali ed ideali molto riconoscibili
fino al 1909, la fase delle Prairie Houses [Case della Prateria]. All’inizio
della sua carriera fra il 1890 fino al 1893 ha la possibilità di progettare
tutta l’edilizia residenziale dello studio Sullivan, ed entra così in contatto
con la borghesia industriale, fatto che tecnicamente gli permette di rubare i
clienti al suo maestro. La scuola di Chicago ha permesso un’espansione in altezza
delle tipologie costruttive americane, ma anche in orizzontale, con nuovi
quartiere basati sulla città giardino, di lusso ad alta concentrazione di
verde, come ad Oak Park [Parco della quercia], e RiverSide,
quindi quartieri eleganti dove la borghesia di Chicago investe molto con case
di grandi superfici, e richiesta di rappresentatività molto elevata,
committenze che per la maggior parte sono sbrigate dallo studio di Sullivan.
Sempre ad Oak Park Wright costruisce una casa
per sé stesso, nel 1889. Wright come un po’ Alder e Sullivan aveva preso una
strada precisa rispetto alle questione di forme e costruzioni: scelta
tipologica classica e simmetrica negli alzati insieme all’uso della pietra nei
contesti urbani, nella campagna legno e asimmetria. Propugna quindi una
differenziazione fra città e campagna, denotando un’immagine più aulica
all’interno del contesto urbano, mentre nel contesto rurale materiali rustici e
forme più libere nella tradizione del cottage inglese, riferimento al polo
gotico-medioevale. Abbiamo tetti molto inclinati, prismi che generano dei
volumi pittoreschi come nella tradizione inglese. Wright si fa riconoscere come
seguace della dottrina che persegue un tentativo di semplificazione, l’uso del
materiale per quello che è, non rivestito o riverniciato, una passione per i
materiali in quanto tali. Aderisce al pensiero di Sullivan: la vera
ornamentazione è quella costituita dallo stesso materiale.
Wright persegue una ricerca molto variegata, come vediamo nelle immagini riprese da libri stampati in Europa nel 1910, uno dei primi episodi in cui l’architettura americana influisce su quella europea. Sono disegni semplificati, al tratto, dove le zone illuminate sono bianchi puri, quelle in ombra neri. Così ottenne piante e prospetti di facili riproduzione, ma eleganti e raffinati
Winslow House, del
1893. Sulla strada presenta
un’immagine classica, di posata simmetria, mentre sul retro tutta la casa ha
un’apparente movimento asimmetrico che gli permette di sistemare più
liberamente i servizi. Per chi guarda dalla campagna un aspetto più libero ed
asimmetrico, mentre dalla strada un aspetto ufficiale e posato.
Nel giro di un anno la maniera cambia ancora, si sta
differenziando in funzione di una maggiore capacità di offrire un
repertorio/catalogo maggiore ai suoi clienti, che vogliono distinguersi gli uni
dagli altri. Sempre a Oak Park, nel 1895, vediamo fortissima l’influenza di
Olbrich ed Hoffmann e del palazzo Stoclet di Bruxelles, graficamente segna ed
evidenzia con un gioco grafico segni neri, che contrastano con la
bidimensionalità della grafica stessa. Falde poco inclinate, forti aggetti,
zone di penombra, una delle costanti della sua opera.
In varie case del periodo, fra le quali quelle di
Nathan
Moore - Casa di Morris o Philip Webber - Stockman
Vediamo
falde ripide, camini che fanno architettura (elemento sempre ripreso dai
cottage dell’europa settentrionale) e nervature grafiche. Attua un compromesso
fra le istanze simmetriche e asimmetriche, con un regolare timpano al centro
della facciata, mentre sul retro una disposizione più libera, tentativo con le
terrazze di giocare su questa immagine delle orizzontali e delle verticali. E’
una trasposizione del paesaggio tipico dell’america, praterie e canyon… Permane
anche l’adesione al materiale faccia a vista, con pochissime concessioni
all’ornamento: al massimo dei vasi ornamentali, ma assolutamente funzionali
allo scopo botanico.
Nei primi anni del ‘900 abbiamo un’evoluzione della
maniera di Wright. Gioco di terrazze, di orizzontali e di prismi, setti murari
come sostegni, recinzione, canne fumarie, vuole definire una maniera propria
per distinguersi.
Rimase folgorato da una riproduzione di un tempio
giapponese presentata ad una esposizione, in particolare dalla presenza di un
fulcro sacro nella casa giapponese. Individua quindi nel focolare l’elemento
centrale della casa, e spesso troviamo al centro della pianta questo elemento
forte, anche con valenza portante. Diventa un luogo simbolico e protettivo del
nucleo familiare, da qui si sprigionano le varie funzioni, come il fuoco. In
piante così libere e ricche c’è la tendenza a fare un pieno del camino ed
attenzione per tutti gli spazi intorno ad aprire, ricorre a pannelli mobili per
creare divisioni funzionali, preferisce uno sguardo orizzontale che spazia in
tutti gli ambienti della casa. Sostituisce la finestratura tradizionale con
finestre a battente europee, ritmate lunghe, una premessa alla finestra nastro,
che lasciano libero lo sguardo verso l’esterno, aspetto congeniale alla casa
prateria.
Gli elementi orizzontali continuato ad essere
riconoscibili, nella casa del Dottor Stockam (?), sporgenze orizzontali molto
evidenti, che vanno ad includere le articolazioni del volume, che ha subito un
trattamento raffinato. Wright in questo momento mette a punto un equipe di
collaboratori: ne fanno parte una disegnatrice di mosaici, un architetto
paesaggista, uno scultore che si occupa di sculture in bassorilievo o a tutto
tondo, un disegnatore di vetri e tappezzerie… Come aveva fatto Gaudì va sempre
a richiamare gli stessi perché si sono adattati al suo gusto particolare. Anche
se cerca un linguaggio nuovo ed americano, impone alla propria committenza
l’opera d’arte totale, dal disegno del lotto a quello del singolo mobile, e si dimostra
pertanto particolarmente attento agli aspetti di arredo degli interni.
Siamo difronte ad un altro esempio legato a
quell’immagine grafica di… ci mostra una capacità che prelude, nel 1908, al
discorso dell’art Decò, il tono nero contrasta con la parte bianca, utilizzato
per l’orizzontalità, forti aggetti.
Robie House [Casa Robie] è uno dei capolavori del
1909, anno in cui Wright ruba la moglie ad uno dei suoi clienti e fugge in
Europa, lei sarà la prima di tre mogli. Questa casa è il portato più coerente:
tre materiali a vista, mattone, pietra per i cordoli (top dei muri) e legni per
gli infissi, aggetto della pensilina di sei metri. Inventa questa soluzione
strutturale con un acciaio di recente invenzione, che gli permette di ottenere
una “cosa” che poi farà parte dell’architettura del novecento. E’
sempre molto accorto, disegnando risalti di muro, per piccole verticali, come
contrappunto molto armonico, mirabile. Nelle vetrature un residuo di ornamento,
legato alla capacità degli artisti. Due camini, corte interna, disposti secondo
una modalità che disegna spazi aperti, lontani fra loro ma percorribili. Una
sorta di ambiente con spazialità da loft, dove possiamo vedere tutto quello che
c’è. Nel seminterrato ampia sala per il gioco dei bambini, e sempre all’interno
dello stesso quartiere residenziale costruisce anche lo Unity Temple [Chiesa
degli Unitariani]. In questo luogo
assembleare, recupera ornamenti ripresi da civiltà extraeuropee, civiltà che
non hanno nulla a che vedere con il vecchio continente. Quattro facciate
uguali, simbolo dell’unitarietà dei credenti, circondato da balconate, metafore
di uno spazio unitario di singoli che prendono spazio verso un affaccio comune.
Pianta estremamente simmetrica, grande quadrato con 4 piloni di sostegno, con
pulpito per la predicazione, estetica ortogonale di bianchi e neri nella
pianta. Lo stesso concetto di uno spazio centrale a tutto altezza, e balconate lo ritroviamo anche nel Larkin
building, industriale di New York che fece costruire nel 1904 l’edificio di una
propria ditta a Wright, oltre che la sua casa privata. Nella sede degli uffici
c’è in maniera estremamente marcata un tentativo di semplificazione estrema
delle forme, che ricorda la tradizione francese di fino settecento, vedi
Boullée, ricordi assiro-babilonesi, concessione minima all’ornamento, sempre
con simboli molto semplificati come il tema della sfera, decorazioni
geometriche a ritmi ricorrenti, imponenza che vuole esprimere una visione
paternalistica, simmetria di facciata, fiducia cieca per un’architettura capace
di rigenerare il mondo e i rapporti personali. Ci ricorda Sullivan. La tavola
di Wright è dedicata alla purezza, con
verticali accentuate, tutto l’edificio è composto da un poligono portato su
cinque piani intorno ad uno spazio, dove Wright decide anche l’arredo tranne i
telefoni. E’ molto interessante dal punto di vista tecnologico, in quanto si
tratta del primo edificio con aria condizionata.
Imperial Hotel di Tokio. E’ commissionato dalla corte imperiale giapponese,
per gli ospiti occidentali della stessa, per non costringerli a vivere in
ambienti indigeni che avrebbero giudicato un po’ scomodi. E’ stato demolito nel
1967, ed insieme a lui è stato perduto anche un esempio di arredo e decoro
interno. Ha una pianta monumentale e simmetrica, influenzato dalla tradizione
Beuax Arts (o tradizione accademica), c’è un ingegnere strutturale a cui va il
merito cui questo edificio sia scampato nel 1923 al terremoto che distrusse
Tokio. C’è sempre un’attenzione per alcune caratteristiche dell’arte
giapponese, senza però dare l’idea di volersi adeguare. Il rivestimento delle
murature è in pietra lavica, molto dura, scolpita con temi arcaici, con
montaggi di notevole suggestione [e forte pure… mi suggerisce il MITICO
GIACOMO! MITICO!]. Nel particolare della hall vediamo archi poligonali, ci
ricorda quasi qualche elemento di Gaudì. E’ costruito fra il 1916 ed il 1922,
poco prima dell’esposizione di Parigi quando partirà il gusto decò.
In un’altra casa privata presso Los Angeles adotta
una modalità espressiva e decorativa sempre con intrecci geometrici di pietra, e qui, vista la
vicinanza si giustifica l’influenza di elementi precolombiani.
Casa Kaufmann o Falling Water [Casa sulla cascata]. Presenta grandi terrazze di
calcestruzzo armate, su un salto d’acqua naturale, un’entrata con un ponte,
sosta sotto un pergolato per la macchina. Presenta ambienti molto aperti, per
realizzare un’evocazione delle forze della natura. Si diverte a progettare
qualcosa che sia da una parte artificioso e presuntuoso dell’uomo da parte
della natura. Ha sempre sostenuto che i
materiali vanno visti, ma riveste l’intonaco con un intonaco giallino in pasta,
per sintonizzarsi con la natura e non eccedere nell’artificiosità. Rivestimento
in pietra delle murature verticali con pietra locale. Qui vediamo come metallo
e vetro siano funzionali per andare a traforare le pareti e guardare quanto
c’era intorno. Ha avuto enormi problemi di vivibilità, fra stanze allegate ed
impossibilità di riposarvi causa frastuono della stessa cascata, e subisce
continui restauri.
Guggenheim Museum di New York. Per farvi vedere come la concezione
dell’architettura organica si traduce in forme che dalla natura recuperano
certe tipologie, come quella dell’elica (animali che si costruiscono la casa da
soli: lumaca e paguro…), il visitatore è portato al livello più alto, e poi
visita l’esposizione per una spirale discendente… Il contrario di San Luca.
Ha
avuto un’attività di scrittore ed ideologica paritaria rispetto a quella
architettonica. Vi sono numerosi punti di contatto con Wright, come la visione
elitaria della professione, le commesse ricevute per lo più da individui
facoltosi e benestanti, ed una notevole ricerca teorica per il superamento
degli esempi precedenti.
Tenderà verso un purismo formale, con episodi
devastanti per i contesti urbani del periodo e per la grande carica
d’innovazione che apporta. E’ figlio di un marmista tagliapietre (e per tutta
la vita dimostrerà una sensibilità altissima per i marmi e le loro venature) studia
nelle scuole del luogo e da Dresda entra nel giro viennese dell’Accademia e lì
si forma. Da annotare l’importante esperienza americana e la sordità fino
all’età di 12 anni, che ha acuito durante la vita un carattere molto duro e
sospettoso, tanto che è morto senza comunicare con gli altri membri della
famiglia (mentre di solito quando uno muore avvisa a casa per dirlo ai
parenti).
L’interno del famoso Palazzo Stoclet di Hoffmann che
deve avere avuto una certa influenza su Loos, sugli elementi legati all’astrazione
delle forme, mentre Hoffmann sarà accomunato per gli aspetti negativi a Henry
van der Velde, caposcuola della tendenza Art Nouveau viennese, in un’invettiva
nell’articolo “I superflui” dove attacca gli artisti dell’arte
applicata. Per la prima volta troviamo un atteggiamento da parte di un
architetto che spinge per gli industriali e per gli artigiani, cioè di coloro
che lavorano senza porsi troppi problemi di cultura. A Loos tutti gli artigiani
vanno bene perché producono ornamento per il loro piacere, anche se lui
desidera elementi molto semplici. Mentre non gradisce che ci siano ditte che
applicano l’ornamento industrialmente. Si tratta di un passaggio duro e deciso:
per Loos la vera decorazione è qualità degli spazi, qualità compositiva, e qualità
dei materiali che mette in opera. Non saranno altre cose aggiunte, ma le
proprietà intrinseche dei materiali. Loos pubblica due numeri di un giornale di
sua invenzione, il “Das Andere”, [L’altro] “Per l’introduzione della
cultura occidentale in Austria”. Loos è folgorato dall’America e dalla
cultura anglosassone. Questi concetti ritornano tante volte nella Storia
dell’Arte, ma Loos li porta ai massimi livelli di esasperazione. Prime
occasioni professionali sono l’American Bar o Kartner bar, locale su una via
importante di Vienna, disegno quasi classico
Scrive “Io voglio, se mai si debba usare
l’ornamento, la ripresa di motivi archeologici, e non l’uso di ordini
inventanti ma quelli che hanno una storia nobile ed antica”. In questo
spazio molto piccolo su due livelli produce una fine lavorazione dei marmi, per
il locale che diventa un luogo di ritrovo molto chic.
Vetrina
di Knize, sarto internazionale. Loos propende per materiali nobili e a vista,
su cui far risaltare le insegne di ottone, mettendo in evidenza la semplice
vetrina. Dal parapetto delle scale, alle vetrine, mobili, camerini … Loos si
occupa di tutto, l’architetto si deve occupare dei mobili, ma devono essere
fissi, perché questa è qualità degli spazi ed è architettura. Se sono ben
realizzati e costruiti con materiali sontuosi e di buona qualità l’edificio non
sarà sottoposto in futuro alle trasformazioni della moda, ma sarà di bellezza
eterna.
Il palazzo edificato per la Goldman
& Salatsch nella Micheaelerplatz è uno scandalo pubblico, essendo proprio
di fronte al palazzo dell’imperatore d’Austria, che fa subire a Loss delle
reprimende. Utilizza il trucco di presentare il progetto con l’edificio
decorato, ma sotto i ponteggi fa eliminare queste fioriere, è costretto ad
inserirle poi per coprire questa nudità estrema. Siamo nel 1910 ed in questa
data viene realizzata anche la Pedrera, testimonianza della diversità delle
tendenze europee. Vediamo un uso dell’ordine classico, al posto dell’architrave
una putrella di metallo, infissi a filo della muratura-marmo, consueto schema
tripartito della trabeazione. Su un fianco ancora citazioni rinascimentali, che
fanno davvero decorazione. I locali ai piani inferiori sono occupati dalla
sartoria industriale, e sopra vi sono appartamenti che vengono affittati.
Casa
per Lilly e Ugo Steiner. E’
costruita nei sobborghi collinari di Vienna nel 1910. Le pareti sembrano fogli
di cartone giuntati fra loro e ritagliati nella finestrature. Le aperture sono
dimensionate rispetto ad esigenze compositive dell’interno, e sono meramente
funzionali. Ha due ali aggettanti che sporgono, una zona rientrante con
ingresso. Sul retro c’è una conformazione stravagante, una volta botte coperta
in metallo che copre una mansarda, che vuole accennare alla collina. Assenza
totale di decorazione, ma in questa casa Loos è ancora abbastanza legata ad una
soluzione di tipo tradizionale con livelli sovrapposti paralleli. Nelle case
successive queste esigenze si trasformano nel Raumplan (piani di volume liberi):
consiste nell’alzare liberamente i soffitti a seconda delle esigenze delle
cellule spaziali, e libertà di articolare i volumi e non produrre più solai
paralleli. Anche se con maggior dispendio produttivo, e maggior impegno nella
fase progettuale così è possibile può progettare spazi ad hoc illuminati in
maniera adeguata, e spazialmente ricchi. Non potendo usufruire della
decorazione bisogna fornire un valore aggiunto, dagli spazi ai materiali. Sul
retro una sorta di abbaino, proseguimento della parete verticale, nel soggiorno
le tende suddividono gli spazi, soffitto a travi lignee con funzione
decorative, per fornire una chiusura visiva allo spazio. I mobili sono quelli
che avevano i signori Steiner, che non c’entrano nulla con l’architettura di
Loos, e lui fa il possibile per lasciargli la libertà di arredare gli ambienti.
Si rivelano anche delle contraddizioni, alla fine anche Loos nella sua
attenzione ai mobili fissi rivela una mentalità che si avvicina molto all’opera
d’arte totale. Progettando una nicchia per il focolare in casa Skein, inserendo
vani laterali come libreria, traforo che mette in comunicazione, muretto basso…
eccetera… fa un’operazione che rivela una certa sensibilità dello spazio, con
il focolare inteso come luogo raccolto ed appartato, ma in questi inserimenti
la massima libertà è data dalla scelta della stoffa. Questo tappeto orientale è
uno dei caratteristici consigli che dà Loos, per riscaldare gli ambienti.
L’esterno di Villa Moller è un bell’esempio per far
vedere l’evoluzione di Loos: concepisce gli spazi dall’interno e li rende
riconoscibili dall’esterno, come dimostrano queste scatole che sporgono,
rispetto ad un volume molto chiuso, con grande attenzione ai salti di quota.
Sta sempre realizzando case di pregio per altoborghesi. Villa Karma (1904-1906)
colonnine di marmo sostengono la libreria, per questa villa di Praga, crea
ancora una volta un piccolo volume cubico, scavato in un altro ambiente, per
creare una nicchia. Capite che in un ambiente di questo tipo, la possibilità di
inserire liberamente dei mobili è fortemente limitata.
Villa Müller a Praga (1928-30):
anche qui una scatola, in cui quasi dei cassetti slittano all’esterno, aggetto
di volume che sostiene balconcino, riconosciamo in questi grandi finestroni il
rispettivo ambiente, distribuzione anche in esterno. Il contrasto con
l’automobile d’epoca presente nella foto fa capire come Loos ha centrato alcune
componenti base del movimento moderno. Una grande occasione progettuale per
Loos potrebbe verificarsi quando lavora per l’ufficio architettonico della
giunta socialista di Vienna. Essa punta molto non tanto sul Ring monumentale,
ma sulla costruzione di alloggi a prezzo politico. Così Loos si trova a
lavorare su il concetto del minimo esistenziale, e costruisce a Vienna
sobborghi operai. Costruisce case a schiera, con “un muro”, dove riesce a
costruire case su due livelli con un piccolo orto. Nel ’22 Loos dà le
dimissioni, si trasferisce a Parigi ed entra in una cerchia di artisti, dove
progetta case come per Tzara, che lo portano ad isolarsi rispetto alle
tematiche principe del movimento moderno, ed al suo ritorno a Vienna uscirà un
po’ della scena. Questo salvo per il concorso del Chicago Tribune del 1922: il
giornale indice una competizione a livello internazionale per la costruzione
della propria sede. Molti architetti partecipano attratti dalla notorietà,
dall’importanza dell’opera e dal premio di 100000 dollari, cifra strabiliante
per l’epoca. Le consegne sono abbastanza particolari, non si forniscono
indicazioni per gli ambienti o per le macchine, non fissata nemmeno l’altezza
dell’edificio, insomma si tratta quasi solo un’operazione d’immagine. Si
chiedono soltanto gli schemi volumetrici, di molta struttura del giornale non
si parla, si chiede solo l’immagine esterna. Vediamo il progetto di William
Drumond, che fa parte all’interno dei 180 partecipanti ai concorsi, fa parte
della famiglia BeauxArts, famiglia molto nutrita nei partecipanti. Per una
parte dell’edificio si ispira a Sullivan, in alto una parte monumental-retorica,
con grandi bracieri ornamentali.
Fra le tante proposte europee si distinguono anche
altri progetti, per la notevole modernità e semplicità grafica. Loos invece ci
presenta un enorme progetto di grattacielo-colonna, proposta passatista per
l’utilizzo di un ordine dorico ed estremamente modernista per il salto di
scala… Il rifiuto dell’opera di Loos ci fa capire come la classicità europea
che non è sentita dal sentimento americano.
[“Ci
scusiamo” per l’estrema sintesi di questa parte del corso, ma i tempi e
l’ignoranza del revisore di bozze impediscono di ottenere una maggiore
organicità]
Si colloca fra le due guerre in Europa, ed è denotata
da un un’accelerazione nella formazione di movimenti artistici. Da pochi anni
la fotografia priva pittori e scultori di un principale compito, quello di
ritrarre fedelmente la realtà, determinando uno spostamento del campo di
interesse degli artisti visivi. Dall’espressionismo, al futurismo, etc… questi
movimenti producono una “grande confusione”. In questi anni si fa un “grande
frullato” di idee e concetti, per difendere scelte a volte molto pretestuose.
Di fatto fra queste due guerre si scatenano delle grandi battaglie, che
destrutturano il vecchio sistema di regole, tradizioni, valori e organismi. Per
tutto l’ottocento grazie alla cultura illuministica del settecento gli artisti
si sono sentiti depositari dell’istanza di migliorare il mondo, animati da
un’ideologia fortemente venata di idee politiche. Ognuno ha la sua proposta, da
quella luddista, a quelle industrialmente più spinte, e gli architetti si
adeguano alla comunicazione di queste ideologie. Questo comunica
sostanzialmente l’incapacità degli intellettuali europei di porsi come agenti
del cambiamento, in quanto le leve del potere sono oramai in altre mani. Sembra
quasi che si incarogniscano in certe battaglie fra artisti, perché non hanno
altre possibilità di incidere sul dibattito reale. Ricevono sì qualche
incarico, ma di fatto l’espansione della città, le varie infrastrutture non
sono opera loro, ma di studi di ingegneria, di anonimi, dell’abusivismo, etc.
Il meccanismo ottocentesco di grande fiducia di massa verso il progresso inizia
ad incrinarsi, inizia quella che Husserl ha definito la “crisi delle scienze”,
dove qualsiasi costruzione basata sulla logica portata alle estreme conseguenze
è potenzialmente fallace.
Il quadro “L’urlo” del 1895, dove viene
ritratto un essere volutamente asessuale, è testimonianza del disagio profondo,
del malessere dell’uomo che esprime la propria sofferenza. Proprio nel 1907
Picasso inaugura il cubismo, un movimento artistico che con grande lucidità
sostiene la necessità di rompere con il meccanismo della prospettiva
rinascimentale, non è più possibile osservare la realtà da un unico punto di vista.
Lo stesso LeCorbusier, che per un certo numero di anni era convinto di voler
fare il pittore, aderisce a questa corrente.
Questo quadro di Mondrian, del movimento DeStijl [La nuova
obbiettività], movimento che pretende di disegnare per volumi puri e
rappresentare lo spazio ed il mondo con linee e volumi puri. Più l’uomo sta
male più ha bisogno dell’arte, e schematizza tutto in tre colori primari,
giallo rosso e blu, spesi su superfici proporzionali in base alla loro potenza
di impatto visivo, a seconda di quanto si voglia spostare l’occhio da una parte
all’altra, un metodo che stimola molto certi architetti.
Assistiamo ad una semplificazione, una sorta di
riduzione dei termini della questione, una concentrazione sulle superfici
semplici, sui volumi puri, sulle superfici piane che possono essere introdotte
con semplicità, con materiali che possono garantire la continuità, come lastre
e pannelli. In un mondo che va riducendo l’ornamento, queste tecnologie sono
esattamente quello che ci vuole. Questa architettura cavalca l’industrialesimo,
e si schiera con le macchine, quasi a salvezza del mondo.
Questa immagine è la “Cité Industrielle” di Tony
Garnier fra 1901 e 1904 durante il suo periodo romanico, produce un progetto
complesso, ricco di tavole, per una città industriale, un architetto di
formazione BeauxArts sente forte il fascino per questo nuovo anelito. Va a
disegnare tutta una città divisa in blocchi funzionali, in relazione allo
zoning che sta nascendo in quel periodo. E’ una monumentalità privata di grandi
ornamenti, basata sul modello industriale.
La fabbrica delle turbine elettriche
Aeg è un simbolo, un caposaldo che attiva la Corporate Image, in tutto affida
la sua immagine a Peter Behrens, un architetto-artista-grafico che tenta di
unire dei riferimenti per questo tempio della produzione. Nel 1908 c’è grande
fiducia verso il ruolo dell’industria. All’esterno l’edificio sembra un grande
tempio, con spigoli murari rastremati, che danno un senso di solidità, ed
internamente una luminosità estrema con finestrature e lucernario. Presenta una
travatura reticolare, un arco a tre cerniere dal punto di vista statico, tutte
le pareti hanno una struttura ingegneresca di metallo, che un po’ ci inganna
all’esterno facendocela credere una struttura in muratura. Ancora una volta una
sorta di maquillage, una maschera muraria ad un edificio in ferro e vetro, il
timpano ha una conformazione poliedrica. Le lettere del nome della ditta sembra
intagliate dallo scalpellino nel marmo.
Futurismo.
Uno dei principali esponenti italiani è Sant’Elia. Ha progettato molto più
sulla carta, i suoi disegni raffigurano il sogno di una città industriale e
meccanica, con coraggiosi progetti d’interscambio, che oggi sarebbero
estremamente funzionali. L’estetica è quella dell’impianto industriale che
diventa architettura, dove tutto si trasforma nella nuova città del potere
tecnologico. Così nei disegni di Mario Chiattone, che nel 1914 ci mostra questo
sviluppo in altezza straordinario, dove l’architettura si preoccupa di gestire
i volumi, prescindendo quasi dalla tecnica di realizzazione, con volumi che
anche oggi sarebbe difficoltoso realizzare.
La guerra significa la caduta a picco di questa
fiducia, in Francia in particolarmente c’è una tendenza verso il classicismo ed
il razionalismo, dove Auguste Perret interpreta questo revival delle dottrine
di Viollet LeDuc,in un sistema che unisce bellezza e struttura efficace. In
questo splendido interno industriale di una sartoria, propone una rivisitazione
degli spazi americani di Wright, un grande volume centrale con balconate tutto
intorno, un modo per ottenere il massimo della struttura con il minimo
d’ingombro laterale, con due archi su cui vanno ad insistere i solai per i
lucernai.
Nella Cattedrale di NotreDame de Raimsy, c’è una
completa libertà dei muri rispetto alla struttura portante, con moduli di
cemento prestampato, vetrate colorate immense, nella tipologia gotica a tre
navate, su colonne con casseforme con poliedricità che rimanda alle colonne
antiche. In Francia dopo due secoli si realizza finalmente una sintesi
greco-gotica, ed abbiamo la possibilità di vedere esemplificata questa
architettura. In particolare all’esterno, c’è una sopravalutazione delle
capacità del materiale, ed il calcestruzzo deve essere continuamente restaurato.
Espressionismo. E’ un movimento che va a braccetto con le arti professioniste. Come in
questa l’idea per un “Centro delle Arti” disegnata da Hermann
Finsterlin, è come un essere che si è conformato uscendo dal terreno, che crea
molti problemi durante la costruzione fino quasi alla irrealizzabilità pratica.
La Torre Osservatorio del 1920 di Mendelsohn è quasi
un disegno al tratto giapponese, l’energia espressiva dell’artista che viene
trasferita nel progetto. Avviene comunque una frenata, non c’è la stessa
capacità di convinzione dell’artista. La costruzione ci ricorda quasi un
periscopio, quasi Art Nouveau, con il potere dell’arte e della forma che emerge
prepotentemente.
La zona scandinava sembra riferirsi al classicismo
astratto, come nel municipio di Hilversum in Olanda, costruito da Willem
Marinus Dudok. Con un occhio al palazzo Stoclet, grandi blocchi parallepipedi
dove si vanno a cercare risultanti armoniche, mattone che riveste tutto, un
classicismo depurato ed astratto. Anche la biblioteca di Stoccolma del
1920-1928, su progetto di Erik Gunnar Asplund, ha una pianta molto classica ed
accademica con sala centrale ed U che la racchiuda, ricorda quasi Boullée,
attenzione alla scuola del classicismo francese di fine settecento che
riconosciamo dai volumi puri, ed una porta con citazione quasi archeologica.
L’immagine in alto è la famosa casa Schroeder a
Utrecht nel 1924, costruita da Rietveld, un artista legato alla nuova
oggettività: c’è un modo di progettare una casa per volumi compenetrati che
vengono esplosi, slittano, è un incontro di piani che va a definire questa
casa. Anche in Theo van Doesburg, uno dei futuri protagonisti dei Bauhaus, i
volumi si compenetrano, i colori definisco la materità geometrica, un gioco di
ricerca dell’equilibrio dinamico.
Purismo Tecnologico. Progetto per un grattacielo di vetro, di Mies van der Rohe, vissuto
tra il 1886 ed il 1969. Questo progetto utilizza la potente capacità di
trasparenza del vetro. Lastra su perimetri curvi, con due pozzi di scale,
ascensore al centro, progetto per Alexander Platz. Brilla per questa ricerca
degli effetti estetici, per una tecnologia avanzata, per l’Expo di Barcellona
costruisce il padiglione tedesco, sullo sfondo un’architettura eclettica, e
sotto la Germania nazista (?) che chiama un architetto modernissimo, in cui si
fonde Loos, alcuni dei setti murari che rispondono bene alla ricerca
plasticista, sono in lastra unica di onice, pietra dura e pregiatissima,
ottiene degli effetti di cultura spaziale. Pilastrini in acciaio cromato, due vasche
d’acqua all’interno del padiglione, due o tre scatole con lati aperti, in cui
il visitatore percorre degli spazi, freddi ma articolari. Progetta pianta ed
alzati secondo una regola compositiva che utilizza tutte le possibili diagonali
di radici per dimensionare gli ambienti. Questo vuol dire che c’è estrema
sensibilità alla cultura ottocentesca, periodo in cui fu scoperta la sezione
aurea, un rettangolo in radice di cinque. Ora questa scoperta si è rivelata
falsa, ed al massimo nei greci c’era un rapporto di 5:8, in quanto i greci
operavano fra numeri razionali e non irrazionali. Interno con famosi sgabelli e
sedie disegnati da Mies, spazi debitori di Wright che congelano in tutto con
questa tecnologia purista.
Visioniamo ora una panoramica delle
realizzazioni, dove quindi sia stato possibile incidere sulla realtà, come
nella gestione socialista di Vienna. La pianta a volo d’uccello raffigura le
espansioni della giunta rossa. Grazie all’introduzione delle tasse di lusso, si
costruiscono grandi quartieri operai. Con questa politica, le elitè oltre ad
essere catapultate da capitale di un grande impero a provincia, subiscono un
notevole salasso fiscale. Uno di questi quartieri, il Karl-Marx-Hof [Corte di
Carlo Marx], si sviluppa tra un corso d’acqua e un quartiere preesistente. Ha
giardini regolari al centro, vari corti, edifici maggiori sulle testate delle
corti. Contiene ben 13000 alloggi, ma di soli 40 mq come metratura media.
Vengono dati in affitto con una spesa modica, da Karl Ehn. Il complesso si estende
per oltre 1km, e questi milioni di mattoni sono stati esaltati da una canzone
operaia viennese “il piccole mattone rosse costruisce la città del futuro…”.
Per le caratteristiche architettoniche, verso il fiume il complesso è contraddistinto da grandi
archi, sta attento ad inserire come richiesta dei politici una ricchezza di
servizi notevole, oltre agli alloggi gli abitanti potevano trovare le poste,
biblioteca, asili, negozi di vario genere etc… Sono forme architettoniche
estremamente semplici, avviene una razionalizzazione edilizia, per contenere i
costi, con aperture omologate. Questa cortina ad archi è una scelta abbastanza
vicina ai contesti industriali, nel loro gigantismo gli archi richiamano il
fine del settecento francese. La grande dimensione permette di ottenere questa
cifra esagerata di alloggi. L’insieme è comunque molto curato nei dettagli,
nonostante sia una produzione di massa. Ehn non rinuncia alla decorazione della
cancellata, creando una sorta di disegno a punte, con aspetto neomedieovale.
Sono i residui dell’Art Nouveau. All’interno della corte si scelgono i balconi
in linea, finestre di varie dimensioni con gioco compositivo basato sul
quadrato. Arrivano a dire che “Il quadrato per noi è quello che era la croce
per i primi cristiani”. Nel vano scala assistiamo ad una citazione un po’
tardiva dell’edificio di Gropius, la possibilità per il vano scala di uscire
all’esterno. Nel giardino sono realizzate varie costruzioni accessorie, come
questo piccolo asilo d’infanzia a pianta circolare.
Tutto questo dibattito sull’abitazione si sviluppa
sul del minimo esistenziale e sull’impatto della socialità. In occasione
dell’Esposizione di Weissenhof un intero lotto dell’esposizione di Stoccarda
viene destinato ai principali architetti tedeschi, che devono misurarsi con la
costruzione di abitazioni familiari. Da lontano fornisce un’immagine quartiere
di villette, in effetti alcune di queste case si lanciano un po’ troppo verso
una casa borghese.
Costruttivismo. Altro caso di socialismo reale è quello che si instaura in Russia su
struttura statale notevolmente arcaica, ferma ai servi della gleba, che
trapassa direttamente allo stadio finale della società umana definita da Marx,
per arrivare direttamente al comunismo senza la “fase borghese”. Gli architetti
trovano nel governo dei Soviet un grande committente, definendo un movimento
attento alle istanze ideologiche del nuovo potere sociale. Vediamo il disegno
di Vladimir Tatlin, il Monumento alla Terza Internazionale, in cui all’interno
di un cilindro e della spirale stavano varie sale per le riunioni dei massimi
esponenti del socialismo mondiale, che sviluppa secondo la spirale e ruota. I
fratelli Wesnin progettano la sede per il giornale “Leningrad Prava” [si può
ricordare che per decenni il giornale ufficiale dell’URSS fosse titolato Prava,
ovvero verità] della città di Leningrado, soddisfano la domanda per un
giornale di regime, la composizione si basa moltissimo sull’estetica
neoplasticista, bandiera che svetta, riflettore che segnala la presenza
dell’edificio, simbolo e metafora dell’architettura come mezzo di informazione.
Gli ascensori sono ostentati nel guscio di vetro in questa fede macchinistica
costruttivistica. In breve giro di tempo però il regime sovietico sceglie
un’altra strada. L’università di Mosca di Losomonof (?) fa capire come ci sia
stata una sorta di tabula rasa dei movimenti post-rivoluzione, e si va a
premiare una tendenza accademica che non ha alcuna idea da proporre se non
quella della retorica, e dell’importanza del regime, e se non fosse per la
stella rossa sembrerebbe una qualsiasi architettura di retorica allo stato
puro, con spunti ripresi dalla scuola di Chicago. Nel 1936 avviene lo
sventramento della città di Riga (Tica?) per la piazza dedicata a Lenin, dove
osserviamo la città sormontata da guglie gotiche.
Walter Gropius
Parleremo ora di Gropius con particolare riferimento al periodo della Bauhaus. Cerca di realizzare una sorta di corrispondenza ai bisogni primari dell’edificio, vediamo un caso in cui un architetto persegue il sogno di fondere le capacità artigianali e creative di un individuo per arrivare alla formazione di un uomo completo, capace di creare con la mente qualcosa che riesce a realizzare con le mani. Sogno universale, il tecnives greco in cui ancora le due istanze sono congiunte, da lì in poi esiste la differenziazioni fra artisti ed artigiani, e la polemica del periodo riguarda la differenza di preparazione fra le arti minori e le arti maggiori, le arti applicate. E’ una divisione forte, tanto che nemmeno l’illuminismo era riuscito a riportare sullo stesso piano le due branche del sapere. La Bauhaus si pone di ricongiungere le due cose, nel 1919 si arriva al compromesso gestito da questo personaggio si arriva all’incarico di fondere due istituzioni tedesche che rappresentavano le due anime, mantenendo corsi separati ma in un edificio comune dove le scuole delle due arti convivono in un reciproco scambio di idee, fra la scuola di Architettura di Weimar e di Belle Arti (art decò). Di fatto nel suo laboratorio gli studenti facevano con le mani quello che progettavano, per lo più design, secondi il dettame che chi progetta un prodotto per l’industria deve anche padroneggiare artigianalmente il processo produttivo. Gropius era figlio e pronipote e architetti, addirittura allievo di Shinkel, e visse fra il 1883 ed il 1969. Nel periodo giovanile studia architettura a Berlino e a Monaco. Aveva una difficoltà di origine nervosa o psicologica a disegnare, spaccava le matite in continuazione, non ci ha lasciato uno straccetto di disegno, e non sappiamo quali idee furono sue e quali dei collaboratori che faceva disegnare. Questo scoglio di metodo, per la collaborazione di Meier, a noi non interessa tantissimo, sappiamo che prendeva le direttive da Gropius e portava il giorno dopo gli schizzi per il vaglio, Gropius gestiva la progettazione in senso stretto attraverso le mani di un altro, un progetto d’equipe dove Gropius aveva un ruolo di guida trainante. Meyer era molto legato al pensiero teosofico, e poneva molto l’accento sull’aspetto educativo. Molte di queste scuole di pensiero in età scolare, sono tutti movimenti che permettono all’uomo di migliorare attraverso le strade di formazione, con le dottrine di Froeder (?). La prima grande occasione operativa è la commissione da parte dell’industria Fagus, di scarpe. Ad Aalfeldan-der Leine vuole dei contenuti più moderni per la fabbrica, ma solo esteticamente, in quanto il complesso era già stato realizzato, e si tratta di “ricoprire” con un nuovo vestito le macchine. E’ un controsenso in termini, come fa un architetto a rinunciare al di