Raccolta di appunti degli studenti del Corso di
Storia dell’Architettura
Antica e Medievale
Il programma del corso (disponibile al tutorato) è suddiviso in dodici tappe, pressappoco corrispondenti ad un argomento per settimana. Il contenuto del corso non rimanda a nessun testo in particolare, ma è disponibile un CD con tutte le immagini minime necessarie per sostenere l’esame. Sarà preminente conoscere i singoli edifici, piuttosto che discutere sulle generalizzazioni riguardo le civiltà ed i periodi storici, essere in grado di riflettere sull’organizzazione effettiva di questi spazi, sul loro uso, sulla loro storia e sulle loro tecniche di costruzione, piuttosto che fare uno studio mnemonico sulle date. Questo è un corso di fatto generalizzante, sceglie nella storia dell’Umanità un centinaio di capolavori assoluti. Questi sono tagliati in qualche modo dal tessuto della storia che li ha generati.
Sono previsti due tour architettonici, uno a Roma ed uno a Firenze. Il primo si terrà il 24 aprile, per il quale c’è un fondo di 1400 €, che divisi per 80 partecipanti pronosticanti fanno circa 18 € di rimborso a testa, mentre diviso per i 67 partecipanti effettivi fa 22 € a testa. Per la visita dei Fori Imperiali STAMPATEVI LA PIANTA, perché non potete guardare tutti dalla stessa. ^_^ Queste visite si svolgeranno in genere il sabato mattina. La visita a Firenze è invece programmata verso il 10 giugno, ed è più complicata causa l’invasione di turisti.
La didattica è basata su una cinquantina di libri, le ricerche migliori che sono state fatte negli ultimi anni su questi edifici. Come “guida” per seguire il corso è sufficiente qualsiasi libro di Storia dell’Arte liceale o divulgativo, per “non perdersi”. Il corso è composta dalla presentazione monografica di diversi edifici, esplorando fin quando è possibile come funzionano questi edifici. Un manuale di storia dell’Architettura contiene invece una linea generalizzata dell’Architettura, ed è utile per lo più a chi non ricorda bene la sequenza storica. L’esame parte con la presentazione di un argomento, che rappresenta circa 1/3 dell’esame, e da questo saltiamo ad un altro edificio. E’ bilanciato fra storia antica e storia medioevale, che comporranno la valutazione finale. Le date degli appelli sono le seguenti: 08/06 primo appello, 23/06 secondo appello, 07/07 terzo appello, 20/07 quarto appello.
Non tutto ciò che vedremo sarà
richiesto per l’esame: l’argomento dello stesso comprenderà circa il 60% degli
edifici illustrati (quelli evidenziati nel programma), mentre i restanti sono
presentati per completezza.
Alcune contraddizioni sono già
insite nell’organizzazione del programma: in Italia è uso da più di cent’anni
studiare il passato diviso, con un discrimine al momento del rinascimento.
Questa è una creazione altamente artificiale, fatta dalla cultura passata, e
che ora ci va piuttosto stretta in quanto arbitraria.
La nostra trattazione nasce
nell’Egitto, per poi spostarsi in Grecia e seguire le opere e la diffusione di
Roma in Italia ed in Europa. Ritroveremo infatti l’Egitto solo dopo la conquista
romana. Dopo la divisione dell’Impero, seguiremo l’Impero d’Oriente di
Costantinopoli e gli Ottomani. Con il medioevo vero e proprio ci portiamo in
un’altra parte ancora, abbandoniamo il mediterraneo, per cercare il romanico ed
il gotico nell’Europa Cristiana. Andremo alla ricerca di una storia
dell’Architettura essenzialmente europea. Le tappe cronologiche seguono con
ambienti geografici sempre differenti: questo perché è un corso costruito a
posteriori per capire le nostre radici culturali, e costruito non da noi ma
alla metà del ‘700 (periodo in cui nasce la storia dell’Architettura come
storia delle proprie origini), diventando ancora più complesso insieme ai
nazionalismi dell’800, ed è una storia sorta per descrivere le origini della
civiltà occidentale. Di solito in questo programma l’Egitto non trova posto, ma
è stato inserito perché andando ad analizzare la storia dell’Architettura
costruita per un pubblico europeo o mondiale si vede che gli inizi sono
piuttosto riconosciuti nell’ambito mediterraneo o mesopotamico. Le ultime
ricerche moderne stanno riflettendo sul fatto che anche l’architettura greca
acquista un nuovo significato se la si guarda in rapporto all’architettura
egiziana, oltre a quella minoica e micenea, grazie ai rapporti di tipo commerciale,
e al debito nelle tecniche di lavorazione della pietra che l’architettura greca
ha nei confronti di quella egizia. Si comincia pertanto con l’Egitto e non con
le civiltà mesopotamiche, perché queste civiltà hanno fatto architettura con
elementi di terra o legno, non usando la pietra. L’Egitto invece, per la sua
conformazione naturale, ha utilizzato per la prima volta nella storia la
pietra. Parliamo sostanzialmente di architettura monumentale, non di
architettura corrente, parlando di realizzazioni che sono rimaste come
meraviglie del mondo.
Sintesi
di storia egiziana. La
storia egiziana si divide in Antico Regno, Medio Regno e Nuovo Regno. E’ molto
difficile stabilire delle date precise per la storia egiziana, perché la
memoria storica degli egiziani aveva a che fare con le dinastie, non
consideravano il tempo rispetto ad un evento, coma la nascita di semidei,
fondazioni di città sacre, etc.. Gli egiziani non hanno un evento fondativo,
quindi si riferivano alla reggenza presente al momento.
Già in epoca tolemaica, intorno
all’anno 0, quando la civiltà egizia entra a far parte dell’Impero Romano e
cessa di avere dinastie autonome, si abbandona l’uso di contare il tempo in
base a queste ultime. Sempre in questa epoca per la prima volta un sacerdote ha
tentato di ricostruire la sequenza cronologica di faraoni, dividendola in tre
regni. Fra un regno e l’altro ci sono dei periodi intermedi, circa un centinaio
di anni, di anarchia totale: si arresta il conto della successione delle
dinastie perché in questi intermezzi ci sono state delle divisioni statuali e
regni locali. In questi periodi intermedi ci sono anche momenti in cui l’Egitto
viene vinto dai popoli vicini, come fra il medio ed il nuovo regno. Per questo
le date che vengono fornite sono assolutamente contestabili a seconda dei
diversi studi, perché vi sono dei problemi insormontabili sul stabilire la
sequenza dei faraoni: questo perché ogni faraone poteva avere cinque nomi
diversi, che potevano essere ad esempio (banalizzando) Protetto dal Dio Rà,
Signore del Nord e del Sud, epiteti che possono essere utilizzati al posto del
nome stesso. Quindi chi ha stabilito la sequenza non è sempre in grado di
capire esattamente i documenti. Siamo intorno al 1600 a.c. per gli inizi
dell’Antico Regno.
Qualche
cenno sull’organizzazione sociale, economica e politica dell’Egitto. Una
caratteristica particolare della società egiziana è l’organizzazione con una
sorta di monarchia, dove il regnante è divinizzato. Lo stato egiziano è
organizzato con un potete centrale che controlla tutta l’area geografica. A
differenza della Mesopotamia, l’Egitto è una terra abbastanza isolata, nata per
la presenza del Nilo, ed il terreno abitabile e coltivabile è solo quello
bagnato dallo stesso fiume, mentre il resto è desertico. E’ un territorio
facilmente difendibile perché sostanzialmente isolato. Questo produce una
civiltà autoctona, senza molti contatti, prima ragione della lunga vita di
questo regno. E’ un’organizzazione centralizzata al massimo, con un altro
potere molto forte che è quello sacerdotale. Questi due grandi enti sono
proprietari, possiedono ed organizzano tutto il terreno che è inondato
annualmente dal Nilo. Oggi l’odierno Egitto non ha più niente
dell’organizzazione naturale dell’antico Egitto, perché con le grandi dighe
come quella di Assuan la portata del Nilo è controllata. Questo territorio è
collegato essenzialmente ad una via acqua, e quindi è un popolo che fa scarso
uso del trasporto su ruota, invenzione che giunge solo molto più tardi. Solo
dopo l’invasione degli Hiksos si arriva all’adozione della ruota per i carri
della cavalleria.
Un’altra
caratteristica del territorio sono le cave, che prima forniscono arenarie, e
con l’evoluzione tecnica degli egizi si passa al granito rosso d’Egitto, al
basalto ed al porfido, tutti materiali difficili da lavorare, tanto più
nell’età del bronzo (non ci sono ancora strumenti in ferro da utilizzare, ma
solo in bronzo, più teneri ed usurabili). Per la lavorazione di queste pietre
durissime, si usa un’altra pietra ancora più dura, la diorite. Così questa
civiltà ha lavorato la pietra con degli strumenti arcaici, utilizzando un
trasporto combinato con guide su piani inclinati e fluviale. Il faraone
rappresenta un’alleanza fra basso ed alto Egitto, unito ai due simboli quali il
Papiro ed il Giglio, dei due regni che vanno di pari passo.
A capo
della piramide sociale egiziana vi è la persona del faraone, ed esiste una
casta di sacerdoti ed un olimpo di divinità collegate. Nella visione religiosa
degli egiziani esiste una vita dopo la morte, simile a quella terrena. Esiste
quindi una tradizione di tombe, testimonianze del culto per il faraone, così
come esistono una serie di spazi architettonici che garantiscono al defunto la
vita nell’aldilà con un palazzo, dei corredi funerari, etc… il tutto trasposto
all’interno di questi grandi complessi tombali. L’architettura effettiva, come
il palazzo del faraone o le città, non la conosciamo, a differenza di altre
civiltà, ma del mondo egiziano non possiamo figurarci altro che i complessi funerari.
Questo perché l’architettura di tutti i giorni era costruita con mattoni di
terra cruda, mente la pietra era utilizzata solo per uso sacro, in quanto
garantisce l’immortalità, un tratto comune sia nell’architettura egiziana che
in quella greca. Dobbiamo anche pensare che 3500 anni fa l’architettura che
visitiamo oggi era un’offerta votiva per l’eternità, tutta la fatica di
costruire la pietra era per uso sacro, tutto era consacrato al significato
religioso.
Piramide di Zoser a Saqquara Nell’Antico Regno, nel 2600 a.C. ,
sì da la prima opera monumentale in pietra che l’architettura occidentale
ricordi. Il primo faraone, Zoser (o Djoser a seconda delle trascrizioni), aveva
alle dipendenze l’architetto Imothep, il primo architetto conosciuto nella storia.
Sono tutti nomi tradotti dal geroglifico, e ci sono delle traduzioni sempre
abbastanza diverse. Mille anni dopo, in epoca tolemaica, Imothep era diventato
una divinità, si era connesso, sommato alle caratteristiche di Mercurio, ed era
insieme il Dio della Medicina ed il Protettore dell’Ingegno e dell’Opera degli
Uomini. Solo con gli scavi del recinto funerario della Piramide di Zoser lo si
è collegato ad un’architettura vera e propria. E’ una figura storica
straordinaria divenuta immortale, è il primo architetto che sia riuscito a
fabbricare un edificio di pietra per un faraone, organizzando un monumento
funerario che fino a quel momento aveva una forma diversa (come le fabbriche in
mattoni crudi, prima utilizzate) realizzando qualcosa tendente all’eternità.
Il faraone
sceglie di essere seppellito in una tomba di tipo monumentale. La tomba
precedente alla piramide è la Mastaba. Le mastabe consistevano in grandi tumuli
di mattoni di terra cruda, grandi 30 volte il sarcofago, con all’interno un
pozzo, che comunicava con una cella funeraria non accessibile dove era
effettivamente il deposito funebre del faraone. C’è poi una seconda stanza, con
una finta porta, una statua con il faraone sedente, che dagli occhi comunicava
con l’esterno, per far sì che il faraone si rendesse conto dei riti che
venivano organizzati in suo onore davanti alla tomba. All’interno troviamo il
cadavere mummificato con una serie di procedure, con un sarcofago ed un altro
sarcofago con le viscere separate.
La tomba
monumentale di Zoser è invece una piramide, come vediamo in questa incisione
che rappresenta quello che sembrava essere il mistero dell’Egitto. In passato
con difficoltà si è capito a cosa servissero le piramidi, e difficilmente si è
capito che la piramide non fosse un edificio isolato, ma parte di
un’organizzazione complessa con architetture e spazi collegati, poi degradatisi
a causa della mancanza di manutenzione, presentandosi spesso degradati già in
epoca romana. La collocazione di queste tombe monumentali non è mai avvenuta
nelle terre fertili, quanto piuttosto in zone desertiche, non abitabili.
Nell’incisione
sono anche raffigurati i “buchi” per i quali si entra nella grotta delle
mummie. Vediamo immagini afferenti alla campagna di Napoleone, impresa
scientifica e di predazione. Solo dal ‘900 esiste anche una documentazione
fotografica delle scoperte, come quella della tomba di Tutankhamon,
e la finta apertura della tomba da parte di Carter (in quanto era già avvenuta
il giorno prima). All’interno dei
corredi funerari ci sono ricchissime opere artigianali, insieme ad oggetti di
uso casalingo, alimentare, etc… La tomba a piramide è anche un modo per rendere
più sicura questa attrezzatura funebre, in quanto, in particolare durante i
periodi intermedi, ci furono innumerevoli casi di furto: è anche
un’architettura di protezione, che vuole allontanare i predoni durante
l’anarchia.
La prima
piramide, quella di Zoser, è una piramide a gradoni, un po’ somigliante a
quelle del Messico (volendo fare paragoni rozzi). Se andiamo però ad
analizzarla capiamo che la prima costruzione avrebbe dovuto essere una mastaba,
in quanto, grazie a dei sondaggi geologici sappiamo che in sezione questo
edificio è costituito da una mastaba iniziale poi ingrandita fino ad arrivare a
nove strati diversi, che formano una costruzione sempre più grande. Una forma
che nasce in pietra e viene man mano amplificata ed ingrandita, l’aspetto
finale però non era quello che vediamo oggi, deprivato dalla sua faccia
esterna, ma dobbiamo pensare che questa mastaba si presentava con un
rivestimento, sempre a gradoni, di pietra liscia, che è stato sottratto per
altre realizzazioni. Quello che vediamo è l’anima, l’interno di questo grande
cumulo. Cambia anche la tecnica, perché avendo l’origine in questa mastaba, le superfici
di accrescimento vedono la disposizione parallela a quella della mastaba
iniziale, accostandosi per garantire una maggiore solidità alla fabbrica. E’
molto difficile anche garantire all’interno della cella la possibilità di
accesso attraverso dei corridoi, dunque vi sono delle tecniche particolari per
questi corridoi e per la volta della camera funeraria. Era necessario poter
introdurre il sarcofago e poi chiudere il passaggio, per poter proteggere il
sonno del faraone ed impedire la profanazione della tomba.
Come
accennato, l’edificio non nasce isolato: abbiamo al centro la piramide a
gradoni, che ha un suo recinto monumentale, rettangolare, innalzato dagli
archeologi per renderlo comprensibile ai turisti. La porta effettiva si trova
sul basso verso sinistra, e vi sono tante false porte rappresentate. Dentro il
recinto si trova un’organizzazione piuttosto complessa, con rovine di molti
edifici, fra cui un ippodromo. L’ipotesi più accreditata è quella che il
complesso abbia fornito, oltre la funzione di tomba per il faraone, una rappresentazione
in pietra di una festività, il Giubileo del Faraone. Questo consisteva in una
serie di festività che venivano organizzate ogni tot di anni di regno, un
festeggiamento al ventesimo anno di governo del faraone. Questo veniva
festeggiato in città attraverso corse di cavalli e padiglioni momentanei, che
rappresentavano l’architettura delle diverse province egiziane, ed erano
sostanzialmente in paglia, tela, legno etc. . Si pensa che il recinto funerario
di Saqqara rappresenti in pietra quel giubileo, una scultura di quei padiglioni
della festa. Si trovano una serie di edifici allineati da una parte e
dall’altra, cubi di 5-6 metri che si presentano tutti con porte che non danno a
nessuna sala interna. Questi padiglioni della festa sono rappresentanti come se
fossero sculture giganti. Si garantisce la celebrazione per l’eternità di
questo Giubileo. E’ un ricordo di qualche cosa che attraverso l’architettura
passa l’eternità. Tutto il recinto funerario rappresenta una pietrificazione
della vita corrente.
La grande
maestria raggiunta dagli egiziani per il trasporto fluviale. Vediamo una barca
in miniatura, la barca è anche il mezzo col quale si spostano le divinità
attraverso il fiume. Il luogo in cui si stabilisce il tumulo del faraone è
sempre un luogo di approdo, anche l’imbarcazione utilizzata per il trasporto
del corpo del faraone viene seppellita nei pressi della tomba. Le pietre
vengono trasportate dal sud al nord attraverso i sistemi fluviali.
Nelle cave
si lavora con i cavatori, migliaia di persone che non sono propriamente
schiavi, in quanto tutta la società egiziana era al servizio del faraone.
Questo perché l’organizzazione del lavoro egiziana era stagionale, e tantissimi
contadini egiziani erano cooptati nell’architettura. Nei mesi in cui
l’architettura non funziona c’è il lavoro della pietra, con una squadra di
militari che assicurava lo svolgimento di questo faticassimo lavoro.
Per il
lavoro abbiamo l’allineamento di scanalature con due cunei metallici che si
consumano in continuazione, ed una volta stabiliti i fori vi si inserivano dei cunei di legno, che
bagnati aumentano di volume e provocano lo spacco della pietra. Per i tagli
orizzontali si utilizza invece la falda naturale della pietra. Una volta
tagliato il blocco alla cava questo deve essere trasportato, ed anche qui ci
rifacciamo a dei rilievi egiziani. Abbiamo dei buoi aggiogati, che trasportano
una sorta di slitta (che quindi poteva andare solo su rampe). Vediamo poi il
trasporto di una grande statua di un faraone seduto, della XVIIII dinastia,
legata con delle corde a una sorta di slitta, con una persona che getta un
liquido dalla slitta per bagnare la pista e diminuire l’attrito.
La finitura
dei blocchi stessi. C’è una parte di lavorazione, quella rozza, fatta in cava,
e poi i blocchi a seconda della loro destinazione, sono destinati ad essere
lavorati e rifiniti secondo le esigenze. L’architettura egiziana non fa del
resto uso di calce e legante, è un’architettura di forme geometriche
sovrapposte che si tengono per il loro peso più che per l’uso di leganti,
realizzando quindi varianti del sistema trilitico.
Ricollegandoci
alla persona di Imothep: 3500 anni fa un architetto cosa sa fare? La risposta
può desumersi dai papiri (non abbiamo però carte di architetti), abbiamo dei
manufatti di uso cultuale egiziano, che ci permettono di capire che gli
egiziani avevano dimestichezza sia con i modelli sia con i disegni
d’architettura. Abbiamo una sorta di plastico, realizzato in ceramica
invetriata, sappiamo quindi che 3500 anni fa si sapeva riflettere sui modelli,
e quindi un architetto può lavorare per modelli in scala. La stessa cosa può
dirsi per questa immagine, che viene da una rappresentazione parietale: è
complessa ma non incomprensibile. Abbiamo un giardino con alberi rappresentati
in alzato, una rampa che ci permetta di far vedere che si entra attraverso un
recinto, con una porta ribaltata (stipiti dell’ingresso ribaltati), qualcosa
comunque simile a quanto usiamo fare oggi.
Sono
frammenti di pietra calcarea morbida, incisa, che potrebbero essere la pianta
di un’architettura. Nelle vicinanze di una costruzione possono ritrovarsi anche
questi frammenti che potrebbero essere stati utilizzati dagli architetti e poi
gettati.
Siamo
arrivati al recinto di Zoser: abbiamo una piramide a gradoni, in mezzo ad un
recinto rettangolare, con una sola porte effettiva, ed il recinto ha tante
porte, come dire, apparenti, che non danno ingresso e sono suggerite. Questo
grande recinto può essere anche una riproduzione delle mura urbiche di una città
egiziana, ora completamente perdute essendo state realizzate in terra cruda.
C’è anche un’analogia fra l’immagine del recinto e l’immagine di un sarcofago,
dove si vede lo stesso motivo, organizzato in questa geometria, e si può
pensare che anche questo sarcofago voglia rappresentare l’aspetto esterno della
città o del palazzo del faraone. E’ una rappresentazione sacra ed eterna della
città dei vivi che noi non conosciamo. La lavorazione della pietra calcarea è
perfettamente squadrata, con una lavorazione finale in sito che rende
complanari i blocchi.
Vediamo poi
due dei padiglioni temporanei. Nel primo notiamo l’infiorescenza del papiro,
che rappresenta il basso del paese ed il delta, dove viene rappresentata una
forma ad Arco, una forma curva, dove in realtà dentro non c’è niente. Quindi
può darsi che sia una pietrificazione di un edificio realizzato con materiali
flessibili, canne ed altri elementi che possono essere legati, anche perché in
nessuna parte dell’Egitto vi sono conifere o foreste da cui ricavare travature
lignee. Dall’altra parte vediamo delle prime infiorescenze superiori che
possiamo chiamare capitelli, con un larghissimo anticipo possiamo già
riconoscere qualcosa con un fusto verticale ed una sorta di capitello.
Gli altri
padiglioni, anche se molto ricostruiti, rappresentano dei padiglioni
pietrificati di elementi vegetali. Sono strutture esili, non vengono dalla
tradizione greca del grande fusto che diventa pietra. Qui a diventare pietra è
un elemento slanciato, che, cosa molto importante, presenta già delle
scanalature, elementi che vengono generalmente dall’osservazione naturale. Gli
elementi verticali sono sempre connessi con un capitello, un qualcosa che viene
piegato e flesso, quasi come un fiore di loto (?). Un’architettura in blocchi
di arenaria, con una lavorazione rifinita in sito.
Dalla III°
alla IV° dinastia si arriva alla forma tradizionale della piramide. Questa è la
piramide a tre livelli di Medium. Riscontriamo una tendenza alla verticalità,
abbiamo già solo 3 livelli rispetto ai 9 di Zoser. Dallo schemetto possiamo
pensare di vedere come si fa tecnicamente a costruire una piramide: l’ipotesi
che è stata fatta è che si sia costruito un edificio a gradoni, ognuno dei
quali raggiungibile da rampe, in quanto la mancanza di ruota implica anche la
mancanza di una carrucola per elevare dei carichi. La piramide a gradoni rimane
sempre come cuore della piramide effettiva.
Complesso
funerario di Giza. Vi sono le piramidi di Keophe,
Keprenh, Micerino… mentre oggi si dà una trascrizione diversa dal
greco, chiamandole Khufu [ma anche Khufwey, Suphis, Horo
Medjdo], Kahfra [ma anche Suphis, Rakhaef, Chefren, Horo
Useryeb], Menkhaure [ma anche Menkaura, Mencheres, Horo Kakhe],
secondo i nomi provenienti dalla più recente cultura di lettura fonetica dei
geroglifici. Abbiamo tre piramidi in sequenza, da Keophe a Micerino. La
piramide ha sempre davanti a sé un corridoio, un passaggio, separato da mura
dalla città, e che inizia in un luogo dove c’è un santuario vicino alle acque
del fiume, ed è legato al fiume stesso attraverso un canale d’acqua. Abbiamo un
approdo, con una parte scoperta ed una coperta (dove abbiamo le statue del
faraone, che avendo 5 nomi, ha spesso 5 statue diverse). Attraverso il dromos
si arriva al luogo dei riti funerari annuali o giubilari che ivi si
esplicavano. Questa è la parte che “simbolicamente” comunica con la cella del
faraone, lo spirito del faraone. Tutti gli altri rettangoli sono mastabe. La
Piramide di Keprenh ha perso larga parte della sua superficie, e la mantiene
solo nella parte sommitale. La piramide aveva dei percorsi all’interno, e tutte
queste tre piramidi sono state depredate dall’enorme quantità di oro e preziosi
che queste contenevano. Possiamo solo immaginare quale fosse la ricchezza di
questi arredi funerari dalla rapporto con l’arredo della tomba di Tutankhamon, faraone che regnò per un brevissimo
periodo.
Il
sarcofago è generalmente lavorato in porfido. Il corridoio è essenzialmente un
passaggio in salita dentro la piramide, ottenuto non con blocchi lavorati in
conci come per un arco, ma con progressivi restringimenti della muratura,
ottenuti con lo sporgere di ogni blocco del filare successivo sempre più in
avanti. Ogni piramide nasconde quindi obbligatoriamente almeno un passaggio.
(Causa efficiente organizzazione
degli esami, questa parte di appunti è stata sub-appaltata)
Il Nuovo Regno comprende la reggenza di Tutmosi I, II e II a partire dal 1500 a.C.. La zona scelta per i nuovi edifici è ora nella Valle dei Re, una zona impervia, di difficile accesso, piena di grotte e nascondigli segreti. Un’intera casta di funzionari si occupare dalle sua manutenzione. Nell’Antico Regno la capitale era Memphis, mentre nel nuovo si sposta più a sud, a Tebe. E proprio intorno a Tebe viene posizionata anche la Valle dei Re (Deir-el-Bahari: nome non egizio ma trascrizione occidentale dalla lingua araba). E’ posta fra il fiume Nilo ed una catena montuosa (così da garantire comunque l’approdo dalla via d’acqua e la navigazione fluviale). Anche la Valle dei Re, nei secoli seguenti, viene depredata. Il Tempio funerario si fa molto più grande, diventa una costruzione a sé stante, la sepoltura è in un luogo sempre più nascosto. Insomma, cambia la tradizione funeraria.
La tomba non viene costruita da
Tutmosi I stesso ma da sua figlia Hatceps-Hut, figura unica di donna che ha
regnato a lungo come fosse un faraone (figlia e moglie di un faraone). Ma come
ci è riuscita?
Il faraone ha più mogli e colui che lo succede non è detto che sia obbligatoriamente il primogenito: è quello che il faraone liberamente sceglie. Il ruolo della prima moglie è considerevole e, se nascono solo figlie femmine, queste vengono date in moglie ai fratelli maschi, fatti con altre mogli. Hatceps-Hut era figlia di Tutmosi I e sposta il fratellastro Tutmosi II. Ma Tutmosi II muore abbastanza giovane lasciando il trono al figlio molto piccolo (figlio non di Hatceps-Hut ma di un’altra moglie).
In questo modo Hatceps-Hut si
garantisce 20 anni di regno. Quando Tutmosi III arriva alla maggiore età
provvederà a distruggere tutte le immagini dell’odiata Hatceps-Hut. La regina,
durante gli anni della sua fortuna, fa erigere un grande tempio funerario, in
onore del padre Tutmosi I per evidenziare che, in quanto figlia del faraone, ha
diritto a regnare.
Ella ha alle sue dipendenze un
architetto, uomo politico di rango. All’avvento di Tutmosi II, questo distrugge
tutte le immagini e le statue di Hatceps-Hut, gettandone i resti nella sabbia
(così sono state ritrovate e ricostruite dargli archeologici).
Si tratta
di un’arte che si è sviluppata a partire dall’osservazione del dato naturale.
Così la figura del misuratore si associa e si sovrappone a quella
dell’architetto proprio per questa capacità di misurare, che è poi alla base
della costruzione.
Per
accedere alla Valle dei Re bisogna prima percorrere un lungo
δρομος [corridoio] murato, non scavalcabile
perché sacro. Fiume == Approdo == Corridoio
E’ stata
fatta un’ipotesi molto affascinante: il tempio è costruito sulla fascia più
bassa della roccia, le celle sono scavate nella montagna stessa. Bisognerebbe
considerare la piramide come una riproduzione della montagna naturale. Ora,
invece di costruire la piramide, si usa la montagna con tutti i suoi segreti ed
i culti connessi.
Il tempio presenta cappelle dedicate alle divinità tradizionali ed al Faraone (e a sua figlia) divinizzati. La grande festa della Valle ha a che fare con lo spostamento di statue di divinità molto importanti, tutta una serie di processioni durante le quali le statue cultuali “vanno a trovare” le altre muovendosi lungo il Nilo. Tutmosi III sostituisce a tutte le immagini di Hatceps-Hut e di Sen-mud il culto di sé stesso e di Tutmosi II.
Come si presenta questo tempio e quali sono le novità? Le statue di Hatceps-Hut monumentalizzano il δρομος: ai due lati ci sono in ripetizione una serie di sfingi e animali fantasiosi che proteggono l’entrata. Quindi non è solo un passaggio recintato da due muri.
Sfinge: il volto da donna, gli attributi da faraone maschio (la barba finta cerimoniale, la parrucca e il copricapo, tutta una serie di attributi di modo perché tutti capiscano che è lei in quel momento ad avere il potere assoluto). Le orecchie ed il corpo sono da animale.
E’ stato ritrovato un papiro su cui vi è un disegno eseguito a posteriori dalla casta dei sacerdoti che riporta cosa c’è dentro la tomba, in modo che se ne possa assicurare la manutenzione. E’, quindi, un rilievo dello stato dei fatti eseguito in corrispondenza dei controlli periodici che venivano effettuati alle tombe. Questo ci permette di osservare uno dei primi disegni di architettura, una rappresentazione che vede tanti sarcofagi (involucri) l’uno dentro l’altro. Gli ingressi vengono rappresentati come porte ribaltate. Sembra quasi un’indicazione di sezione: si tratta di un ragionamento spaziale che somma piani orizzontali e verticali (le linee tratteggiate). Questo tipo di disegno è alla base della progettazione dell’architettura monumentale (per piani verticali e piani orizzontali).
Il tempio con la piramide sovrastante presenta ancora il seppellimento del faraone all’interno della piramide. Risale, infatti, al Medio Regno, quindi rimane abbastanza simile (è una diretta citazione della piramide dell’Antico Regno, realizzata in formato più piccolo). Le piattaforme danno verso la pizza mediante un porticato (non più un muro) e sono collegate attraverso rampe (all’architettura monumentale non si accede con scalinate ma rampe orientate verso il Nilo).
Con l’avvento del Nuovo Regno… Manca totalmente la piramide che può essere pensata come la stessa roccia retrostante. A differenza dell’Antico Regno c’è la costruzione di terrazzamenti artificiali, sorretti da pilastri. Come sono ottenute tecnicamente? Essenzialmente con il sistema trilitico ed elementi orizzontali (travi in pietra che non hanno una luce molto grande perché devono sostenere il peso della pietra stessa) e un addensarsi di pilastri e sostegni molti ravvicinati (quasi una foresta) per tenere questi pesantissimi soffitti.
La prima
rampa porta al primo terrazzamento, che prospetta verso la valle con una serie
di pilastri, da cui diparte una seconda rampa.
In questi
grandi spiazzi si sono trovati i resti di enormi radici: vi erano piantati
moltissimi alberi. Si presentava, quindi, come una serie di giardini l’uno dopo
l’altro. Vi era una piantumazione regolare. Si presentavano fra pilastro e
pilastro non spazi vuoti ma tante statue in pietra arenaria vivacemente
colorata (con pittura a stucco che oltre a decorarle le colorava).
Il
santuario è stato ampliato in epoche successive dai Tolomei. All’interno del
grande tempio funerario di Hatceps-Hut
vi sono statue di ben 2 architetti: Sen-mud (il suo) e successivamente
l’immagine di Imothép (nel frattempo divinizzato). Tutmosi III ha provveduto a
distruggere tutte le immagini di Hatceps-Hut, sostituendole con le sue. C’è
inoltre una corte aperta dedicata al culto di Amon-rà (nel Nuovo Regno il
faraone distrugge le vecchie sistemazioni per sostituirle con il culto della
nuova divinità, appunto Amon-rà).
Riassumendo:
ü
Cappelle
funerarie dove le gesta di Sen-mud sono all’interno della cappella di
Hatceps-Hut
ü
Insieme
di cappelle dedicate alla divinità Aton (Dio Sole), ricostruita completamente
in epoca tolemaica con forme molto più moderne.
L’interno delle cappelle ha pareti costituite da pietra
calcarea squadrata, rivestite da gesso decorato, disegnato o inciso. Le fasi
decorative della lavorazione della pietra dimostrano la capacità di osservare
la natura, gli elementi vegetali e la capacità di rappresentare con modi
fortemente legati ai piani verticali. Questo entra fortemente all’interno della
stessa architettura: ad esempio, le decorazioni floreali, o comunque vegetali,
dei capitelli.
Colonne e
capitelli: prendiamo ad esempio il portico laterale connesso al tempio di
Anubi. La collina parte da riferimenti naturali per diventare progressivamente
la base dell’architettura classica. Le colonne egizie già appoggiano su una
base in pietra. E’ la rappresentazione in pietra di elementi vegetali. Questo
portico ci ricorda per molti elementi la colonna dorica greca. Si esprime così
una notevole capacità di lavorare la pietra e si presume che probabilmente,
determinate forme sono passate dall’Egitto alla Grecia. Il rapporto tra la base
e il fusto delle colonne è di 6/7, abbastanza vicino a quello che verrà
utilizzato in Grecia.
Struttura:
base più una serie di rochi, (che una volta sovrapposti vengono lavorati e
rifiniti con scanalature in loco) più capitello. Le scanalature sono molto
diverse da quelle greche. Gli Egizi sono abituati a lavorare con materie due e
anche statuaria cerimoniale è qualcosa
che si può inscrivere in un parallelepipedo. Le colonne si ottengono scavando
un blocco parallelepipedo, dunque partendo dal blocco scolpito. Lo stesso vale,
appunto, per le colonne che partono da una struttura con facce essenzialmente
rettilinee e lisce piuttosto che come elementi incavati. I Greci, invece,
lavorano più con la creta, quindi un materiale morbido e plasmabile. La
scanalatura greca si presenta, come un incavo nella colonna. Il capitello è un
elemento rettangolare non sovrapposto all’ultimo roco, ma deriva piuttosto dal
blocco stesso, in cui è pure scavata la colonna. La faccia è complanare alla
scanalatura, compare, perciò, un collarino (tipico dell’ordine dorico). I
portici hanno lo scopo ben preciso di proteggere le pareti decorate e
l’ingresso effettivo del tempio.
Un altro tipo di capitello deriva dal mondo vegetale: elementi leggeri, gruppi di fiori, di piante intrecciate. La colonna è realizzata come fosse di giunchi raggruppati da cordoni. Il diametro è fatto da un insieme di piante messe insieme e legate: è ovvio pensare che molta architettura dei vivi fosse fatta di colonne, di elementi vegetali sommati e raggruppati. Qui se ne da una visione monumentalizzata in pietra e poi decorata: la parte sommitale è fiorita, ha un’infiorescenza a campana.
Organizzazione
del tempio. Nell’organizzazione
dello stato egizio ci sono 2 poteri: il faraone (quasi divino) e la casta
sacerdotale (il 1° sacerdote di Amon proviene dalla famiglia del faraone). Vi è
un forte legame fra i due poteri. E’ c’è anche una forte organizzazione
economica. I sacerdoti hanno delle rendite enormi provenienti dai possedimenti
terrieri. La casta ha al suo interno una gerarchia molto netta e precisa.
La statua
ha una sua giornata abituale, vive. Viene svegliata dalla processione di un
corteo di sacerdoti. Quindi, nel tempio, vi è il riparo della statua, luogo
dove dorme e, al mattino, viene svegliata, lavata e vestita. E mangia anche:
sono le offerte. E’ un rituale molto complicato, che garantisce la vita della
statua e, quindi, richiede spazi articolati. La statua abita nel suo tempio e,
a seconda del suo calendario, si muove spostandosi lungo il fiume con una barca
sacra, portata attraverso il δρομος [corridoio]
all’interno dello stesso tempio (non attraccata lungo il Nilo). Quindi, nel
tempio ci doveva essere anche il deposito della barca sacra. La statua,
infatti, va a trovare altre divinità in altri luoghi, in altri templi.
Tempio di Amon-Ra a Karnac E’ situato
a Luxor, nell’Alto Egitto. E’ un complesso estremamente intricato, articolato
con tutta una serie di spazi speciali. Il δρομος
porta direttamente al Nilo. La storia di questi santuari è ricchissima. Dall’Antico
Regno al Nuovo Regno la religione si è mantenuta immutata.Quindi questi
santuari nel corso del tempo si sono ingranditi sempre di più con una
particolare modalità di crescita. Il tempio iniziato per volontà di Amenophis
III (che regna tra il 1408 e il 1372 a.C.) viene in seguito completato da
Ramsete II. Le varie parti rivelano, quindi, l’impronta di gusti e scelte
stilistiche eterogenei.
Questo
tempio si inserisce nell’ambizioso programma edilizio promosso da Amenophis
III, è un documento storico di straordinaria importanza, in quanto , almeno in
parte, è stato risparmiato dall’usura degli anni. Il tempio espressione della
potenza e della ricchezza del faraone, era dedicato ad Amon, una delle divinità
locali che col Nuovo Regno era stata associata al Dio Sole.
Il fossato
iniziale ha la forma della barca, quindi doveva evidentemente essere il
deposito della barca stessa. Il tempio iniziale era in terra creda, e quindi, è
andato completamente perduto. I primi templi erano tutti in terra cruda.
Il tempio
si accresce in maniera abbastanza prevedibile: il nucleo (quello più sacro dove
c’era la statua della divinità è andato perso) è preceduto da una cella
orientata non casualmente (la statua si
risveglia quando il primo raggio dell’alba la colpisce). L’architettura è
direttamente collegata all’orientamento solare, proprio sulla direzione del
raggio di sole si ingrandisce il Tempio.
Il percorso
cerimoniale si fa architettura. I piloni erano porte monumentali poste
all’ingresso del recinto antistante il nucleo. Il tempio cresce lungo la
direzione del sole e del percorso. In epoche diverse e successive i vari
imperatori aggiungono piloni (pylon) e lo spazio del cortile può essere
utilizzato in modo diverso, coprendolo in parte con colonnati, che possono
essere pieni (realizzando una sala ipostila, cioè abitata da tantissime
colonne, una vera e propria selva di colonne). Man mano che ciascun faraone
impiega denaro al Tempio, si aumentano i piloni (si costruisce un nuovo pylon).
Quindi, il santuario diventa pietra e ha un sistema di accrescimento additivo,
rendendo il percorso cerimoniale sempre più lungo.
Dagli scavi
archeologici, nella parte posteriore e più antica, sono risultate tre soglie di
porta in granito rosa, che fanno parte di una zona totalmente perduta, quella
che conteneva la cella con la statua.
Thutmosi I
fa costruire il 4° ed il 5° pilone (numerazione non cronologica). Thutmosi II
fa eseguire molti lavori. Fa costruire una copertura, creando quasi una sala .
Inoltre fa ricostruire un altro pilone (il 6°) all’interno dello stesso tempio
e organizza lo spazio antistante come cortile per le offerte votive. La sua
riorganizzazione spaziale è ancora parzialmente conservata.
I colonnati
non sono semplicemente una teoria di colonne ma vanno pensati come una serie
ripetuta di nicchie che ospitano altrettante statue. Nel cortile si presentano
colonne piuttosto interessanti. Le basi sono in pietra lavorata, di forma
cilindrica da cui si alza un fusto costituito da tanti elementi legati insieme.
Questo deriva da una osservazione più approfondita della natura. Gli steli non
partono direttamente diritti a ciuffi, che poi vengono raggruppati. Quindi, si
crea una curvatura della colonna. Il capitello ha una forma di bocciolo chiuso.
La terminazione del capitello potrebbe quasi essere assimilato all’abaco (fiore
di loto chiuso). Quella che oggi vediamo come pietra arenaria era ravvivata
dall’uso a profusione della doratura. Nelle colonne trovate spezzate non ci
sono segni indicanti particolari sistemi di sovrapposizione. E’ il solo peso
del blocco sull’altro che garantisce la stabilità.
Sempre nel
cortile vi è un altro elemento importante: pilastri che, attraverso il simbolo
del papiro e del fiore di loto, ripresentano il fatto che il regno si fondava
sull’alleanza tra l’Alto e il Basso Egitto. L’uso dell’elemento vegetale è, in
questo caso, stemma ed emblema riconoscibile di questa alleanza e non va visto
come mera decorazione. L’atrio di Amenophis III ispira un senso di sobria
eleganza, di tutt’altro tono è invece, il cortile di Ramsete II, che emana
piuttosto un’impressione di potenza e grandiosità.
Come si
presenta oggi? Il δρομος si è conservato in
tutta la sua monumentalità: si presentano ripetute tante e tante volte sfingi,
una teoria di sfingi (animali con la testa che rappresenta la configurazione di
Amon-ra). Le sfingi proteggono l’ingresso dagli estranei e dai nemici. Questo
viale di sfingi dalla testa di ariete conduce ad altri 5 piloni successivi al
primo che scandiscono la struttura interna del tempio. Il viale delle sfingi
(ciascuna delle quali presenta fra le zampe anteriori statue del faraone
recanti le “chiavi della vita”) conduce a un “imbarcadero” cui approdava la
barca di Amon-rà per essere condotta all’interno del tempio in processione.
I piloni
hanno sempre la stessa forma. E’, probabilmente, una riproposizione della porta
urbis. Ha la base molto più larga, restringendosi man mano che sale verso
l’alto. Ricorda la geometria della mastaba, ripresa dalle necessità tecniche di
costruzione in mattoni crudi. Mantiene, quindi, un rapporto diretto con il
________ (?) in terra cruda. Il portale ha da una parte e dall’altra tratti di
mura, connesso per qualche metro al muro. Il portale è incorniciato da una
cornice a Toro. E’ un elemento celebrativo = le mura erano decorate con le
gesta del faraone, rappresentazioni colorate a grandissima scala. Gli
alloggiamenti di pennoni: enormi pali di legno della Siria alloggiati nel muro
a scarpata dove vi sono sistemati di ancoraggio del pennone stesso che porta un
qualcosa che oggi chiameremmo “bandiera”. Il pilone è una porta
monumentalizzata, una rappresentazione degli eventi storici del faraone che ha
donato il pilone stesso e quindi la storia dell’Egitto stesso.
Si presenta, poi, anche un
allineamento diverso da quello del fiume. E’ un percorso ortogonale a quello in
direzione di un altro santuario. Quindi, nel suo accrescimento il tempio si
orienta verso 2 direzioni. Il 7° pylon è finanziato da Hatceps-Hut mentre l’8°
da Thutmosi III. Il 7° è complicato dal fatto che l’apparato decorativo è
realizzato non solo con decorazioni parietali ma anche con enormi statue di
sedenti. La maggior parte delle statue sono state completata da Ramsete II.
Scomparsa la colossale statua di Amon, che si conservava nel santuario, gli
eventi pervenutici mostrano che questo scultura, in granito nero e rosso, pur
lavorata con superba maestria, si presentava intrinsecamente legata agli
intenti celebrativi e propagandistici del potere assoluto.
(Fine del subappalto. Riprendono gli appunti cruelty-free)
Il complesso è molto simile a quelli
visti, complicato dal fatto che si è conservato un apparato monumentale non
disegnato ma composto da statue monumentali che sono a guardia di un’area
interna.
E’ da osservare l’allineamento fra
il primo ed il settimo pilone, indicato come “Cortile del Nascondiglio”.
Infatti scavando il battuto di quel pavimento si è trovato un enorme
quantitativo di statue, ben undici, anche preziose. Si pensa quindi che nei
tempi di crisi del santuario, la classe di sacerdoti non sia stata in grado di
far funzionare tutto, e più che un’operazione di tipo politico si può pensare
che i sacerdoti abbiano voluto seppellire e preservare con cura le statue dal saccheggio (quindi
non è stato un seppellimento per motivi politici come nel caso di Tukmosi III).
Nel fronte dell’8° pilone, presente
solo con due frammenti, vediamo Tukmosi III, rappresentato nell’atto di vincere
i nemici. I nemici sono descritti non con tratti del popolo egiziano, ma con
quelli degli avversari del tempo, con una rappresentazione del tutto astratta
in quanto la figura del faraone è sproporzionata e ciclopica.
Ei contribuisce a cambiare la direzione del tempio, istituendo fra il 1° ed il 4° pilone una sala ipostila, fortemente monumentale. Inoltre si duplicano gli ingressi, da una parte l’ingresso del faraone, dall’altra quella dei sacerdoti.
Ecco due rappresentazione di Tukmosi III, qui lo vediamo sottoforma di sfinge (come la sua matrigna), mentre qui dentro il cortile del nascondiglio un suo ritratto in forma frammentaria. Qui viene ancora rappresentano Tukmosi III con statua colossale, perché questo avendo cinque nomi può essere rappresentato in modi diversi.
Nella piantina è rappresentato in nero quanto realizzato da Tukmosi III . Iniziamo a vedere una sorta di soffitto, due colonnati paralleli a cui sono sovrapposti degli architravi di pietra. La copertura non permette di distanziare le colonne più di quanto hanno fatto gli egiziani. Si è quindi avanzata l’ipotesi che questi spazi venissero mano mano riempiti di sabbia, con un sistema di rampe immenso. La cosa che costava di più in Egitto era il legno, ed oltre per la costruzione questo sarebbe stato necessario era necessario anche per la centina. Quindi per la realizzazione di queste sale ipostile vennero utilizzati dei terrapieni poi svuotati.
Vediamo nella zona superiore quello che è stato chiamato “Il grande salone delle feste”. Dietro la cella, immediatamente dietro, troviamo uno spazio molto grande contrassegnato da tante colonne di due dimensioni diverse. Non si sa effettivamente a cosa servisse questo spazio nella parte più segreta del tempio, ed ha quindi un nome fittizio. Visto in pianta presenta elementi di sostegno con diametro diverso.
In questa specie di colonnato non avremmo nessun modo per illuminare la sala, in quanto non possiamo avere finestre o luci laterali. E’ importante è illuminare il percorso centrale, e realizzando una soluzione con colonne di altezza diversa, dove le quelle centrali hanno diametro maggiore. Ponendo quindi le colonne più alte nella parte centrale esiste la possibilità di far prendere luce alle sale ipostile.
Gli obelischi si trovano spesso dinnanzi al pilone, sono quasi una trasposizione in pietra di quei pennoni. L’obelisco si presenta nell’architettura egizia sempre in coppia, mentre nella Roma imperiale o papale sarà presentato in altro modo. E’ un monolite, quindi un blocco unico, che descrive le incredibili capacità degli egiziani di trasportare pietre di queste dimensioni. Il metodo per erigere un obelisco in epoca moderna è più o meno conosciuto, mente per l’Egitto si è pensato nuovamente a piani inclinati e rampe di sabbia. E’ importante notare che la cosa più preziosa dal punto di vista tecnico e del trasposto non viene dedicata alla tombe monumentali ma piuttosto alla divinità.
Questo cortile nasce come spazio aperto e successivamente viene monumentalizzato con una gigantesca sala ipostila, quindi si capisce che questi grandi spazi coperti nascono con una direzione e con un recinto già fatto (un recinto sacro contrassegnato dalla sequenza dei piloni). E’ uno spazio curioso rispetto ad una sala propriamente detta.
La barca sala viene sistemata in una sala monumentalizzata ed appositamente preparata.
Vediamo colonne più basse con capitelli a forma di fiore chiuso, con sopra un architrave, fatto di elementi di pietra da taglio (reticolato di travatura in pietra) ed al di sopra tutta una serie di lastre, talvolta elementi di legno e sopra di questi vi è necessità di istituire qualcosa di più complesso di un andamento semplicemente rettilineo. La pietra spesso ha una sua venatura, quindi molto spesso si tratta di pietre con venatura orizzontale disposta in verticale.
Le colonne maggiori si rappresentano vivamente istoriate, decorate, ricche di geroglifi. L’illuminazione poteva variare stagionalmente. L’architrave è formato da due elementi accostati con al disopra la copertura. Non si tratta di singole pietre, ma 3 o 4 rocchi su piani orizzontali ogni volta ottenuti e che non si sarebbero mai dovuti vedere. Le griglie che permettono l’illuminazione sono anch’esse in pietra, inserite in montanti di pietra opportunamente sagomati: sono prese di luce modeste che avrebbero dato comunque luce al percorso, racchiuso da una selva di colonne con tantissimi elementi ravvicinati.
Per costruire una sala simile l’ipotesi più probabile è che la sala fosse stata man mano coperta di terra. Quindi può essere che anche tutta la sistemazione sommitale di questa copertura sia stata ottenuta similmente. Così abbiamo risposto alla domanda: “Come funziona una sala ipostila egiziana?”
Grecia, secolo VI a.C. - V a.C. Abbiamo visto come l’Egitto possieda caratteristiche piuttosto uniche nel mondo mediterraneo. Un luogo isolato e non contiguo ad altre popolazioni. Se si parla invece del mondo greco, si può vedere un primo confronto con l’Egitto proprio per il fatto che a quest’ultimo è stata concessa una lunga e stabile civiltà, mentre per quella che oggi chiamiamo Grecia vi sono fratture molto più evidenti. Ci sono antiche testimonianze di insediamenti, per lo più di popolazioni provenienti dal nord. Si può dire che fra il 1600 ed il 1400 si sia verificata una età dell’oro, con centro nell’isola di Creta. Qui, localizzate nella città di Cnosso, vi sono gigantesche rovine di una città straordinaria, che è stata distrutta dalle invasioni doriche (non consentendo quindi prosecuzioni), che ha portato alla diaspora la popolazione. Se l’invasione dei Dori distrugge una civiltà, porta anche alla distruzione delle popolazioni meno evolute stabilite nella Grecia continentale. Già al 1350 a.C, meno di un secolo dopo l’invasione si ha traccia di un’architettura molto importante nella città di Micene.
Si parla quindi di civiltà egee riguardo queste tre civiltà (cretese/minoica – achea/micenea – dorica/ionica). Il palazzo di Cnosso non è presente nel programma perché abbiamo privilegiato per lo più l’architettura in pietra, e perché non c’è sostanzialmente continuità rispetto all’architettura posteriore greca. Il palazzo di Cnosso, scoperto nel corso dell’800, è stato largamente restaurato, e presenta una caratteristica che passerà nell’architettura vera e propria, ovvero una grande profusione di portici costruiti con pietra meno nobile e ricoperti con stucco, in particolare nell’abitazione del palazzo reale. La composizione ed il solidificarsi del miti intorno alla Troia di Omero, datati intorno al 1000 a.C. , fa entrare nella cultura greca dell’epoca al Palazzo di Cnosso associato al grande labirinto. E’ un mondo però molto chiuso, da una parte una civiltà cretese in rapporti commerciali con egizi e fenici, e dall’altra l’invasione che porta un popolo guerriero, il cui centro maggiore sarà a Micene.
Intorno all’anno 1000 a.C. una nuova onda di popolazioni, provenienti dall’Asia, invade la stessa penisola greca, e così ha fine anche la civiltà micenea senza una continuità, come poteva essere per quella egiziana. Bisogna quindi pensare la storia greca con queste grandi cesure, l’ultima delle quali causata dall’invasione degli achei. Anche questi ultimi sono abbastanza meno civilizzati degli abitanti precedenti, ma all’interno della cultura greca successiva permarrà parte di questa conoscenza, concretizzata dalla la possibilità di visitare le rovine di questa città distrutta. Avviene inoltre il riconoscimento della tomba di Agamennone all’interno della cittadella di Micene, edificio che sappiamo oggi essere artefatto. Come memoria eroica e come rovina visitabile la cittadella di Micene rimarrà comunque a disposizione dei greci del tempo.
All’interno della cittadella di Micene è invece privilegiato l’uso della pietra. La cittadella era la parte fortificata della città stessa, l’ultima linea difensiva. La Cittadella, era una città murata, dotata di una cinta di mura composta da pietre rozzamente squadrate di grandi dimensioni, che oggi descriviamo come opera ciclopica. La città di Micene ha più fasi, e all’interno del recinto circolare sono state rinvenute tombe più antiche. Fra queste il “Tesoro di Atreo” o la “Tomba di Agamennone”, a seconda delle dizioni. Sono tombe di qualcuno che è stato un re guerriero, tombe totalmente differenti da quelle egiziane, ma piuttosto luoghi dove si ammassavano insieme alla tomba dei tesori. La tomba di Agamennone è stata scoperta da Schliemann, lo stesso scopritore di Troia. Il nome fittizio deriva dal riconoscimenti di Schliemann, in un periodo in cui gli archeologi andavano a cercare tutti i riferimenti dei testi classici, in particolare quelli dei testi omerici. Ad esempio nel suo rinvenimento di Troia, ha rinvenuto la 4° o 5° rifondazione della stessa città, superiore di alcuni livelli alle rovine di Omero.
Ricordiamo nuovamente che un’architettura in pietra non nasce mai come tale, ma pietrifica qualche cosa, è una costruzione fatta per durare in eterno che rappresenta qualcosa della vita corrente. In questo caso rappresenta una capanna circolare, un tipo di abitazione che noi non conosciamo nella sua materia effettiva perché deperibile, però è pensabile che una costruzione a pianta circolare potesse essere considerata un’abitazione di questo popolo sopravvenuto nella penisola greca, e che confida alla morte una rappresentazione di questa capanna circolare. Questa sostituisce anche alcune tombe precedenti che erano scavate nel terreno, perché nonostante sia parzialmente interrata, si presenta costruita dalle fondamenta.
L’ingresso ha a che fare con un cumulo artificiale, la cui parte esterna non si è conservata, mentre possiamo leggere agevolmente la parte interna. C’è da notare che non ha fondazioni, ma poggia su 30-35 registri di piani orizzontali, fino a costruire uno spazio con 15 metri circa di diametro, definendo una sorta di cupola che cupola non è. Non si comporta cioè dal punto di vista statico come una cupola, non c’è una ripartizione delle forze fra orizzontale e verticale. Lo sporgere progressivo delle pietre si congiunge in cima, ma non costituisce ovviamente un arco perché non vi sono cunei, ma sempre la solita lavorazione per piani orizzontali. Anche in questo caso dobbiamo constatare come questo popolo sapesse lavorare e trasportare pietre di grandissima dimensione.
All’ingresso si arriva attraverso un dromos, chiuso da un muro rivestito in opera ciclopica, ma che presenta qualche cosa di importante a questo livello: l’architrave. Questo ha poi un alleggerimento nella muratura sovrastante con il sistema già visto dei conci sovrapposti. L’architrave è un monolite in pietra di grande forma, c’è quindi un alleggerimento che denota una necessità di tipo pratico. Questa struttura denota la capacità da parte di questa civiltà di trasportare pietre di dimensioni gigantesche. Da un punto di vista dell’assetto delle pietre vi sono diversi registri di pietre, mentre l’architrave è un blocco unico. Sempre riguardo alla parte costruttiva-tecnica dell’edificio, per la pietra dell’architrave dobbiamo pensare ad una pietra piana lunga 9 metri e larga 3-4 metri. Si tratta quindi di tagliare e spostare una pietra di dimensioni colossali, cercando di rendere attraverso la pietra la rappresentazione della capanna del re o qualcosa di simile, sicuramente una persona di rango straordinario, di posizione elevata all’interno della piramide sociale. Non è quindi una costruzione paragonabile a quella egiziana, datata intorno al 14° secolo a.C. , dove il tipo di lavorazione di pietra è impiegato per un utilizzo abbastanza simile (funerario) ma con esiti diversi.
Potremmo anche cercare di ricostruire l’assetto decorativo dell’ingresso, dobbiamo sempre pensare che mai queste opere che vediamo restituite dagli archeologi come nuda pietra non erano riccamente decorate. Nella restituzione dell’immagine vediamo infatti qualcosa di molto più complicato. In tutti i conci più bassi è scolpito e ricostruito l’assetto di una porta con i rispettivi stipiti (studiando l’assetto delle soglie si è capito che erano presente 2 o più porte, al di sotto dei conci giganti, che conducevano allo spazio centrale). Vediamo poi delle colonne di alabastro verdastro, sistemate ai due lati dell’ingresso, e che proseguivano superiormente con elementi simili, e quello che è lo spazio per l’alleggerimento si presentava ricco di decorazioni di tipo geometrico. Queste erano applicate a qualcosa che conosciamo abbastanza bene, colonne con fusto e capitello abbastanza riconoscibile. Sono entrambe fortemente decorate: vedendo un dettaglio della colonna di sinistra (conservata in parte seppure non sia più in loco), è stata fatta l’ipotesi che questa colonna rappresenti una colonna in legno con decorazione in metallo inserita nella colonna stessa. Infatti questo tipo di decorazione non deriva dall’arte di lavorare la pietra, ma dall’incisione e successivo riempimento con metalli nobili di colonne lignee, utilizzate per l’architettura residenziale. Tutto questo ha una sua fioritura eccezionale, ed al contempo una forte cesura dal punto di vista storico, causata da un’altra invasione asiatica. Diventa quindi un luogo in cui la civiltà greca riflette sul suo passato remoto. L’interno si presenta con ricorsi successivi, ma dalle analisi della pareti si pensa fosse riccamente decorato con l’inserimento di rosette metalliche, che avrebbero denotato una camera riccamente decorata, assolutamente diversa da quella che vediamo oggi.
Non abbiamo più architetture in pietra per alcuni secoli. Succede qualcosa di importante rispetto alla disposizione delle popolazioni, abbiamo visto che molti cretesi si trasferiscono in altre isole, e la stessa cosa succede quando arriva l’invasione dei dori, e molto popolazioni emigrano poi dalla regione greca alla costa turca e all’Asia minore, costituendo le colonie ioniche. Dalla prima partizione fra cultura della madrepatria dorica e delle colonie ioniche ha origine anche una differenziazione dell’architettura fra le due popolazioni. Si può anche dire che intorno all’8° secolo a.C. i Dori, fusi con le popolazioni locali rimaste, come accedde per le città ioniche, formino città molto popolate e ricche. Non abbiamo ancora parlato del grande numero di isole, che sono state anch’esse soggette alle invasioni subite dalla madrepatria. Si può quindi dire che intorno al 6° - 7° secolo a.C. ci sono città importanti su entrambe le sponde del Mar Egeo. C’è anche da dire che all’interno della cultura e dell’organizzazione di questa città esiste anche una cultura molto importante, che è quella della fondazione di nuove città, fondate sia dai Dori, sia dalle popolazioni ioniche, fino ad arrivare nella MagnaGrecia o al sud della Francia. Queste popolazioni condividono la stessa lingua e lo stesso Olimpo, che ha sostituito un culto pre-esistente connesso alla madre terra, sostituendola con una divinità piuttosto maschile come quella di Zeus. Tutte le divinità minori vengono ricostituite e generate partendo dal matrimonio fra Zeus ed Era (Giunone per i latini). L’architettura monumentale viene tutta impegnata nella costruzione di templi, non nell’architettura funeraria, ma nell’organizzazione del tempio greco. Il tempio greco ha una sua costanza nella forma che dura per secoli, nella pianta, nell’alzato e nelle singole parti che lo costituiscono. I singoli elementi del tempio greco sono poi passati nel linguaggio classico dell’architettura, con ordini architettonici e che hanno contrassegnato l’architettura occidentale per tutta l’epoca romana, e dopo questa nel medioevo, con una grande ripresa durante il rinascimento, il barocco ed il neo-classico. Il tempio greco è quindi alla base della costruzione di un linguaggio riconosciuto per l’architettura occidentale.
Alle origini: che cos’è il
tempio, quando diventa monumentalizzato – Thermos
Gli scavi archeologici hanno
restituito qualcosa che si presenta in modo complesso, una sovrapposizione di tempi diversi, in
strati diversi tante costruzioni addossate l’una sopra l’altra. Possiamo leggere
una pianta sotto forma di strati l’uno sopra l’altro. A’ e B’ sono indicate
come abitazioni, o come templi, perché non abbiamo indicazioni sull’utilizzo di
queste costruzioni. Il tempio deriva comunque dalla casa, è sostanzialmente la
casa del Dio. Mai si presenta una venerazione dell’Olimpo intero, quanto
piuttosto ogni città o luogo ha un suo culto particolare. In altri c’è
piuttosto una divinità o l’altra, che all’inizio erano divinità locali che poi
sono state riconosciute in un Olimpo Comune. Il tempio è dedicato ad una
divinità alla volta, e possiamo pensare che le prime statue di culto, erano
degli arredi lignei che rappresentavano la divinità stessa. Alla divinità greca
si offrono piuttosto sacrifici, e si richiede quindi uno spazio pubblico e non chiuso
come quello dell’Ara, dove praticare sacrifici animali.
Il luogo deve essere antistante alla rappresentazione della divinità (luogo di riparo della statua della divinità, contenente un elemento ligneo che poteva essere restaurato). Altro elemento importante è quello del tesoro, perché c’era la necessità di poter conservare ciò che era donato alla divinità stessa.
Vediamo una cella A, un ingresso che rimarrà costante, ed una cella retrostante con una conformazione absidale che dopo diventa retta. L’elemento B presenta invece una importante aggiunta, una serie di elementi puntiformi intorno alla costruzione. Queste costruzioni erano in mattoni crudi, e quindi riparati con una copertura a capanna, le cui falde vennero presumibilmente allungate con dei pali di legno, elementi di legno infissi tutt’intorno alla cella stessa. Era una muratura in mattoni crudi, quindi un qualcosa che poteva rovinarsi con le precipitazioni, a differenza dell’Egitto che presenta precipitazione scarsissime se non nulle. Compare per la prima volta l’elemento architettonico della falda. Dobbiamo anche pensare che la pioggia battente, porta alla rovina delle murature verticali, e deve quindi essere allontanata. Per evitare che questi legni marcissero a contatto col terreno, ciascuno di questi erano contenuto in un cilindro, origine del basamento della colonna, e sono stati proprio questi basamenti ad essere stati rinvenuti. Si presenta inoltre come portico esterno, ma non adatto a camminarci o sostarvi perché molto stretto. E’ possibile pensare che col portico il tempio si monumentalizzi, si dà una maggiore importanza a questa costruzione attraverso la costruzione di questi elementi lignei, ricordando la fortuna dei portici nel palazzo di Cnosso. Questo palazzo si presentava ricchissimo ed immenso, divenendo un modello che si volle imitare, e tutti questi elementi permettono di ingrandire l’aspetto esterno del tempio. Parte fondante del tempio greco è il dover ospitare la statua e poco altro, è differente da un tempio cristiano. Alla statua può accedere solo l’addetto, il sacerdote. Anche se in alcuni santuari erano possibili funzioni accessorie come la predizione del futuro, non sono comunque spazi che dovevano contenere folle.
Vediamo in nero le parti più antiche del tempio, mentre in bianco le fasi più recenti. Se facciamo ora attenzione al disegno rappresentato in bianco possiamo vedere una base in pietra più evidente, ma con elementi che derivano sicuramente dal tempio pre-esistente. Osserviamo una serie di elementi che sono più comprensibili analizzando la ricostruzione lignea: sono necessari una serie di pali sistemati lungo l’asse mediano, alti quanto il colmo del tetto che sostengono.
Il tempio di Apollo a Thermos nel 630 a.C. non è più un tempio ligneo, ma in pietra, e si presenta con elementi derivanti dal tempio in legno, come anche il tempio di Heràion. Entrambe le strutture hanno una cella molto allungata, con dei sostegni centrali. L’Heràion (o Tempio di Hera) di Samo ha all’interno delle strutture per lo più in legno. In entrambi i casi il tempio nasce come ricovero della statua, in entrambi i casi la statua è sistemata in fondo, ed un portico posteriore solo nel caso di Thermos, con un retro del tempio che si presenta sostanzialmente uguale all’ingresso principale. Ai visitatori si presentava un tempio a due navate, ed in futuro uno degli scopi principali della costruzione del tempio è quella di evitare questa disposizione per mettere in maggiore risalto la statura del Dio. Lo spazio della cella è il ναος [naos], lo spazio antistante coperto è il pronao ed abbiamo infine l’epistodomo, il portico posteriore, molto importante perché uguale in entrambi gli ingressi.
Architettura dorica: è l’architettura della madrepatria che dal legno si trasforma in pietra, ma che conserva in gran parte elementi della struttura lignea. Vitruvio già in epoca augustea, intorno all’anno 0, racconta molto del mondo greco e ci consegna l’unica fonte classica che si è conservata non relativa alla storia o alla produzione artistica, ma un trattato che parla solo di architettura. Ci dice che il tempio greco-dorico nasce come pietrificazione del tempio ligneo, cioè del tempio che avrebbero costruito le prime popolazioni greche, che civilizzatesi ne hanno mantenuto la forma.
I pali del legno si trasformano in περιςτιλιο [peristilio], un “giro” di colonne intorno al tempio. In queste due rappresentazioni del tempio, leggiamo:
Terracotta House Model from Argive Heraeum: davanti a questa casa greca con falde visibili, abbiamo pareti decorate, due pilastri ed un architrave, un qualcosa che si presenta monumentale, oltre all’ingresso con due colonne.
Drawing of a temple on the François Vase: c’è un ingresso che ci fa vedere una statua lignea molto più grande, nascosta da un battente chiuso. Vediamo anche qualcosa di simile al nostro pronao, una colonna con una base di capitello. Dobbiamo immaginare il pronao, con un elemento murario che prosegue, chiamate ante (prolungamenti del muro della cella), e qui vediamo una cosa caratteristica dell’architettura greca e fondamentale perché diversa dall’architettura romana, dove l’anta è anch’essa decorata, ma presenta una decorazione differente dal capitello (altra foto?). Abbiamo una colonna, un abaco, un echino, un fusto scanalato, cioè tutto quello che sarà poi riconosciuto come ordine dorico. Sopra abbiamo un architrave, di cui non conosciamo il modello, ed un elemento mediano detto fregio ed un elemento terminale che si chiama cornice: il tutto forma la trabeazione. Al di sopra della cornice abbiamo però un elemento che dovrebbe essere il triangolo con cui le falde si presentano. I greci sostengono di aver inventato due cose nell’architettura: le tegole ed il frontespizio. Il tempio è anche una costruzione essenzialmente a falde, e quindi la costruzione implica da sé un frontespizio.
Pare che le tegole siano state inventate a Corinto. La tegola è un elemento di protezione delle falde di legno, e la prima copertura di protezione delle falde era stata costituita da elementi vegetali adatti a costituire qualcosa di impermeabile. Corinto diventa un centro dove la produzione della terracotta è archeologicamente accertata. Sicuramente non è un’invenzione egiziana perché gli egiziani non avevano necessità di coprire costruzioni a falde. Il tempio a falde ha un problema molto forte di immagine, che viene risolto con uno spazio lasciato alla decorazione scultorea. Abbiamo una serie di elementi ripetuti chiamati triglifi inseriti nella parte mediana del fregio, insieme a parte più semplici chiamate metope. C’è un’alternanza fra metope in triglifi in rapporto al tempio ligneo: se si pensa ad un’organizzazione lignea bisogna pensare a questi elementi lignei come delle teste che sporgono dalla travature sorretta da colonne, dove sporgono tutti gli elementi di travatura del tetto. Queste teste segate delle trave sarebbero state coperte come ci dice Vitruvio, con delle piccole tegole quadrate che fungevano da protezione. Esiste anche un’obiezione molto forte ed interessante, parla della convenzione di questo tipo rappresentazione, perché in facciata non avremmo nessun tipo di elemento sporgente, queste travi sporgenti si troverebbero solo sui lati dello stesso. Dobbiamo pensare a qualcosa che è presumibilmente nato come risposta funzionale sui lati del tempio, diventato decorazione.
I primi templi sono di legno, con murature a sacco. Il primo tempio nella parte superiore è sicuramente ligneo, ma dal momento dell’invenzione della terracotta, si inventa anche il fronte decorativo del tempio stesso. Qui vediamo il frontespizio di Gela, ritrovato grazie agli scavi archeologici. E’ un tempio in cui in tutte la parti doveva difendersi dall’acqua e dall’umidità, e si presenta fortemente colorato e decorato. Erano tutte costruzioni che proponevano con materiali più duraturi la stessa squillante cromia dei primi templi.
In Sicilia, a Siracusa, abbiamo un tempio che si presenta piuttosto arcaico, che presenta gli stessi elementi del vaso François. Abbiamo una base che contorna il tempio stesso, il suo fianco è costituto da un περιςτιλιο [peristilio], un giro intorno di colonne, dov’è importante notare le proporzioni dello stesso. Il tempio è costruito da una pietra porosa, facile da lavorare, stuccata e colorata. Quindi si presentava qualcosa che non denunciava la natura del materiale.
C’è ovviamente un rapporto fra la dimensione dell’architrave e la dimensione della cornice. Oltre a questo c’è un rapporto fra il diametro alla base della colonna, e l’altezza della colonna stessa, che si presenta piuttosto tozzo, che ci fornisce un modo di datare le colonne in base al rapporto che queste hanno. Fin dal 5° secolo a.C. si costituisce una sorta di trattatistica che definisce quali siano le dimensioni migliori per i templi, che verranno costruiti in forma simile per un tempio abbastanza lungo: si cercherà essenzialmente di dare la giusta proporzione alle parti del tempio stesso.
Il canone si originava dal rapporto delle varie componenti del corpo umano. Così come Policleto ha stabilito che può essere stabilita una rappresentazione perfetta dell’uomo, viene rapportata all’architettura con una misurazione base che è quella del diametro alla base della colonna. C’è un rapporto fra base della colonna ed altezza che sta 1:5, quindi piuttosto tozzo. La stessa cosa può dirsi per il capitello dorico, ad ogni architetto scultore a che si cimentava nella costruzione un tempio greco, era assegnato più il compito di calibrarne esattamente le proporzioni dei vari ordini, più che l’incarico di inventare un nuovo capitello.
Paestum VI° secolo a.C. Nell’odierna Campania, un’altra colonia greca. Si tratta di una colonia dorica andata poi rapidamente in rovina, a causa dell’opposizione delle popolazioni italiche, una fortuna per noi in quanto ha permesso la conservazione dei templi greci originari, mentre nella madrepatria sono stati mano mano sostituiti e modificati. Abbiamo una cella, con un ingresso, un pronao, con due colonne, e quelle ante del tempio connotate, da questi elementi con una connotazione caratteristica, essendo i capitelli d’anta. Ha due facciate praticamente identiche. Ai lati della cella abbiamo un colonnato, un sistema originatosi ai lati che viene poi riportato all’ingresso e nel retro, denotando un giro di colonne che viene a contornare l’edificio templare. Si arriva quindi a prendere sui 4 lati lo stesso sistema del περιςτιλιο [peristilio] di colonne, con la stessa decorazione di metope e triglifi. La copertura nasce dalla copertura a falde. Qui la soluzione per eliminare la spina centrale dei sostegni è di passare da 2 navate a 3 navate, passare cioè al raddoppio del sostegno. Si rompe l’asse che è troppo grande per essere sostenuto con una sola fila di sostegno. Questa organizzazione rimarrà più o meno sempre stabile in futuro.
Lo Stilobate è l’elemento dove poggiano le colonne, l’ultimo gradino, mentre i due gradini sottostanti prendono il nome di Stereobate. L’insieme, circa 3 gradini, è un numero che si mantiene relativamente stabile. E’ un tempio costruito su una parte in pietra. E’ un tempio, che come vediamo anche dalla successiva fase, è stato connotato non dalla necessità ma dal desiderio di avere il fronte principale identico alla parte posteriore. E’ un tempio pensato sostanzialmente per essere osservato dall’esterno.
Con l’esempio di Atena a Siracusa e quello di Poseidone a Paestum, abbiamo visto due esempi di architettura dorica. Ora un nuovo elemento caratterizzante è il capitello ionico. Le colonie ioniche hanno sicuramente un rapporto verso l’oriente molto più pronunciato. Se il tempio dorico si mantiene con una forma stabile, più o meno allo stesso modo in tutte le colonie e nella madrepatria salvo qualche novità nel rapporto fra le parti e nelle proporzioni, il tempio ionico è molto più difficile da definire perché non ha un suo canone stabile.
Tempio di Artemide Efeso, VI° secolo a.C. . Il numero di colonne denota una selva di colonne tutte uguali, che contraddistinguono un tempio di straordinaria importanza. I templi ionici si caratterizzano per la loro dimensione straordinaria e per l’unicità della pianta. C’è la volontà di arrivare ad una magnificenza ottenuta attraverso la replica delle colonne. Il capitello ionico è del tutto differente da quello dorico, ha un elemento molto più scultureo, ma anche questo non si mantiene costante, non esiste quindi una forma che si mantiene stabile, esiste un carattere orientale di questo tipo di architettura ionica che è molto più decorato con elementi di scultura delle parti.
Sempre nel tempio di Artemide, si può vedere come non si può dare né un capitello canonico dello stile ionico, né una base canonica, mentre nell’architettura dorica come in quella egiziana la colonna poggiava immediatamente sul basamento. Altro elemento è il fatto che le proporzioni sono del tutto differenti da quell’ordine dorico. Guardiamo la pianta del Tempio di Artemide ad Efeso in rapporto alle colonne. Una delle caratteristiche principale dell’architettura ionica è che le colonne sono molto molto più slanciate. Se misuriamo il rapporto in diametri, si può parlare di 10 diametri ed anche di più. Quindi se si riflette sull’effetto che poteva fare l’effetto di questo tipo di selva di colonna, avremmo avuto un effetto molto differente da quello dell’architettura dorica. Abbiamo variabili di luogo e cronologiche, l’unico elemento costante sono le due volute del capitello, una forma pur sempre riconoscibile nella varietà delle realizzazioni.
Il Partenone E’ un tempio dorico del V° secolo, ed è probabilmente il più famoso tempio greco al mondo, costruito fra il 447 ed il 432 a.C. dagli architetti Ictino e Callicrate, coadiuvati dal famosissimo scultore Fidia, e foraggiati dall’altrettanto noto committente Pericle. Non è il primo tempio costruito nel sito dell’Acropoli di Atene, questo banco roccioso che in epoche più remote era stato una cittadella militare, diventa poi l’acropoli dedicato alla protettrice della città, Atena. La stessa origine mitica della città trova il luogo di consacrazione nell’acropoli. Con la costruzione nel V° secolo dell’ultimo Partenone si arriva ad una evoluzione di tutti gli elementi che abbiamo visto finora. Il Partenone non è un tempio totalmente dorico, ma presenta al suo interno diversi elementi e proporzioni ioniche, si presenta quindi come un edificio che rappresenta anche architettonicamente tutta la Grecia unita dalla lingua, che aveva combattuto vittoriosamente contro i Persiani. C’è quindi il desiderio di portare all’interno molte tradizioni provenienti da diverse patrie, ora unificate.
Precedentemente vi era un tempio noto come “tempio lungo 100 piedi” (circa 30m), di questo tempio vi è una restituzione ipotetica, che si presentava con una cella divisa con un allineamento centrale come tutti quelli che abbiamo visto finora. Nel 490 a.C. i Greci sono vittoriosi a Maratona, e nei dieci anni successivi decidono di ricostruire in forme molto più monumentali il tempio cosiddetto del Primo Partenone, che si presentava simile al tempio di Paestum. Questo viene distrutto quando era ancora in costruzione dai Persiani, nel 480 a.C. quando la città viene messa a ferro e fuoco. Quindi dopo il 480 si ha un tempio rovinato e bruciato in larga parte, che viene abbandonato nella sua pianta, e nel 440 viene ricostruito in altre forme.
“Il Tempio a sei colonne”: vediamo un plastico del tempio definitivo, 8 colonne in facciata ed un numero di colonne sul fianco che si caratterizza secondo il canone: il doppio più uno delle colonne in facciata, quindi 17 colonne. Precedentemente nei templi più arcaici non c’era alcun rapporto fra i numeri della colonne di lato e di facciata. Il progettista greco non lavora più sulle misure, in piedi, ma lavora sul diametro delle colonne, che decidono il perimetro della costruzione. Questo è importante, perché niente obbligava i greci ad utilizzare come base per le misure il diametro delle colonne.
Vediamo tutti gli elementi del Partenone dal punto di vista costruttivo: man mano viene abbandonato il legno e la terracotta, e si arriva ad un’architettura totalmente di pietra, forse causata dai rapporti della Grecia con l’Egitto, in quanto già dal VI° secolo a.C. abbiamo testimonianza di rapporti politici ed economici, tanto che viene fondata dai greci una colonia sul delta del Nilo, Nàukratis. Si pensa quindi che questo scambi abbiamo influenzato anche l’arte di lavorare la pietra.
L’immagine che vediamo presenta tutti gli elementi del Partenone sotto forma di blocchi squadrati e tagliati. Il Partenone è costruito in marmo, non in pietra da costruzione, ma con un marmo utilizzato normalmente per la scultura, non per l’architettura. Dobbiamo pensare che il Partenone è stato costruito utilizzato cave aperte appositamente, è un edificio costruito con un materiale normalmente utilizzato per l’arte dello scultore. E’ completamente costruito in marmo pentelico, anche le mura della cella sono costituite da blocchi di marmo, anche le tegole sono di marmo, quindi sono tegole molto pesanti che nascondono un’incavallatura lignea, sempre utilizzando marmo statuario.
Seconda osservazione: un’architettura di questo tipo è un’architettura che va progettata prima, perché in cava è necessario conoscere le forme dei “pezzi” necessari per il montaggio. Quindi tutte le parti sono progettate a priori per poi essere montate.
Terza osservazione: non si può quindi cambiare progetto in corso di costruzione, tutto quello che c’è sopra è stabilito di conseguenza. Tutta l’architettura è costruita a partire dalla pianta, la misura dello stilobate ci dà la misura base, ed è una costruzione dove tutto si stabilisce grazie a dei rapporti.
Oggi sull’acropoli si è montato da qualche anno un gigantesco cantiere di restauro, che ha smontato i templi per rimediare ai guasti dei precedenti restauri effettuati con il cemento armato, in quanto il ferro contenuto si stava ossidando e stava rovinando i vecchi conci. Si stanno quindi nuovamente smontando tutti i vecchi templi per rimediare a questi cattivi restauri, che a partire dall’indipendenza greca del 1820, che avevano provveduto a restituire la forma originale di questi templi. Questo spaccato assonometrico dà quindi anche l’immagine del Partenone attuale.
Nella nostra analisi dell’edificio, il punto di partenza è capire come avveniva il trasporto del marmo: ci sono delle cave a 15 km da Atene, e questi blocchi devono poi essere portati sull’Acropoli della città. Rispetto all’Egitto qui cambiano i sistemi di trasporto: sia dalla cava al cantiere, sia per la manovra dei blocchi in cantiere, vi sono altri sistemi oltre la slitta ed i piani inclinati.
Nell’immagine vediamo due ipotesi di trasporto di grandi blocchi di pietra, che vengono portati attraverso dei carri. Il problema di un masso pesantissimo, è quello del trasporto: i buoi aggiogati ed accoppiati possono trasportare anche grandi pesi, il problema è la resistenza dell’asse. Per non spaccare quest’asse si sono inventati sistemi assai ingegnosi, come quello rappresentato, dove intorno al blocco di pietra vengono costruite due ruote di legno ai lati.
Dal mondo egiziano al mondo greco cambia anche la struttura della società, dalla figura piramidale (faraone, casta sacerdotale, etc… che posseggono quasi per intero il territorio coltivabile) si passa ad una popolazione divisa in comunità-città, disperse su un territorio molto frastagliato. E’ difficile pensare, in un sistema che comincia ad approssimare uno stato di diritto, a grandi masse di popolazione da sfruttare, e pertanto si inventano nuovi sistemi di trasporto che alienano la fatica umana. Si abbandonano determinati sistemi di trasporto, per favorire un montaggio di pezzi più piccoli, progettati con estrema cura, ma che non eccedono mai e si rinuncia ad ottenere la sacralità dell’edificio attraverso il trasporto di pietre di dimensioni eccezionali, che quasi sembrano spostate dagli dei.
Tempio di Se gesta, Magna Grecia presenta tutti i conci montati, ma è un tempio che non è stato finito. Vediamo quindi con che tipo di lavorazione arrivavano dalla cava i blocchi, e osservando i tipi di finitura. Nei gradini dello stilobate, ed alla base delle colonne, i blocchi non sono rozzamente squadrati, ma presentano delle sporgenze molto evidenti: sono gli elementi che vengono lasciati in cava a sporgere, affinché si possa trasportarli e sollevarli con delle corde. Il sollevamento dei blocchi avviene in maniera molto semplice, invece di rifilarlo si lasciano delle maniglie a cui aggrappare delle corde. Se si osservano tutte le rovine del mondo greco, si vedrà che questi sistemi si sono molto raffinati, arrivando a degli incavi, dove si aggrappavano degli elementi in metallo che trattenevano strettamente il blocco. Questo significa che è conosciuto il sistema della puleggia, che ovviamente non utilizza blocchi di dimensioni colossali. Dobbiamo quindi pensare a qualche cosa che può essere trasportato con carri, ed è un blocco che è collocabile in alzato con precisione: possiamo quindi metterlo e sistemarlo nella posizione esatta. Si garantisce quindi anche una precisione assoluta durante la costruzione dell’edificio. Il blocco arriva dalla cava semilavorato, e gli archeologi sono andati proprio in cava per capire, magari dai blocchi abbandonati perché rovinati, le fasi della lavorazioni. Il blocco arriva 3-4 cm più spesso,con la cosiddetta superficie di sacrificio. Per le colonne si eseguono quindi le scanalature solo una volta arrivati in cava. I rochi sono 8-9-10 per le colonne, l’unica lavorazione che sarà già completata a rifinita prima dell’arrivo in cantiere sarà la complanarità delle facce. In un’architettura realizzata completamente senza malta, è importante che le facce inferiori e superiori, essendo le superfici di appoggio, siano trattate con la massima precisione.
La sistemazione dei piani orizzontali: il disegno schematico ci dice che come superficie d’appoggio per i rochi delle colonne non si possono avere cilindri disassati uno rispetto all’altro. Partendo dall’esterno abbiamo una superficie bianca perfettamente complanare, che è la parte di contatto, che richiede una precisione estrema. Al primo anello esterno segue una parte lasciata un pochino più bassa di livello, più scabra, che serve ad aumentare l’attrito delle varie componenti: questa garantisce meno lavoro e non ostacola la sovrapposizione. Poi una parte nera più scura, ancora più bassa, ed un ultimo cilindro centrale, nuovamente perfettamente complanare. Abbiamo poi una cavità dove veniva inserito un blocchetto di legno, che al suo mezzo ha foro circolare. Con questo foro, in cui è inserito un perno circolare, avviene il posizionamento senza errori dei due rocchi. Abbiamo un qualcosa che è legno, che non ha una funzione ancorante, il legno serve solamente per avere un punto di riferimento con cui infilare il rocco successivo. Solo dopo la sua posa si può poi pensare alla lavorazione finale. Le scanalature sono tutte a filo in quanto si voleva far apparire le colonne come monolitiche.
Lo stesso ragionamento può essere fatto per le pareti della cella. Non è quindi solo la colonna, dobbiamo pensare che qualsiasi elemento murario, che sia un sistema trilitico o altro, deve essere costruito alla stessa maniera. Si organizza quindi un muro fatto di conci, sistemati in un modo sempre uguale. Ci sono i blocchi dove inizia la costruzione, i blocchi più in basso, che sono sistemati con il lato lungo verso l’esterno ed i lati corti verso l’interno. Per quanto riguarda la base del tempio si usano quindi blocchi disposti ortostati, non replicando quindi la venatura naturale della pietra, per dare un effetto maggiore di monoliticità al muro stesso. Si posano quindi alla base del tempio dei blocchi ortostati per dare un’idea di monoliticità, mentre sono solamente ribaltati. Non è necessario che la complanarità sia garantita in tutta la superficie del blocco, ma basterà costituire una fascia di 3-4-5 cm perfettamente complanare, mentre il centro può essere leggermente più scabro.
Tendenzialmente il Partenone è un edificio tutto di marmo: ciò non può ovviamente essere vero perché nessun edificio può essere completamente di marmo, ma necessita di un sistema di capriate lignee. Questa vuole essere una tendenza, in particolare per la cella, ma si vuole dare l’idea che tutto l’edificio sia di marmo. Si copre quindi il tetto con tegole di marmo pentelico, si è inserito un elemento pesantissimo per dare l’idea che tutto l’edificio sia di marmo. Vediamo le tegole del partenone stesso: sono formate da due tipi di embrici.
C’è anche da ricordare che chi andrà oggi in Grecia per le Olimpiadi, vedrà il Partenone con una immensa gru. Il Partenone è stato presente nella coscienza iconografica occidentale da molto tempo, attraverso una serie di disegni e vicissitudini che ne hanno minato la stabilità.
Il primo disegno del Partenone è di … (?) di Ancona, è la prima informazione pervenuta in Italia della forma del Partenone. Uno dei grandi disastri incontrato dal Partenone durante la sua vita, è stata durante la guerra nel 1680 contro i Veneziani, che colpiscono con una bomba la sommità dell’acropoli della città, dove l’esercito ottomano teneva la polveriera (avvenne quindi un riutilizzo della cittadella ad uso militare). Una cannonata veneziana fa sì che il Partenone esploda, distruggendo completamente la cella. Dopo la grande esplosione il Partenone ha ospitato al suo interno una piccola moschea. L’altra immagine è un acquarello che rappresenta il Partenone agli inizi dell’800. L’ambasciatore inglese ottiene dall’autorità turca il permesso di portare via alcune delle sculture ancora conservate, portandole in UK dove arrivano poi al British Museum of London. Da qui gli inglesi rifiutano ancora di restituirle alla Grecia, nonostante anni addietro siano anche riusciti a danneggiarle cercando di sbiancarle.
Le vicende hanno a che fare con la sovrapposizione sull’acropoli di ben 3 templi. Abbiamo una testimonianza del vecchio Partenone, poiché si trova al di sotto del nuovo Partenone, e perché osservando l’acropoli di Atene dalla città possono vedersi a completare l’acropoli naturale, una serie di elementi che paiono rochi di colonne. Quindi parte dei materiali portati in situ per la costruzione dopo l’incendio, perdendo molte delle loro caratteristiche, sono stati trasportati ed utilizzati per consolidare il pianoro dell’acropoli. Sistemare questi rocchi verso la città serviva anche a lasciare un monito, legato al giuramento che non si sarebbero più costruiti templi in Grecia finché non si sarebbero cacciati via i Persiani. L’altra possibilità e che questi blocchi, una volta consacrati ad Atena, non potessero più essere riutilizzati, e sono dovuti rimanere nella stessa area. Non tutti i blocchi sono stati messi nella parete nord, ma alcune irregolarità nel portico retrostante del Partenone, delle discordanze di misura e problematiche mascherate, fanno pensare che alcuni blocchi siano stati riutilizzati.
Pianta: vediamo che il tempio è costruito a partire da uno stilobate. Questo rettangolo di base dove è montato poi il tempio è realizzato anch’esso in marmo pentelico. Questo piano d’appoggio non è un piano, è se vogliamo definire la sua geometria un rettangolo disegnato su una sfera di dimensioni molto grande, con cinque chilometri di raggio. Abbiamo un piano di appoggio molto più difficile da realizzare, curvo su tutti i lati. E’ una realizzazione molto complessa per cui la base del tempio non è una base piana. Le spiegazioni: una molto banale è quella per il deflusso dell’acqua. Una seconda spiegazione possiamo ricavarla da Vitruvio: esistono nella costruzione del tempio una serie di correzioni ottiche. Non qualcosa interno alla logica dell’edificio, ma nella logica dell’osservatore. E’ un edificio che tiene conto del nostro modo di vedere, che secondo i greci tenderebbe a vedere incurvata e scorciata agli angoli una superfiche piana. Si tratta quindi di pensare a qualcosa di complicato, che mette qualcosa in più affinché i mortali considerassero perfetta l’architettura del Partenone.
Sappiamo che i rochi si reggono per peso, e quindi questa stessa curvatura viene portata in alto, ma in modo particolare. Questo primo blocco non ha quindi superfici complanari, ma avremo dei blocchi a specchio con la stessa curvatura. Dovendo poggiare e costruire la colonna qui sopra, avremo un primo rocco che non avrà le due superfici parallele. Arrivati nella soluzione terminali riabbiamo la stessa curva anche sulla trabeazione, le linee del basamento e della trabeazione sono quindi parallele: la stessa curvatura è riportata nella parte terminale attraverso il blocco del capitello.
Altre correzioni ottiche si verificano per gli allineamenti verticali. Il Partenone in qualche modo è il più perfetto esempio della teorizzazione greca sul tempio. I rochi delle colonne presentano tutti piani orizzontali, ma una volta terminata la colonna non sarà esattamente simmetrica, ma tendente verso l’interno, queste colonne convergono tutte verso un centro, seppure lontanissimo (qualcosa a diversi km in cielo). Tutte le colonne del περιςτιλιο [peristilio] sono convergenti verso il centro: per venire incontro all’imperfezione del nostro modo di vedere, è sempre un accorgimento ottico, perché il nostro occhio tenderebbe a slargare l’edificio. Questo effetto è ottenuto attraverso lavorazioni difficili e complesse: esiste questa necessità da parte degli architetti di raggiungere la perfezione. E’ qualche cosa che non si costruire mattone su mattone in cantiere, ma è qualcosa che prima va cavato perfettamente.
Due immagini a confronto: abbiamo visto che si tratta di una pianta con un sistema di cella, contornata da un περιςτιλιο [peristilio]. C’è anche da dire che il Partenone presenta, nell’evoluzione dei templi che abbiamo visto, una regolarizzazione sulle misure di larghezza e lunghezza del tempio. Si tratta di misure relative in base al diametro della colonna: in genere un tempio è un tempio rettangolare. Solitamente abbiamo un fronte di 6 colonne e lati di 13 colonne. La distanza fra colonna e colonna in facciata ed in fianco è uguale, con differenze minime di localizzazione,
Nel primo Partenone vi sono 6 colonne, mentre nell’attuale Partenone ve ne sono 8 ed è una novità straordinaria. Negli altri vi erano 6 colonne in quanto si rispettavano gli allineamenti delle due colonne inserite all’interno del pronao, insieme alla prosecuzione e all’allineamento delle pareti. In una struttura come questa, in epoca arcaica, se la distanza in facciata poteva essere fissata, non influenzava la distanza nelle colonne laterali. Nei templi del V° a.C. abbiamo molti templi molto più fitti nella colonnata laterale, in quanto rispondevano ad esigenze statiche. Nel Partenone abbiamo quindi l’unificazione della distanza fra colonna e colonna, fra quello che è in pianta e quello che è in fronte (?). Rispetto a questo sistema arcaico il Partenone è quindi diverso, tale per cui si presenta con 8 colonne. La misura della facciata in rapporto a quella dei lati definisce un rapporto fisso di 2 ed ¼ (9 su 4), una proporzione che ritroveremo anche nell’alzato della facciata (dove l’altezza è presa senza il frontespizio). E’ un rapporto che comunque noi umani passeggiando intorno possiamo difficilmente percepire. Questo numero viene considerato perfetto perché se andiamo a guardare la distanza degli interessi delle colonne rispetto al diametro andiamo a ritrovare questo rapporto, derivato da questo rettangolo perfetto. Esistono comunque dei luoghi dove le colonne hanno delle distanze diverse, perché solo genericamente è 2 ed ¼, mentre in alcune emergenze il rapporto viene variato.
Abbiamo quindi una ricerca di proporzioni che possiamo vedere nella distanza fra colonna e colonna. Vitruvio ci è nuovamente d’aiuto, ricordandoci che il rapporto fra proporzioni perfetto per i Greci è proprio di 2 ed ¼.
Il Nuovo Partenone, è un tempio che ha una novità assoluta nel mondo greco, poiché ha 8 colonne. Di fatto l’organizzazione della pianta del Partenone è la più monumentale fra quelle che abbiamo visto. La necessità dovrebbe essere stata stabilità dallo scultore più che dall’architetto. Il termine παρζενον [Partenon] in origine descriveva la cella retrostante del tempio stesso, ma già dall’antichità è passato al tempio intero.
La prima cosa che chiede Pericle a Fidia, quanto Atene era diventata centro della Lega, era la necessità di una statua divinatoria di dimensioni colossali. Molte parti della statua di Atena erano costituite in avorio, sopra un grande impalcato in legno, tutte le parti relative alla armature, ai vestiti erano invece in metallo preziosismo, la parti vive erano realizzate in avorio, tanti minuti frammenti sistemati fino ad ottenere una statua straordinaria. Le ultime tracce si hanno fino all’Impero Romano d’Oriente, quando tutti i tesori vengono poi portati nella capitale Costantinopoli. Le proporzioni interne della cella sono molto più grandi di quelle utilizzate solitamente. Bisogna poi organizzare un tetto sovrastante, un tetto ligneo, capriate a cui era appeso un contro-soffitto piano. Tutto questo aveva bisogno di appoggi intermedi, e quindi anche qui abbiamo una serie di elementi che distinguono delle navate. Intorno alla statua cultuale, il colonnato gira, anche se queste colonne erano inutili dal punto di vista statico, ma dava solo la possibilità di ammirare da tutti i lati la statua della Dea.
Pausania nel II° secolo d.C. scrive di essere entrato nel tempio e di aver potuto girare intorno allo stessa statua. Abbiamo una cella anteriore ed una posteriore. In quella dell’ingresso abbiamo ante piuttosto ridotte, e davanti un colonnato di 6 colonne. Abbiamo quindi un’organizzazione quasi uguale ad un tempio, attorno alla quale si ricostruisce il περιςτιλιο [peristilio]. Osservando dal fronte il Partenone vediamo quindi 8 colonne, a cui corrispondono 6 colonne nel retro, ed un ingresso in asse. Le colonne hanno diametro diverso, dalle più grandi esterne a quelle più piccole interne. La colonna si costruisce in rapporto a quello che viene considerata la perfezione nell’ordine dorico ed ionico. Vi sono quindi dei canoni che dichiarano la proporzione delle componenti nelle varie parti. Esiste un canone,parola che viene dalla trattatistica antica, esistono una serie di proporzioni classiche che sono considerate obbligatorie, come che il diametro della colonna sia contenuto 4 volte e ½ (tempio dorico) o 10 volte (tempio ionico) nell’altezza.
Il Partenone sta in un rapporto di 5 e ½, quasi 6, quindi molto slanciato, pare quindi che si tenda verso lo ionico. Quindi il luogo più sacro di Atene non rappresenta più la sola identità dorica, ma quella di tutto il popolo greco. Questo slancio verticale si connette anche ad una necessità effettiva: una volta stabilite le 8 colonne, si arriverebbe a qualcosa di molto largo e molto basso, mentre slanciandolo…
Intercolunnio: questo non è fisso in ogni parte del tempio, ma per ragioni d’uso ed ottico varia spesso. Abbiamo quindi un intercolunnio di 2 e ½ all’ingresso in facciata, mentre si riduce a 2 negli spigoli. E’ importante osservare inoltre che la colonna d’angolo ha un diametro maggiore. Abbiamo sistemati in asse con la colonna i blocchi dell’architrave. Vi sono sostituzioni in resina dei vecchi fregi, il cui patrimonio è quasi completamente monumentalizzato. Troviamo in corrispondenza di ogni asse delle colonne un triglifo. Vediamo invece che il triglifo è stato spostato sullo spigolo, fino a che lo stesso si presenti con due triglifi piegati a libro. Tutto questo porta ad un allineamento piuttosto complicato. Si parla di “conflitto angolare”, avendo spostato la colonna che non rimane più in asse sotto il triglifo.
Vediamo un’immagine tratta da un commentario di Vitruvio, per ricordarci l’origine lignea del triglifo. Vitruvio è molto chiaro nel III e IV libro (i romani in futuro saranno meno rigidi), spiegando come i Greci non desiderassero delle metope negli spigoli. I triglifi sono in asse con le colonne centrali, mentre sui lati questo rapporto viene abbandonato. Se noi volessimo organizzare un triglifo che si presenta con la pre-soluzione di quel sistema già dato, se si tiene la distanza di due moduli ed un quarto il fregio si conclude con una mezza metopa. La mezza metopa non è accettata nell’architettura greca, mentre lo sarà in futuro (Libreria Marciana a Venezia dell’architetto SanSovino). E’ qualcosa che attiene sostanzialmente al carattere iniziale dell’architettura dorica.
Quant’è lunga la facciata di un tempio, di un Partenone? La misura dello stilobate, che è l’elemento di partenza, va stabilita dal diametro della colonna e degli intercolunni, che vanno tutti sommati, sapendo già come funzionerà in alzato.
La cornice è composta di Mutuli (lastre disposte orizzontalmente, un po' inclinate) ornati di tre file di sei gocce ciascuno, del gocciolatoio e di una gola. Regulae: sono elementi che dovrebbero aiutare nello sgocciolamento dell’acqua. Doccioni: sono delle teste di leoni, che rappresentano lo sfogo dell’acqua. Acroteri in terracotta dietro questi ultimi, che si presentano a distanza regolare.
Esista una cella molto grande con la statua cultuale (diretta verso Est), ed una cella retrostante. Esiste un orientamento dei templi greci (quelli egiziani erano orientati in base al sole), già la stessa parola etimologicamente significa “disporre verso oriente”. Il sole nascente viene considerato qualcosa di importante per le religioni, e quindi la statua e la porta sono sistemate verso Est. Proprio lo spazio retrostante aveva il nome di Partenone, che pare conservasse anche il tesoro della Lega Delica (dalla prima sede nell’isola di Delo).
C’è da notare l’impianto, nuovo rispetto al tempio di Paestum: abbiamo ante molto corte, un προναος [pronaos] cortissimo. Per le colonne abbiamo diametri diversi che implicano altezze diverse: questo perché un greco non può sopportare la vista di colonne con rapporti di snellezza diversi. Non è accettabile avere due colonne doriche con dei rapporti d’altezza diversi: devono avere lo stesso rapporto fra la base e l’altezza. Quindi già osservando la pianta noi sappiamo che abbiamo colonne di altezze diverse. La soluzione è porre dei gradini sotto le colonne più piccole, in modo da non mostrare l’architrave ai visitatori. Man mano che le colonne sono più piccole tutto il resto diventa più piccolo. Anche questo non è accettabile da parte dei greci, difficilmente si riesce a risolvere il problema di un fregio e triglifi più piccoli. Si risolve il problema con un fregio continuo (ionico) al posto di un fregio dorico, che presenta però elementi di doricizzazione nella presenza dei mutuli. Il fregio rappresentava le panatenaiche. L’ultima ipotesi molto affascinante è che rappresenti il mito fondativo del sacrificio di Efesto. Questo perché difficilmente all’interno di un tempio greco si può rappresentare un avvenimento comune, ma è d’obbligo piuttosto un accadimento sacro/mitologico. Fra i due colonnati abbiamo delle lastre di marmo lavorato che simulano i cassettoni lignei tradizionali. C’è un soffitto che si sistema all’altezza della cornice, ed in questa posizione in effetti non c’è legno.
Nell’uso dei templi ionici il fregio non ha metope, ma è una fascia continua. C’è sempre una forma che deriva dalla necessità di far sgocciolare l’acqua, oppure un’altra definizione può essere quella degli elementi che sarebbero potuti servire a fermare le tavolette di legno. E’ una continuazione dell’architrave dorico, perché contiene le parti inferiori dei triglifi (c’è quindi una contaminazione dei due stili).
Rimane da vedere la dimensione delle colonne interne. Abbiamo due risposte diverse, una per la cella cultuale, e l’altra per la cella posteriore. Paradosso importante dell’architettura greca: l’origine lignea si può riconoscere, ma una volta che è monumentalizzata è del tutto perduto questo rapporto. L’incavallatura lignea non è più in rapporto con questi triglifi. L’origine lignea è solo un’origine rinvenuta ed accettata anche dagli stessi greci, ma oramai slegata dalla decorazione. Nella cella centrale si arriva al soffitto attraverso la sovrapposizione di due ordini, con delle regole importanti. Finora abbiamo parlato genericamente di fusto e di colonna, come se fosse un fusto cilindrico oppure poligonale, mentre sappiamo tutti dell’entasi e della rastremazione. Comunque sia la colonna non è un cilindro. In questa cella interna, con due ordini sovrapposti, la colonna superiore deve avere il diametro di partenza pari alla cima del fusto della colonna sottostante.
La cella antistante è dorica, la cella retrostante forse ionica. Osserviamo inoltre un fregio continuo, uno slancio delle colonne doriche, ed una cella posteriore con evidentissimi caratteri dell’Asia Minore. Anche la scultura era un mondo colorato, l’intera classicità era un mondo colorato: i triglifi erano dipinti di blu, perché fra i pochi colori naturali ottenibili al tempo il blu era qualcosa che poteva essere ottenuto facilmente. Le metope hanno un fondo sicuramente colorato, c’è un colore rossiccio, rosato, che apparteneva a tutta la parte superiore: è un tempio che nessuno di noi riesce ad immaginarsi. Solo nel 1830-1840 alcuni archeologici francesi contro l’ostracismo dei professori, che professavano il culto del candore, riuscirono a ristabilire la verità cromatica sui templi greci.
Il timpano del Partenone è abbastanza arretrato per ospitare le sculture (non dei semplici bassorilievi, ma quasi a tutto rilievo) di Fidia.
Tempio di Atena Nike Nel 449 a.C. è stata votata la costruzione di questo piccolo tempio per celebrare la vittoria sulla Persia, e l’architetto era Callicrate. E’ un tempio del tutto ionico di un architetto che era connesso al Partenone. E’ stato costruito fra il 427 ed il 424 a.C. . In questo ritardo di venti anni si pensa che l’area di costruzione si sia resa molto più piccola, così lo spazio utilizzabile si è contratto. Vi è un grosso bastione, ricoperto di marmo, che era un bastione militare dell’Acropoli precedente. Ci sono dei limiti all’uso dell’acropoli derivati da culti precedenti. Questi hanno ostacolato sia la costruzione del tempio di Atena Nike sia i Propilei perché quegli spazi non erano disponibili.
Il frontespizio è perduto, e ospitava una statua rappresentante la vittoria. E’ un tempio anfiprostilo, lo stesso Callicrate ha costruito nei vent’anni di pausa un altro tempio, presso il fiume Ilisso, vicino ad Atene. Ha una cella, un pronao, 4 colonne in facciata, quindi non è un tempio periptero, ha solo le colonne davanti e le colonne di dietro.
Le architetture di ordine ionico costruite in Attica, hanno basi molto complicate. D’ora in poi la “Base Attica” sarà una particolare tipologia di base che ritroveremo fino al Barocco. Abbiamo una base, un fusto che per essere ionico è abbastanza tozzo (non sono sicuramente dieci diametri), perché siamo in Attica, non siamo in Asia Minore, in più le colonne del tempio sono esattamente la metà di quelle usate nei propilei, c’è quindi un coordinamento fra i due edifici. Il fatto che siano attigui fa sì che ci sia stata una scelta di coordinare le colonne. Vi sono tre fasce tripartite, con un fascio di sculture di incerta origine, che potrebbero rappresentare la battaglia di Platea del 479 a.C. (?).
La Atene del V° a.C. di Cimone e di Pericle è quella che conduce a fortunate battaglie contro i Persiani, che verranno cacciati fuori dai confini. Esiste una grande Grecia, con centro il mar Egeo, ed Atene a capo della Lega (nel mentre Sparta è parzialmente distrutta da un grave terremoto). Siamo quindi in un periodo in cui l’alleanza con le città della ionia è fortissima, e la ricostruzione dell’Acropoli avviene dopo la distruzione del 480 a.C., che precede la vittoria navale di Salamina.
Ci si avvia pertanto ad una fusione fra l’architettura dorica e quella ionica: la Grecia è una sola, per sancire questa nuova alleanza, ad Atene si costruisce anche con il denaro che arriva per mantenere la flotta del grande nuovo porto del Pireo. Oltre alla manutenzione ed alla costruzione delle navi, bisognava pagare il soldo dei rematori e dei mercenari.
Il tempio ionico è molto più difficile da definire rispetto a quello dorico. Non esiste un tempio ionico standard, tutti hanno proporzioni e forme diverse. La caratteristica comune è il capitello scultoreo con la voluta, che forse trae le sue forme da elementi naturali, forse è una trasposizione, al di sopra della voluta l’abaco (c’è sempre) e la sovrastante trabeazione. La caratteristica principale dell’ordine ionico è una maggiore snellezza, il rapporto può andare fino a 10 moduli. Per il dorico siamo invece fra 5-6, numeri notevolmente diversi. Il tempio di Atena Nike ed il Partenone sono entrambi esempi di associazioni fra i due ordini: anche lo ionico trasportato all’interno dell’acropoli di Atene cambia.
Il tempio di Atena Nike ha una storia complessa dal punto di vista della datazione, ha un autore che è Callicrate, ed una esecuzione dal 427 al 424. L’Eretto è invece iniziano intorno al 421 (e terminato nel 409-405). E’ un tempio che viene progettato prima ed eseguito dopo, con qualche cosa che è successo nel frattempo, ovvero una riduzione dello spazio disponibile, e quindi il tempio è come ridotto nella sua lunghezza. Viene ridotto sulla lunghezza e non nella larghezza, con tre pilastri in sostituzione delle ante. La sua costituzione lo porta ad essere connesso in maniera molto stretta con i propilei. Precedentemente c’era un ingresso differente ed un santuario dedicato ad Artemide (Diana), che impedirà la simmetria in pianta dei nuovi propilei, che appaiono quindi mutilati.
Il tempio dedicato alla Vittoria, ha una caratteristica importante: è sito presso l’ingresso, sopra un bastione pre-esistente dell’acropoli arcaica. Questo bastione viene foderato di lastre di marmo pentelico. C’è ora una fodera in parte restaurata, nel medioevo sul bastione era stata costruita una torre che aveva inglobato il tempio, che scavando è stato recuperato dagli archeologi.
Questa fortificazione è poi servita per erigere un bastione fortificato, ed attualmente il tempio non c’è più perché giace smontato in magazzino. In verità tutto ciò che vediamo di queste epoche remote è frutto del lavoro degli archeologi, per lo più si tratta di scavi, disseppellimenti e ricostruzione effettuati in diversi fasi, in particolare dopo l’Indipendenza della Grecia.
E’ un tempio a due facce, identiche, con 4 colonne davanti e 4 colonne di dietro. Il retro ha un ruolo considerevole, perché si presenta come il fronte verso la città. Già dall’inizio, dal tempio di Apollo a Thermos, iniziamo ad avere due fronti equivalenti dal punto di vista monumentale. Vi sono delle ante molto ridotte, con capitelli d’anta replicati anche dietro, per esprimere l’equivalenza dal punto di vista architettonico dei due lati del tempio. L’ingresso è anche in questo caso ad est.
Dal fronte dove si entra, tutto quello che vediamo manca del frontespizio (anche se ci sembra proporzionato così), sta montato su tre gradini tradizionali (mentre il tempio ionico tradizionale stava su 2 gradini), esempio di doricizzazione, vediamo anche l’ingresso e i capitelli d’anta su entrambi i lati. Il capitello d’anta è diverso da quello delle colonne, questo perché era solito che i capitelli fossero diversi.
Le proporzioni sono di compromesso: non sono ioniche piene. La colonna non è al livello di 10 diametri, siamo a 6,8, qualcosa che è sicuramente più delle proporzioni doriche, ma molto di meno di quelle ioniche. Abbiamo rapporti piuttosto interessanti anche negli altri edifici ionici che stanno nell’Acropoli. Queste proporzioni misurate sono l’esatta metà di quelle dei propilei che sono affianco, progettato successivamente ma in rapporto con questo. L’intercolunnio di Atena Nike è la metà esatta del tempio dell’Eretteo, sono sempre misure che ritornano.
La pianta è la contrazione di un tempio che doveva essere diverso. Rispetto al tempio sul fiume Ilisso spariscono le due colonne retrostanti l’ingresso e quasi scompaiono le ante. La chiusura del tempio era assicurata con una cancellata metallica. L’ordine ionico presenta una decorazione ad ovolo (1/4 di cerchio decorato) , sottostante alla voluta spiraliforme, e si conferma in modo più regolare rispetto alle città ioniche (mentre in quel secolo andava assomigliando ad una infiorescenza), con una flessione rappresentante il peso che flette il capitello. Sovrastante abbiamo l’architrave, il fregio e la cornice. Tradizionalmente nell’ordine ionico la cornice non è semplice come nell’ordine dorico, ma abbiamo 3 fasce parallele. Qui vediamo anche un architrave doricizzante, molto semplice. Il fregio ionico è continuo, con cicli continui figurativi. E poi la cornice superiore.
Attraverso il capitello d’anta, viene rivestito il pilastro, abbiamo dei capitelli d’anta che possono decorare il muro, vestito da colonna, la base da colonna ionica è lo stessa del capitello d’anta, non si tratta di un muro continuo ma di una soluzione innovativa. L’angolo nell’ordine ionico: abbiamo visto le problematiche nel tempio dorico (per l’estetica greca del V a.C. lo spigolo doveva terminare con un triglifo e non con una mezza metopa. Per lo ionico il problema dello spigolo si pone sempre (sono edifici che si guardano più dall’esterno che dall’interno), la maggior parte dei riti si compiono fuori dal tempio guardando verso lo stesso, è costruito più sull’architettura dell’esterno. Il problema dell’angolo ionico, diventa inoltre molto più complesso in un tempio periptero [Περίπτερο]. Viene quindi costruito il capitello d’angolo, fatto in modo speciale dagli altri: abbiamo due facce identiche verso l’angolo esposto alla vista, con le volute nello spigolo che piegano a 45° per incontrasi. Quindi il fianco del tempio si presenta con due volute ioniche che danno la faccia, mai il fianco. Si scelse di deformare il capitello ionico in una posizione particolare che è l’angolo, garantendo la possibilità di vedere sempre la faccia frontale del capitello e mai quella laterale. Si deformano gli elementi costituenti e portanti in rapporto alla situazione. Sono volute che non sono complanari, perché connesse fra loro.
Guardiamo la base di questo tempio: è una base speciale, nuova, che non era in uso in Asia Minore. La base ionica è costituita da molti elementi, molto alta, con varie modanature (Tempio a Magnesia sul Meandro di Artemide), diverse da tempio a tempio. Qui abbiamo una base attica, fortemente semplificata, costituita essenzialmente da un toro, una modanatura a sezione semi-circolare, con toro-scozia, che diventerà nell’Eretto toro-scozia-toro, che diverrà molto in uso nell’architettura romana e rinascimentale (SanPietro ed il Palladio). Viene da questa unione fra cultura dorica ed ionica all’interno dell’acropoli.
Altra cosa da osservare è il passaggio fra ordine architettonico delle colonne e muro della cella. C’è qualche cosa di nuovo che non abbiamo nel Partenone (le mura sono piuttosto semplici). Abbiamo due passaggi di decorazione: in tutta la parete della cella, la base del muro viene costruita come fosse la base di una colonna, e superiormente abbiamo una continuazione della decorazione, una trasposizione sulla cella degli elementi delle colonne.
Negli elementi sovrastanti vediamo un architrave tripartita: quest’architrave avrà un profilo a tre fasce, date da un leggero aggetto delle pietre. Al di sopra fregio continuo con decorazione continua. Non abbiamo fonti antiche, o romane, che descrivano questa parte dell’acropoli. Tutta la rappresentazione del tempio è quella della vittoria contro un popolo che aveva lingua e religione diversa. Altri elementi degli spigoli, inseriti dagli archeologici come apparati didattici, sono stati messi per ricordarci le parti mancanti come i frontespizi.
Il tempio fu recintato, cinquanta o ottanta anni dopo, con un parapetto in lastre per proteggere chi passeggiava intorno. Abbiamo rappresentata tante volte la figura di Atena Nike. Era quindi un tempio fasciato con una parte fortemente legata all’arte della scultura, una delle 3 parti insieme al fregio ed al frontespizio.
Delo Costruzione votiva detta “Tesoro” sotto forma di tempio. Vicino a Corinto ed Atene, era uno dei santuari più celebrati della Grecia Antica, dove Apollo forniva responsi. Sono piccoli templi ciascheduno costruito dalla patria che l’ha donato (il tesoro contenuto nel Tesoro), con tradizioni architettoniche diverse.
Se guardiamo la base di questo tesoro, di una costruzione votiva di una città dell’Asia Minore costruito a Delo, possiamo vedere la stessa decorazione basamentale del muro della cella. E’ quindi in uso inserire nei basamenti delle celle delle decorazioni.
L’Eretteo Non abbiamo dato precise, ma solo presunte (421 a.C.), è collegato abbastanza da vicino alla costruzione del tempio di Atena Nike. Abbiamo una sola testimonianza collegata allo scultore Callimaco, inventore dell’ordine corinzio, e di una lampada votiva appesa dentro l’Eretteo. L’ipotesi più accreditata, solo per analogia e senza basi documentarie, vedrebbe l’architetto Mnesicle, autore dei propilei, proporsi lui stesso per anche per l’Eretteo. La base dell’affermazione nasce dalla complessità dei rapporti, simili fra i propilei e l’Eretteo, come dai rapporti degli ordini fra loro.
C’è una pianta molto complessa. La città è verso nord, con i rochi bruciati dai persiani. Erodoto dice che nel santuario, distrutto nel 480 a.C., vi era un serpente sacro che rappresentava Erittonio Eretteo. Era un serpente allevato dai sacerdoti, che ogni giorno mangiava un pane dolce. Il giorno in cui gli ateniesi abbandonarono Atene e l’Acropoli, il serpente non aveva mangiato il pane. Se ne deduce che le divinità avevano abbandonato l’acropoli. Quando i greci ritornano, trovano i templi completamente rovinati e bruciati, insieme all’ulivo sacro. Questo nonostante fosse del tutto bruciato, diede un getto verde nuovo e ricrebbe. Ricrescendo l’ulivo sacro, i greci capirono che il tempio era di nuovo abitato dagli dei, e poteva tornare ad essere costruito.
Ha a che fare con la nascita piuttosto mitica con i primi governanti della città di Atene. La divinità maggiore è Atena, vergine, ma pare che avesse avuto un incontro con Efesto, da cui è nato Erittonio Eretteo, personificato dal serpente. Nel tempo stesso questo era un luogo sacro anche per un’altra ragione: questo perché dal principio ci sarebbe stata una disputa fra due divinità, Atene e Poseidone. Queste si sarebbero disputata la protezione della città. Ciascuno avrebbe offerto dei doni: Poseidone scagliando il forcone sull’acropoli fece sorgere una fonte di acqua salata, mente Atena donò un ulivo. Abbiamo quindi anche un culto di Nettuno, la cui offerta era stata rifiutata, ma che viene considerata per la potenza marittima della città.
Atena polias [l’Atene antica]: altro culto di Ciclope, un altro dei primi re dell’Attica. Tutti questi santuari insistono sulle rovine di un tempio precedente. Vi è un rapporto diretto con la memoria degli antichi templi, nel modo in cui vi si sovrappone.
Abbiamo una cella con 6 colonne, e dietro due comparti. Nella parte est, le due celle retrostanti sono connesse al santuario di Atena. E poi una parte nord con un colonnato. Poi abbiamo una loggia a sud, e ad ovest abbiamo un recinto basso con l’ulivo sacro. A complicare una pianta già così complessa, c’è una differenziazione dei livelli, tutte le costruzioni sono a livello diverso. Vi sono quindi evidenti difficoltà per connettere tutti questi elementi. Quest’ultimo santuario raccoglie tutta una serie di culti dell’acropoli arcaica.
Osserviamo questa immagine superiore: è il tempio osservato dal fronte est. Davanti le sei colonne (ne manca una), la rappresentazione archeologica del fronte est. Di fronte il tempio dedicato ad Atene, con trabeazione e frontespizio. Retrostante, ad un livello più basso, il fronte nord. 6 colonne ioniche, trabeazione tripartita, stiamo all’interno di un’architettura ionica ma di proporzioni abbastanza vicine a quelle del tempio di AtenaNike. C’è un capitello molto più ricco di quello di AtenaNike, con un elemento nuovo, l’Anthenion [Collarino], inserito per esigenze decorative. E’ una voluta molto più scultorea con questa fascia, un’interposizione molto forte. Vediamo la parasta, il capitello di parasta, l’estensione del capitello di parasta sul muro della cella, ed un basamento toro-scozia-toro fortemente decorato. Qui ritroviamo gli ortostati alla base del tempio. Se osserviamo la foto a colori, possiamo vedere che la pietra utilizzata per il fregio, è totalmente diversa da quella del resto del tempio: c’è una pietra grigia, diversa dal marmo pentelico. Probabilmente erano lavorate sotto forma di bicromia, con figure bianche su sfondo grigiastro-celeste, per farle risaltare maggiormente.
Confrontiamo gli elementi decorativi: la voluta d’angolo è spaccata e distrutta. E’ molto più ricco del tempio di AtenaNike, con una fascia decorata, che si ripresenta nel capitello d’anta. Siamo ad un livello di raffinatezza scultorea con elementi vegetali molto elevato.
Osserviamo il portico nord, in questa rappresentazione abbastanza dubbia del XIX° secolo. Questo è sicuramente il sito dove sarebbe caduto il tridente di Nettuno, dove sarebbe scaturita la fonte di acqua marina. Questo è l’ingresso del tempio di Poseidone, che dà verso la città, e si presenta con 4 colonne in facciata ed una forma di pronao totalmente fuori norma. Ha un ingresso, in cui il contrasto con l’altra fascia è risolto sistemando il tutto ad un livello più basso, per non far incontrare i due fregi. Le colonne sono di dimensioni diverse, con proporzioni diverse.
Qualche cosa di molto importante: nel parlare di templi, non abbiamo mai parlato dell’ingresso, perché del Partenone abbiamo perduto l’ingresso, e non possiamo ricostruirlo. Nel portico nord abbiamo la fortuna di aver conservato l’ingresso, un portale fortemente decorato (412-405, nel 404 si sa che riprendono i lavori). E’ un portale che si sa essere un portale ionico, anche i portali delle celle possono essere dorici o ionici. Vitruvio ci soccorre, con una testimonianza sostanzialmente fedele ai rinvenimenti archeologici: il portale ionico ha la caratteristica di avere l’elemento superiore della cornice sorretto da mensole. La porta è fatta di una mostra (una parte che rigira), al di sopra di una mostra abbiamo una cornice sommitale, ed il tutto è fortemente decorato, come con rosette e decorazioni floreali a palmette nella parte superiore. Dopo aver visto gli elementi più importanti, il portico est e nord. Ci sono due spazi largamente incomprensibili. Abbiamo un fronte templare, dedicato ad Erittonio Eretteo, che è il retro dell’edificio nord, con sotto un paio di metri e davanti un recinto. Vi è una cella sottorenna a questa, con dei riti collegati ai miti di cui abbiamo parlato. E’ un fronte parzialmente occluso da muri, in quanto è la cella di Poseidone. Due metri sotto abbiamo un ingresso, con un ulivo piantato l’altro ieri per i turisti. Si arriva a questo livello di meno due-tre metri attraverso la loggia delle Cariatidi, nient’altro che un padiglione che nasconde una scala per scendere, arrivando al recinto sotto questa cella.
Altro elemento fondante, è questo muro a cavallo fra i due livelli del terreno, un muro che è il tempio di Atena Polias, si pensa possa avere un rapporto simbolico molto forte. Il tempio nuovo poggia senza demolirlo, si accede alla zona consacrata proprio attraverso il passaggio sul pre-esistente. Lo loggia non ha mai avuto frontespizio, ma aveva una copertura piana di travature di marmo, che però non ha a che fare con l’architettura templare.
Loggia delle cariatidi. Le cariatidi sono donne della Caria, abbiamo questo nome da Vitruvio che connette le cariatidi come succedaneo delle colonne ad un’origine mitica. Sarebbero le mogli dei carii condotte prigioniere in Atene, perché alcune città della Caria si sarebbero alleate col nemico. Quindi i greci vittoriosi sui persiani, avrebbero condotto come bottino di guerra anche le donne della Caria, cha avrebbero sfilato per Atene con tutto quanto era stato conquistato, e sarebbero dopo state vendute come schiave: nell’antichità infatti la popolazione sconfitta veniva sempre dispersa al mercato degli schiavi. E’ quindi un significato anti-persiano, contro il nemico per eccellenza e contro il nemico interno che avrebbe preferito lo straniero. Qualcuno obietta che sono piuttosto fanciulle che matrone, e che non sembrano rappresentare prigioniere. Possiamo immaginare l’elemento come una colonna, abbiamo una gamba diritta ed una gamba che avanza, che suggerisce una leggerezza, la gamba ritta è coperta da un drappo con righe parallele, quasi a copiare una colonna. Al di sopra, per portare questi pesi, le donne avrebbero un obolo, per il collegamento. Nella trabeazione vediamo l’architrave e la cornice (oggi ci sono solo repliche delle statue e sono stati tolti i ferri: una statua è a Londra, le altre sono tutte museualizzate perché altrimenti l’inquinamento le distruggerebbe). Al di sopra vi è una trabeazione, con architrave e cornice ionica. La cornice ionica è caratterizzata da una sequenza di dentelli.
Da questa immagine di fianco (sempre con la sua bella campagna di lavori) vediamo che la loggia presenta la scala, fa da tetto alla scala che scende.
Ultima osservazione: questo fianco del tempio, è quanto dà verso il Partenone, ed un fronte piuttosto importante, perché percorso dalla processione delle panatenaiche. Questa processione entra dai propilei, passa fra i due templi, per poi piegare verso est all’ingresso del Partenone.
Tempio di Apollo a Bassae Riflessione su Atene ed sul rapporto fra dorico ed ionico al suo interno. Il tempio di Apollo a Bassai è in Arcadia, in una zona storicamente greca. Ha delle caratteristiche importanti, è il primo edificio templare o il primo edificio in assoluto dove si può vedere il corinzio, prima testimonianza di questa forma diversa di capitello. Secondo Vitruvio questo capitello ha un’origine legata all’invenzione di un artista, Callimaco, e non con tradizioni antiche. Lavorando come scultore a Corinto, avrebbe incontrato la tomba di una giovane, attorno alla quale sarebbe cresciuta una pianta di acanto. Vitruvio racconta qualcosa che non possiamo verificare o smentire, siamo attorno al V° secolo a.C. , e l’evidenza archeologica ci permette di collegare questo accadimento al Tempio di Apollo.
Ha caratteristiche abbastanza curiose, è un tempio peripetero, con una cella preceduta da un pronao in antis a due colonne, dietro il portico retrostante. La cella vera e propria è diversa, è qualcosa che si capisce molto poco: c’è una porta di fianco alla cella, che non si riesce a spiegare in rapporto al culto. Le colonne non sono disposte sotto forma di colonne libere, diversamente dal Partenone. Le colonne sono molto molto vicine alla parete della cella. Nell’evidenza effettiva archeologica vediamo colonne di grande dimensione, che sporgono di ¾ dai muri della cella, suggerendo una navata che di fatto non esiste. Lo spazio più interno della cella è di un gradino più basso. Le basi delle colonne sono abbastanza complesse, una base attica con proporzioni strane, una scozia esagerata ed un toro modesto. L’ordine ionico si adatta ad una situazione strana, una veduta perennemente di spigolo, ci sarà sempre una veduta di queste colonne di spigolo. La sistemazione della parte superiore, vi è un salto rispetto allo ionico di Atena Nike. Lì abbiamo visto che l’ordine ionico là dov’è lo spigolo raddoppia la sua voluta, qui lo ionico perde completamente il fianco del capitello, ed è fatto solo di volute. La voluta è quindi replicata 3 volte, quante sono le facce che si vedono. Quindi si ha una riorganizzazione, una re-invenzione del capitello ionico, che tendenzialmente avrebbe tutte le facce uguali.
Qui alcuni degli archeologi pensano che sia nato l’uso del capitello corinzio: il capitello del fondo è del tutto diverso da quello dei fianchi. In altri disegni troverete che i capitelli di stile diverso non sono solo quelli di fondo, ma le ultime tre colonne (dell’ultima fila). Il capitello corinzio non nasce come un ordine, ma nasce come soluzione particolare molto decorativa di qualche cosa che è considerato mondo ionico. Il corinzio verrà molto usato in futuro a Roma nei monumenti maggiori, come nel rinascimento. Non è un caso perché il corinzio elimina il problema principale dell’uso dello ionico e del dorico, ovvero l’uso in contesti che non siamo templari. Il corinzio sarebbe quindi qualche cosa che, nelle proporzioni dello ionico e con una base attica, risolve i problemi inerenti alle viste dai vari lati. In questa complessa sistemazione sarebbe infatti complesso ottenere uno ionico con volute su 4 lati. E’ un canestro, una struttura svasata, tronco-conica, una base marmorea che regge il peso effettivo, ed una decorazione essenzialmente vegetale. Comunque è una decorazione, più tipica delle città dell’Asia Minore piuttosto che della madrepatria. Durante gli scavi è stato rinvenuto un capitello corinzio, disegnato in un modo che ci ricorda abbastanza lo ionico, con piccole volute nella sommità, di spigolo a 45°. Negli scavi dell’800 questo capitello è stato trovato, è stato riconosciuto come il primo ad essere utilizzato, ma poi è stato perduto, è stato pubblicato solo sotto forma di disegno e poi non s’è mai più visto. Abbiamo un fusto, un primo registro di foglie, delle volute che si incrociano (volute che stanno diagonalmente). E’ alto un diametro rispetto alla base, in futuro diventerà alto un diametro e mezzo rispetto alla base, per dare maggior slancio verticale allo ionico stesso. Vediamo un capitello speciale, questo, ne vedremo dopo un altro, non sono esempi generici, ma invenzioni localizzate, per risolvere esigenze progettuali dello stesso edificio. Possiamo quindi girare intorno alla colonna senza avere direzioni specificate.
La pianta di acanto è comunissima, nella sua versione di acanto spinoso è piantata appositamente nei recinti archeologici. Nella versione di acanto spinoso somiglia fortemente al capitello corinzio, e l’aspetto scultoreo è ottenuto attraverso l’imitazione della stessa pianta.
Acropoli di Atene. Oltre ai templi già visti, c’è qualche cosa di molto importante che sono i Propilei, costruiti da Mnesicle, architetto molto conosciuto già nell’antichità. E’ un edificio con statuto dubbio, di confine, non è sicuramente un tempio, è il primo edificio che usa tutti i modi di costruzione del tempio (marmo pentelico, dorico e ionico), è qualcosa che dai templi prende tutto. Può farlo perché è un recinto di un’area sacra, per la prima volta possiamo estendere questa architettura, per qualcosa che funzionalmente è un ingresso, non un luogo di culto. E’ quindi un’architettura civile, con problemi straordinari, di difficoltà e d’importanza. Qualche cosa che, nato per essere il περιςτιλιο [peristilio] di un tempo rettangolare, diventa un linguaggio flessibile, che non implica più un rettangolo ma un’architettura complessa. Qui dentro abbiamo le soluzioni a quasi tutti i problemi dell’architettura civile greca. Esisteva sicuramente un ingresso nell’Atene Arcaica. Dopo la distruzione di questo, gli ateniesi hanno costruito un primo ingresso intorno al 480 a.C., durato molto poco, perché nel 437-432 a.C. si è demolita la ricostruzione del 480 a.C. per arrivare alla situazione attuale.
L’edificio che vediamo non è mai stato definitivamente completato, a causa delle guerre del Peloponneso, che hanno portato a difficoltà economiche evidenti. Al V° secolo a.C. i Propilei si situano alla sommità sul livello dell’acropoli, è l’ingresso monumentale dalla città, è qualche cosa di molto importante anche all’interno della vita civile ateniese. Esiste infatti anche una vita cerimoniale ateniese, con delle feste panateinache, grandi e piccole, in forma grandiosa ogni 4 anni ed in forma modesta a cadenza annuale. Vi sono cortei piuttosto imponenti che prevedevano l’ingresso non solo di cittadini, ma anche di bestie che dovevano venire sacrificate agli dei dell’acropoli.
I vecchi Propilei Avevano una pianta rettangolare, e non erano orientati come quelli nuovi, oltre ad essere costituiti in maniera molto più semplice. Si presenta come qualche cosa che ingloba una scalinata, perché nei vecchi propilei, così come nei nuovi dobbiamo ricordare che si tratta di un edificio monumentale che intercetta una scalinata che sale. Non c’è quindi uno stilobate piano, ma la continuazione di una scala. E’ una copertura monumentale che ha in basso il suolo a piano inclinato. Vediamo anche che dovendo costituire un monumento, un ingresso monumentale, alla fine non è si è molto distanti dal tempio. L’ingresso all’acropoli, ha le sue colonne, doriche, corredato da un frontespizio, ma non è periptero.
I nuovi propilei (astraiamo dagli edifici tratteggiati). L’ingresso è organizzato sotto forma di salita monumentale con una grande scala. Abbiamo un fronte templare evidente, sei colonne come elemento di partenza, poi appena dietro vediamo dai tetti che c’è un’organizzazione e poi uno scarto sull’altezze dei tetti (sull’organizzazione delle coperture), per ovviare alla ripida salita, con uno scarto che ovviamente non era visibile agli ateniesi. Abbiamo quindi anche un altro fronte templare di 6 colonne dall’altra parte. Dietro le sei colonne abbiamo tre pilastri e tre pilastri. Dal punto di vista funzionale dobbiamo ripensare questa organizzazione come segue. Abbiamo tre gradini prima dell’accesso, e due gradini verso l’acropoli. Ma se fate caso questi gradini non sono continui, si interrompono al centro dell’edificio, perché è previsto l’ingresso anche di cortei con buoi aggiogati. Quindi all’interno vi sarà un percorso che è questo, utilizzato per le grandi feste. A causa dello scarto di altezze, quello che vediamo sotto forma di cinque pilastri, è una parete piena con delle porte, la cui porta centrale cerimoniale è gigantesca: è una parete con degli ingressi. Gli ingressi prevedono delle cancellate, l’ingresso effettivo è quello vicino al muro, mentre lo spazio coperto serviva per accogliere i visitatori, con delle panche, che attendevano l’apertura dell’acropoli. Dal punto di vista funzionale ci sono cinque cancelli, uno molto grande, ed altri due per lato che diventano più piccoli, una sala d’aspetto. Mentre dal punto di vista architettonico è un tempio esastilo dorico, quindi è un edificio piuttosto complesso. Abbiamo colonne doriche senza base che poggiano direttamente sullo stilobate.
La facciata si presenta anche con lo scarto di altezza, anche se difficilmente potremmo vederla. Sull’angolo abbiamo il triglifo d’angolo, quindi l’intercolunnio avrà una distanza più breve nel lato (2 ed ¼ piuttosto che 2 ed 1/3). Succede qualcosa di nuovo in rapporto all’ingresso principale, qui in mezzo abbiamo una distanza molto forte, di 3 e ½ che serve a garantire il grande passaggio alle processioni. Se guardiamo l’organizzazione di triglifi e metope, in questo caso abbiamo due triglifi nell’intercolunnio piuttosto che uno ed avremo in mezzo una metopa. Le metope fin dall’inizio non dovevano ospitare scultore. Seconda conseguenza, allargare a 3 e ½ l’intercolunnio significa complicare l’organizzazione sovrastante, richiedendo una trave molto più grande e pesante. Attualmente non abbiamo nessuna prova che ci racconti se e come fossero state sistemate all’interno delle sculture.
Riflettiamo: abbiamo verso l’esterno la base dorica, ed all’interno una base ionica di tipo attico con toro-scozia-toro ed un elemento terminale cilindrico. Le colonne che stanno all’interno sono ioniche: servono a coprire la distanza fra i due muri, dovendo utilizzare travature lignee si pone lo stesso problema del Partenone. Le travature cambiano direzione nei due fronti del tempio.
Pausania scrive “C’è qualche cosa qui di straordinario, il tetto è di marmo”. Abbiamo orditure di marmo con travi principali e secondarie di marmo, anche se sopra abbiamo comunque un tetto a capanna di marmo. Quindi esiste una capacità tecnica maggiore rispetto al Partenone di fabbricare un soffitto in marmo pentelico.
Disegno con l’organizzazione delle travature di soffitto. Disegno col prospetto dei propilei verso il basso. Vi è un’organizzazione che prevede un peso maggiore proprio là dove pesa di più, perché qui sopra c’è il culmine del frontespizio. Se andiamo a vedere l’organizzazione, osserviamo che l’architetto Mnesicle ha organizzato le lastre di marmo che servono a presentare il timpano verso la città sotto forma di lastre doppie, salvo che sopra l’ingresso. Può un frontespizio di questo genere ospitare una decorazione scultorea? Difficilmente! E’ possibile che fin dall’inizio si fosse deciso di non poggiare degli elementi scultorei. I blocchi sono ancorati, per tendere, per pesare il meno possibile nel punto più pericoloso che è quello centrale. E’ quindi un blocco alleggerito nel suo spessore.
Andiamo all’altra facciata templare (la foto è scattata poco prima della sortita dai propilei). Chi si portasse al di là del cancello vede il fronte principale ovest del partenone, con il percorso che continuava costeggiandolo per arrivare all’Ara.
Il retro si configura anch’esso in modo significativo, retro di un tempio che può essere osservato da tutte le parti, perché si entrava, si osservava il fronte ovest, con al centro del timpano un programma iconografico con uomini e dei, si costeggiava il lato con le metope delle amazzoni, ed si arrivava al fronte principale con gli dei e la rappresentazione di Atena.
Vediamo i due fronti templari. Gli ingressi erano “calanti” verso i lati nella loro dimensione (?). Gli ingressi sono quasi identici, salvo che per gli edifici affiancati. Se osserviamo l’edificio in questa pianta, restituiva del progetto originale-definitivo di Mnesicle, vediamo un’organizzazione simmetrica dei due lati. Verso l’entrata avevamo due ambienti con colonne, e verso l’acropoli due spazi più grandi di incerta destinazione, che comunque non sono mai stati costruiti.
Osserviamo il tipo di coperture che avrebbero dovuto avere questi spazi accessori: non si tratta di una copertura a capanna, ma di falde più complesse. Non si presentavano quindi come un tempio. L’edificio è anche abbastanza complesso perché ha un’architettura templare, con molte delle regole che sovra-intendono alla costruzione dei templi. La curvatura dello stilobate non compare alla base dei propilei, ma invece compare al livello della trabeazione. Nel caso dei propilei abbiamo uno stilobate spezzato che è rettilineo, le colonne sono dritte, e però la trabeazione è ugualmente ricurva. Sembrava quindi obbligatorio all’interno di questa estetica replicare la caratteristica curvatura, altrimenti l’effetto ottico sarebbe stato per loro inaccettabile.
Nei fianchi, che presentano coperture d’altro tipo, e tutti i blocchi dei lati si presentano ancora come sono stati portati dalla cava e non rifiniti. Il problema fondamentale di questo edificio è l’uso dello ionico e del dorico insieme. L’abbiamo osservato all’interno del Partenone, ma con dei problemi formali molto più grandi. Nel Partenone avevamo 4 colonne ioniche però all’interno di una cella chiusa, isolate. Qui invece abbiamo un confronto molto netto (abbiamo anche una gradinata che divide i due fronti templari). Abbiamo all’interno delle colonne ioniche che sono più alte (giàlosai…), ed abbiamo quindi dei diametri più sottili per le colonne ioniche per arrivare ad un’altezza maggiore. Il livello del soffitto si trova ad un livello in corrispondenza del timpano dell’ingresso, di fatto entriamo in un mondo totalmente diverso, e ci troviamo con un soffitto in marmo. Pausania era assolutamente estasiato nell’ammirare un’architettura trilitica di queste dimensioni e tale perfezione.
Vecchia foto con una delle colonne ioniche. Abbiamo un capitello con uno ionico estremamente elegante, in rapporto con quello di Atena Nike (con le stesse proporzioni le colonne di AtenaNike sono la metà di quelle dei Propilei). Lo ionico è sistemato in modo di presentare la faccia migliore con le volute, verso il passaggio centrale. Sopra abbiamo poi un architrave tripartito, e sopra sistemiamo delle travature marmoree, e sopra ancora abbiamo delle lastre, anch’esse di marmo, con disegnato al disotto un cassettonato. Al di sopra del capitello vediamo solo l’architrave (niente fregio né cornice perché non servono: nel tempio c’è tutto, ma nell’uso civile alcuni elementi possono mancare). Quindi abbiamo il trave traverso di marmo, e delle tavole di marmo con all’interno un disegno cassettonato. Nella sezione del capitello vediamo degli alloggiamenti con delle barre di ferro, che connettono insieme queste travature, con scavato all’interno del marmo un canale dove sono inserite delle barre di ferro con del legante (anche se pare che in quella posizione non servano assolutamente a niente). Il disegno cassettonato è scavato all’interno delle lastre marmoree.
L’unico edificio costruito nella sua interezza (Pausania docet) forse a un uso invalso dopo. All’interno Pausania ha visitato la pinacoteca, un tesoro di pittura greche. Non sappiamo però se quest’uso fosse già quello del V° a.C., piuttosto poteva anche essere una sala per banchetti. Fin dall’inizio dall’altra parte non si è potuto costruire, perché vi era un recinto consacrato ad Artemide, nel quale i sacerdoti hanno impedito la costruzione. Vi è quindi la fittizia sensazione di entrare in un edificio simmetrico.
I propilei presentano due problemi enormi: il primo è avere lo ionico ed il dorico uno accanto all’altro, cessa quindi la differenza fra caratteri di edifici, e si può utilizzarli insieme. Altro problema è quello di vedere insieme dorico grande e dorico piccolo, perché abbiamo dei fronti laterali con dimensioni diverse. Quindi abbiamo all’ingresso due facciate laterali più basse dove Mnesicle elimina i frontespizi, coniugando un dorico ridotto. Altro elemento caratteristico, che fa parte della complessità di questo progetto. Nella sala laterale abbiamo un elemento particolare, abbiamo una cella che avrebbe dovuto avere 4 colonne, non c’è però simmetria, in quanto è abbastanza complesso mettere delle colonne in questa posizione: abbiamo quindi un pilastro addossato vestito da colonna. Eliminando il rapporto del parallelepipedo, una volta che si mettono insieme spazi diversi con un’organizzazione più complessa c’è un problema molto grande.
Areopago L’edificio permetteva la riunione dei 500 cittadini dell’aristocrazia ateniese. Quanti erano i cittadini di Atene? Dobbiamo prima di tutto escludere gli stranieri, gli schiavi, le donne, etc… Vi erano quindi circa 10000 cittadini, non solo quelli che abitavano dentro la città ma anche i possedenti terrieri delle vicinanze. Questa schematizzazione è importante ai fini della comprensione dell’architettura civile. Bisogna quindi allestire degli spazi per 500 cittadini, oltre ad uno spazio virtuale dove raccoglierli tutti gli abitanti. Esiste quindi un’invenzione tutta greca di questi spazi, da questa organizzazioni politica nascono delle strutture.
Pnice Sulla collina di Pnice dentro la città, molto vicino al suo centro, avevano luogo le assemblee naturali, dove si potevano organizzare questi momenti importanti. Al centro della città abbiamo poi la piazza o άδορα [agorà]. E’ uno spazio che sarà poi alla base del teatro, che avrà un futuro considerevole. Prima di essere il luogo del teatro è lo spazio per la gestione pubblica. C’è una collina che scende, un declivio naturale, ed al suo interno si scava una cavea (termine latino per teatro), profittando della pendenza naturale della collina erigendo lo spazio dell’oratore. All’inizio era organizzata in senso bruto, si andava in collina perché li si poteva sentire meglio l’oratore. Dopo si è organizzato un palco ligneo e delle panche. Un elemento fondante dell’architettura greca per una tipologia che prima non esisteva. Non è un’architettura in elevato, non è un’architettura con un sistema trilitico, è una sistemazione di un declivio naturale. Si vede soprattutto in Atene una grande partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. All’interno della città, vicino al centro, è previsto un luogo dove possono teoricamente riunirsi tutti i cittadini.
La piazza sottostante non è mai una fondazione iniziale (a meno di nuovi accampamenti), mentre per le città antiche si procedeva demolendo man mano le abitazioni della zona centrale. Sono stati eretti anche monumenti celeberrimi, ora perduti, connessi all’evoluzione sempre più democratica del sistema di governo della città-stato. Vi erano poi dei luoghi dove avvenivano le votazioni.
Vediamo un fianco della άδορα [agorà], della grande piazza, che mostra un tempio. La data non è molto diversa da quella del Partenone, ma mancano molte delle novità di quest’ultimo. E’ consacrato ad Efesto, una semidivinità connessa agli artigiani (per il dono del fuoco). Riconoscono quindi un doppio santuario. E’ un tempio a 6 colonne, e si trova al di sopra di un rilievo che presidia la άδορα [agorà]. Più in basso vediamo costruzioni di tipo diverso. Profittano del declivio diverse costruzioni, come questo edificio circolare, il Pritaneo (l’edificio dove stavano i Pritani, dei funzionari che dovevano vegliare su alcune attività della città). E’ una capanna circolare con tetto conico. A destra vediamo in nero un altro edificio, coperto, che è la sala dei cinquecento. Questa sala viene poi riorganizzato sotto forma di gradinata circolare coperta.
Stoà di Zeus [Portico di Zeus] E’ un edificio molto importante. Il portico coperto è qualcosa che troviamo in tutte le città greche, è qualcosa che caratterizza tutti gli abitati. E’ utilizzato per commerci ed incontri, ci sono molte fonti al riguardo. Ospitavano anche pitture, rappresentazioni molto importanti della storia della città, come della battaglia navale di Salamina. La pianta si presenta con un fronte, un portico che dà verso la άδορα [agorà], e questa struttura ha la sua fondazione nel 430 a.C. . Questa architettura ha qualche cosa di nuovo, che finora non abbiamo visto. Un’architettura dorica-templare presenta caratteri particolari, avendo solo angoli esterni. Poi abbiamo visto le complessità dei propilei, dove essenzialmente non c’è l’angolo l’interno perché non c’è contatto fra il corpo e le due ali. Una volta che si passa ad una pianta a C, ad un portico con questa pianta, abbiamo sempre degli angoli esterni ed un angolo interno che non abbiamo mai visto, è una pianta molto più complicata. Prima di tutto vediamo come è risolto questo fronte: è diviso essenzialmente in una gerarchia: i fronti dei due lati sono fronti templari, con 6 colonne in facciata disposte come i templi. Non sono tutte equidistanti, ma abbiamo uno slargo nel centro ed una restrizione nell’angolo. Nel corpo del porticato c’è invece l’intercolunnio più grande possibile, ovvero da 3 a 3 e ½. Dove rigira nei lati interni è ancora un intercolunnio che risponde all’organizzazione templare. Nelle organizzazioni di questi portici il numero di triglifi è sempre maggiore.
Cosa accade nell’angolo interno. L’angolo interno non può prevedere due mezze metope, deve sempre avere due mezzi triglifi, esattamente lo speculare dell’altro angolo. Al di sopra della colonna i greci vedono piuttosto una trave, quindi dovendo trovare la trave della copertura saranno più appropriati dei triglifi. Questo edificio presenta sempre l’uso dello ionico e del dorico utilizzati insieme per ragioni funzionali. Dove abbiamo tre colonne in facciata rispetto al colmo del tetto ne vediamo piuttosto due. Questo perché dal punto di vista funzionale si capisce bene: all’interno era necessario avere quanto più spazio coperto possibile senza ostacoli. Dal punto di vista tecnico c’è una spiegazione molto semplice: da una parte abbiamo la città, con un architrave fatto di elementi lapidei che stanno l’uno accanto all’altro, sempre di marmo statuario. L’organizzazione interna ha una copertura con un tetto ligneo, che dobbiamo intercettare per sistemare essenzialmente un architrave che regga le due falde del tetto. Il colmo del tetto non ha alcuna necessità di essere in pietra, ma è in legno. La distanza dell’intercolunnio esterno è circa di 3 metri, mentre all’interno, dove si usano travi lignei, abbiamo intercolunni di 6-7 metri. In sezione ci troviamo ad avere altezze diverse, verso l’esterno una colonna dorica, con architrave fregio e cornice, e qui sopra un’organizzazione lignea. E’ necessario trovare un qualcosa che sostenga il colmo del tetto, viene quindi utilizzato l’ordine ionico che permette di raggiungere l’altezza desiderata. L’edificio si presenta quindi come architettura di pietra, ma ha poi un’organizzazione sostanzialmente lignea. Tutte le architetture dei portici sono sostanzialmente fatte a questo modo, sia per portici a.C. sia per un’organizzazione ripetuta. Dobbiamo anche pensare che esiste un ingombro della base ionica, e la distanza notevole permette di sistemarle (?).
Stoà di Attalo E’ del 120 a.C. . Attalo non è una divinità, ma un re, il re di Pergamo. E’ una città dell’Asia minore, in questo momento sotto della dinastia degli Attalidi, strettamente alleata di Roma. Attalo quindi riconosce la grandezza della civiltà greca donando un portico a due piani, con due ordini uno sopra l’altro. Abbiamo visto finora colonne sopra colonne solo nel caso della cella interna del Partenone. Lì avevamo colonne doriche, un architrave ed al disopra un’altra colonna. La άδορα [agorà] si presenta attualmente con una zona archeologica, che ha demolito tutti i quartieri sovrastanti. Il portico di Attalo ha una storia abbastanza curiosa, da ciò che è stato ritrovato ne è stato ricavato un modello che è diventato il museo della άδορα [agorà] di Atene. Si tratta di una costruzione del 1950 circa, che si presenta costruita con materiali moderni: una bella anastilosi, una ricostruzione dell’intero edificio. E’ una pianta banalmente rettilinea, che non presenta fronti templari. Da una parte e dall’altra dei due lati minori presenta le scale fra i due piani. Abbiamo un colonnato dorico, uno ionico e retrostante, invece del muro, delle botteghe commerciali, è un’architettura civile che non si limita ad essere uno spazio coperto generico, quanto piuttosto uno spazio commerciale con botteghe ad entrambi i piani. Il fronte: abbiamo i tre gradini, un ordine dorico con distanza da stoà (3 diametri e ½ con metopa centrale), al di sopra un ordine ionico molto più piccolo con delle transenne marmoree ed una trabeazione ionica a concludere. Al di sopra dell’ordine dorico vi è un ordine ionico.
Sovrapporre due ordini dorici? Capiamo perché non è possibile! Le piante sono stabilite a partire dal rettangolo di base. Quando poi procediamo all’alzato la trabeazione nei templi del VI°secolo a.C. era altissima mentre dal V° secolo a.C. avremo dei moduli. Il diametro in alto, essendo il fusto della colonna rastremato, sarà minore di quello alla base, e non si può quindi ripartire con un fusto uguale a quello sottostante. Non possiamo poi avere rapporti di snellezza diversi fra le varie colonne. Avremo quindi al livello sovrastante una colonna sicuramente più bassa. Al secondo livello avremo sicuramente una trabeazione più bassa, e per avere metope allineate con quelle sottostanti queste saranno più distanti o allungate (mentre all’interno del Partenone avevamo sì due ordini di dorico, ma avevamo solo l’architrave senza fregio, in quanto non serve all’interno della cella, in quanto al fregio è collegato con l’organizzazione lignea).
I Greci hanno risolto sfruttando le due differenti proporzioni provenienti da due diverse culture. Usando lo ionico possiamo quindi alzare maggiormente il livello superiore, qui con qualcosa di meno dei dieci diametri.
Plastico del Portico. Abbiamo davanti colonnato inferiore e superiore. C’è da osservare nel rapporto fra lo ionico ed il dorico. Abbiamo una tradizione forte, che sono i portici precedenti, come quello di Zeus. Quindi abbiamo una trave in marmo in facciata, una seconda trave in legno sulle colonne ioniche. Ma perché dobbiamo qui avere una colonna ionica, quando non c’è nessuna ragione? Lo ionico aveva infatti la funzione specifica di essere più slanciato. La ragione è quella della riconoscibilità del tipo edilizio, l’architetto si mostra fedele a quella ripartizione, all’occhio tradizionale di chi progetta i portici bisogna conservare questa caratteristica, che viene mantenuta con uno ionico piuttosto tozzo. La trave sta sopra le colonne, ed i triglifi effettivamente rappresentano l’altra orditura. Chi passeggia nel porticato superiore si trova in un colonnato ionico: ci si chiede cosa corrisponde rispetto allo ionico esterno? Vediamo quindi che allo ionico esterno non corrisponde un altro ionico, ma con una soluzione unica (vedi immagine). Anche il piano di sopra bisogna garantire un colmo. Se noi mettessimo qui una colonna ionica, il problema non si pone perché avremmo una colonna da 10 diametri: ma avremmo però una colonna verso il fronte abbastanza doricizzante ed una colonna abbastanza snella verso l’interno, cosa INACCETTABILE da tutta la società greca del tempo, per i greci le proporzioni devono essere perfette o almeno devono essere costanti: se lo sguardo permette di osservare delle colonne ioniche, devono avere tutte lo stesso rapporto. Per una condizione straordinaria è stato deciso di mettere un capitello fuori regola, un capitello strano che non viene dalle città ioniche né da quelle doriche, è un unicum che viene definito come capitello pergameno, un capitello asiatico che non corrisponde esattamente a nessun modello di architettura greca. Ha delle parentele con i capitelli egizi, somiglia abbastanza al mondo mediterraneo, oltre al capitello corinzio e protocorinzio. Questo perché ha una campana (l’elemento effettivo che sostiene il peso) piuttosto alta, è un capitello che permette di allungare ancor più l’altezza di una colonna. Altra caratteristica evidente che è un capitello che ha tutte le facce possibili, è radiale, sembrano tanti petali che sono uguali dappertutto senza problemi di visione d’angolo o laterale.
Questa è una foto dal vero-finto: l’effetto che fa. C’è un colonnato esterno molto fitto, questo colonnato all’interno si organizza con un altro passo.
Architettura ellenistica Corrisponde pressappoco all’ascesa della Macedonia come potenza militare, dal 250 a.C. fino circa al 160 a.C. . Ha una zona di produzione molto più vasta, che comprende l’Italia (dove esiste la nuova potenza militare di Roma, ora con un governo repubblicano), e tutti i territori conquistati dai macedoni. Si può parlare di architettura romana delle origini come una delle varianti dell’architettura ellenistica.
Dal 480 a.C. le città ateniesi non hanno un nemico importante. Questo funziona fino al 359 a.C., quando con l’ascensione di Filippo II di Macedonia l’inizia l’epopea militare di questo stato, che assesta gravi sconfitte agli ateniesi, come nel 338 a.C. . Il figlio accede al trono nel 336. a.C. e governerà per soli 13 anni, che porteranno il giovane Re, Alessandro Magno, insieme al suo esercito, a compiere una delle più grandi imprese militari della storia. Tutto quello che era la grande macchina dell’Impero Persiano sparisce completamente, sostituita dal suo impero, che però arriva a disgregazione dopo la sua morte, a causa delle spartizioni dei generali. Nel V° secolo a.C. vi è una potenza straordinaria, che dobbiamo però considerare come una Grecia allargata come cultura, lingua ed architettura.
I regni finiscono più o meno tutti nel II° secolo a.C. , quando sono inglobati dalla potenza di Roma. Attalo è un re federato con la Repubblica Romana. Cleopatra è l’ultima regnante di un Egitto autonomo, che termina intorno all’anno zero del nostro calendario.
Il nome deriva da ellenico viene comunque usato il greco come lingua franca anche da tutti gli eredi materiali del suo regno (i generali che danno sequenza ai vari regni con successioni dinastiche). Questo regno che va da un oriente molto lontano, condivide la lingua franca, e l’architettura che si basa essenzialmente sui principi e sulle forme che abbiamo visto nel V° secolo a.C. . Atene rimane come centro di eccellenza culturale anche dopo essere stata vinta dai Romani.
Abbiamo visto la storia della successione edilizia della άδορα [agorà] di Atene, nel V° secolo a.C. . Nel passaggio fra le due stoà abbiamo un importante passaggio dal punto di vista architettonico, in quanto il secondo usa questo linguaggio per l’edilizia civile. Il dorico e lo ionico diventano con l’architettura ellenistica dei linguaggi astratti rispetto agli edifici che ne avevano visto la nascita. C’è l’estensione di questo linguaggio all’edilizia civile, ad una edilizia che pone in modo più moderno il problema delle funzioni della città. Templi nuovi sicuramente vengono costruiti, però l’architettura ellenistica è anche l’architettura delle piazze, della sistemazione di edifici nuovi, con un’attenzione allo spazio interno ed alla sala coperta, piuttosto che allo spazio che doveva essere osservato dall’esterno come nel tempio greco.
Iniziando nel 500 a.C. con un tempio dorico di Agrigento, analizziamo ora 3 templi di straordinaria dimensione, gli ultimi due in Asia Minore. Già lontano dalla madrepatria ci sono stati degli esempi straordinari in dimensione. Si tratta di templi con una lunghezza, intorno ai 120-130 metri ed una larghezza sui 40, le misure massime raggiungibili da dei templi con il sistema trilitico. Sono caratteristiche di alcuni grandi santuari dell’Asia Minore, ma sono stati anche studiati precedentemente. Non possiamo ingrandire un tempio a dismisura, perché prima o poi incontriamo il limite della lunghezza possibile di una trave in pietra. E’ un tempio iniziato e mai completamente terminato, perché Agrigento ha incontrato una fortissima resistenza delle popolazioni interne. Questo tempio vuole apparire con un περιςτιλιο [peristilio] di colonne, ma in realtà non è un tempio periptero. Pseudo-peripetero significa che, invece di avere vere colonne, tutte le colonne sono piuttosto unite perché non si è in grado, con un interasse di 6 metri fra le varie colonne, di sistemare una trabeazione. E’ qualcosa che presenta all’esterno semi colonne, collegate ad un muro. E’ un colonnato dorico apparente, ed alla cella si accede piuttosto da ingressi collocati in maniera simmetrica. Abbiamo questa grande colonna col suo capitello, e poi al di sopra una trabeazione completa, e non abbiamo traccia della copertura. Notiamo però qualcosa di interessante dal punto di vista dell’organizzazione: anche data questa colonna enorme, non si tratta di rochi, ma di blocchi di pietra tutti della stessa altezza. Procede gigantesca fino alla costruzione finale, ma con elementi abbastanza maneggevoli. C’è qualcosa di nuovo in rapporto a chi tiene l’architrave, nel punto in cui questa può cedere, vediamo delle figure maschili che tengono, detti telamoni. Sono colossali figure che aiutano a sostenere, analogamente alle cariatidi o agli atlanti. In questa immagine vediamo le dimensioni colossali di uno di questi telamoni ricomposto in orizzontale a terra.
L’aspetto restituito al tempio. Il frontone con il timpano all’interno è probabilmente di restituzione perché non c’è un’idea chiara di come potesse essere a causa della sua difficile storia.
Tempio di Artemide ad Efeso Nella definizione finale che vediamo sono templi del IV° secolo a.C. con delle campagne architettoniche che arrivano fino a II° a.C. . Sono santuari dell’Asia Minore, e che dal 480 a.C. vedevano un rapporto più stretto con Atene, che ha portato lo ionico all’interno della ricostruzione dell’Acropoli. In questi grandi santuari i templi venivano costruiti e ricostruiti sempre più grandi, ad esempio dove le cicliche distruzioni. Vediamo qui la versione E (la quinta versione trovata dagli archeologi). E’ un edificio che compare nelle VII meraviglie del mondo, definite da Erodoto e dall’architettura moderna. E’ un edificio straordinario che veniva però considerato del tutto perduto, è solo verso il 1860 (con John Turtle Wood e Sir Charles Leepton Hais Tee) che scavi archeologici tedeschi hanno tirato fuori le rovine. E’ un tempio iniziato intorno al VI° secolo, totalmente distrutto e demolito da un incendio applicato da Erostato intorno al 21 luglio del 356 a.C. . Filippo II paga poi la ricostruzione del tempio finale, poi totalmente distrutto dai Goti nel 262 d.C. . San Giovanni Crisostomo impedisce ufficialmente che sia possibile coltivare altri culti intorno al 401 d.C. . Ha una caratteristica fondante che è quella di essere il santuario di Artemide o Diana. In quella zona prima che vi si stabilissero le popolazioni delle città ioniche, vi erano culti dedicati a Cibele, la MadreTerra, così come veniva chiamata in Frigia ed in Oriente. Vediamo un confronto evidente fra una Diana Romana, figlia di Giove e Giunone, e come prima l’icona di Artemide Cibele veniva venerata all’interno del tempio, fortemente legata a culti precedenti ed orientali. E’ una statua cultuale che si muove, come le statue egiziane. La statua che abita nel mezzo si muove ed appare per andare a visitare le altre divinità. E’ una statua cultuale anche molto grande, e che appare in determinati luoghi del tempio stesso. Il numero delle colonne è straordinario, lo stilobate misura 78-171 metri, ciascuna colonna è alta 20 metri per 128 esemplari. Come si poté costruirle? Si è parlato, come nelle fonti antiche, di foresta di colonne, tutte di ordine ionico. Le colonne non sono tutte uguali, ma ne sono state ritrovate di due tipi: una ionica in tutta la sua altezza, con basi piuttosto complesse, e nel secondo tipo sempre una base ricchissima e poi una parte nuova, un tamburo istoriato (con in più una parte molto più ricca e scultorea). L’Artemision di Efeso ha anche ospitato sculture straordinarie, aveva sculture di Prassitele, e sappiamo che l’ultimo termine aveva dei tamburi scolpiti da Scopas. Non c’è però una ricostruzione su quali fossero le colonne normali e quali quelle speciali. Questo tempio, così diverso dagli altri, e la sua architettura ha delle caratteristiche straordinarie legate a questo particolare culto. E’ stata fatta l’ipotesi che non tutta la cella fosse coperta, ma vi fosse un qualche cosa diverso dal previsto, dei templi con cella scoperta (una possibili varianti del tempio).
Dentro il frontespizio, nell’apparato scultoreo del timpano, vi erano tre finestre da cui si immagina che potesse apparire la statua stessa, oppure immagini cultuali connesse alle amazzoni. Vi è un recinto, un’ara ad una certa distanza, e dall’organizzazione sembra che fosse fatto in corrispondenza dell’organizzazione del timpano, in cui il sacerdote eseguiva il sacrificio guardando verso il tempio. Il sacerdote non guarda al cancello del tempio, ma piuttosto guarda in alto, al timpano. Questo tempio non è “orientato”, non abbiamo informazioni al riguardo.
Questo tamburo altro non è che un cilindro che costituiva la base della colonna, parzialmente celata da questo apparato scultoreo. I capitelli si presentano in due varianti: dei capitelli floreali e degli ionici con voluta spiraliforme scanalata.
Se si è perduta ogni memoria è stato proprio a causa di queste distruzioni. Però, grazie all’ausilio della numismatica e delle monete antiche, che da una parte hanno il regnante e dall’altra parte abbiamo delle rappresentazioni di templi, possiamo ricostruire qualcosa di questo tempio. Vediamo qui tre monete diverse, il cui retro presenta un forte legame con l’Artemision di Efeso. Vediamo una statua cultuale di modello asiatico-orientale, in particolare per la posa statica, del tempio di Artemide Efesino. La statua era nelle Collezioni Farnese, è una riproduzione ora nei nostri musei, un modello che ci ricorda che era fatta di due marmi diversi, che possiamo ricostruire con molta evidenza confrontandola con questa moneta. Vediamo un ordine ionico nell’altra moneta (il disegno però non significa certo che il tempio avesse 4 colonne essendo una rappresentazione semplificata), più la rappresentazione della statua e mostrava questa organizzazione con le aperture, una centrata ed altre laterali. Dalle fonti antiche sappiamo che la statua si comportava come una statua egiziana, vi erano dei cortei di importanza straordinaria, che prevedevano l’uscita della statua. Questo santuario rimase importante per secoli, perché era un luogo d’asilo inviolabile, garanzia che in realtà non veniva rispettata spesso. Sembra di capire dalla base di quelle colonne che fosse fatta di colonne celate, con quei tamburi celati. Ancora nella parte superiore si dovrebbe vedere almeno una di quelle aperture, quella centrale, che è una delle caratteristiche fondamentali. Le colonne in realtà sono 127 e sono colonne ioniche, bisogna solo riflettere che una quantità simile di colonne, produce un effetto totalmente diverso, più che l’idea di una struttura solida dà un’idea di qualcosa estremamente ripetuto.
Nell’architettura ellenistica si consegue infatti lo sfarzo e la grandezza attraverso la ripetizione di un elemento fisso come la colonna, ripetuta tantissima volte che pregiudica però anche la comprensione della struttura architettonica.
Tempio di Apollo a Didyma Siamo verso il Mar Egeo, il santuario è antico, e vuole essere di dimensione colossali, molto simile ai 40*120 che abbiamo visto precedentemente. Siamo anche qui ancora in un tempio ionico, con una scelta che abbiamo visto, la scelta della foresta di colonne. Chi entra non si ritrova dentro una cella, ma colonne su colonne su colonne. Dal punto di vista strutturale si capisce abbastanza bene: bisogna moltiplicare i sostegni. Come si fa a coprire lo spazio interno: semplice, il tempio non prevede la copertura dello spazio interno. C’è uno stilobate, che non è più i 3 gradini tradizionali del tempio dorico, ma vi sono diversi gradoni, più dei gradini per l’accesso in determinati punti. Abbiamo un atrio coperto, un aula chiusa con due colonne che aiutano a sostenere il soffitto e poi dobbiamo scendere per arrivare al cortile, uno spazio totalmente aperto, e qui un tempio molto piccolo ed abbastanza tradizionale, anche qui ionico. E’ un’organizzazione che in sezione verso l’interno si presenta all’interno sotto forma di pilastri ionici, sono tutti elementi che somigliano abbastanza (paragone improprio ma non sbagliatissimo) alla soluzione del tempio gigantesco di Agrigento.
Abbiamo poi delle complicazioni, delle scale ai lati dell’atrio, che permetterebbero di arrivare al tetto del tempio. Questa sarebbe una contaminazione orientale, rispetto al Sole (Apollo contaminato con il Sole, com’è avvenuto per Artemide). Vediamo quindi questo spazio aperto, dove il sole è importante riguardo l’uso effettivo. C’è un carattere ionico fondante, una certa flessibilità organizzativa ed un tentativo di raggiungere dimensioni straordinarie attraverso la ripetizione dell’uguale, raggiungendo limiti massimi. Intorno al 401-430 tutti i templi sono non più officiati. All’interno del V° secolo non è più possibile officiare i riti della vecchia religione a causa del culto unico imposto dalla chiesa.
Priene E’ una città di nuova fondazione, che non dista che qualche centinaia di km da Efeso. Siamo all’interno dell’urbanistica, osservando l’organizzazione di città ippodamea. Ippodamo, dicono le poco precise fonti letterarie, viene riconosciuto come l’inventore dell’organizzazione razionale dell’impianto della città. In realtà è solo una fortuna storiografia che questo signore abbia inventato questa programmazione per maglie, infatti città con questa organizzazione preesistevano anche nei secoli precedenti. E’ stato chiamato per la riorganizzazione del Pireo, ed avrebbe sistemato anche tutto l’abitato connesso al porto. Girava con bellissime vesti e capigliature straordinarie, ma per traslazione si definisce città ippodamea un tipo di organizzazione di ambito greco che ha a che fare con un progetto a priori della città stessa, che organizza l’assetto viario, e l’organizzazione degli spazi pubblici e privati.
L’Atene che abbiamo osservato era sostanzialmente una città confusa, disordinata, in cui si evidenziava e regolamentava solo l’edilizia pubblica monumentale, non abbiamo un’organizzazione che presentava case lussuose, sappiamo però che l’organizzazione della άδορα [agorà] era uno spazio aperto irregolare dai contorni mobili, che vengono man mano monumentalizzati.
E’ fondata in un luogo difendibile, con una cinta muraria importante. E’ stato scelto un altipiano protetto naturalmente, al di sopra c’è un piano inclinato, e poi ancora c’è una struttura geologica che ha a che fare con una sommità naturale: è una rocca. L’organizzazione delle mura: seguono il percorso naturale, l’organizzazione naturale. Salgono su fino a comprendere un tratto significativo della rocca superiore. C’è la porta est e la porta ovest, collocate in posizioni tali da poter essere facilmente difese. Le mura seguono un contorno naturale, e racchiudono un’organizzazione stradale interessante, ed all’interno di questa organizzazione del tutto naturale vediamo piuttosto un’orditura regolare, con una strada principale che va da porta a porta, ed una sezione stradale che corrisponde alla larghezza della porta. Chi ha stabilito la larghezza delle strade, l’ha stabilita in base ad una gerarchia di funzioni: dunque un’organizzazione a partire dal consumo di traffico che vi passa. Quindi la strada principale incontra lo spazio pubblico. Tutto quello che si era costruito man mano nelle altre città greche viene qui attentamente pianificato. Lo spazio vuoto è costituito da lotti non edificati. Le altre strade hanno delle sezioni minori, e la άδορα [agorà] si affaccia sul corso principale. C’è una rete stradale complanare in senso orizzontale, e piuttosto inclinata o con scalinate nell’altro senso degradante. Quello tratteggiato è edilizia civile, con uso pubblico, quindi un’organizzazione sia degli spazi vuoti, άδορα [agorà] e strada, sia degli spazi pubblici, oltre ai lotti privati tutti uguali. Abbiamo poi il tempio di città dedicato ad Efesto (?), e poi verso la rocca il tempio dell’acropoli, si replica la dualità che abbiamo visto ad Atene con due templi dedicati ad Atena ed Efesto.
Questa è una rappresentazione in grande scala dello spazio centrale della città. Abbiamo un’organizzazione di portici, che piega con due bracci simmetrici colonnati che proseguono nel corso principale (quindi una strada con due colonnati). C’è un marciapiede con forma monumentale. L’immagine del portico nord: abbiamo un colonnato antistante, con colonne che non possono che essere doriche, e dietro vediamo delle grossi basi quadrate, corrispondenti alla pianta della colonna, dove ogni 3 colonne dell’esterno ne corrispondono due. Vediamo poi alcuni monumenti celebrativi di vario tipo, all’interno della άδορα [agorà] (?). E’ ellenistica anche la struttura urbanistica della città: c’è una perdita di autonomia dell’edificio, c’è un’organizzazione continua di spazi di uso diverso, oggetti diversi all’interno di lotti diversi. Non si tratta di un edificio con due ali monumentali, ma un qualcosa che è prolungato da entrambi i lati, che a chi cammina si presenta come una città dei portici che proseguono e che continuano. Tutto questo sta in parte a Berlino ed in parte a Londra: possiamo vedere due elementi, una campata più questo. Mentalmente possiamo ricostruire attraverso questi pezzi la stoà (si trovano in Germania perché gli scavi nell’Asia Minore sono stati effettuati da tedeschi grazie ai buoni rapporti intrattenuti con la Turchia), vediamo due triglifi piuttosto che uno sopra l’intercolunnio. Tutte le colonne ioniche sono scanalate sopra il terzo e non nella base inferiore.
Porta della άδορα [agorà]. E’ sistemata lungo l’asse centrale della città, è un arco, delinea uno spazio urbano nuovo. Questa porta si situa intorno alla metà del secondo a.C. . Siamo un’epoca che segna il passaggio della Grecia sotto Roma. Questo arco: abbiamo superato il sistema rigidamente trilitico, ed abbiamo un elemento in pietra di tanti singoli conci con un taglio radiale, in modo da costituire un arco. Si tratta di un’architettura in pietra totalmente diversa, con ogni concio tagliato in relazione sua posizione, tutti incatenati fra loro e formano qualcosa di diverso dalle strutture che abbiamo visto prima.
Archi: hanno una storiografia piuttosto combattuta fra i vari storici dell’Architettura. Si legge ancora in molti libri che l’arco sarebbe un’invenzione degli etruschi, passata poi ai Romani. Non si tratta però di un’invenzione etrusca, ma di una pratica ellenistica, che si può vedere in Asia Minore ed in molti altri luoghi della Grecia allargata. In Etruria, così come circolavano vasi e raffinate lavorazioni greche, si può pensare che sia arrivata l’arte di tagliare le pietre.
Vediamo una trabeazione compatta, che non presenta tutti gli elementi dell’ordine.
Guardiamo il teatro: una cosa piuttosto importante è la sistemazione elevata del teatro. Si pensava ad un’organizzazione all’aperto che permettesse al maggior numero di persone di vedere. Il teatro greco si basa su un declivio naturale, con lo spettacolo vero e proprio che ha luogo in basso. In questo caso, avendo una città già in forte pendenza, il teatro sarà sistemato dov’è la maggiore pendenza, quindi verso la rocca dove si poteva scavare agevolmente. Il teatro di forma tendenzialmente circolare, si trova inscatolato in questo piano ortogonale. Altro elemento importante è l’assemblea dei cittadini, che ha luogo in uno spazio chiuso. E’ una versione, sono spazi coperti per usi speciali: finora abbiamo visto spazi scoperti, per spazi coperti abbiamo visto qualche esempio in Atene. In questo caso, date le dimensioni molto minori di Priene, si pensava che questo edificio potesse ospitare i cittadini di Priene. E’ una struttura dove l’interno è piuttosto importante, mentre l’esterno ha un apparato non monumentale. L’organizzazione vede disposta i seggi dei cittadini come un traslato del teatro naturale, che organizza una gradinata ad esedra. Gli elementi verticali sorreggono una copertura lignea sempre più raffinata, della capriate lignee composte. Vi è un corridoio per il deflusso del dei partecipanti, dei pilastri che non limitano la luce della sala, ed un altro arco piuttosto complesso, un’altra di quelle realizzazioni con questo sistema sostitutivo.
Abbiamo delle nuove strutture come l’ippodromo, che troveremo in molte altre città. Prima di passare al teatro, si analizza il problema degli spazi coperti all’interno dell’architettura greca. Esistono, oltre agli spazi civici, degli spazi religiosi complessi: di questi il più importante è quello che ha luogo a Eleusi. E’ un pellegrinaggio notturno, da Atene in un giorno alla città di Eleusi. All’interno gli iniziati ai misteri aspettano l’alba all’interno di un luogo abbastanza importante, dov’è accesso un fuoco, che quindi richiede che una parte dell’edificio sia scoperta. E’ un edificio religioso, ma che non è un tempio, contiene un rito piuttosto complesso. In questa possibile restituzione (della sala dei Misteri Eleusini). C’è una parte sommitale che ha a che fare con l’organizzazione di questo fuoco che deve ardere. Ora rimane molto poco, è molto deludente. Ci sono dei gradini scavati sulla roccia naturale.
E’ stato ricostruita una successione dargli archeologici, che è stato demolito varie volte per essere costruito più grande. Nell’ultimo abbiamo una selva di colonne che permettono una copertura importante. Il primo dei progetti è stato quello di Ictino, l’architetto del Partenone, che avrebbe anche dato un progetto per ricostruire questo edificio. Se si vuole costruire un edificio di grandi dimensioni come questo, e questo deve essere coperto. Se deve essere un sito sacro, e non può che avere un frontone, all’interno si costituirà con una selva di colonne e varie navate.
Vediamo in questa immagine la copertura della loggia della cariatidi. L’Eretteo prima degli scavi si presentava come una fortificazione medioevale, ed il tempio di Atena Nike era inglobato nella torre.
Il teatro. L’acropoli di Atene, riconosciamo l’Eretteo, etc. Alla base del fronte sud, dalla parte opposta della città, lungo il declivio della città, viene creato il teatro di Dioniso. E’ il primo teatro, diventa un tipo edilizio che prima era sconosciuto alle precedenti città, è la testimonianza pietrificata dell’organizzazione democratica della città di Atene. Qui era previsto anche la partecipazione dei cittadini ai componenti scelti attraverso concorsi fra più poeti, ed i vincitori vedevano la loro tragedia rappresentata. Dobbiamo pensare ad un santuario nella zona sud dell’acropoli, e poi ad una cavea naturale. Lo stato di rovina attuale del teatro ci fa ricordare proprio quelle che furono le sue umili origini. In basso c’è qualcosa che essenzialmente è l’orchestra, uno spazio dove agisce il coro, e dietro di questa aveva una scena mobile, di legno e stoffa senza forma architettonica. Il teatro nasce intorno ad Atene, intorno ad un luogo che era il santuario di Dioniso, e si pone all’interno di uno spazio che è circolare. Abbiamo un elemento l’orchestra, essenzialmente circolare: una volta che diventa architettura riorganizzerà in forma radiale l’intero impianto del teatro. Abbiamo poi una scena fissa, uno proscenio più basso e delle rampe di salita. Si organizza una struttura essenzialmente rettangolare che sta dietro la scena, ed un portico collegato al santuario di Dioniso.
Civiltà Etrusca Intendiamo la civiltà etrusca come diffusa in due zone principali della penisola, l’etruria meridionale (l’odierno lazio) e settentrionale (odierna toscana). Abbiamo finora visto l’Italia come terra di conquista e colonizzazione da parte delle città madre greche, colonie che non raggiungeranno però uno sviluppo pari a quelle della madrepatria a causa della resistenza della popolazione indigena.
Le caratteristiche dell’architetture religiosa etrusca Esiste un tempio cosiddetto toscano: ce lo racconta Vitruvio, che con l’architettura romana citeremo più spesso. Descrive qualcosa di molto più antico, parla di un’architettura diversa da quella greca, descrivendo un modo di costruire templi toscano, ovvero etrusco. Roma stessa viene fondata all’interno dell’Etruria, e dunque deriva in parte da quella tradizioni. Il tempio toscano ha proporzioni diverse, è un modello diverso. Una caratteristica saliente è che la cella non è una, ma sono piuttosto tre, l’una accanto all’altra. Queste hanno a che fare con la cosiddetta triade capitolina, Giove Giunone Minerva, tre divinità che vengono venerate insieme. Antistante abbiamo un porticato formato da due registri di colonne che formano un pronao molto più lungo e spazioso di quelli visti nell’architettura greca, descrivendo insieme alle celle una specie di quadrato diviso a metà. Esiste una tradizione religiosa etrusca, dove i sacerdoti traggono auspici dal volo degli uccelli: siamo quindi nello stesso olimpo greco ma con riti diversi. Questa osservazione più essere fatta dall’interno del pronao del tempio, ed è per questo che si pensa sia più spazioso e più lungo. E’ un tempio che ha un fronte molto evidente e non ha un retro. Mentre il tempio greco era essenzialmente periptero, qui il tempio è fortemente orientato, ed il retro o non dove essere visto oppure è trascurato. Altra importante caratteristica che passerà al tempio romano e la mancanza dei tradizionali 3 gradini, che sono in numero maggiore, ed avendo il tempio un fronte la gradinata si trova solo all’ingresso. Il tempio è sostanzialmente montato su un podio, e la scalinata è in diretto rapporto con l’ingresso del tempio. Questo tipo di templi può trovarsi all’interno delle città, nelle piazze e nei fori, ed il podio lo “solleva” all’interno della piazza. Avevamo visto anche a Priene come il tempio stesse separato nel suo recinto , mentre nell’architettura romana il tempio entra in città, e si differenzia con un cambio di livello. Dal punto di vista architettonico Vitruvio parla anche di un ordine toscano, che avrebbe una caratteristica tosco-italica-etrusca. Vediamo un tempio essenzialmente ligneo, che ha la caratteristica di presentare una sorta di dorico molto semplificato, che avrà molta fortuna nel rinascimento. E’ un dorico fornito di base, un capitello molto simile, ed una trabeazione molto più semplice, che nella descrizione di Vitruvio presenta un architrave semplice, un fregio liscio ed una cornice. E’ un dorico privato della caratteristica alternanza di metope e triglifi. Alcune architetture romane citeranno piuttosto l’ordine toscano che l’ordine dorico. Nella descrizione di Vitruvio osserviamo la mancanza di un timpano, con le falde del tempo appoggiate con uno spazio vuoto sottostante, oltre ad una porta particolare con stipiti non perpendicolari, che passerà poi all’architettura romana. Gli acroteri sono di dimensione gigantesca, e realizzati essenzialmente in terra cotta, come già in uso nella Magna Grecia.
Roma E’ il centro dell’etruria meridionale che vede l’emergere della città di Roma, potenza di origine etrusca, che si espande senza difficoltà per arrivare alla metà del II° secolo a.C. a controllare anche la Grecia e quello che rimaneva in mano agli eredi di Alessandro Magno. Osservando dall’oggi, dalla modernità, distinguiamo un’architettura egiziana, una greca ed una romana, e queste ultime differiscono sotto molti aspetti. Vediamo una pianta al VI° secolo a.C., con la cinta di mura serviana, che in realtà è molto più tarda di quella che ci dice la tradizione. La città è sorta in questo punto grazie all’isola Tiberina, guado naturale in un fiume come il Tevere, largo e difficile da attraversare. E’ una città che si costituisce a partire da un guado, a partire dal controllo dello stesso e trova il suo punto di nascita in due colli, il Campidoglio ed il Palatino. Nel Palatino vi sono tracce di un abitato che risale al VII° secolo a.C. , e fra questi due sorge il primo luogo pubblico della città, il foro.
Tempio della Fortuna Virile E’ il nome tradizionale, ma infondato, mentre una denominazione più probabile è quella di Tempio di Portumno, ricavata da delle iscrizioni. Essenzialmente si è conservato perché è stato una chiesetta per duemila anni, e i restauri moderni hanno levato tutto quello che era chiesa. Si tratta di un tempio del II° secolo a.C. . Siamo nella stessa epoca dell’architettura ellenistica, è un’architettura di un periodo in cui Roma ha lasciato i confini dell’Italia, e questo tempio presenta tutte le caratteristiche d’insieme dell’architettura greca e dell’architettura tosco-italica. Questo tempio è collocato nel foro Boario, vicino al Tevere, ed in sua prossimità si svolgevano importanti commerci. Si presenta come tempio greco: un ordine ionico, uno ionico che somiglia nelle sue proporzioni al tempio di Atena Nike, con 4 colonne in fronte, e 7 colonne sui fianchi. Il podio ha un numero di gradini considerevole, si presenta del resto in mezzo alla città ed in luogo abitato, in mezzo alla città che usa questo porto. Il podio continuava fino ad arrivare fino al limite delle scale stesse. Il podio presenta una cornice inferiore, una superiore, ed una serie di ortostati, come abbiamo visto nelle celle greche. All’esterno si presenta con un basamento monumentale di pietra. 4 colonne ioniche che si presentano agli spigoli nelle due condizioni con quella soluzione d’angolo che abbiamo visto nel tempio di Atena Nike. Di fianco presenta i capitelli sempre di fronte, e quindi il capitello d’angolo presenta due facce principali. La soluzione viene quindi riproposta, testimonianza di un’architettura che ha imparato dall’architettura greca le soluzioni più raffinate. Come lo ionico vuole abbiamo l’architrave tripartito, la base attica (uno ionico già nella sua versione ateniese) ed una pianta fortemente legata a quel modello etrusco, con un pronao molto ampio, uno spazio antistante, testimonianza di questa tradizione molto forte che permane nell’architettura romana. E’ un tempio semi-periptero: qui le colonne libere solo sono di fronte, mentre le colonne dei fianchi sono addossate ai muri, rappresentate sotto forma di semi colonne. Abbiamo già visto questa caratteristica nel tempio di Apollo a Didima, ma qui abbiamo una caratteristica tosco-italica: grande pronao, e fronte importante molto più del retro. Sul fianco abbiamo le semicolonne alla distanze regolare, e delle bugne o dell’opera quadrata, come se noi stessimo vedendo attraverso le colonne la parete della cella in opera quadrata. Materiale interessante: ci distanziamo dell’architettura greca e del Partenone. Finora abbiamo visto un’architettura che in quanto architettura sacra, è un’architettura monumentale, ed in quanto monumentale era costruita in marmo statuario, costruita con i sistemi più costosi e più raffinati. Qui invece si tratta di una tradizione diversa, meno raffinata, che solo dopo la conquista della Grecia entrerà in Roma e solo allora Roma diventerà una città di marmo. Al momento non si è ancora in grado di lavorare e produrre il marmo come si faceva in Grecia: tecnicamente Roma non può fornire al suo tempio alla Greca lo stesso materiale. Le cave storiche sono a Luni, l’odierna Carrara, abbastanza vicine a Roma. Dal retro del tempio vediamo un aspetto che non è quello originale, perché era in realtà stuccato, mimando appunto il marmo bianco. Non si presentava quindi molto dissimile da quei templi della Magna Grecia che erano realizzati con una pianta calcarea e poi stuccati. Abbiamo due componenti, che si trovano entrambe nell’area laziale, importanti per la tecnica romana, che sono materiali vulcanici: da una parte abbiamo il tufo (colore giallastro, molto facile a tagliare e lavorarsi) e dall’altra il travertino (altra pietra vulcanica). Il podio è rivestito con lastre. Tutto ciò che è muro è essenzialmente fatto di tufo, con una differenza su ciò che è di spigolo, fatto in travertino. Per le colonne portanti sul fronte abbiamo la pietra, i capitelli sono tutti di pietra perché devono essere lavorati. La finitura di questa parete in tufo era uno stucco, dove erano disegnati e parzialmente incisi dei conci di pietra: era mimata un’orditura per conci regolari, e dove erano le colonne era mimata un’orditura fatta di tamburi regolari.
Tempio di Ercole Vincitore O altrimenti detto Tempio di Vesta (denominazione senza fondamento, è un nome suggerito solo dalla consuetudine che vedeva a pianta circolare tutti i templi di Vesta). Possiamo vedere a confronto questo secondo tempio, a poca distanza sempre nel foro Boario. Nella sua forma a cella circolare vediamo una tradizione ellenistica: erano dei santuari abbastanza comuni nell’architettura del II° secolo a.C. . Questo tempio viene più che dall’incontro della tradizioni, dalla trasposizione diretta dal mondo greco. Ci si è accorti che i capitelli corinzi sono stati eseguiti in marmo pentelico, un marmo che non si trovava nelle zone vicino a Roma. E’ quindi probabile che Roma, avendo in quel periodo il controllo militare della Grecia, acquisti un tempio e dei capitelli eseguiti altrove e trasportati a Roma. Vi è quindi il montaggio di un tempio che come architettura è un modello ellenistico, che viene direttamente costruito da maestranze greche. Questo tempio ha poi incontrato una rovina, e dei capitelli sono stati sostituiti con marmo italiano. Siamo in una fase di forte potenza militare romana, e forte dipendenza dai modelli dell’architettura ellenistica greca. Per capire com’era fatto ci aiuta una restituzione di SanGallo. C’è un colonnato radiale, una cella che sembra costruita in opera quadrata, così come abbiamo visto essere costruita la cella del Partenone. Se si osserva invece l’edificio reale, si vedrà che questo tipo di opera quadrata suggerita, è in realtà un rivestimento con lastre di marmo, spesse una decina di cm circa, forse di più, che sono messe all’intorno a mimare una costituzione in opera quadrata che non è stata mai eseguita. Abbiamo una porta e due finestre, capitelli corinzi e base attica. La terminazione che vediamo oggi è un tetto moderno: la terminazione antica vedeva sicuramente una trabeazione, e questa parte superiore avrebbe dovuto essere coperta con una calotta. Sicuramente dobbiamo pensare che un cilindro dev’essere coperto da una volta, quindi qualcosa di diverso dal sistema trilitico, ma non abbiamo alcun elemento per poter ricostruire con certezza quale fosse la tipologia di copertura.
Di questi due templi non si può osservare il portale, né l’interno della cella, a causa del loro mutato utilizzo, abbiamo solo le forme esterne e nulla dell’interno.
Tecniche edilizie Abbiamo un nuovo elemento, una volta, della quale dobbiamo vedere con quale materiale è fatta e con che tecnica è fatta. Per la parte relative alle tecniche romane edilizie ci riferiremo a “L’arte di costruire presso i romani”, di Jean-Pierre Adam. Da questo libro sono tratte alcune nozioni necessarie per il nostro programma: abbiamo due immagini a confronto per vedere come la tecnica edilizia romana si differenzi da quella greca. Vediamo la Porta dei Leoni di Micene (risalente al 1250 a.C. , quindi XIII° secolo a.C.) ed a confronto abbiamo Arpino in Italia, una porta del VI° secolo a.C. , sempre in opera ciclopica. Non si tratta di archi, ma di pietre man mano collocate più ravvicinate, che si comportano come archi ma non sono realizzati come archi: le pietre sono sistemate a filari orizzontali, avvicinandosi sempre di più. Quello che vediamo nella greca arcaica è anche ciò che vediamo all’interno dell’Italia con le varie popolazioni: ci sono tecniche molto antiche, ma MAI autoctone. Osserviamo qui un’immagine celebre: è la bocca sul Tevere della Cloàca Massima. I conci sono tagliati e sistemati in modo radiale, prevedendo quindi il taglio ad hoc dei singoli conci: è una tecnica edilizia diversa da quella che abbiamo finora visto. Tradizionalmente è sempre stato scritto che l’arco sarebbe un’invenzione degli etruschi, che esisterebbe una caratteristica dei popoli italici che avrebbero perfezionato un sistema di lavorazione dei conci tagliati in modo radiale per formare archi. Ma noi già nella άδορα [agorà] di Priene abbiamo visto un ingresso con un arco, organizzato più o meno come questo. C’è un problema storico importante, perché lo cloaca massima ha una datazione piuttosto dibattuta. Tito Livio, che scrive della Storia di Roma, la fa risalire all’ultimo re etrusco: se risale al VI° a.C. , questo sarebbe qualcosa di piuttosto precoce, però di fatto i nuovi studi storici che hanno guardato molto meglio il percorso di questa fogna, ci fanno capire che questa è una ricostruzione del I° secolo a.C. . L’arco quindi non è un’invenzione autoctona, ma è nato dal forte rapporto che la cultura greca ha con l’Etruria, si può pensare che sia esistita una cultura greca allargata con forti rapporti con le popolazioni italiche. C’è quindi un rapporto molto ricco e diretto con la civiltà ellenistica. Vediamo l’arco di Porta Giove a FaleriNovi, del 241° a.C. , che sostituisce una città conquistata agli etruschi e totalmente distrutta. Siamo un 100 km a nord di Roma, e questa nuova città ha delle mura in tufo, conservate molto bene e di dimensioni imponenti, realizzata con conci lavorati a cuneo. I vari elementi dell’arco (giàlìsai…): intradosso, piedritto, imposta con elemento architettonico, ghiera, concio d’asse, etc. E’ una costruzione che può realizzarsi solo con una centina, una costruzione di legno provvisoria che serve a montare queste pietre. Questo arco sostituisce quindi il tradizionale sistema trilitico, è qualche cosa che svincola il problema ineludibile dell’architettura greca, cioè la massima lunghezza di un architrave in pietra. Qui si tratta di uno sviluppo molto forte di tecniche che abbiamo già visto in Priene, che ora diventano fortemente utilizzate. A Perugia vediamo una delle porte della città, si pensava quando vi era una sorta di storiografia molto nazionalista, che questa porta fosse del VI° a.C. , è invece etrusca solo nella parte sottostante, mentre in quella sovrastante è stata ricostruita dai romani. Vediamo a confronto due edifici totalmente diversi: il Tesoro di Atreo (costituito da una serie di elementi organizzati orizzontalmente che costituiscono la pianta circolare) e il Tempio di Mercurio a Baie (vicino Pozzuoli, che è uno spazio circolare costituito con una tecnica del tutto diversa, una tecnica molto legata all’esperienza architettonica romana). Stiamo parlando dell’opus cementicium [opera cementizia – calcestruzzo], qualcosa di molto differente anche rispetto all’arco. La pianta è circolare, la geometria si costruisce con un cilindro, dobbiamo immaginare uno spazio coperto da una volta semi-sferica: una diversa geometria e una diversa edilizia che andiamo a descrivere.
L’opera cementizia E’ costituita dall’unione di diversi elementi: prima di tutto la calce, che si ottiene facendo cuocere ad alte temperature materiali calcarei, ottenendo a fine cottura della calce viva, delle pietre del tutto calcinate. Questa calce viva poi viene idratata e diventa una sorta di pasta col nome di calce spenta. Questa calce viene unita alla sabbia e costituisce la malta, che è un legante. Finora non abbiamo visto un legante, ma grappe metalliche che nei templi collegavano le pietre perfettamente squadrate. Questo legante: non era sconosciuto in epoca più antica, il legante sotto forma di gessi viene utilizzato, anche se poco, nell’architettura greca, abbastanza nel medio oriente, ma non era considerato l’elemento fondante di un’architettura. Era utilizzato per collegare fra loro le pietre, ma non aveva il posto che avrà nell’architettura romana. Vitruvio parla di ricette per preparare la malta: 3 parte di calce ed una di sabbia. Parla poi di una sabbia pozzolana, che ha delle particolari caratteristiche. Quindi se si unisce la calce con la pozzolana, ha delle caratteristiche maggiori, e diventa una calce non aerea ma idraulica: può asciugarsi in zone umide, anche in parte sottoacqua, può avere un rapporto di presa maggiore, rispetto alla malta normale che può presentare problemi di non perfetta essiccazione: può arrivare alla consolidazione anche in assenza d’aria. Vitruvio non era ovviamente in grado di dare una spiegazione chimica, ma il risultato ottenuto con la malta è straordinario. Questo legante viene sommato ai cementi (materiale inerti che vengono immessi insieme alla malta), mentre oggi con la parola cemento si intende il legante. Quindi esiste uno sviluppo straordinario di una nuova tecnica: è un composto fatto di un legante che somma inerti, un composto semiliquido che ha bisogno di casseforme. E’ totalmente diverso dalle architetture trilitiche e dalle architetture con archi. E’ la grande scommessa dell’architettura di coprire grandi spazi attraverso un impasto di materiali facili al trasporto, che si solidificano attraverso una cassaforma. Qualche cosa di molto simile alla nostra esperienza del cemento armato. Casseforme che sono lignee, e che talvolta sono costituite in rapporto a dei rivestimenti. Una delle prime opere costruita a Roma è del II° secolo a.C. , stiamo parlando di magazzini sul bordo del fiume Tevere, sull’odierna via Marmolada, vicino al Foro Boario. Abbiamo dei frammenti di questa pianta di Roma del II° secolo a.C. , una pianta che rappresenta la città di Roma intera, recuperata nei suoi frammenti a partire del ‘500: è la “Forma Urbis Romae”. Esisteva un luogo della città dove era presentata la pianta della città stessa. Abbiamo degli spazi che si ripetono tante volte, e sono stati interpretati come magazzini. Se guardiamo questo elemento, vediamo tante gallerie parallele, che gli archeologici hanno ricostruito essere magazzini, con volte a botte semi-circolari, sicuramente costruite in opera cementizia, con una centina lignea che può essere riutilizzata più volte facendola scorrere. Sono segmenti di volta a botte che permettono l’illuminazione dalla parte sovrastante e dai fianchi ove possibile. E’ un’architettura d’uso, un’architettura che può essere costruita in tempi più veloci e con minor spesa rispetto a quando abbiamo visto finora: in più sono architetture che non si incendiano, ed abbiamo visto che molti opere finora osservate hanno subito roghi e rovine connessi al fuoco. Questa architettura permette di trasportare elementi piccoli, che possono essere assommati all’interno del cantiere. Per costruire questa architettura abbiamo bisogno di centine, che dopo la chiusura del cantiere possono essere smontate e riutilizzate. Fra il legno e la parete vengono posizionati degli elementi che saranno la finitura esterna della parete. La tecnica più antica è l’opus incertum, formata da elementi di piccola dimensione, con geometria variabile, che posti in questa dimensione costituiscono una fodera del muro stesso. Tutto questo probabilmente non doveva essere poi visto, ma doveva essere presente un’altra finitura esterna. Fra le diverse gettate abbiamo poi elementi di raccordo. Altro tipo di rivestimento è l’opus reticolatum, rombi sistemati all’interno essenzialmente di tufo tagliato. Vediamo qui un’opera mista, di mattoni ed opera reticolata. Il grande rivestimento utilizzato dai romani è il mattone, definito opus mixtum reticulatum. Tutte le opere romane in grande parte si presentano esternamente di mattoni. Ma tutto quello che appare sotto forma di mattone nell’architettura romana non è una muratura piena in laterizio, ma sono semplicemente dei rivestimenti, due cortine di mattoni. La cortina di mattoni era qualcosa di prezioso, ed in moltissimi luoghi è stata sottratta. Questa architettura ha delle casseforme di mattoni, e riempite di malta e cementi. Qui subentra un’industria molto importante, che è quella di fabbricazione dei laterizi in terracotta. Il mondo greco non aveva però utilizzato i laterizi in così grande dimensione. Questi laterizi sono prodotti in diversi formati, fino ai bipedali, che sono i più grandi. Un piede è intorno ai 30 cm, ed è un mattone lungo circa 60 cm ed alto 5 cm utilizzato all’interno di queste strutture per costituire degli archi di scarico. All’interno c’è sempre il nucleo di opera cementizia, là dove c’è un’apertura e bisogna costituire qualcosa che tenda a ripartire le forze i mattoni sono sistemati a forma di arco, con all’interno presumibilmente ci sono altri mattoni. L’opera cementizia è quindi un’opera complessa e con molte varianti possibili.
Tabularium E’ un edificio romano della tarda repubblica, che sfrutta a pieno l’arco e l’opera cementizia. E’ collocato nel fronte del campidoglio verso il foro, fra il palatino ed il campidoglio, che nella tarda repubblica aveva la funzione di conservare le tabulae di bronzo con le leggi e gli atti ufficiali dello stato romano. Vediamo conservato un basamento ed un’arcata originale. Il basamento è in opera quadrata. Dal punto di vista architettonico si presenta sotto forma di un colonnato, trabeato (quindi con architrave fregio e cornice), che all’interno presenta un arco. E’ un’invenzione formale che sarà ripresa in un numero enorme di architetture romane, come il Colosseo, i circhi, etc. Vediamo sommati due mondi, il mondo del sistema trilitico ed il mondo degli archi, legato alle porte urbiche. Abbiamo un’architettura costruita in tufo, color marrone-giallastro, materiale della Repubblica e della tarda Repubblica, che doveva poi essere presentato in maniera definitiva stuccato. Gli elementi più scultorei sono di travertino: fin dove è una costruzione che può essere realizzata in tufo si cerca di risparmiare. E’ un sistema trilitico apparente, mentre la portanza è assicurata dagli archi. E’ un linguaggio romano molto evidente, che sarà la facciata monumentale di molte architetture costruite in opera cementizia. Se guardiamo dietro alle arcate troveremo delle volte a botte, una volta che può essere costruita solo in opera cementizia, è un sistema che si lega stabilmente ad una volta a botte ed usa l’opera cementizia nella parte retrostante. Osserviamo i rochi della colonna di tufo: sappiamo che questa architettura è dorica perché guardando l’architrave questo si presenta con una serie di elementi che sono un gocciolatio, qualche cose che sta sotto i triglifi, ora scomparsi.
Santuario della fortuna Primigenia, Palestrina [Prenestre] E’ il più imponente/importante edificio della tarda repubblica. Un santuario di grandissime dimensioni, del II° secolo a.C. , addossato ad una montagna di fronte al mare. E’ un edificio costruito a terrazze, con un tempio quasi del tutto perduto. Dalla sommità del tempio si può vedere il mare, ed è un’architettura di forte ispirazione ellenistica: si presenta sotto forma di terrazzamenti, con quei caratteri che erano nella città di Priene che tendeva ad unificare molto gli spazi (?). Quello che si è conservato è l’esito di storie complesse, perché nel medioevo è diventato una fortificazione inespugnabile, ed è poi diventato un palazzo signorile con un borgo sottostante che è stato demolito per tirare fuori il santuario pre-esistente. C’è da osservare qualcosa di importante: nel II° secolo a.C. c’è insieme l’uso di un’architettura monumentale greca e dell’opera cementizia. Abbiamo una rampa che sale priva della copertura superiore. Questa rampa per essere costruita in questo modo è sicuramente una volta a botte, ma è una volte a botte che segue il pendio, dimostrando una grande abilità nell’utilizzare questa tecnica costruttiva. E’ una volta che sale e può avere una geometria più complessa. Abbiamo un colonnato che abbiamo imparato a riconoscere come proprio alla civiltà ellenistica, che però si inflette e curva. Abbiamo qui una forma che presuppone una tecnica edilizia interessante: una volta a botte che si inflette e costituisce un’esedra semi-circolare. Questo colonnato non tanto dissimile dalle stoà greca, dentro non ha la copertura tradizionale greca in legno, ma una copertura voltata, con possibilità ed elasticità difficilmente attribuibili ad un’architettura in legno. Vediamo cosa n’è rimasto: abbiamo colonne ioniche in blocchi di travertino (non posso essere eseguite in opera cementizia), scanalate, base attica, molto rovinate, che si presentano con un architrave ed un fregio e coperte dietro con una volta a botte. L’interno della volta a botte è decorato a cassettoni, si mima con i cassettoni il sistema di legno e marmo usato in Grecia. Il cassettonato è ottenuto sempre attraverso la forma della cassaforma, con dei vuoti che servono anche ad alleggerire la volta a botte stessa. Difficilmente le volte a botte romane si presentano con la loro geometria semisferica. Qui abbiamo un opus incertum, con in alcuni elementi fondamentali, nei passaggi principali, dei mattoni. Guardando il fronte: abbiamo un architrave, e sopra un paramento di circa un metro di muratura continua, perché dobbiamo nascondere il sistema voltato. Quindi al di sopra dell’architrave non vi è il fregio e la cornice, ma il mascheramento della volta retrostante. Il sistema fregio-cornice rappresenta una copertura in legno, e qui non può essere utilizzato, e si opta per un terrazzamento al di sopra del colonnato. La parte superiore si presenta in opus incertum ed avrà avuto un rivestimento che non conosciamo. Il tempio superiore: nelle ricostruzione ha una scalea, ha un sistema di archi inquadrati fra colonne nella parte superiore, ed una scala a base semi-circolare della quale si ricorderà l’architetto Bramante. Qui vediamo una vecchia foto, prima della costruzione di tutta la valle antistante. Vediamo poi un’immagine del Palladio che ha ripensato in altro modo la terminazione. Si presenta sotto forma di colonnati sistemati scenograficamente lungo il pendio, fortemente ancorati a questa innovazione nelle tecniche edilizie, perché la colonna sì è un sistema che viene dell’architettura greca, ma tutto quello che lo connette viene da questa nuova tecnica, che lascerà all’architettura romana una grandissima libertà in pianta, cambiando nel mondo antico anche l’organizzazione degli spazi, organizzandoli soprattutto come spazi semicircolari o arcuati.
Pompei E’ qualche cosa di ben conservato, che non è stata riabitata successivamente alla grande eruzione del I° secolo d.C. , e quindi possiamo osservarla in un momento storico determinato. Roma è invece una città con fondazione mitica del VII° secolo a.C. ed è ancora abitata (!). Siamo fra il II° secolo a.C. ed il I° secolo d.C. e parliamo delle case romane: queste erano ovunque, e le meglio conservate sono quelle di Pompei ed Ercolano, qui abbiamo un’evidenza che altrove manca. Torniamo ad osservare la forma urbis di Roma: negli altri frammenti c’è un’organizzazione ripetuta più volte, dei lotti che prospettano in una strada in alto. Vediamo che in un quartiere con usi anche complessi abbiamo anche case romane: un lotto rettangolare allungato, un ingresso sistemato sulla strada che porta ad uno spazio centrale, qualche cosa che porta ad uno spazio porticato fino al termine ultimo del lotto. Ogni casa romana ha una confermazione di questo tipo, o quasi. Ad Ostia, il porto sul Tevere di Roma che essendosi interatto in epoche successive si è conservato, avevamo raccolti i poveri, tutti i liberti, che abitavano piuttosto in case a più piani, in insulae. Questo perché il grande sviluppo di Roma ha portato a tipologie più complesse, ad un moderno edificio ad appartamenti. Qui vediamo la casa romana tradizionale, così come è descritta da Vitruvio (fra qualche settimana avremo gli estratti su CD per poterli confrontare con il testo antico). Ricordiamo che Pompei ha un termine, la città è sparita negli anni ’70 dopo Cristo, circa nel ’79 d.C. . La città è stata totalmente obliterata: vediamo la pianta di Pompei prima degli scavi, realizzata da un agrimensore nel 1748. C’è qualcosa di abbastanza evidente, ed il cerchio che vediamo nella distribuzione dei campi sono le mura che affiorano, come l’anfiteatro. L’eruzione porta su materiale lavico, dopo che i gas hanno ucciso le persone. Il materiale vulcanico è di due tipi: la lava vera e propria, che solidificandosi diventa simile alla roccia, mentre nelle zone più lontana abbiamo i lapilli. Ercolano che era più vicina all’eruzione è stata seppellita da un magma lavico che si è poi solidificato, mentre Pompei è stata sommersa da lapilli. La scoperta delle città avviene per caso: ad Ercolano c’era una residenza nobiliare estiva, e scavando un pozzo si arriva nel mezzo del teatro di Ercolano, potendo camminare nello spazio più importante del teatro, dal quale vengono sottratte le statue. Questo traffico viene intercettato da un nobile tedesco, che prende le statue e le vende a Vienna. Tutto questo viene poi scoperto dal re che si impossessa degli scavi. Parte così la moda (!), e si procede per escavazione a Pompei, che oggi è quasi del tutto liberata, mentre ad Ercolano si fa molta fatica. I lapilli bruciano, hanno calcinato tutto, mentre la lava è arrivata molto più lentamente, e quindi alcuni infissi di legno sono più conservati ad Ercolano. Quindi mostreremo Pompei e per quando riguarda le parti lignee ci riferiremo ad Ercolano. Gli infissi si sono conservati in due modi: questi che sono effettivi (salvo la tenda che è un allestimento dell’800), dall’altra parte vediamo una porta, come quelle che possono vedersi anche in Pompei, calando il gesso nei luoghi dove le porte sono scomparse calcinate. Sono infissi che non vediamo quasi mai e che ci restituiscono gli scavi archeologici. Nel II° secolo Pompei è abitata da una popolazione osca, ma che vive molto della cultura ellenistica greca. E’ una città all’interno, che appartiene ad una popolazione diversa da quella greca, ma al momento la cultura più raffinata in Campania è quella greca, e che deva la sua ricchezza al commercio del vino. La dimensione delle residenze è straordinarie, con un lusso che non ha paragoni con Roma, dove avevamo molto per l’edilizia pubblica e poco per quella privata, seppur senatoria. Il vino era commerciato sicuramente nelle coste dell’attuale Grecia e dell’attuale Francia, perché sono state ritrovate delle anfore, con il bollo dei proprietari di Pompei, quindi questi erano sicuramente grandi commerciati di vino, con una ricchezza personale straordinaria, altrimenti non si spiega il perché di tutte queste ricchezze, causate da un rapporto di scambi molto inteso. Chi vende vino ha bisogno di acquistare prodotti artistici, vasellame e maestranze, ed una serie di beni di lusso, come varie suppellettili molto ben conservate, ed anche l’architettura ha molto a che fare con la cultura ellenistica. Possiamo vedere il trapasso da una cultura ellenistica ad una romana, in quanto nel 79° a.C. Pompei diventa essenzialmente una città romana, facendo parte della repubblica romana in senso lato. Se guardiamo l’organizzazione dell’atrio, questo ha qualcosa di molto importante al centro. L’atrio è ricoperto da un tetto, che però lascia al centro una parte scoperta, dove vi è un bacino di raccolta delle acque. E la cisterna è connessa ad un pozzo che permette la raccolta delle acque. Solo quando la città diventa romana arriva l’acquedotto, e l’impluvio diventerà piuttosto una fontana ornamentale, il senso viene trasferito altrove e diventa qualcosa di tipo decorativo. Non sempre l’organizzazione è come in questo caso. Entriamo nel vestibolo, vediamo le parti relative alle botteghe su strada, abbiamo le ali ed il tablinio organizzato in asse, e quando le case diventano più ricche le travi vengono sostituite con qualcosa di più monumentale, con le falde dei tetti sostituite da colonne. Quindi man mano che il tipo edilizio aumenta di dimensione si dovrà trovare una soluzione architettonica per reggere la copertura dell’atrio, arrivando ad un atrio voltato che però non funge per la raccolta delle acque.
Le mura di Pompei nell’89° a.C. sono state oggetto di assedio: in questa foto sono visibili i colpi di ariete, quindi le mura sono state danneggiate dalla conquista da parte romana. Nel 62° d.C. c’è un terremoto che precede l’eruzione, quindi la città è soggetta di crolli eccezionali ed abbandono parziale da parte degli abitanti.
La casa romana La casa pompeiana obbedisce abbastanza alla lettera alla descrizione di Vitruvio. Vi è un ingresso sulla strada chiamato vestibolo, poi un atrio che può essere di diversi tipi, e che questo atrio era fiancheggiato da due ali, da una parte e dall’altra, due ali simmetriche. In corrispondenza dell’altro vi è il tablinio, la sala più importante dove il padrone di casa riceve. Al di là di questo, attraverso i fauces [o moderni corridoi], si arriva alla parte più importante della casa, con un περιςτιλιο [peristilio] ed un triclinio estivo a scopo conviviale. Nella zona dell’ingresso abbiamo invece qualcosa che spesso non attiene direttamente alla casa. In genere gli spazi affiancati all’ingresso, pur facendo parte del lotto ed essendo di proprietà del padrone della casa stessa, possono essere utilizzati in botteghe, e molto spesso il padrone affida ai propri liberti la possibilità di avere un’attività commerciale. L’attività commerciale dipende dalla famiglia, ed è anche una residenza modestissima di sopra, una sorta di mezzalino dove alloggiano delle famiglie che dipendono economicamente dal padrone della casa. E’ una casa che non ha un esterno, come invece siamo oggi abituati, è qualche cosa che si presenta dal punto di vista monumentale essenzialmente dalla porta, e che ha poi una parte più riservata all’interno. Il tablinio è comunque il luogo più rappresentativo della casa. Possiamo vedere che l’atrio ha anche uno sfogo importante all’interno dell’economia della casa.
Casa del Fauno Si trova nella regione VI°. Ha una pianta di circa 3000 mq, molto complessa, che ci racconta anche che ha una sua storia edilizia di accorpamenti differenti. La proprietà come la vediamo è unica, ma fu unificata nel II° secolo a.C. . Abbiamo due ingressi e due vestiboli, due volte. Abbiamo un primo περιςτιλιο [peristilio], ed un secondo ancora più grande. E’ una casa che si è ampliata a spese di altre case. Nella fondazione secoli prima c’erano due abitazioni diverse, con due abitazioni nell’altra fronte, anche qui inglobate. E’ una casa che viene utilizzata molto spesso per illustrare la casa del II° secolo a.C., perché si è conservata la decorazione musiva, a mosaico, dei pavimenti. Si può restituire la forma della casa in alzato a partire da quello che si trova. L’ingresso principale è quello superiore, un atrio di tipo tradizionale, le due ali col tablinio, attraverso fauces si passa al primo περιςτιλιο [peristilio] e poi al secondo. Abbiamo due piani e mezzo ai lati. L’ingresso caratterizza questa edilizia per essere in opera quadrata, realizzata in tufo vulcanico e squadrato, con un’organizzazione di architettura che parla un linguaggio greco, con due paraste e capitelli all’ingresso. In alcune di queste abitazioni, non nella casa del fauno, questa attenzione all’opera quadrata presenta non solo paraste con semplici ordini architettonici, ma anche capitelli figurati. Qualcosa che vedeva appaiati i proprietari al culto greco di Dioniso, quindi qualcosa che non attiene alla tradizione osca, ma ad una cultura allargata nel mediterraneo. L’ingresso che vediamo è della casa del Fauno. Vediamo questa parete, che si presenta con un’organizzazione monumentale dell’ingresso, con paraste, stipite, e finestra sovrastante. Se guardiamo l’interno, è piuttosto complicato abbiamo un’organizzazione con due colonne, con un saluto sul pavimento “Ave”, quindi abbiamo una lingua parlata osca, una dipendenza molto forte dalla cultura greca, ma abbiamo anche traccia della lingua dei romani. All’interno abbiamo un “larario”, un luogo dei culti dei lari, un qualche cosa che ha a che fare con il culto dei defunti della stessa famiglia, con delle edicole, connesse alla commemorazione degli stessi. Il vestibolo si divide in una parte più pubblica verso la strada, e una più privata verso l’interno. Vediamo una rappresentazione di questa edicola, stiamo osservando l’alzato, vediamo una falsa porta, è uno spazio dedicato al culto degli antenati. Abbiamo un ingresso molto ricco, dato dalla lavorazione di questa pietra vulcanica, anche i capitelli che abbiamo visto era poi stuccati, un fronte in opera quadrata e paraste. Questa casa non ha un esterno sotto forma di finestre, è una casa tutta verso l’interno, verso l’atrio ed il περιςτιλιο [peristilio]. Abbiamo un impluvio che nasce in rapporto con le acque di raccolta e diventa alla fine qualcosa di molto monumentale. Vediamo il fauno danzante (nome d’invenzione dato alla statua). E’ una statua di piccole dimensioni in bronzo, ma che viene da un prototipo greco di scultura di grande qualità che viene replicato in piccole per essere diffuso sotto forma di replica dai ricchi che vogliono acculturarsi sui modelli ellenistici effettivi. C’è la diffusione di un prototipo di una statua molto famosa, che questi produttori vinicoli acquistato per dimostrare di essere alla pari col mondo greco. Il tablinio presenta uno spazio in diretto rapporto con l’atrio, ed in basso della paraste scanalate in rapporto con l’asse principale. Abbiamo una decorazione in stucco che simula un’architettura in pietra con riferimenti diretti alla rappresentazione di conci regolari. Immagine importante di cattiva qualità: la scena di una battaglia a cavallo, con una figura in posizione preminente, nel mosaico del tablinio. E’ importante perché all’interno di quella battaglia si riconosce Alessandro Magno, del IV° secolo a.C. , e si riconosce la rappresentazione di una celebra battaglia combattuta negli anni 30 del IV° secolo a.C. , di cui oggi conosciamo il nome ma non l’opera. Tutta la cultura storica rappresentativa greca è perduta. Avere una riproduzione di una pittura famosissima, di un re macedone che rappresenta la cultura greca, è una cosa poco probabile all’interno di una città come Pompei. E’ anche quindi una attenzione alla pittura ellenistica, attenzione ad avere le riproduzioni delle opere più celebri di quattro secoli primi. Il commerciante osco che commercia vino, riesce ad avere i capolavori dell’antichità, e se non quelli originali, le riproduzioni di questi. E’ inoltre molto raffinato, quindi o sono venuti dei maestri greci, oppure è stato spostato e proviene comunque da un artigiano greco la cui opera è stato venduta nelle colonie. Tutti questi peristili sono costituiti da colonnati, che finora conoscevamo come colonnati d’uso civile, che diventano colonnati d’uso privati, dando uno spazio coperto a quelli che sono giardini. Questi diventeranno via via monumentali quando arriva l’acqua corrente, con giochi d’acqua e fontane.
Il centro cittadino La città osca è molto ricca, ed al contempo non ha, a differenza della Grecia o di Roma, importanza politica, è una città di abitanti ricchi senza essere potente, non ha una politica sua propria, e quindi ha delle caratteristiche straordinarie nel mondo antico. Se si confrontano le abitazioni con quelle che abbiamo visto di Priene, si vedrà c’è uno scarto dimensionale notevole. La città di Priene è organizzata come una città libera, ha un centro civico importante, una sala per l’assemblea dei cittadini, attrezzature per il governo democratico. Pompei invece emerge come città del privato, la residenza del fauno ha circa 3000 mq di spazio coperto, contro i 300 mq per cittadino di Priene. I greci investivano piuttosto nella loro attività pubblica, e non ostentavano nella loro abitazione privata un lusso considerevole. Nel mondo delle colonie greche esiste invece una cultura diversa, con grandi ville suburbane, grandi città agricole, che usano un’architettura abbastanza ricca. Lo stesso può dirsi nel confronto fra la Grecia e Roma, la Roma della Repubblica è un luogo dove fin dal principio si investe in una edilizia civile, vi sono donazioni considerevoli degli abitanti per costruire spazi di uso pubblico, ed è considerato non accettabile che qualcuno costruisca grandi spazi per sé stesso: esiste la consuetudine di rinunciare al lusso. In Pompei non esiste un’attività politica, e quindi la ricchezza individuale, come si vede nello studio di Zampter, che produce considerazioni di Pompei fino all’arrivo dei Romani. Dalle piante possono riconoscersi con certezza le case di origine osco-sannita: sono i lotti della regione VI°, quindi esiste all’interno della città una forte differenza fra le case precedenti all’arrivo dei romani e quelle successive. C’è un investimento architettonico modesto nelle zone pubbliche come teatri e fori rispetto all’epoca. E’ una città in cui le case sono molto ricche, sappiamo che la cultura ellenistica era una cultura ricercata attraverso il commercio. Se facciamo un confronto fra le città che abbiamo finora visto, la άδορα [agorà] di Atene, Priene (città di nuova fondazione dell’Asia Minore con abitazioni modeste), possiamo fare un confronto sull’eccesso di lusso nelle case pompeiane in confronto alla scarsa attenzione rispetto agli spazi civili. La città Priene ha degli spazi di grandi dimensioni, sappiamo anche ha un teatro ed una sala coperta che poteva contenere suppergiù 5000 persone. A Pompei vediamo questa mancata spesa verso la città pubblica. Abbiamo finora guardato questi grandi lotti, c’è una via d’accesso molto importante, la Porta Marina, che percorsa per un certo tratto porta ad uno spazio aperto piuttosto grande che è il foro. Lo spazio principale della città prosegue, oltrepassa questa zona dove c’è l’organizzazione civile e prosegue con la Via dell’abbondanza, per arrivare alla zona dei teatri e dei templi. Il discorso è presto fatto: se questo è il foro abbiamo nel II° secolo a.C. vediamo un’organizzazione di edifici civili, poi vi è un tempio piuttosto importante pre-esistente, di Apollo, ed è possibile che in alto ci sia stato un tempio su podio. L’importante è l’organizzazione di uno spazio che è una basilica, tipologia abbastanza importante nel mondo romano: una grande sala coperta utilizzata per i commerci, e per l’organizzazione della giustizia: nel cosiddetto tribunal. Dall’altra parte vediamo l’organizzazione della parte connessa ai teatri, tutt’ora esiste solo il numero 6, mentre il numero 7 arriva successivamente. E’ un teatro alla greca, con caratteristica ellenistiche, ma che vi ricordo è un’organizzazione con una cavea semicircolare a partire da un’orchestra che è circolare e non a ferro di cavallo come sarà successivamente. E’ una cavea in gran parte scavata, che è a sua volta costruita su un terreno geologicamente fatto dalla eruzioni precedenti. E questo fa sì che vi siano dei livelli diversi della città, e questa organizzazione è in parte scavata. Abbiamo poi l’accostamento di elementi in legno fronte-scena poi monumentalizzati. Quando il teatro si romanizza, i due passaggi che costituiscono l’organizzazione del teatro (per il pubblico e gli attori) fanno sì che la scena diventi un elemento totalmente isolato dalla cavea.
Il numero 10 è un tempio, scoperto alla metà del ‘700, dedicato ad Iside, quindi ad una divinità egiziana, quindi ha a che fare con una complicazione dell’Olimpo Greco. Si parla greco in tutto il mediterraneo, siamo in rapporti molto stretti con un mondo che anche nella denominazione dell’Egitto parla ormai greco. Nella foce del delta del Nilo abbiamo una colonia greca abbastanza importante, Nàukratis. Vi è quindi una contaminazione fra le due divinità, si sviluppano culti che sommano per arrivare ad un sincretismo di tipo religioso, caratteristica del periodo. Avevamo già visto questo nel IV° secolo a.C., Artemide si era sovrapposta a Cibele. Abbiamo un mondo di Pompei che parla la lingua di Alessandro Magno, così come abbiamo il culto di una divinità egiziana. E’ un culto complesso con riti notturni, che hanno una forma complessa e diversa dal solito, è piuttosto importante non per l’architettura in sé, ma perché ci dice che nel II° secolo a.C. , tutti questi mondi che man mano vengono occupati e militarmente conquistati portano con sé una serie di culti precedenti. Anche nel tempio della Fortuna Palestrina abbiamo testimonianza dell’influenza egiziana e del mediterraneo figurativa ed architettonica. A causa del Palazzo baronale successivamente insediatosi rimane per lo più il pavimento che l’alzato della costruzione pre-esistente. C’è un gigantesco mosaico con scene nilotiche, sono scene che rappresentano la vita sul fiume Nilo, perché si riconoscono degli ippopotami, e viene da una serie di rappresentazioni dell’Egitto, con piante di quelle terre, ed animali delle fauna africana. Quindi nella parte più importante di questo santuario si trovano rappresentazioni dell’Egitto.
Nell’89 a.C. Pompei diventa una città romana. Viene conquistata militarmente, diventa una colonia, ed ha l’obbligo di ospitare i veterani. Durante l’espansione di Roma, le città potevano o federarsi, oppure cercare di contrastarla. Una volta combattuto il potere romano e persa la battaglia, sono stati confiscati molti dei beni delle famiglie, come i terreni, che venivano regalati ai veterani dell’esercito, combattenti anziani, dal governo della Repubblica, venivano regalati questi terreni. Quindi si stabiliscono all’interno della comunità nuove genti che parlano latino, che costruiranno edifici diversi. La zona del teatro è obbligata in qualche modo, anche in Priene non vi è una identità foro-teatro, perché il teatro ha bisogno di un declivio naturale. Nel foro abbiamo un settore di edilizia civile, non monumentalizzato, e c’è un altro edificio costruito prima della romanizzazione della città di Pompei.
Quali sono le novità date alla pianta una volta che questa diventa una città romana. L’organizzazione militare romana è tale per cui riesce a controllare benissimo contro i nemici esterni, la stessa Roma per molto tempo è riuscita a fare meno delle mura. La Roma della massima potenza militare è una città che non ha bisogno di mura, perché ben controlla i lontanissimi confini. Le città murate sono città che si devono difendere da un nemico, le città dell’Italia romana sono città che a partire dal I° secolo a.C. sono città che non avranno più bisogno di mura. E’ una città che non ha più un interno ed un esterno, e la zona verso Porta Marina vedrà la costruzione di nuove case, che svilupperanno un rapporto diretto con il panorama. E’ poi una città vinta, dove sicuramente sono stati fatti degli espropri, ed in colore scuro vediamo i luoghi dove più evidente è il nuovo impianto. Fu costruito un nuovo tempio per Venere, sostituendo un vecchio tempo osco, che avrà due campagne di costruzione prima della sua distruzione. Esistono inoltre una serie di basamenti, di statue onorarie, dedicate agli amministratori, che si facevano eleggere grazie a donazioni personali per strutture cittadine. Pompei è una colonia dedicata a Venere, che vede la sua entrata in una zona importante come quella di Porta Marina. Vediamo poi un tempio su podio dedicato alla triade capitolina, quindi con 3 celle. Compare qui un tempio sul podio con la cella tripartita, qui le 3 divinità caratteristica della tradizione romana trovano posto.
Abbiamo visto la basilica pre-esistente, gli edifici pubblici che hanno variato la loro posizione diventando allineati, e se poi guardiamo in alto l’organizzazione del tempio. Questo precedentemente era un tempio di Giove ed ora diventa un tempio tripartito ospitante la triade capitolina. Dobbiamo pensare che oltre ai lavori in corso fra il terremoto e l’eruzione, per il foro non si era ancora organizzata la ricostruzione di questa zona. Nella zona del foro abbiamo quindi solo la base, perché era l’unica cosa che non poteva essere riutilizzato da chi conservava memoria storica del luogo e torno qui a riutilizzare i resti delle costruzioni. Il podio garantisce l’unidirezionalità del tempio romano, che costruito in mezzo allo spazio pubblico vero e proprio è distinto con un cambio di livello, non ha un retro ed un pronao molto grande. Siamo all’interno di una monumentalizzazione: vediamo un elemento che risolve un problema prima trascurato, ovvero l’organizzazione sotto uno spazio unificato del foro, perché nella città osca quel lato aveva taverne e negozi, ed ora si sostituiscono alle disordinate case private degli edifici importanti, tutti pubblici. Abbiamo un macellum, interpretato sotto forma di mercato, ed altri edifici dedicati al culto imperiale: a partire dal 31° a.C. cessa l’organizzazione sotto forma di Repubblica, con Ottaviano che nel 31° vince la battaglia di Anzio, ed inizia la Roma Imperiale. Una volta che Augusto assume la figura di Imperatore si divinizza, rifacendosi ai culti orientali ed ellenistici. Vediamo che l’organizzazione del potere in tutto l’impero ed il suo consolidamento è anche ottenuto attraverso la sua costituzione sotto forma di potere che viene dalla divinità. La famiglia di Augusto si rifà ad un origine mitica, come cercò di fare Cesare, si costituiscono famiglie imperiali collegate a diverse divinità, su tutte Venere. La religione romana cambia fortemente a cavallo della nascita di Cristo, i cui primi adepti non riconoscendo un potere con due facce, terreno e celeste, entrano in conflitto col potere divinizzato, per poi rifarsi nei seguenti due millenni. Si iniziano ad avere città imperiali, dotate di aule dedicate al culto imperiale. Si costruisce un portico che maschera la differenza delle altezza dei diversi edifici, la varietà degli edifici pre-esistenti: è un colonnato di pietra, una tecnica edilizia più ricca di quella della basilica, che era organizza in laterizi opportunamente sagomati.
Abbiamo visto il superamento della città murata: questo avviene perché non ha più senso difendersi da un nemico, quindi in tutta questa zona le mura sono scavalcate e distrutte, in particolare per collocare le case dei veterani. Anche nei lotti urbani all’interno della città cambia l’organizzazione: ci sono tipologie che beneficiano di questa ricchezza idrica, e si inizia a portare la cultura della villa all’interno della città.
La basilica di Pompei C’è un tipo edilizio nuovo, la basilica, nella quali i fori hanno un loro centro di importanza. La basilica è qualche cosa che ha insieme la funzione di spazio coperto per aste, mercati, vendite e per l’amministrazione della giustizia. E’ uno spazio coperto polifunzionale che procede la specializzazione degli edifici. Vitruvio specifica che cos’è una basilica nel V° Libro: l’unica sua opera di architetto fu infatti la basilica di Fano, della quale purtroppo non abbiamo testimonianze. Il centro di Pompei si situava lì dove si era più vicini al mare. Il foro ha la forma di rettangolo allungato, rapporto che vedremo anche all’interno dei fori monumentali di Roma, quindi questa forma è qualche cosa di costante all’interno delle piazze romane. La basilica ha un ingresso vero il Foro. La basilica è anch’essa un rettangolo allungato, con più o meno la proporzione dei due quadrati, con un ingresso e portico antistante, e si entra poi in una struttura a tre navate. Possiamo schematizzare la pianta: ingresso monumentale dalla piazza, uno spazio antistante, e la basilica vera e propria a 3 navate, che gira all’ingresso. Ad ogni colonna sulla parete corrisponde una semicolonna. Se osserviamo la parte terminale vediamo una variazione della pianta: abbiamo delle forme più piccole di colonne, 4 colonne libere, più alcune teste di pilastro con rappresentazione di colonna, dove per arrivare alla copertura dello spazio coperto non si potrà che utilizzare due ordini. Questo elemento in posizione principale, in asse con l’ingresso, è il tribunal, una loggia all’interno della basilica da dove si amministra la giustizia, una struttura che affaccia su questo spazio coperto che può avere forme diverse, come quella di una loggia a più piani, e con rampe laterali si arriva allo spazio superiore. Secondo la descrizione più semplice una basilica si configura come (non quella di Pompei, ma una basilica UNI9001 standard) abbiamo le 3 navate, un’area porticata da una parte ed un’area porticata dall’altra, uno spazio centrale, una parte terrazzata da entrambe le parti, ed una possibilità d’affaccio da entrambe le parti parzialmente impedita da balaustre di marmo. Le navate laterali possono essere a uno o due piani, ed il problema fondamentale di questo tipo di spazi è garantire l’illuminazione al corpo centrale. Questo spazio centrale com’è coperto? Dove vediamo colonne bisogna pensare ad una copertura lignea, non si può avere una volta ad opera cementizia che ha spinte laterali troppo forti. Bisogna pensare sempre, ogni volta che vediamo il colonnato, ad una copertura come quella della stoà. Tutte le volte che abbiamo 3 navate abbiamo il problema di dare illuminazione alla parte centrale, quindi ci sarà bisogno di aperture in alto. La basilica è uno spazio coperto, con una parte costituente che è il tribunale, e che la basilica è un tipo edilizio molto importante per la città romana e che avrà una sua importante evoluzione con l’opera cementizia. Vediamo una sezione praticata guardando il tribunal, sezionando dov’è l’arcata principale. Prima di tutto osserviamo la parte più alta, lo spazio medio, la parte principale. Riconosciamo le colonne laterali, abbastanza alte, sezionate dalle fondazioni. Le altre due colonne senza fondazione sono quelle che rigirano intorno al tribunal. Guardiamo il muro che corrisponde alla via marina. E’ un muro chiuso che arriva fino a metà dell’altezza e prosegue con un ordine più piccolo, una colonna più piccola che arriva un po’ più in alto. La parete è decorata con due semicolonne, separate dal solaio: c’è un colonnato libero e fra colonna e colonna passa la luce. C’è una navata principale alta sorretta da colonne, abbiamo delle murature fino ad una certa altezza. Poi abbiamo una travatura che copre il tutto. Abbiamo un ordine composito, un corinzio con volute ioniche, ed abbiamo qui un ordine ionico con al disopra un ordine ionico. Cosa c’è in fondo: il tribunal presenta un’altra sovrapposizione di ordine, un ordine corinzio a cui è sovrapposto un ordine minore sopra. Il tribunal si distanzia da quell’organizzazione dell’interno della basilica, attraverso la reiterazione del corinzio. Le pareti si presentano apparentemente in opera quadrata, una stuccatura che rievoca l’organizzazione della parte più bassa del tempio. La materia della costruzione è molto più povera: per le mura si tratta di tufo vulcanico, e mattoni per le colonne, che saranno stuccate di bianco per fare un edificio simile ad uno in marmo. Vediamo una serie di laterizi disposti come un fiore, delle forme speciali che hanno al loro interno anche delle scanalature. Invece di rochi di colonne abbiamo dei mattoni che disponendosi l’uno sopra l’altro formano la stessa: è una capacità di lavorazione molto più complessa, si sostituisce alla capacità di lavorazione del marmo quella di lavorare materiali più poveri e più trasportabili. Vediamo poi la colonna, in parte con lo stucco originale ed al di sopra dov’è rovinato appare in laterizio. Notiamo poi la base attica. Nell’assetto attuale del tribunal, che è quello posteriore ai lavori di restauro il colonnato antistante si blocca molto in basso, mentre l’interramento ha protetto maggiormente il tribunal. Vediamo in più una restituzione standard delle pareti interne alla basilica, con due semicolonne ioniche. Il tribunal ha una loggia sovrastante,che affaccia nello spazio più ampio della basilica stessa, chiusa con delle barriere. Sono sempre edifici con copertura lignea e con profusione di stucco bianco.
Odéion o Teatro coperto Questo teatro coperto viene datato dopo la romanizzazione della città, dove si potevano riunire fino 3500 persone sedute, ovvero i nuovi abitanti e padroni della città. Non è un teatro propriamente detto, ma uno spazio di incontro su pianta quadrata per i veterani. E’ una sala con i posti disposti su gradinata, e con una copertura che non può che essere lignea, qualche cosa di quello simile a quei modelli perché del tutto perduti nelle coperture superiori lignee.
Terme Stabiane-Terme del Foro Ricordiamo sempre che sono denominazioni di comodo. Sono tradizionalmente legate all’architettura romana, hanno uno spettacolare sviluppo soprattutto nella regione campana rispetto al resto d’Italia, perché qui esistono molte terme naturali di origine vulcanica.
Anfiteatro Abbiamo poi il primo anfiteatro conosciuto, una sorta di cavea raddoppiata, un doppio teatro, che al tempio veniva chiamato spectacula. Questo ospitava manifestazioni molto diverse dal teatro, e non sappiamo che rappresentazioni vi fossero inscenate. Nel teatro si pensava che vi fossero spettacoli in lingua osca o in greco, delle grandi opere del tempo. Il teatro tiene circa ventimila persone, un numero molto maggiore rispetto agli abitanti di Pompei, è quindi una struttura che funziona per un bacino molto più ampio di quello cittadino. E’ il primo anfiteatro che si è conservato e che può essere osservato da vicino: è un’invenzione tipicamente romana, che acquista solo dopo un nome greco. Per costruirlo, siamo a Pompei nel I° a.C., non abbiamo un edificio auto-portante, è stato utilizzato un terrapieno che già esisteva, l’ovale principale è stato ottenuto scavando, è una struttura diversa dal teatro perché implica anche un diverso accesso degli spettatori. Non esistevano gallerie di distribuzione o passaggi coperti nel teatro. Si organizza qualche cosa che in parte ha degli accessi dall’esterno, ed in parte ha qualcosa in galleria. Abbiamo un’ipotesi di mezzo, una costruzione che ha ancora bisogno di scavare per essere realizzata. Lungo l’asse dell’ovato si vedono degli ingressi per l’arena, passando al di sotto della scalinata. Dal punto di vista tecnico ci sono passaggi in galleria, che sono ottenuti da volte a botte in opera cementizia. Il fronte ha una faccia urbana, legata per lo più all’immagine del teatro di Dioniso. Il prospetto dell’anfiteatro è ottenuto allo stesso modo del tabularium. E’ una sorta di prototipo, ancora organizzato sotto forma di scavo. All’esterno si presenta sotto forma di archi, con una galleria per arco, che sostengono la cavea sovrastante. Assistiamo qui ad una sorta di prototipo. Anche nel teatro abbiamo un’aggiunta, un ingrandimento realizzato attraverso una galleria anulare di distribuzione, che sorregge un ingrandimento del teatro, anche questo è alla base di quello che sarà il grande teatro monumentale romano. Ora nel teatro romano la cavea e la scena diventano elementi uniti.
L’acqua corrente La casa romana tipica ha l’impluvium con al di sotto una cisterna che viene ripescata con un pozzo. Grazie all’acquedotto l’ impluvium non ha più quella funzione, ma lì dove dovrebbe essere raccolta l’acqua sta una statua monumentale. L’elemento più importante della romanizzazione è l’arrivo delle opere pubbliche, fra le quali l’acquedotto. La capacità di questi ultimi di trasportare l’acqua anche a grande distanze, è garantita attraverso condotte d’acqua sopra una reiterazione d’arcate, descriventi un piano inclinato continuo, o sfruttando il principio dei vasi comunicanti. Abbiamo uno schema con tutte le possibili situazioni: l’acquedotto di Pompei è connesso da una diramazione di un acquedotto per uso militare. Dov’è una valle il percorso corre attraverso l’erezione di arcate, come il Pont du Gard. La arcate sono disposte sotto con conci a cuneo di pietra, e costruite con lavoro schiavistico. L’acqua arriva con la città romana. Vediamo la pianta con la distribuzione dell’acqua, con molte fontane pubbliche che si sono conservate e di cui possiamo vedere la distribuzione dell’acqua. Abbiamo un castello dell’acqua, un deposito idrico, dal quale viene distribuita pubblicamente ed all’interno delle domus. L’acqua sarà una delle glorie di Roma, come anche lo spreco d’acqua delle varie ville e giardini. Una foto presa sulla via dell’abbondanza, che è quella via in asse con Porta Marina, dove abbiamo una delle fontane. All’interno della vasca c’è un elemento romano dell’architettura romana: l’impermeabilizzazione. Attraverso l’uso del concio pesto, una malta che si ottiene mischiando la calce a polvere di mattone, otteniamo una malta con capacità di tenuta idraulica, che riveste l’interno delle vasche e delle piscine,certamente una grande novità che sta alla base di molte costruzioni, anche imponenti, perché i romani riescono ad impermeabilizzare anche grandi superfici. Questa è una città che presenta strade lastricate, e dove fra il marciapiede ed il piano stradale c’è qualcosa che raccoglie le acque bianche, piovane, quindi una città dotata di fogne. Ieri abbiamo visto a lezione la cloaca massima, che ora ha una datazione del I° secolo a.C. . Sempre connesso al tema abbiamo le latrine di Ostia Antica. Funzionano sotto forma di latrine solo per uomini, in quanto le donne fanno una vita molto più ritirata nelle abitazioni. La latrina romana è un’attività collettiva, che si presenta con altrettante sedute, tutte insieme si presentano come uno spazio pubblico che gli uomini possono utilizzare per i loro bisogni. A ciascuna seduta corrisponde un canale di scarico che prevede acqua corrente continua. Difficilmente si era visto nel mondo antico qualcosa di simile, capace di assicurare una tale salubrità alle costruzioni.
ROMA E’ sopravvissuta la sede storica del Senato, la Curia. Ora si può utilizzare la piana compresa fra le due alture, il Palatino ed il Campidoglio, i colli che vennero fortificati e difesi agli albori di Roma. Nel foro vediamo poi diverse basiliche, delle strutture (una struttura temporanea in legno tratteggiata, precursore dell’anfiteatro), riconosciamo la forma specifica dell’anfiteatro, le basiliche come ne abbiamo visto in Pompei, e riconosciamo la Curia che si è conservata perché trasformata in chiesa. Ci sono altre strutture che si sono sovrapposte durante il periodo della repubblica, come avviene nel foro di Pompei: lo spazio è sempre quello e si costruisce per migliorarlo. A Roma invece questo foro viene ampliato, non tanto ricostruendo gli edifici, ma demolendo parti di città attigue, presumibilmente occupate da edilizia comune ed aumentando lo spazio pubblico: sono quelli che vengono chiamati i fori imperiali. Ciascuno porta il nome di un imperatore, fino ad arrivare ad un’area molto più grande, circa 6-8 volte lo spazio del foro repubblicano.
Giulio Cesare, pur non riuscendo a diventare imperatore, è stato il primo ad ampliare i fori. Nei suoi atti, nella metà del I° secolo a.C. , aveva già avviato una serie di atti tipici della politica imperiale: una politica urbana dove c’è un dono personale, si acquistano una serie di terreni attigui e si dona un nuovo foro alla città. Fa un’operazione molto simile a quella che avevano fatto in piccolo alcuni cittadini di Pompei per farsi eleggere, ma qui la dimensione è assolutamente maggiore. Giulio Cesare è stato anche responsabile dell’ultima ricostruzione della Curia, una delle tante ricostruzioni, che oggi è un edificio pressoché finito perché ricostruito dagli archeologi nel corso del ‘900, ripristinando l’originale e demolendo la chiesa barocca che vi era sorta. Quando andremo a vedere questo edificio, che qui si presenta interrato, ed andremo ad osservare la cornice romana, dove è conservata in parte lo stucco originario, ed è costruito in opera quadrata fittizia, con in mattoni, opus cementicim. La sede del senato venne costruita da Tullio Ostilio, e l’ultima ricostruzione è del 50 a.C. . A partire dalla curia, che ha l’ingresso verso il foro romano, Giulio Cesare regala un nuovo foro. La curia aveva un ingresso storico verso il foro repubblicano, e diventa la base, l’asse e l’ortogonale per il nuovo ampliamento della città. E’ qualche cosa di nuovo, una parte di città che viene regalata ai cittadini, che si presenta con degli elementi caratteristici. Sono degli spazi chiusi contornati da muri, uno spazio d’ordine e pubblico con degli ingressi, con un porticato che dà verso l’interno, con un centro molto importante che è il tempio, dedicato a Venere Genitrice. Genitrice della Gens Iulia, della famiglia di Cesare. Qui già vediamo una pratica dei successivi imperatori, di costituire una genealogia mitica, legata a divinità dell’Olimpo. Non sono gli avi storici ad essere divinizzati, ma piuttosto lo stesso imperatore: dichiarandosi erede di Venere si diventa semi-dei, qualcuno che ha fatto la sua carriera all’interno dell’esercito annette la sua persona all’Olimpo pagano. Anche tutti gli altri hanno costituito la loro forma di potere a partire da questa divinizzazione della famiglia.
Lo spazio: la struttura è piuttosto deludente dal punto di vista archeologico, in quanto quasi del tutto sepolta dalle costruzioni successive, però si può ricostruire l’insieme. Abbiamo uno spazio rettangolare allungato, ed un tempio che è la parte terminale. Una delle novità dell’architettura religiosa romana: i templi non si configurano come edifici che possono essere osservati da tutti i lati, ma hanno un fronte importante e spesso un retro che può anche non esistere: è qualche cosa che si configura prospetticamente e che porterà delle variazioni di pianta. E’ un doppio colonnato, restituito con un ordine corinzio, in questa epoca spariscono tutte le tematiche dell’architettura greca dorica ed ionica, viene scelto piuttosto il linguaggio costruito su una variante delle ionico, il corinzio, con colonne finemente decorate e slanciate, e con un capitello molto alto (fino ad un diametro e mezzo del diametro). Ha quella decorazione caratteristica delle foglie d’acanto, acanto spinoso come quello scelto da Callimaco. Il portico ha un doppio colonnato, con nessuna delle raffinatezze ed attenzioni che abbiamo visto nelle stoà greche: fronte dorico, colonnato ionico, ed una alternanza di spazi. C’è un organizzazione molto più semplice, con travi lignee, c’è un organizzazione antistante identica per le due file: sono colonne molto ricche che fanno fuori tutta la tematica progettuale dell’architettura greca, utilizzando forme e materiali, ma semplificando moltissimo, è tutto allineamenti orizzontali, provenendo la trabeazione corinzia da quella ionica. Diventa un linguaggio comune senza che si producano più opere teoriche (tutte perdute), che parlavano e discutevano dell’utilizzo del dorico e dello ionico, e si procede con la reiterazioni degli elementi. Rimane un intercolunnio molto largo, connesso ad architravi lignei, che ricorda la necessità di avere meno ingombri possibili là dove si entra e si esce da questi spazi pubblici.
E’ di grande interesse il tempio, di cui ci è rimasto un miserabile muro, poco o niente. Ha delle caratteristiche molto romane: non ha un colonnato all’interno, ma piuttosto un’organizzazione frontale, ci si può salire solo davanti. Nel caso di Cesare è ancora più complicato, vi sono due podi. Dallo spazio della piazza a destra si arriva centralmente al primo podio. C’è un sistema di podio doppio, un ulteriore allontanamento dal foro, ed il tempio si colloca quindi su un piano molto più alto. Questo spazio serviva anche al ricevimento di Cesare, lo spazio antistante alla cella del tempio, per mostrarsi ai cittadini, con una confusione abbastanza evidente fra la divinità e l’imperatore, per offrire la presentazione di sé stesso come un monarca divinizzato. Questo spazio, il pronao, ha uno spazio doppio, tradizione del tempio romano e di quelli successivi. I templi greci avevano un pronao molto complesso, mentre nei templi etruschi c’era la tradizione di osservare il volo degli uccelli. A questo punto si conosce molto bene tutto il mondo ellenistico e greco, e si sceglie però di conformarsi ad una tradizione etrusca, con uno spazio molto ampio. Se guardiamo l’intercolunnio, con una restituzione con ordine ionico, è un intercolunnio molto molto ristretto, che sta su 1 e ½, lontano dal 9 su 4 del Partenone. Perché? Perché sono colonne molto più slanciate, che si configurano molto più alte, e vengono a costituirsi molto più vicine fra loro. Altra caratteristica, è che le falde della copertura sono più pronunciate di quelle dei templi greci, costruiti dove le piogge sono minori, il timpano dell’architettura romana ha quindi degli angoli alla base maggiori. La parte terminale vede un colonnato che gira e che termina con una sorta di pilastro rettangolare, conformato all’ordine della colonna. Il tempio è tagliato da un muro che ha che fare con la terminazione del foro stesso. Anche questa è una novità rispetto al capitello d’anta dell’architettura greca: i romani semplificano questo elemento, per cui tutto ciò che è del sistema trilitico avrà lo stesso linguaggio architettonico del muro, avrà una struttura molto simile. Altro elemento è questa estensione, è una cella rivestita di paraste: una rappresentazione sul muro in corrispondenza di ciascuna colonna, con un capitello a parete. Non c’è più quella differenza fortissima che il progettista greco instaurava fra muri e colonne, si organizza la parete in rapporto alla proiezione di queste colonne sul muro. In corrispondenza di ciascuna colonna questo muro viene avanti, con una rappresentazione della colonna disegnata sul muro, connessa ad un capitello ed una trabeazione sovrastante, con degli elementi architettonici proiettati. Quindi anche quello che era nato come elemento trilitico, colonna più architrave, diventa un linguaggio che decora anche la parete, non più com’era nel Partenone. Qui non è data alcuna attenzione alla lavorazione della pietra, quanto piuttosto a questo linguaggio. C’è da notare l’abside, che prima di diventare elemento riconoscibile delle chiese cristiane, è stato un elemento di invenzione del tempio romano, una terminazione che implica due caratteristiche: implica tecnicamente un catino absidale, che si raccorda ad un quarto di sfera, che non può essere realizzato in altro modo che in opera cementizia.
Abbiamo quindi la forma del tempio tradizionale greco, connesso alla tradizione italica, con una nuova tecnica edilizia, che però in epoca augustea non viene presentata ma bensì nascosta. C’è da notare che il tempio in sé rimane indiscusso e la nuova tecnica viene confinata in uno spazio dove non può essere osservata, perché incassata all’interno di un muro, in un retro non pubblico. C’è una nuova forma spaziale all’interno, che però non ha il coraggio di conformare in altro modo il tempio. C’è un rapporto molto forte con la cultura greca, di dipendenza dalle lavorazioni, e si può dire che il tempio anche con le varianti tuscaniche, non viene variato e re-inventato in altro modo, ha una sua inerzia a riprodursi sempre uguale, e dove ci sono delle varianti queste vengono nascoste. Questo più avanti varrà sempre, nascondendo all’interno queste possibilità date dalle nuove geometrie, nuovi spazi coperti dati da queste tecniche.
Un tempio visto da sotto, con una restituzione in corinzio: vediamo il discorso di organizzazione della parete della cella, con un abside che si nasconde sia di lato che sopra con delle falde: da nessuna parte si può osservare la costruzione dell’esedra terminale, dove è collocata la statua di Venere. Del tempio è rimasto poco o nulla, quindi vediamo restituzioni con 6 o 8 colonne a seconda degli studi di riferimento.
Foro di Augusto Questi fori imperiali, ampliano notevolmente il foro repubblicano. Cesare regala questo primo spazio pubblico, ortogonale alla curia opera dello stesso Cesare, una prima piazza ed un primo foro. Successivamente abbiamo un secondo foro orientato diversamente, il foro di Augusto, che si configura sotto forma di replica ingigantita di qualche cosa che abbiamo già visto: la dimensione diventa più grande, come accadrà per il foro di Traiano. Il sistema dei fori diventa qualcosa di gigantesco, compreso fra il Colosseo, il Quirinale ed il Palatino, un’area piana straordinariamente grande. Qui vediamo un limite, un limite di divisione netto fra la città pubblica con i vari fori, e quartiere tradizionale, poverissimo, la suburra, composto principalmente da insulae, che avrebbero potuto prendere facilmente fuoco. Quindi per proteggere questa grande opera si erige un muro terminale molto alto, un muro in pietra, che separa la città ufficiale dai quartieri più poveri, per evitare gli incendi e anche per separare da tutta la confusione dei vicoli l’area della celebrazione. Celebrazione della divinizzazione di Augusto. Abbiamo il tempio dedicato a Marte Ultore , è un tempio che consente l’identificazione dell’imperatore come una persona che governa con degli attributi divinizzati. Quando Augusto muore, i riti che seguono a cadenza regolare intorno a questo tempio, consacrano la memoria di Augusto come fondatore dell’impero e padre dell’identità romana di questo tempio. Vi sono molto aree all’interno dei vari fori cittadini che si configurano per rappresentazioni di Augusto o della moglie. Osserviamo come funziona: lo spazio è sempre un rettangolo allungato, questi portici sono complicati da due grandi esedre, con un tempio molto più grande di quello già visto. Possiamo riconoscere delle caratteristiche: un grande spazio antistante, caratteristica del tempio romano, una struttura con all’interno un abside che anche questa volta è nascosta.
Sottostante alla strada attuale è possibile pensare che vi fosse un ingresso in asse. E’ un tempio ad 8 colonne, su un podio, ed all’interno della scalinata c’è uno spazio dedicato all’ara dei sacrifici, sistemata all’interno della gradinata stessa in questa posizione. La snellezza delle colonne è del tutto diversa da quella del Partenone, abbiamo sempre la distanza di 1 e ½, per evitare che queste colonne slanciatissime si trovino distanti fra loro alla sommità, quasi che fossero una colonna ed uno spazio vuoto di pari dimensione. Questa è la tipica distanza fra colonna e colonna, ma con alcune correzioni ottiche: la distanza fra colonne a colonna all’ingresso è modificata, la distanza all’estremità non ha gli obblighi del dorico, manca totalmente l’attenzione alla curvatura dello stilobate e della trabeazione. Il sistema del podio riorganizza in altro modo le leggi dell’ottica, quindi non c’era necessità di modificare lo stilobate sopra il podio. Abbiamo poi degli spioventi molto accentuati, delle falde di tetto molto più ripide, a causa delle maggiori precipitazioni.
Guardiamo da vicino il muro: ne è rimasta gran parte. E’ un muro terminale, siamo all’interno del recinto del tempio, e possiamo osservare il muro. Presenta tante tracce di opere successive, dobbiamo immaginare che alla caduta dell’impero gli usi sono stati di tutti i tipi, si sa che dal ’500 in poi il tutto è stato inglobato in un convento che è stato demolito alla fine dell’800 per tirare fuori le rovine. Usiamo la pietra di Gabi, simile al tufo, in blocchi regolari, insieme a degli allineamenti orizzontali con travertino, quindi abbiamo due pietre diverse che connotano questo grande muro terminale. Guardando questo muro con attenzione vedremo che non è stagno, ma ha due porte, che possono essere aperte o chiuse, che possono garantire l’accesso al foro, e che sono costituite con delle arcate e dei conci in sistema radiale. I conci di chiave terminato con una allineamento orizzontale che permettono di montare su i successivi tenendo lo stesso allineamento. Abbiamo un muro di conci di pietra, molto alto nella sua configurazione iniziale, quindi qualcosa che è anche più alto del tempio stesso.
Immagine del ‘500: abbiamo la porta, 3 colonne oggi perse e qualcosa del frontespizio.
Oggigiorno: osserviamo la scalinata che si è conservata, il sito dell’ara, abbiamo perso il fianco del foro, abbiamo parzialmente restituite la prima colonna. Abbiamo la scalinata, la restituzione parzialmente archeologica delle 8 colonne. Sicuramente è del tutto originario un piccolo pezzo del muro di fianco, che osserveremo durante la visita. Guardando questo muro e ricordando la pianta del tempio, anche in questo punto esiste una terminazione absidata che non è visibile da nessuna parte. Il tempio si può osservare solo frontalmente o lateralmente, non si presenta però mai un tempio che non sia formato da elementi trilitici.
La pianta del tempio: in nero quello che si è conservato, puntinato ciò che è presunto. La pianta è piuttosto complessa, le 8 colonne hanno un ritmo molto ravvicinato, un colonnato di fianco e un colonnato di lato, un grande pronao, e l’organizzazione di questa abside del tutto nascosta lì dove piega il muro della suburra per ragioni topografica.
Sezione del Palladio osservando il taglio di un fronte laterale, con la sezione della copertura. Ricordiamo che all’epoca il Palladio ha potuto vedere molto di più di noi.
Sezione longitudinale: rappresentazione delle colonne e rappresentazione del tutto ipotetica dell’interno del tempio.
Osserviamo un capitello di parasta: è un capitello figurato, che parte dalle forme del capitello corinzio, ma al posto delle volute ha dei pegasi. Questi ultimi sono elementi molto decorativi che potevano essere all’interno della cella, della quale non rimane pressoché nulla, che ci fanno pensare che l’interno era decorato con un doppio ordine. Abbiamo una base attica con astragalo.
Riflettiamo sul fatto che di questo tempio si è conservata questa parte, una serie di 3 colonne a partire da una parasta sistemata in rapporto al muro. Abbiamo una parasta non scanalata con capitello, e poi le 3 colonne conservate. Vediamo poi l’architrave tripartito che ha perduto il fregio e la cornice. E’ un’organizzazione che prevede scanalature continue, ed una base attica più raffinata. Quindi esattamente come abbiamo già visto nel tempio di Atena Nike, con la stessa base della parasta all’intera cella, in questo caso la stessa base della colonna e specchiata sul muro. Altra citazione dell’architettura greca, la prima parte della cella si presenta liscia come vi fossero degli ortostati, poi vi è una fascia con un fregio ad onda molto importante nella cultura del rinascimento italiano (perché di un’epoca augustea che viene molto considerata) da Palladio ed altri, segno che questo edificio è stato osservato con grande attenzione. Vediamo ben conservato un paramento, che rappresenta un’opera quadrata, un paramento in marmo di Carrara, con lastre bloccate da un ancoraggio in ferro che mimano l’opera quadrata. A questo proposito di dice che Augusto abbia ricevuto una città in mattoni e l’abbia restituita in marmo, tante furono le sue opere. Fra il muro della cella ed il colonnato è conservata la copertura originale, quindi abbiamo la possibilità di osservare non solo le 3 colonne e la parasta, ma anche cosa succede lì sotto, per farci capire com’è organizzato il soffitto di quella parte di edificio.
Qui Palladio rappresenta lo spigolo del tempio, visto da sotto in su il soffitto di questa parte del tempio, e nell’altra sezione possiamo vedere il soffitto cassettonato, ed all’interno l’architrave ha lo stesso disegno e funziona con delle lastre di marmo dove ciascun elemento è costituito in modo complesso, e fra trave e trave c’è un cassettone. Il colonnato esterno si presenta con un architrave, e sopra di questo in corrispondenza della colonna vi sono delle travi di marmo, senza decorazione. Il cassettone scavato all’interno riporta quella cassettonatura tipica dell’architettura dei propilei, qualche cosa che viene dalla tradizione greca.
Torniamo ad un’immagine generale, che mostra l’organizzazione del foro. E’ molto più complesso e monumentale di quello di Cesare. C’è una complicazione maggiore nell’organizzazione del fronte del porticato laterale, e degli spazi semi-circolari, che sono sicuramente grandi esedre, con mura in opera cementizia e rivestimento di diverso tipo, che viene configurato in copertura solo ipotizzandola, perché non sappiamo assolutamente nulla rispetto al rapporto fra colonnato ed esedra. Chi cammina qui all’interno ha difronte un mondo ricchissimo di marmi di un’architettura trabeata, che nasconde un’opera cementizia. Non è un’architettura che ha un esterno, ci vorrà molto tempo perché i romani abbiano certezza delle loro produzioni tecniche e le propongano all’esterno.
Noi abbiamo un’esperienza visiva connessa a queste grandi superfici incurvate, perché osserviamo delle rovine, mentre i romani avevano l’impressione di una città di marmo.
Il colonnato è molto più largo di quello organizzato da Cesare, e dobbiamo pensare ad una copertura a due falde, che qui si presenta sotto forma di doppio ordine.
Restituzione: abbiamo un colonnato continuo con un ordine composito, con una sua trabeazione ed al disopra quello che sembrava un secondo ordine è un attico. Un attico è qualche cosa che non è secondo ordine, ma viene dalla tradizione degli archi trionfali. Un arco trionfale è un fornice, qualche cosa con una trabeazione, un ordine architettonico che ospita al disopra la grande iscrizione dedicatoria. Proprio la parte superiore dedicata all’iscrizione, è qualche cosa che non si può costituire come secondo ordine, perché non ci sono queste proporzioni. Quindi in genere in questa seconda parte ci sono della pareste prive di capitelli, c’è un’organizzazione decorativa priva di ordine riconosciuto, non ci sono le proporzioni dell’ordine.
Cosa vediamo: in asse a ciascuna colonna vediamo una citazione evidente dall’architettura greca, una cariatide. Se osserviamo bene è una riproduzione di una opera architettonica greca del V° a.C. . Augusto per celebrare il suo potere lo rappresenta utilizzando delle forme architettoniche, che conservano la tradizione tusco-italica, ma citando opere di centinaia di anni prima, citando direttamente dall’Eretteo, una tradizione totalmente diversa e precedente ma che qui rivive.
Fra cariatide e cariatide vediamo degli spazi a forma quadrata, con un grande scudo con all’interno una testa barbuta. E’ qualcosa di lontano dalla tradizione autoctona di Roma, che ci riporta al mondo mediterraneo. E’ un Giove sincretico, che ha conosciuto le divinità egiziane, è un Giove Ammone, un Giove che si è mischiato ad Amon-Rà, e quindi si presenta sotto forma di una divinità che cita direttamente anche l’Egitto. All’interno dell’Egitto romano si costruiscono anche templi dedicati alle divinità egiziane, come del resto abbiamo visto a Pompei, e qui vediamo citato tante volte quanto serve per questo programma decorativo, una testa rappresentato sotto forma di Amon-Rà.
Del resto da questo momento in poi la potenza militare e tecnica di Roma permetterà ai militari di trasportare in Italia anche molte delle opere originali dei vari paesi conquistati.
Ultimo edificio di epoca augustea: siamo all’interno del foro tardo-repubblicano, abbiamo una ricostruzione importante di questo basilica, dopo un incendio, con un portico dotato di botteghe verso l’esterno. Di questa pianta c’è da notare il portico antistante, che è stato demolito nel corso del ‘500, ma abbastanza tardi per essere stato disegnato dagli architetti del tempo. Come tema progettuale è essenzialmente una basilica, che presenta una pianta somigliante allo stoà di Attalo. In sezione si presenta come: la basilica, piuttosto complessa a tre navate tenuta su colonne e copertura lignea. Il presentarsi di un portico in epoca augustea, una nuova versione. Abbiamo delle semi-colonne, che portano una trabeazione con un ordine dorico-romano: hanno una base attica, proporzioni un po’ slanciate per essere un dorico, e si presenta fortemente decorata la trabeazione ed il fregio, con decorazione scultoree ripetute, con teste di bove. Dal sistema trilitico effettivo, abbiamo una somma di elemento figurato ed elemento strutturale che è quello sottostante. Quello che apparentemente si configura come sovrapposizione di ordini è in realtà una pelle che viene proiettata su una struttura che funziona in tutt’altro modo: dentro non abbiamo una copertura lignea a travi ma una volta in opus cementicium, dove però il linguaggio greco non è perduto ma citato. E’ un’invenzione piuttosto importante, qui datata al II° d.C. , una struttura essenzialmente con un fronte di arcate costruite in conci disposti radicalmente, una struttura connessa in pietra, con volte sempre nascoste all’interno di questa struttura.
Questo blocco è rappresentato nel foro, ed è una metopa, ed è quello che rimane del Portico di Gaio e Lucio.
Notazione di tipo linguistico sull’architettura dei Claudii (da Augusto fino a Nerone, fino agli anni 60 d.C.). C’è un uso molto forte della pietra, del marmo di Carrara, e questo rapporto anche molto evidente con l’architettura greca, e con una forte accentuazione della lavorazione della pietra, come appare anche nel Claudianum, la sala per il culto imperiale. Abbiamo la porta maggiore, il punto dove l’acquedotto entra in città, e non una porta di città, là dove arriva dentro la città le arcate sono fortemente monumentalizzate. C’è una accentuazione molto forte delle pietre che compongono questa architettura. Si tratta un tentativo volontario di mostrare questi conci non lavorati in modo definitivo. C’è una scelta molto forte di rapportarsi agli elementi che compongono questa architettura. E’ qualche cosa che ha avuto uno straordinario successo con l’architettura del 500 e manierista. Un’architettura che usa il bugnato sotto forma di pietra naturale non finita. E’ un qualche cosa che non possiamo spiegare attraverso fonti, e non capiamo quindi questa scelta espressiva molto forte, per far vedere con tutta evidenza il ruolo dei vari conci, del sistema dell’apparecchio murario, contraddetto da questi elementi che sono quello dell’ordine greco applicato, un sistema molto evidente e non celato di come funzionano questi archi.
Domus Aurea In queste opere assistiamo alla “piena conquista” dell’opus cementicium: l’uso sicuro di una tecnica edilizia che non è quella tradizionale greca. Le più precoci realizzazioni con questa tecnica edilizia si trovano in Campania, qui siamo a Baia, e vediamo il tempo di Nettuno a Baie, una rotonda di natura termale. Le sue caratteristiche sono essenzialmente quelle di essere un grande spazio a base circolare, con delle esedre, una volta a semisfera, dotata di una illuminazione dell’alto grazie ad un oculo terminale. L’area in cui si attestano queste prime costruzioni è essenzialmente questa, perché vicina a Pozzuoli (dove si trova una sabbia di natura vulcanica con fornisce caratteristiche importanti alla malta ottenuta, come la possibilità di legarsi in zone umide o bagnate, costruendo così qualche cosa che può tenere al suo interno acqua, come vasche, piscine, ed altre strutture simili). A Roma abbiamo visto il grande magazzino sul bordo del Tevere, ed abbiamo ancora visto il Tempio della Fortuna Primigenia a Palestrina.
Quello di Nerone è un impero importante all’interno della storia edilizia, perché un incendio vede la rovina di tantissima dell’edilizia abitativa del centro, colpendo moltissime case povere che facevano largo uso di legno e di altri materiali infiammabili. In concomitanza a questi grandi incendi Nerone acquisisce un’importante quantità di aree dove costruire una villa di dimensioni eccezionali. Dove ora c’è il Colosseo dobbiamo immaginare un lago, realizzato per dare un ingresso agli straordinari giardini della residenza. E’ una villa che avrebbe privatizzato gran parte della città, ed una villa che mai si era vista nella Roma storica, come abbiamo visto nel confronto con Pompei.
La residenza di Augusto nel Palatino era molto limitata, perché abitava lì precedentemente alla sua nomina imperiale, non era una casa che volesse mostrare il lusso straordinaria di quella di Nerone.
La dimensione è quella di una vallata intera, e l’operazione consiste nel portare quelle che erano le grandissime residenze agricole all’interno di Roma. Alla morte di Nerone nel ’68 tutti i terreni che aveva requisito vengono donati al popolo romano, tutto quello che Nerone aveva sottratto alla città viene restituito. Il lago sarà il luogo dove viene eretto il Colosseo, che viene realizzato proprio come regalo, come atto dovuto ai cittadini stessi. E’ la “damnatio memoriae”, concretizzatasi anche con la distruzione di questa grande residenza, che noi conosciamo per solo per un caso. Questo perché tutto o quasi è stato demolito, salvo una parte sopra la quale vennero edificate le terme di Tito, che utilizzarono la Domus Aurea come base, come terrazzamento. Ancora dopo, Traiano, intorno al 110,costruirà nuove terme con un orientamento ancora diverso. Con esplicito gesto gli imperatori successivi hanno utilizzato la Domus Aurea come base per attrezzature pubbliche, che vengono a mettersi sopra la residenza di un singolo, di un privato. Queste costruzioni sono finite sottoterra, e solo agli uomini del rinascimento è venuta la curiosità di andare a vedere queste rovine: si sono introdotti sotto in galleria ed hanno scoperto che le volte erano tutte dipinte, ed artisti del calibro di Raffaello, iniziarono a trarvi ispirazione. Questi dipinti prendono da allora il nome di “grotteschi”, termine con il quale indichiamo rappresentazione floreali, o uccelli, così come era nella decorazione degli antichi. Queste strutture sono poi sono state successivamente liberate, è qualcosa in cui si entra sotto e che non hanno poi un esterno, con un esterno che non conosciamo e possiamo solo immaginare. Abbiamo però anche una fonte letteraria, Svetonio, che ci descrive il lusso straordinario della Domus Aurea, di cui parla a più riprese, con cascate d’acqua, soffitti che girano, parti delle coperture che si muovono grazie all’idraulica.
Dobbiamo immaginare una costruzione a metà costa, in rapporto col paesaggio antistante. Possiamo vedere la differenza fra gli appartamenti estivi ed invernali (ipotesi), qualche cosa che distinguerebbe il lato sinistro come appartamenti estivi, e quelli a destra come appartamenti invernali. Abbiamo poi un frammento, casualmente conservato al di sotto delle terme, di una grande esedra. Possiamo dire che tutta questa parte è costruita come verso un paesaggio. Somiglia all’architettura delle ville, di cui conserviamo pochi esempi. Sono esistite tantissime ville con portici e terrazzamenti, e questa realizzazione è qualcosa che attiene la villa agreste: pare che molte di queste ville in campagna dei ricchi romani guardassero verso il mare, ed esisteva quindi una grande quantità di ville organizzate su terrazze verso l’esterno. Dobbiamo immaginare questa struttura con un fronte essenzialmente porticato. Una delle parti più interessanti è quella della sala ottagona, che qualcuno ha pensato risalisse alla descrizione di Svetonio, ma in cui l’archeologia non ha ritrovato elementi bastevoli a confermare la localizzazione.
Sala Ottagona Si presenta oggi qualche cosa privo di decorazione, l’ha perduta completamente. Nel 60 d.c. circa mostra una raffinatezza estrema nell’uso dell’opera cementizia e nell’architettura. Una regola generale che difficilmente ha eccezioni: se guardiamo la struttura e la foto, la sala principale ha una copertura che parte dall’ottagono e diventa una copertura semisferica con oculo terminale. Quindi abbiamo sicuramente degli sforzi laterali notevoli, e con cupole di queste dimensioni (siamo sui 20 m di diametro circa) dobbiamo pensare a delle contraffortature laterali, le sale non sono mai isolate ma costruite l’una affianco all’altra. Quando vediamo una struttura più grande, tutte le strutture radiali all’esterno assorbiranno gli sforzi laterali dati da questa. La stessa pianta dell’edificio romano è costituita dalla necessità di contraffortare le sale più alte. Abbiamo un fronte perduto, dei collegamenti di servizio, questa sala ha tutta una serie di aperture sugli spazi accessori. Prima di tutto vediamo tratteggiato la proiezione in pianta dell’ovulo, tutte le volte che abbiamo una struttura semisferica voltata avete un’illuminazione dall’alto. Lateralmente abbiamo la 24 e la 29 che sono essenzialmente volte a botte, radicalmente a questa direzione abbiamo una contraffortatura della volta principale costituita dai due muri laterali, ed una volte a botte sistemata in questo modo, così come la sala 26 in alto. La numero 25 e la 28 sono più complesse. Alla 28 abbiamo una struttura, che con i corridoi permette di arrivare alle altre sale, e qui vediamo delle volte a crociera, mentre finora abbiamo visto volte a botte in opus cementicium. La volta a crociera è ottenuta dall’incrocio di due volte a botte. La sala 28 e 25 sono coperte da volte a botte, quindi noi in questo spazio, purtroppo difficilmente fotografabile, abbiamo già delle strutture radiali, che però sono costituite con delle espansioni radiali e sale di forme piuttosto complesse. La sala 26 include anche una terminazione absidata. Si deve poi pensare ad un problema abbastanza complesso: come si possono illuminare tutte queste strutture: il fronte è sicuramente aperto, oscurato in parte da un pergolato. Poi abbiamo visto una serie di altre strutture, come le volte laterali, che non sono tagliabili per prendere luce ma si dovrà pensare ad un’altra soluzione. Il fronte è stato restituito senza il colonnato antistante, e delle volte a botte che sono abbastanza alte per prendere la luce, arrivando quasi al livello della copertura superiore della cupola: c’è un secondo perimetro in ottagono in rapporto alle 5 sale che vi prospettano, che prendono luce anch’esse dall’alto attraverso la parte antistante, che è l’unica che può prendere al luce da qua. Non abbiamo del resto un’idea chiarissima del resto delle coperture.
Oramai si è presa pienamente coscienza delle grandi possibilità progettuali dell’opus cementicium, non è più solo qualcosa che può essere impiegato per sostituire in maniera più conveniente alcuni sistemi trilitici, non avendo nessuna novità di pianta. Una piena complessità nel 60 d.C. ci dice che cambia anche la logica compositiva dell’edificio romano: il sistema greco si basa concettualmente sempre a partire dal sistema trilitico, difficilmente abbiamo visto pareti curve. Si tratta di un’architettura romana che è fortemente debitrice dell’architettura greca, mentre qui nella Domus Aurea, nel modo in cui è costruito questo spazio straordinario, anche senza l’effetto di ricchezza dei materiali, già questa ci dice che è uno spazio nuovo completamente diverso: l’opus cementicium porta ad utilizzare spazi a pianta centrale. A differenza della basilica che deriva dall’impianto rettangolare, ha sempre un andamento prevedibile. E’ il portato di una tecnica edilizia del tutto diversa, che dà una nuova libertà agli architetti, costruendo spazi innovativi.
Il Foro di Traiano Siamo nel 100 d.C. , circa 40 anni dopo la Domus Aurea. Di questa struttura conosciamo l’architetto, Apollo Doro di Damasco (città della Siria). L’impero romano ha alle sue dipendenze anche artisti che non sono essenzialmente romani, ma possono venire da qualsiasi parte dell’impero. L’opus cementicium cambia il tipo di progetto. In asse col foro di Cesare ed Augusto, fra i due bracci, nasce un foro molto molto più grande, è un nuovo dono imperiale. Vi è anche uno sbancamento considerevole delle pendici meridionali del colle del Quirinale, parte del piano è stato quindi ottenuto livellando il terreno più in basso. Tutte le strutture a nord fanno parte dei mercati, assegnati allo stesso architetto da Augusto. I mercati si presentano terrazzati, quindi tutti quegli elementi che costituiscono i mercati traianei sono realizzati tenendo conto di questi cambi di livello. Vediamo qui una pianta che non è la più aggiornata, ci sono novità importanti: pochi anni fa è stata scavata la terminazione del foro, e si è capito che questo tempio non esiste. In realtà questo tempio era stato sistemato in rapporto all’assetto consolidato dei fori, all’assetto dei precedenti fori. Era stato sistemato in fondo al foro un tempio per Traiano divinizzato, ma gli scavi non ne hanno rinvenuto traccia. Un elemento importante, una moneta, che rappresenta l’ingresso al foro di Traiano. A partire da questa moneta, che reca impresso il nome di Traiano, vediamo un l’ingresso monumentale con più fornici al foro di Traiano, che dobbiamo considerare a sinistra dell’immagine, non esistendo il tempio. Poi sappiamo come da questa parte, e si arriva a uno spiazzo molto più grande di quelle precedenti, che presente traccia del basamento dove era la statua equestre di Traiano. I portici sono una replica di quelli di Augusto, ed incontriamo una basilica di grandissima dimensione, la Basilica a cinque navate detta Ulpia, e passata questa incontriamo la colonna Traiana, una colonna con un bassorilievo che corre a spirale per tutto il suo fusto, rappresentante gli episodi delle vittorie militari di Traiano contro i daci, ovvero la conquista dell’odierna Romania. Ai lati della colonna abbiamo due strutture, di cui non c’è alcuna certezza ma che vengono chiamate biblioteca greca e latina, ma non sappiamo e se fossero o no qua.
Quindi abbiamo una struttura molto più grande, l’impero è più ricco e si possono spendere più danari. Guardiamo la Basilica Ulpia. Siamo in una struttura a cinque navate: dobbiamo individuare il tribunal, ma di fatto abbiamo una serie di punti interrogativi su dove fosse effettivamente il tribunal della basilica Ulpia. E’ una foresta di colonne con copertura lignea: una volta a botte montata su colonne non regge, perché le spinte laterali hanno un ruolo considerevole, una struttura come questa non può che essere coperta con una struttura lignea. La struttura prende luce da più punti, ha cinque navate che si illuminano ciascheduna lateralmente. Vediamo una delle sezioni possibili, trasversale: è a tripla altezza con un attico finestrato. All’interno abbiamo una struttura con un doppio ordine colonnato, e l’ordine superiore avrà delle transenne marmoree. Poi abbiamo un’ipotesi che vede delle volte nei punti a galleria dov’è più facile, ed agli estremi laterali. Era struttura che teneva all’interno i soliti uffici, difficilmente è collegabile ad una sezione il recinto dell’abside. La struttura terminale è molto difficile da pensare in elevato, e si pensa che fosse coperta con un catino, però questa è la basilica più grande mai costruita dai romani. La basilica di Massenzio costruita 200 anni dopo avrà tutte le coperture in opus cementicim ma con pianta totalmente diversa.
Oggi osserviamo la Colonna Traiana come isolata nella città, la colonna è sempre rimasta in piedi, perché è stata riconsacrata, la statua di Traiano è stata sostituita con la statua di San Pietro. Noi oggi guardiamo l’unica parte conservata di questo mondo che è sparito. La colonna non si doveva vedere come la vediamo oggi. I rilievi della colonna, che rappresentano tutte le fasi delle guerre di Traiano potevano essere visti solo dall’alto, con una basilica ed altre strutture in elevato abbastanza vicino, queste potevano essere raggiunte e lette in funzione alla sua collocazione originaria. Vediamo inoltre delle colonne monolitiche, fusti di un solo pezzo, si abbandona il sistema dei rochi, si usa qualche cosa di diverso: un monolito di pietra, un granito grigio che viene dall’isola d’Elba o dall’isola del Giglio, che viene tagliato sotto forma di colonna e viene portato in nave. Il granito non si lavora facilmente in scanalature, non accetta una lavorazione raffinata come il marmo, quindi essenzialmente sono colonne a fusto liscio, con capitelli corinzi. Siamo nel pieno dell’architettura romana, la ricchezza è data dall’impiego di questi monoliti, poi ci sono i graniti rosso-rosa che vengono dall’Egitto (grazie al predominio navale romano del mediterraneo, soprannominato mare nostrum). La Basilica Emilia che abbiamo visto è in marmo africano, ed anche questi sono marmi colorati. Le basi della colonna sono in marmo di Luni. La Colonna Traiana difficilmente viene considerata una colonna, ma piuttosto un monumento scultoreo. Leggendolo dall’ordine architettonico però funziona: abbiamo un piedistallo con una porta, che con una scala elicoidale permetteva di arrivare nel soffitto, con due falde dovute ad un uso improprio successivo, c’è una colonna montata su piedistallo, un toro scolpito e decorato. Nella parte sommitale un abaco ed un echino, è una colonna dorica fuoriscala, gigantesca. Qui è una invenzione di Apollo Doro, un obelisco che parla greco e latino, un dorico totalmente fuori scala, con proporzioni slanciate.
I mercati Fra il foro di Augusto e quello di Traiano ci doveva essere un passaggio. In rapporto alla prima esedra ve n’era un’altra, e poi vediamo qui una restituzione possibile della stessa. C’è una struttura molto complicata i mercati: una serie di strade d’accesso che conducono a più livelli, dove si passa e si accede a questi ingressi per le varie botteghe dei piani superiori. Questa struttura ha il punto massima capacità tecnica nella galleria superiore che ha botteghe a destra e sinistra, è una parte abbastanza conservata perché facente parte di un declivio: si ha un’idea abbastanza chiara di come possono funzionare questi mercati. Questi sono costruiti dalla necessità di dare accesso a queste botteghe. Il progetto parte dal forte declivio del Quirinale, si individuano una serie di terrazzamenti, con ogni bottega che ha una strada d’accesso. A differenza delle botteghe pompeiane, qui si tratta di un mondo solo di botteghe, vicino ai fori ma ben separato da essi da un muro, un muro netto come quello che separava il foro di Augusto dalla Suburra. C’è un esedra in opus cementicium, di cui non conosciamo la finitura. In questo caso vediamo una scala che permette di andare ai terrazzamenti superiori: qui riconosciamo due botteghe da una mostra in travertino ed una finestra sul mezzalino, dove spesso abitavano anche i negozianti. Dal punto di vista strutturale, l’apertura è proprio in asse, proprio perché scarica il peso nel punto più complicato di questa architrave, perché costituisce un vuoto, non è qualche cosa di una massa inerte che viene buttata, sappiamo benissimo che utilizzano degli archi di scarico, c’è al di sopra di questa porta un arco di scarico costruito attraverso mattoni bipedali (forse normali, ora ho cambiato idea e direi che sono mattoni ordinari) Sono mattoni di dimensione maggiore, di 60 cm, di forma quadrata, abbiamo in profondità questa struttura che fa un arco. Quindi prima di mettere il getto dell’opera cementizia abbiamo sistemato un arco di scarico: quasi tutte le realizzazioni, le più ardite come quella del pantheon, che funzionano solo grazie a questi accorgimenti degli archi di scarico. Una struttura di questo tipo va letta in questo modo, con un arco di scarico che garantisce la resistenza della struttura.
L’aspetto architettonico del terrazzamento superiore: sono tanti archi che si aprono, risolti con due file di mattoni, ed abbiamo poi una trabeazione con un disegno molto complicato di frontespizi per cui uno sì ed uno no si legge tutto insieme come disegno, ed è interessato moltissimo agli architetti del rinascimento.
Vediamo una struttura di mercato, con due livelli di botteghe da una parte e dell’altra, e si presentano con una galleria centrale coperta, una serie di botteghe al piano terra e una pianta di botteghe al piano superiore. Abbiamo una galleria coperta in cui danno una serie di botteghe: ciascuna ha i suoi piedritti, un architrave, ed un mezzalino. C’è poi un corridoio che affaccia al piano di sopra, in cui le botteghe saranno più corte. Abbiamo una volta a crociera, con degli elementi di contraffortatura laterale, quindi tutte queste strutture servono a contraffortare queste volte a crociera. Questa galleria prende luce dall’alto e queste botteghe sono illuminate solo dalla porta e dalla finestra sovrastante. Vediamo la cosiddetta finestra termale, qualche cosa di molto comune all’interno dell’architettura: è una finestra che nasce come fronte, configura una finestra che sta dentro il fronte di una volta a botte oppure in una delle facce di una volta a crociera, è una nuova forma. Solo alcune botteghe godono di finestre, quelle verso la strada, ma dall’altro lato non hanno finestre né sopra né sotto perché sono addossate al colle.
Del resto, conoscendo la vita urbana, abbiamo testimonianza di molti traffici e rumori della strada, e di conseguenze gli stessi edifici cercavo di isolarsi da questa. Esistono comunque vetri romani molto belli e lavorati, ma non hanno dimensioni che arrivano alla lastra o alla vetrata. Le vetrata è un’invenzione prettamente medievale.
Sezionando una volta a
crociera lungo l’asse centrale… avremo una linea retta!
Le botteghe si organizzano con delle volte a botte che poi si saldano alla crociera. Non una forma monumentale ma uno spazio godibile dall’interno. Non sono volte a crociera perfette, non sono campate quadrate ma rettangolari, quindi abbiamo una volta più basso che si collega ad una più grande, non c’è un collegamento perfetto perché non sono della stessa altezza.
Il Teatro e l’Anfiteatro. Il teatro come forma di spettacolo era qualcosa che non poteva essere costruito in forma stabile, il primo ad essere realizzato così è il teatro di Pompeo (nella metà del I° secolo a.C.), durante l’agonia della repubblica. Quindi dobbiamo pensare che gli spettacolo teatrali sicuramente c’erano, ma che questi per le leggi che vigevano della repubblica doveva essere smontabili, non poteva essere un’architettura monumentale. Con Pompeo si riesce a realizzare quest’opera con un escamotage: ponendo in cima a questo teatro un tempio dedicato a Venere, tutta la costruzione diventa di tipo religioso, e sfugge al bando. Ora non c’è praticamente nulla del teatro, è stato inglobato dalla città moderna, e possono vedersi solo poche tracce. Com’era fatto? Era un teatro alla romana, come quelli che abbiamo visto in Pompei. Non sfruttava una collina, e quindi non aveva necessariamente l’obbligo di essere costruito fuori dal centro cittadino. Siamo nel centro cittadino, vicinissimo a Piazza Navona, e c’è una novità considerevole: questa architettura ha un esterno monumentalizzato. Ha una sua facciata, ha tutta una serie di elementi artificiali che portano la cavea ad essere costruita da terra, e questo porta all’esistenza di un fronte monumentale, donato dal generale vittorioso che aveva ambizioni politiche. Vediamo ancora dei frammenti della Forma Urbis: in alcuni abbiamo dei frammenti riconoscibili con scritto “Teatro Marcelli”, che corrispondono allo posizione dello stesso nell’odierna Roma.
Prima di tutto osserviamo l’organizzazione dell’orchestra: nel teatro greco era circolare, ma nell’evoluzione delle forme circolari il coro avrà un ruolo sempre meno importante, e prenderà il sopravvento la scena, una scena che abbiamo visto nascere sotto forma di scena effimere. Abbiamo anche visto che in epoca romana si organizza con qualcosa di simile a questa pianta, ed in epoca augustea acquisisce una galleria superiore.
Siamo nei primi anni del I° secolo a.C. , ed abbiamo un semicerchio, e qualcosa di molto monumentale ed ingombrante che è una scena fissa. Il muro si presenta sotto forma di colonnati liberi, semicolonne su più livelli, una scena fissa che conteneva anche un’importante decorazione scultorea dei donatori, dei regnanti, un organizzazione celebrativa del partito storico a cui Pompeo fa riferimento. Della scena non c’è più niente, neanche l’organizzazione a terra. Nel medioevo è diventato un castello imprendibile, e successivamente un palazzo gentilizio. Abbiamo quindi conservato parte della fascia esterna, però possiamo osservare qualcosa di importante: possiamo considerare il teatro romano come un palazzo pubblico, come qualcosa che ha un suo aspetto esterno molto evidente. Nel lessico tedesco questa sistemazione si chiama “motivo del Colosseo/motivo del teatro”, perché è una struttura ad arcata che si presenta decorata con tante semicolonne, architrave fregio cornice, un ordine superiore, etc… Le arcate si presentano vestite, non nude, vestite dei panni di architettura ellenistica, greca, un linguaggio che viene riconosciuto come linguaggio dell’architettura aulica e consono all’uso che di questo teatro viene fatto. Dal punto di vista dell’immagine: abbiamo un sistema di arcate che poi è vestita con delle colonne, con la chiave tangente o abbastanza vicina ad essere tangente all’architrave che passa lì sopra. Abbiamo poi un architrave, un fregio ed una cornice. C’è poi una sorta di capitello del piedritto, con una sorta di cornice che segnala l’inizio dell’arco.
Abbiamo una galleria di distribuzione, ed in asse con tutti questi archi, tanti muri radiali, una galleria e radialmente tante volte a botte. Abbiamo ingressi con usi differenziati. La cavea è tenuta da tante volte a botte inclinate, che garantiscono anche la distribuzione del pubblico.
Questo è quanto rimane, e quanto osserveremo, in travertino molto consumato ed usurato dal tempo, con sopra Palazzo Orsini, ed una parte di quella organizzazione che si è detto. Dal punto di vista del linguaggio architettonico abbiamo un problema di sovrapposizione degli ordini. C’è un dorico al piano terra, uno ionico al piano sovrastante. Dobbiamo pensare fra l’altro che il dorico a Roma è quasi sparito, non è quasi mai utilizzato, lo abbiamo trovato solo nel portico di Gaio e Lucio nella Basilica Emilia, e poi lo troviamo in questa occasione nel teatro di Marcello, utilizzato come citazione dell’architettura greca della sovrapposizione di ordini, perché dall’ordine superiore avevamo i soliti problemi di diametro. Le volte non possono che essere in opus cementicium, mentre il fronte deve essere di pietra essendo un’architettura pubblica, con una decorazione non carica, perché l’occhio romano non tollera la facciata troppo piena.
Antiteatro Flavio – Colosseo Il teatro diventa un edificio pubblico con un suo esterno. L’anfiteatro Flavio, è il più importante, almeno per dimensione, d’Italia. Il Colosseo è inaugurato intorno all’anno 80 dopo Cristo. Siamo poco prima dei mercati traianei. E’ un tipo edilizio che fa la prima comparsa con l’architettura romana, ha uno i suoi primi esempi con Pompei, dove era un anfiteatro parzialmente scavato nella collina tufacea. Il Colosseo nasce in una parte pianeggiante, e si configura come un raddoppio di un teatro. Abbiamo una forma ovata, allungata. All’interno della cultura romana viene chiamata spectacula, il posto dove si allestivano degli spettacoli. V’erano spettacoli pagati per tutti gli ordini di cittadini, compresi i più poveri, e vi venivano rappresentati anche spettacoli navali, con lotte fra imbarcazioni, grazie al parziale allagamento dell’arena, prima della costruzione dei sotterranei. E’ una cultura che nasce negli accampamenti militari. L’immagine da sopra ci restituisce l’aspetto archeologico, l’arena si presentava coperta da un tavolato ligneo, ed al disotto vi era una serie di strutture architettoniche complesse, che garantivano l’accesso alle fiere in tutte le parti dell’area attraverso botole. L’arena non è il nucleo terreno, ma una piattaforma artificiale con un complesso reticolo di corridoi. La struttura ruinata che vediamo ci parla di crolli di volte a botte che tenevano tante strutture gradinate: il Colosseo che vediamo non è conservato nella sua integrità. Per una buona parte manca un anello, tutto l’interno ed il fronte sud manca totalmente degli anelli più esterni, che sono stati rubati per procurarsi materiale edilizio, e parte di questo materiale è anche caduto giù con terremoti.
Guardiamo il colore giallo. Sono gli assi che garantiscono l’entrata per gli ingressi di servizio, entrando in galleria direttamente nella parte sottostante all’arena di legno. L’accesso a tutta quest’area di servizio avveniva in galleria, da diverse strutture come le caserme dei vigili, le abitazioni dei gladiatori, etc. Molte delle forme che abbiamo all’interno posso anche essere lette come elementi mobili che permettono la risalita di strutture. Esiste quindi tutto un mondo sotterraneo che si organizza in una struttura che permette di accedere anche alle parti sotterranee.
Dall’altra parte vediamo un’organizzazione di questo tipo: abbiamo un ingresso a 3 navate come in tutti gli ingressi assiali, per un ingresso di massa del pubblico, che poteva entrare direttamente e prendere il posto che gli era assegnato, dove più in alto si va e più degrada la condizione sociale. C’è anche da dire che il Colosseo potrebbe essere stato coperto, che parte della cavea del colosso potesse aver avuto coperture di tela, sarebbero esistiti dei velari, ma noi siamo scettici a tal proposito.
Rispetto al teatro di Marcello le dimensioni sono maggiori, così come il flusso di spettatori. E’ stato costruito da 4 imprese diverse con 4 diversi cantieri per ogni spicchio, collegandolo poi parte e parte. Non è un’ellisse ma piuttosto un ovato, quest’ovato ha degli grandi ingressi a 3 navate, propriamente pubblici. Rispetto all’unica galleria anulare del Teatro di Marcello qui abbiamo due gallerie anulari, anche se di sezione diversa. Il fronte dell’edificio è un pietra, in opera quadrata, in travertino. Aveva un’apparenza bianca all’esterno, ed all’interno tutte le gallerie non si presentavano rossicce, ma piuttosto bianco stuccato, e tutte le gallerie erano ricoperte di stucco, decorato sotto forma di decorazione scultoree decorate e non che mimano cassettoni bianchi.
Al livello sotterraneo abbiamo i famosi passaggi. Al primo livello abbiamo ancora due gallerie di distribuzione, che permettono di circolare ed uscire da porte diverse.Vediamo una foto della seconda galleria, fatta a crociera, mentre la prima era una galleria con volte a botte. Era una galleria interna, sono botti perché all’esterno abbiamo una galleria più alta, perché abbiamo insieme una galleria anulare e poi i setti che corrono radialmente.
E’ fatta da pilastri in travertino, poi una cornice d’imposta della volta, e quest’opera in opera cementizia. Abbiamo poi volte a botti ascendenti che sostengono le rampe di scale. Si vede abbastanza il confronto fra la rovina, che non doveva essere visto, ed il paramento in pietra.
L’esterno del Colosseo è più complesso di quello del teatro di Marcello: abbiamo 3 ordini di arcate ed al di sopra un piano attico. Si presenta come anfiteatro, non vi è a data un’accentuazione speciale lì dove vi sono gli assi di ingresso, non ci sono accentuazioni particolari e ce ne si accorge solo entrati. Gli ingressi avevano dei numeri romani incisi, abbiamo un’organizzazione architettonica molto simile a quella del teatro di Marcello. Tutta la struttura è in opera quadrata, ha insieme due strutture diverse, due famiglie diverse, una di opera quadrata ed una con trattamento delle pietre a cuneo. Al primo ordine si tratta di tuscanico, basi, fusti di colonna non scanalate, un capitello abbastanza semplice con abaco ed echino e fregio liscio di ordine tuscanico. Al di sopra un piedistallo, non vi è una sovrapposizione diretta fra colonna, anche perché qui in mezzo vi è una volta, c’è una copertura voltata, una copertura più spessa, ed al di sopra dell’ordine dorico c’è un ordine ionico, al di sopra un corinzio. Questa diventerà una regola per molta parte dell’architettura successiva. In corrispondenza dell’ultimo piano, dove non c’è galleria, abbiamo una struttura diversa chiusa, che non ha bisogno di arcate perché non abbiamo setti radiali, con al di fuori delle paraste corinzie. Al di sopra delle finestre vi sono degli elementi che avrebbero potuto sostenere dei velari. La distanza fra chiave dell’arco ed architrave è abbastanza alta.
Pantheon E’ uno dei grandi capolavori insieme al Partenone, è un riassunto, l’apogeo dell’architettura romana. Questa avrebbe raggiunto il suo massimo espressivo sia sul piano tecnico, ed anche dal punto di vista stilistico primi decenni del secondo secolo dopo Cristo, perché presenta un’unione fra l’architettura in opus cementicium e le grandi architetture di area ellenistica: abbiamo in mano tutta l’architettura romana.
Adriano è l’imperatore che acquista il potere come figlio di Traiano, all’interno di una carriera dentro l’esercito, ma Adriano come persona ci è stata tramandato come costruttore ed uomo di grande cultura. Abbiamo una serie di fonti, non molte, che insistono fortemente sul fatto che avrebbe avuto la passione di costruire. L’impero del secondo secolo dopo Cristo è un impero importante, dalla Palestina fino al vallo di Adriano in Inghilterra, è un Imperatore che ha viaggiato moltissimo, sicuramente in Grecia, sicuramente era molto legato alla cultura greca, è stato anche in Egitto dove morì il suo favorito, Antinoo. Costruisce la Villa Adriana, una villa dove avrebbe ricostruito molte delle meraviglie architettoniche viste in Grecia ed in Egitto, testimonianza di un rapporto fra architettura ed impero molto importante. In Atene è responsabile del completamento di diversi templi ed altri edifici. La figura dell’imperatore è connessa anche all’edificio, più importante, il Pantheon. E’ stata fatta l’ipotesi di un Adriano Architetto: abbiamo a questo proposito alcuni dati di partenza: del Pantheon non conosciamo il nome dell’architetto, non possiamo legarlo ad un’artista, e quindi si è anche pensato che Adriano stesso fosse committente ed architetto. Oltre questo prima punto interrogativo, alcune fonti ci dicono che Adriano si intendeva di architettura. Ci riportano ad un episodio, quando non ancora imperatore e non era stato individuato come erede. Traiano aveva come architetto Apollo Doro di Damasco, responsabile della costruzione del Foro, della Basilica Ulpia (per certo) e presumibilmente è immaginabile che sia anche l’inventore dello straordinario spazio dei mercati. Apollo Doro avrebbe anche costruito un ponte sul Danubio, che sostituiva un ponte di barche, fatto su piloni e quindi di arcate fra piloni e piloni, quindi aveva anche una solida formazione di ingegneria. Questo sarebbe stato demolito a causa della forte pressione dei barbari, non potendo lasciare una simile opera a disposizione degli invasori. Adriano avrebbe dato il suo parere in una discussione fra i due, ed Apollo Doro avrebbe risposto sprezzante “Vai a disegnare le tue zucche [Kolokunta V]. Tu non capisci nulla di questi argomenti”.
Se osserviamo una volta a spicchi, su base ottagonale, piuttosto raffinata che sta all’interno di una struttura di sicura epoca adrianea, che non può che essere stata realizzata che in opus cementicium. E’ possibile pensare che Adriano avesse delle basi per poter decidere ed aver a che fare con i progetti di architettura (sappiamo questo dalle varie fonti, biografie o libelli). Adriano avrebbe messo a morte, o liberato Apollo Doro di Damasco. Duranti i primi anni dell’impero, Adriano avrebbe richiesto un parere per la progettazione di un tempio, che è a Roma nelle vicinanze del Colosseo, il Tempio di Venere in Roma, quasi del tutto sparito, con due celle unite per l’abside, due semi-rotonde all’interno che separavano Venere e Roma, la città stessa fatta divinità.
Prima di metterlo a morte, Adriano avrebbe chiesto rispetto a questo tempio, mostrandogli un disegno, avrebbe fatto alcune osservazioni sul fatto di non essere stato abbastanza sollevato, se lo fosse stato si sarebbe potuto conservare la scenografia del Colosseo nelle sue strutture sotterranee. Attualmente le rovine ci parlare di un podio dove al di sotto ci sono spazi, stanze.
Seconda cosa: Adriano avrebbe sbagliato, le porte del tempio sarebbero state troppe basse per le statue che avrebbe dovuto ospitare il tempio, mentre queste devono essere commisurate alle dimensione delle statue. Questo ci indica un Apollo Doro molto sicuro di sé, un personaggio straordinario, come appare sulla Storia Augusta, della quale l’importante è ricordarsi che è una storia dedicata agli imperatori, e se Apollo Doro compare così spesso, vuol dire che era un artista con capacità straordinarie.
Tutto quello che si conserva
dall’antichità è del tutto casuale.
In Germania gli architetti
hanno la buffa tradizione di chiamare Adriano i figli.
E’ un artista che però nessuno riesce a connettere al Pantheon, essendo una artista così straordinario. Il Pantheon è stato conservato, non solo abbiamo l’esterno ma anche l’interno, unico caso oltre a Pompei che però è provincia, solo periferia ricca, non abbiamo nessun altro edificio romano di cui possiamo vedere gli interni. Il Pantheon ha quindi moltissimi dei marmi al loro posto, ma ovviamente non le statue. Questa fortuna ha una sua storia: dopo il 313 l’imperatore Costantino organizza l’impero sulla religione cristiana, e sappiamo anche intorno alla fine del quarto secolo i culti pagani vanno abbastanza in crisi, fino ad arrivare alla chiusura dei templi nel 430. Da allora tutti i templi pagani non vennero più mantenuti e così nessun tempio è più conservato. La grande fortuna del pantheon fu quella di trovarsi nel centro abitato di Roma, mentre molte altre zone erano state abbandonate: infatti dopo il crollo degli acquedotti la collocazione vicino al Tevere era l’unica che permettesse l’approvvigionamento d’acqua. Il Pantheon non rimane inutilizzato e diventa una fortificazione, così come è successo al Mausoleo di Adriano, che è diventato Castel Sant’Angelo, dove vediamo una base circolare che è la base circolare residua della tomba di Adriano. Si è salvato, perché nel 608 è stato donato dall’imperatore d’Oriente alla Chiesa, ed è diventato una chiesa dedicata alla Madonna, quindi questo grosso oggetto ha tutt’ora uno strano statuto di monumento pubblico in parte chiesa. Una volta che sappiamo ed abbiamo la fortuna di poter vedere un interno dell’architettura imperiale, chiediamoci come appariva questo tempio. Abbiamo davanti una piazza,che è moderna. Prima di pensare al Pantheon come edificio simbolo, dobbiamo pensare al Pantheon nella sistemazione originale, un edificio che è preceduto da un portico, con le proporzioni del doppio quadrato, con un ingresso in asse, e centralmente un arco onorario con al di sopra una statua di Adriano.
Traiano era l’imperatore che aveva ampliato maggiormente i fori, c’è stato un ampliamento sempre più importante di spazi pubblici, e poi connessi a templi o basiliche. Con Traiano era stato terminato tutto lo spazio utilizzabile, tutta la parte compresa fra i due colli era stata resa pubblica e resa monumentale, quindi il passo successivo di Adriano è quella di cambiare zona, andando in quella di Campo Marzio, campo di Marte perché luogo delle esercitazione militari, dunque una zona ad uso militare. Questa man mano si amplia, ed all’interno cominciano ad essere costruiti diversi edifici, e si può dire che qui Adriano sistemi il suo foro. Si tratta di uno spazio coperto colonnato, un ingresso monumentale ed un tempio in fondo. Il tempio ha qualche problema all’interno della sua definizione, perché non si sa a che cosa fosse dedicato. Il nome è grecizzato all’interno delle fonti classiche, e si pensa all’intero cumulo delle divinità pagane. Adriano riceveva all’interno, compariva lì dentro per amministrare la giustizia, per eseguire atti di governo in pubblico, quindi è possibile che ci sia nuovamente una certa confusione fra tempio ed aula imperiale. Ne esisteva una di Augusto (?), dove l’imperatore sedente si manifestava al pubblico ed appariva, si tratta in questo periodo di un imperatore che concede apparizioni all’interno del tempio. Questa continuità fra la persona dell’imperatore non è tanto strano, perché alla sua morte l’imperatore viene divinizzato. Dobbiamo interpretarlo come un tempio non-isolato, con una visione fortemente limitata rispetto a quella che abbiamo oggi: possiamo ora girarci tutto intorno, accorgersi che ha un davanti, un dietro e dei fianchi. Ancora una volta l’architettura si mostra con una veduta molto limitata, si vede un pronao di architettura trabeata, e non si vede l’elemento retrostante, che sta all’interno di un costruito. Siamo all’interno di un’architettura forense, si ha davanti una struttura molto conosciuta, dietro alla facciata templare una cella ipertrofica (?), ma questa non poteva essere osservata. Finora non abbiamo visto esempi di architettura in opus cementicium che mostrino un esterno.
Attenzione! Non è il primo pantheon costruito su questa zona: il primo fu edificato intorno all’anno 0 da Agrippa (genero di Augusto), e se ne può dare un’ipotetica forma. Questo pantheon sarebbe stato costruito da Augusto. La nuova ipotesi più accredita parla di un tempio di questo tipo, che avrebbe occupato l’area del portico con una cella. E’ una tipologia diversa, che ha un portico di colonne, e con una cella retrostante di forma rettangolare.
Adriano avrebbe riconosciuto il pantheon di Agrippa/Augusto mettendo il suo nome sulla trabeazione dell’ingresso, come testimonianza del primo tempio perduto nel primo 80 dopo Cristo, ed Adriano lo fece ricostruire facendo un’opera di pietà per la memoria storica del passato, incidendo Agrippa Fecit, restaurando e reinstallando anche la dedica iniziale. Questo ha portato ad una confusione grandissima, durata per tutto il rinascimento, che ha visto attribuire una datazione errata al Pantheon solo per il fatto che c’era scritto Agrippa Fecit.
Abbiamo 8 colonne di dimensione notevole. Oggi il terreno della città è molto cresciuto, la piazza ora comunica direttamente con il colonnato, non c’è più il podio che sollevava ed evidenziava il tempio. Invece nelle città il suolo va è salito anche di 4-5 metri, perché si costruisce sulle rovine altrui. Tempo fa era stata scavata una parte della pavimentazione del cosiddetto foro, ed è apparsa la pavimentazione di fontane, con lastre sotto il suolo. Abbiamo davanti un pronao; abbiamo 8 colonne come il Partenone, che si presentano con l’intercolunnio più largo al centro e più stretto ai fianchi, quindi vi sono quelle stesse citazioni dell’architettura greca, dove non serve più un rapporto con la trabeazione dorica, rimane questa regola, di due moduli ed un quarto. Vi era un’iscrizione che correva sul fregio che è stata ricostituita a partire dai perni, perché l’iscrizioni era di metallo, dai perni, dai buchi sul marmo è stata ricostruita l’iscrizione del fregio, Agrippa fecit nel III° consolato.
Le colonne sono monolitiche, di dimensioni massime, non ne esistono più grandi nell’architettura romana. Sono stati condotti studi approfonditi sul trasporto navale delle stesse e sulla loro attività di cava dall’Egitto. Basi e capitelli sono invece di marmo pentelico, quello del monte vicino Atene: quindi invece di andare a prelevarlo a Luni il marmo viene direttamente dalla Grecia.
Pianta. Abbiamo un ordine corinzio. Il frontespizio non aveva decorazione scultoree, dal tipo di perni è stata fatta l’ipotesi che potesse essere una colonna, come simbolo imperiale, e non un apparato scultoreo iconografico, solo un chiaro simbolo imperiale di una donazione imperiale.
Le basi. I fusti sono di granito egiziano, base attica, toro-scozia-toro, più monumentalizzata poichè presenta un toro, una scozia con doppio astragalo, ancora una scozia ed un toro. Ha due anelli fra il toro di sotto ed il toro di sopra, una base attica più complicata da questi due anelli.
Il capitello nella sua versione originale, ha perso molte foglie, ma sicuramente le possedeva, abbiamo ancora la campana, la parte strutturale del capitello stesso. Si presenta con il doppio registro di colonne e le volute. E’ largamente perduta la sua decorazione esterna, ma si presenta molto ben conservato all’interno, forse c’è la migliore conservazione in assoluto degli elementi formali dell’architettura romana.
Il pronao è diverso. “Ha a che fare” con il tempio italico-etrusco, una ripartizione in 3 navate, una navata centrale con ingresso verso la cella, e due laterali che hanno a che fare con una terminazione absidale. La complessità enorme è mettere insieme un’architettura trabeata come quella del tempio, ed uno spazio con un’altra logica: un oggetto circolare con un oggetto rettangolare, e c’è quindi uno spazio di compromesso, in tutti i templi sarà un problema declinato dagli architetti sempre in modo diverso. Abbiamo due spazi che obbediscono a due logiche diverse dal punto di vista costruttivo. Sopra le colonne abbiamo l’architrave, poi qualcosa di strutturale che non doveva vedersi (ma ora si vede, vi spiegherò poi perché). Non si doveva vedere perché chi entrava si trovava in un pronao a 3 navate coperto con una volta a botte, realizzata in legno e metallo. Veniva suggerita un’architettura a 3 navate, ora perduta.
Abbiamo basi bianche, colonne grigie, capitelli bianchi e qualche cosa di metallico come soffitto. Vi è un arco a botte cassettonato fra il pronao e l’ingresso del tempio, quindi è probabile che questo arco cassettonato proseguisse sotto forma di un soffitto cassettonato apparente.
Tema principale dell’architettura romana, con qui la sua didaticizzazione strutturalmente più evidente. C’è un problema di conflitto delle forme, in un punto specifico. Come si risolvono questi punti importanti di rapporto fra il sistema trabeato e murario? Si usano dei pilastri a pianta quadrata dietro le ultime colonne, che appiano come una parasta poi ripetuta, quindi dobbiamo pensare che all’interno del mondo progettuale romano esiste la concezione che la colonna può diventare decorazione di muro sotto forma di pilastro e sotto forma di parasta. La parasta serve a dare di fianco una visione di un colonnato continuo, in parte effettivo, ed in parte apparente, c’è una continuità fra il pieno ed il vuoto, data dall’estensione dell’ordine architettonico, l’ordine è qualche cosa che può passare da un elemento a qualche cosa che veste il muro, ma la trabeazione è la stessa. Il fianco del tempio si veste di colonnato, la stessa cosa può dirsi ai lati della navata centrale, con un pilastro che si presenta con la stessa base, tutto rivestito in marmo e si presenta scanalato. Al contrario dove c’è un’esposizione straordinaria di granito egiziano non si usano scanalature, perché lo stesso è durissimo da lavorare. Quando la colonna incontra il muro diventa semicolonna, ed all’interno dell’ingresso viene replicato questa organizzazione di paraste. E’ qualche cosa di molto importante, alla base della piena sintesi fra gli elementi più importanti dell’architettura greca e del sistema trilitico e gli elementi di novità del sistema romano: il muro e pronao partecipano uno stesso linguaggio grazie alla proiezione degli ordini architettonici, modalità fatta propria anche dall’architettura rinascimentale. Nella parte sommitale della porte stessa avevamo una grata per far entrare dalle luce. I battenti della porta sono in parte quelli antichi, e se si è conservata fino ad adesso è dovuto a restauri e ricostruzioni parziali, ed è stata smontata per l’anno santo. Avevamo un sistema particolare di meccanica, non tradizionale, perché il peso dei serramenti non permette certo di appenderli.
Tutto quello che è fra parasta e parasta condivide lo stesso linguaggio di decorazione con ghirlande. Invece tutti i capitelli d’anta del tempio greco non partecipavano al linguaggio esterno, qui invece si proietta la forma della colonna sulla parete, con un capitello ovviamente a base quadrata invece che circolare.
Sui lati esterni, la trabeazione oltrepassa il portico ed arriva fino ad un punto di crisi incrociando la parete curva, interrompendosi. Momento di Crisi. Ma per questo dobbiamo pensare al fatto che il pantheon non si leggeva completamente.
Introduciamo il discorso del corpo intermedio. Una volta che si mette un passo (?) e s’arriva a questa architettura di muro, si è dentro un sistema diverso, fatto di un cantiere umido con un’opera all’esterno costituita da una cortina in mattoni (NON E’ TUTTO DI MATTONI, NON E’ TUTTO DI MARMO, non diciamo scemenze all’esame, per favore!). E’ un opus cementicium con rivestimento in mattoni, con laterizi speciali ed archi di scarico. Avevamo inoltre tegole di bronzo, che sono sopravvissute poco (solita cupidigia di metallo da parte degli uomini medievali).
Momento di Crisi: la rotonda non è trabeata. Aveva solo delle cornici più rozze, che devono essere osservate da lontano, e che non partecipano allo stesso atteggiamento del pronao.
L’oculo. L’abbiamo visto già nella sala ottagona, ed è importante precisare che CI PIOVE DENTRO, NON ESISTONO CORRENTI D’ARIA O ALTRE INVENZIONI CHE IMPEDISCANO QUESTO FENOMENO NATURALE (questo è solo per il 20% degli studenti). C’è sempre attenzione ai culti solari, derivati dai rapporti con gli egizi, ed al ruotare della volta celeste, con giochi di luce.
La dimensione maggiore sta all’intorno dei 150 piedi romani: tutte le opere romane lette con questa unità di misura diventano più comprensibili. Col sistema metrico decimale abbiamo circa 45 m. Più precisamente abbiamo 43,30 m, poi lo spessore del cilindro è pari ai 5-6 metri, circa sui 20 piedi.
Per altre realizzazioni di questo tipo dovremmo aspettare molti secoli. Questa più o meno è la distanza massima, ci vorrà il ‘400 per rifare una struttura di questo genere. La cupola è abbastanza facile da pensare sotto forma di semisfera, abbiamo un cilindro che è alto come il diametro della una sfera.
Abbiamo un cilindro che per la prima volta non è contornato da contrafforti radiali, ma contiene all’interno, nel grosso spessore del cilindro, contiene già i setti radiali che posso controbilanciare le spinte.
Sotto il Pantheon osserviamo fondazioni di 4m e ½, in asse a questa struttura, ha un profilo gradinato verso l’esterno, per controbilanciare la parte superiore con una struttura molto sottile. Tutto questo pacchetto fino all’ultima cornice è stata fatto in opus cementicium con rivestimento in laterizio, forse anche senza bugne in stucco come si era pensato. Dalla terza cornice abbiamo poi un’opus cementicium privo dell’opera in laterizi, e presentano allo stesso tempo materiali ed inerti più leggeri, come la pietra pomice. Nella parte sommitale abbiamo l’oculo di 8,70-9 m. C’è anche un esempio di centina, è un’ipotesi piuttosto intelligente, ovvero si procede per anelli con gettata unica ed organizzata (e tenendo conto che è stato costruito in 10 anni, si tratta di una celerità straordinaria per l’epoca). Quindi visto che ciascun anello è incatenato al precedente, e qui abbiamo un’ipotesi per montare una centinatura dall’interno. Abbiamo un’incastellatura appesa a questa struttura, che man mano si amplia.
Attenzione alle contraffortature laterali e alla struttura dell’opus cementicium. Vediamo l’interno del Pantheon in una posizione particolare, all’esterno è un cilindro, con uno spessore, se si a guardare dall’interno è cilindrico, organizzato piuttosto con un ingresso, un abside terminale, altre due absidi, e varie espansioni radiali. All’interno di quel cilindro, di quel pacchetto di 6 metri dobbiamo pensare situazione differenti, chi sta all’interno lo percepisce come uno spazio che si amplia, e questi spazi sono anche utilizzati come setti radiali di sostegno. Se all’esterno ci pare una banale ciambella, all’interno abbiamo queste espansioni radiali, che sono schermate con coppie di colonne. Nel muro interno è esteso il sistema delle colonne, quindi vi è continuità all’interno del pantheon, vi è una trabeazione che gira tutta la rotonda, con il muro rivestito da colonna. Dal punto di vista strutturale, mettere delle colonne in questa posizione obbliga ad una serie di archi di scarico considerevoli (qui vediamo l’immagine senza marmi di rivestimento). L’elemento più fragile sono sicuramente le colonne, sopra la colonna abbiamo elementi in travertino, in pietra. Gli archi di scarico sono ottenuti apparecchiando dei mattoni ad archi prima della gettata, con vari archi di scarico con al di sopra di ogni nicchia è aperta una finestra. E’ complicato il rapporto fra l’arco di scarico e la muratura, in alcuni punti sono addirittura passanti, cioè coprono tutta la struttura interna al pantheon, affacciandosi all’esterno della colonna. Non sono archi di scarico senza rapporto con l’esterno, ma coprono l’intero spessore della struttura con due file di mattoni bipedali, qualcosa intorno ad 120, costruito con una centina apposita ed al disopra del calcestruzzo.
All’interno: vediamo l’organizzazione architettonica dell’interno. Abbiamo delle finestre vere e delle finestre finte. In rapporto al muro, qui dov’è pilone, la finestra è finta. Queste finestre hanno lo scopo abbastanza importante di dare luci agli spazi interni, prelevandola sempre dall’oculo centrale. Parte la luce dell’oculo, e va fino alle cappelle, attraverso queste finestrature del piano attico. L’esedra principale non si presenta schermata da colonne, e si presenta piuttosto con una nicchia. Abbiamo delle colonne spostate sui muri. L’interno del Pantheon è totalmente rivestito in marmi colorati, i capitelli sono ben conservati, abbiamo un connesso marmoreo, una decorazione che in genere è del tutto perduta, con porfido che contraddistingue molti di questi elementi, rosso scuro che contrasta fortemente con gli elementi dell’architrave e della cornice. Qui sono i colori ottenuti dalla ricchezza di marmi, non come nell’antica Grecia. Stessa cosa può dirsi del pavimento, che alterna porfidi e marmi gialli, ed abbiamo anche utilizzato il marmo verde-antico nell’architrave piccolino applicato alle murature. I cassettoni era probabilmente decorati in stucco, stucco dorato, piombo e piombo decorato, forse con rosette.
All’interno il livello di conservazione di questi elementi è molto buono. L’attico del Pantheon non è quello che attualmente esiste, l’attico si è conservato per secoli, poi non più tardi di poco tempo fa, nella metà del ’700, per restaurare l’attico, lo stesso è stato completamente demolito per un’architettura moderna, per incapacità tecnica di consolidare l’attico moderno. Nel 1935 hanno fatto un attico antico falso, ed hanno costruito questo con un cantiere molto povero, con solo stucchi dipinti, cemento e pittura che funge solo visto da lontano, abbiamo quindi una parte mal restituita.
Villa Adriana. Plinio ci dà l’elenco di tutto quando vi è all’interno, di strutture di grandissimi dimensioni, non una villa moderna ma un mondo a parte, all’interno di grandi possedimenti agricoli, dove i rappresentati delle famiglie romane potevano avere delle ville del lusso immenso, con anche delle attrezzature termali. Le residenza del singolo poteva sfoggiare un lusso analogo a quello delle attrezzature pubbliche. La villa è stata conservata perché è finita sepolta fra i rovi e nella vegetazione, e perché si trova in una zona del Lazio finita disabitata dopo la caduta dell’Impero Romano. Il primo che ci parla di questa villa è Pio II, che parla del ritrovamento di una città. E’ ancora Pio II che collega queste rovine di città a dei testi classici, come l’Historia Augustea, c’è anche una descrizione di questa villa. Qui Adriano avrebbe replicato molte delle architetture che avrebbe visto in giro per l’impero, luoghi diversi che ospitano le meraviglie della tecnica. Oramai è un’area archeologica, con diverse denominazioni come quelle dei 5 canopi, avuti dalle fonti storiche, ma per i quali non abbiamo alcuna certezza che i nomi corrispondano agli edifici a cui li abbiamo attribuiti.
E’ una struttura piuttosto complicata, una grande villa, con una serie di fabbricati. Abbiamo una rete di servizi, come strade, caserme dei vigili e delle guardie, poi piccole e grandi terme. Per ospitare tutta la corte, abbiamo sale di banchetto, piazze, con sale che danno verso l’esterno e l’interno, e abbiamo altre strutture definite senza alcuna certezza biblioteca greca e latina, una grande serie di strutture di grande invenzione architettonica, che ha affascinato molti maestri, con una grande libertà nella disposizione degli edifici, oltre al libero rapporto che hanno fra di loro. Non c’è una griglia, ma le varie architetture sono sistemate in rapporto alla vista ed al paesaggio, ciascun edificio ha un asse di simmetria ma tutti insieme sono montati con una libertà molto forte, come ritroviamo la libertà nelle varie strutture, non ci sono sale uguali, diversi alzati, c’è una grande attività di sperimentazione.
Stiamo ad un 30 km dall’Urbe, e da una zona in particolari condizioni atmosferiche era possibile osservare la città di Roma. Abbiamo poi una struttura artificiale contornata da un portico. Per avere una vasca d’acqua di quelle dimensioni, ottenuta con un terrapieno artificiale, al di sotto osserviamo una serie di arcate e travature lignee, forse con un’abitazione così organizzata.
Si vede poi una via d’accesso basolata, che si infila in galleria, ed un’organizzazione di passaggi di servizio e per carri che si avvale di una rete sotterranea di percorsi. Tutto ciò che era servizio veniva nascosto per privilegiare in superficie la vita della corte. Sull’asse principale si sistemano le piccole e grandi terme, ed una struttura che si chiama canopo: nell’Egitto sarebbe stato un canale artificiale che si trova nel delta del fiume, costituito come opera di ingegneria per facilitare la navigazione da una parte all’altra del delta stesso. E’ la vasca d’acqua più lunga di tutte, che occupata una valle molto stretta, un canale scavato su questo fondo di valle, è un asse che potrebbe essere stato stabilito a partire dal canopo, replica del canale dell’antico Egitto sotto forma ludica e forma di padiglione delle feste.
Ancora caserme dei vigili in alto, mentre dall’altro lato gli appartamenti più privati dell’imperatore, con appartamenti estivi ed invernali. Ed in fondo una struttura di un certo uso, il Padiglione dell’Oro, di straordinaria ricchezza, perduto in larga parte ma di grande ricchezza per la pianta. C’è un’altra struttura che viene chiamato Teatro del Mare, della quale non abbiamo ancora sicurezza dell’uso e della denominazione.
Vi ricordo sempre che qui, a differenza delle scuole superiori, abbiamo un dibattito critico riguardo la storia dell’architettura: ci sono delle evidenze materiali, da confrontare con le fonti antiche, e dobbiamo rivedere necessariamente le sintesi della storiografia precedente.
Teatro Marittimo: è un padiglione circolare, però invece di essere una costruzione centrale è una sorta di rovescio: c’è un cilindro molto alto, con delle aperture limitate, che protegge qualche cosa che avviene all’interno. Qui vediamo un primo anello, che corrisponde a delle colonne, chi era all’interno passeggiava all’interno di un portico di forma circolare, non percependo la grande altezza del cilindro. Abbiamo poi la corona d’acqua, ed un’isola, che si collega alla terraferma con due ponti mobili, perduti, che venivano abbassati ed alzati. L’acqua non è profonda, siamo sui 70-80 cm, ed all’interno c’è una struttura molto difficile da immaginare, con vuoti e pieni, con cortili e spazi coperti, e ci sono tante ipotesi per la distribuzione in alzato. Esistono due assi di simmetria, e delle piccole stanze. Il Teatro marittimo poteva essere un teatro di corte dove un piccolissimo numero di persone assisteva ad una rappresentazione dal colonnato.
Appartamento privato di Adriano: in questa ipotesi abbiamo qualche cosa di molto sicuro e privato, dove all’interno aveva il suo appartamento più sicuro e riservato, ma non abbiamo fonti che collegano questo edificio al suo uso, sta di fatto che è un unicum all’interno dell’impero romano. E’ una struttura piuttosto complessa, un portico coperto con una forma piuttosto complessa al centro, una parte quella di sopra regalata all’ingresso, ed altre 3 strutture sono destinate alle stanze. Si muovono dei porticati con delle geometrie più complesse, questo porticato di forma quadrata, di fatto sono geometrie molto più complesse costituite a base di archi di cerchi, con delle costruzioni geometriche con centri molto più lontani. Abbiamo poi delle sale con terminazioni non absidate, ma terminanti con un arco di cerchio.
Canopo: guardiamo con attenzione questa struttura, è una struttura d’acqua che però a differenza del teatro marittimo prevede anche dei giochi d’acqua, acqua in movimento, che ha quindi bisogno di acquedotti. Guardando lassù vediamo delle colonne, in parte crollata un’abside, e degli spezzoni di muri crollati di acquedotti: arrivano quindi due condotte d’acqua, e possiamo rappresentarci questo edificio come una mostra d’acqua. Si pensa che questo padiglione potesse essere stato utilizzato come ricevimento dell’imperatore, che accetta omaggi di tipo divino, comparendo come un dio all’interno del suo tempio, all’interno di una concezione sempre fortemente legata ad un’idea di regalità orientale, e riceve in questo modo. Questo ninfeo potrebbe quindi servire anche come luogo di banchetti estivi, e mostrarsi alla corte mentre banchetta.
I rami dell’acquedotto portano l’acqua alla sommità di quest’abside, l’abside presenta una serie di nicchie, dove ogni nicchia gettava acqua. Poi la nicchia in asse è connessa dietro ad una struttura architettonica che va all’interno della valle, con una volta a botte, in modo che potesse essere osservato in una posizione non raggiungibile, aveva una figura quasi divinizzata, era al di là degli altri all’interno di questa struttura. Altra possibilità è che anche questo potesse servire a spettacoli teatrali. Tutti gli elementi dell’antiteatro buttavano giù acqua, con soluzioni abbastanza complicate perché l’acqua non cadeva su di un pavimento piano, ma su elementi ad arco di cerchio che fabbricano livelli diversi. Lungo l’asse abbiamo poi un’altra vasca, un solaio con volta a botte per permettere l’arrivo di scene: il tutto descrive una visione quasi magica.
L’acqua ha lo scopo di essere mostrata, l’acqua ha una parte preponderante. E’ un architettura molto libera nelle intenzioni, non ci sono ripetizioni, c’è un’invenzione in ogni sito, non ci sono analogie fra strutture come questa ed altre nell’impero romano, si vuole inventare a scopo ludico per esprimere anche nelle opere dell’architettura quel lusso di vita che si poteva avere solo nel II° secolo.
Questa vasca d’acqua si presenta con telamoni e cariatidi alternate, tutto è in gran parte ricostruito. La cariatide è stata creata nel V° a.C., ed è un elemento ripetuto nell’attico del foro di Augusto stesso. Non è una variante della cariatide stessa, si tratta di una citazione di qualcosa che veniva riconosciuto come greco, e quindi ha aveva valore storico-formale. La ritroviamo sotto forma di decorazione, di preziosità negli apparati decorativi della villa, che serve solo a tenere un pergolato, solo per arricchire l’immagine architettonica. Non è un riferimento del tutto gratuito, anche l’imperatore Adriano è noto per aver impiegato vasti capitali per restaurare molti templi Greci, un omaggio ad una civiltà di 6-700 anni prima, in omaggio ad una continuità fra le due culture. E’ anche qualche cosa connessa all’architettura vegetale.
L’interno della Villa Adriana, le piccole terme: sono due strutture, due impianti termali, che sono abbastanza comuni all’interno di case private dell’impero: di terme all’interno delle ville se ne sono sempre trovate.
Qui si tratta di qualcosa di importante, per l’asimmetria, per le coperture, per la posizione che vede da una parte l’asse che si incrocia con un asse stradale diverso. Ha 3 sale principali, sono sale che hanno forme diverse, coperture del tutto diverse, eppure si basano su una geometria d’impianto circolare con lo stesso diametro. Sono sistemate senza un chiaro rapporto fra di loro. Ciascuna delle 3 sale parte da un rapporto circolare, con un ottagono costruito da due rettangoli, con concavità su 4 lati e pareti lisce sugli altri. Ciascuna di queste sale ha delle porte non simmetriche, che dà su sale adiacenti. Partiamo da una base ottagona, qui abbiamo una partenza più complicata, che possiamo vedere con una copertura che si presenta del tutto diversa da quella del pantheon: è una copertura a spicchi che abbiamo visto ieri, si pensa di abitare in una sala, che alterna pareti rettilinee con archi di circonferenza, con una copertura essenzialmente a spicchi, con una forte connotazione in spazi diversi dal solito. Quindi abbiamo un’aula ottagona, che in alzato si costituisce in questo modo.
Un’altra sala si apre nelle due sale accessorie (vasche?), con una copertura a crociera. Un’altra sala ha a che fare con un fronte che prende l’acqua, ed abbiamo piuttosto un banale taglio, con il fronte che prende luce sulla strada, abbiamo un esterno di terme con quella tipica finestra termale, con una copertura con dei raccordi fatti sotto forma di abside sotto forma di catino absidale.
Le terme come impianto: ha a che fare con una tecnica di riscaldamento e distribuzione dell’acqua, e di sale riservate a diversi bagni. All’interno avevamo bagni tiepidi, caldi e freddi, nelle sale del calidarium, tepidarium, frigidarium, natatio, laconicum… ed all’interno anche palestre sportive- Avevamo bagni per uomini e per donne, i primi più grandi e più belli. Hanno due ingressi, ma dal punto di vista del funzionamento l’impianto è lo stesso. Non si sa chi fossero i destinatari, se le terme fossero divise per censo o classi sociali. E’ certo però che le terme hanno grande successo, Pompei ne ha addirittura 3 , fatto eccezionale per una città così piccola.
Vediamo un’immagine: è un’architettura tutta di opus cementicium, tutta voltata e permette il concatenamento fra le sale.
L’acqua si scalda con dei grandi recipienti di metallo, e non abbiamo conservato nessuno di questi grandi contenitori di metallo. Altra tecnologia interessante è il controllo ambientale della sala, che è riscaldata attraverso il pavimento. Lo stesso pavimento è riscaldato, e connesso a delle strutture di servizio. L’arco comunica ad un livello molto basso la sala termale con la struttura di servizio, in mano agli schiavi, che dovevano tenere sempre accesi i fuochi. Il pavimento poggia su delle file di mattoni, una sorta di gattoiolato, si tratta di qualcosa che sospende il pavimento sopra questi mattoni. Ci sono dei pavimenti a 50-60 cm di battuto, che costituiscono la base della sala termale vera e propria. Abbiamo poi un trattamento diverso della vasca con il concio pesto, con polvere di mattoni che produce qualche cosa che diventa abbastanza impermeabile alle acque. La struttura è ventilata attraverso dei tubuli, per garantire l’aerazione: sono dei laterizi a sezione quadrata, che vengono sistemati l’uno sull’altro addossati alla parete (con uno strato di gesso), e poi una finitura esterna in lastre di marmo. Questo è il pacchetto sezionato perché in fase di rovina, i tubuli sono messi l’uno sopra l’altro.
Altro impianto termale: vediamo l’uscita del troppo pieno di una vasca, condotte in esterno ricavate nel muro in opera laterizio con un finto arco.
Impianto delle terme studiane a Pompei: l’impianto delle terme è diviso in maschi e femmine, più parti di palestre e cortile scoperto, piscine d’immersione, una struttura stile pantheon nel tipo di copertura, con molte altre volte a botte, sono strutture che evitano accuratamente le coperture lignee, anche perché solo lo spessore dell’opus è capace di fare schermo della reazione termica fra l’esterno e l’interno. Abbiamo poi opera strigidata di decorazione, a fasce parallele all’interno. Vediamo poi un’opera molto elegante realizzata in stucco, e possiamo ancora vedere gran parte della decorazione originaria, non è uno stucco bianco ma è tutto rivestito in oro, che brilla in rapporto alla luce.
Anche il Pantheon che abbiamo visto ieri si trova ad essere man mano connesso alle terme di Agrippa, di cui si è conservata ad una rotonda, poi degli scavi, e poi un disegno fantasioso di Palladio, che ci dice che le terme di Agrippa erano connesse direttamente al Pantheon. Il retro del pantheon che noi non potevamo osservare possiamo iniziare a pensare che fosse connesso ad una grande sistemazione. Le terme di Agrippa, per il tipo di grandezza non possono che essere di ricostruzione adrianea.
Gli impianti termali iniziano ad essere sempre più grandi. Andando da Tito, dall’80 d.C. , sono strutture che diventano sempre più grandi, che non hanno quelle caratteristiche di concatenazione spaziale che abbiamo visto all’interno della villa di Adriano, e sono rigidamente simmetriche su degli assi riconosciuti.
Il circo ha una posizione importante rispetto al Palatino. Questo grande circo è in rapporto ai palazzi imperiali, è strettamente connesso al palazzo imperiale, così l’imperatore si affacciava dall’interno del suo palazzo al circo.
Le Terme di Diocleziano sono state trasformate in chiesa da Michelangelo, le Terme di Caracalla sono rimaste allo stato di rovina, è una struttura termale di grandissime dimensioni. Abbiamo recinti termali in più quartieri della città, possiamo pensare che in tutta la città vi erano diverse terme, come quelle di Caracalla, costruite nel 188-197, nel tardo secondo secolo, e le Terme di Diocleziano (256-205).
Terme di Caracalla. Abbiamo conservati impianti termali dell’intera Europa, la dimensione più straordinaria degli impianti è quella raggiunta nella capitale. Sono strutture molto simili, con caratteristiche generali. L’asse centrale di questo insieme è l’asse caldo-freddo (nella rotonda marcata n°6 tutte queste esedre sono vasche di acqua calda, ed i forni sono strutture sotterranee intorno a questo anello). Nello stesso asse abbiamo il frigidarium il tepidarium e la vasca termale. Intorno abbiamo una monumentalizzazione straordinaria degli impianti termali, che erano costruiti come dei grandi recinti, dei complessi amplissimi, dei recinti con all’interno degli spazi non costruiti, che presumibilmente venivano adibiti ad attrezzature sportive, abbiamo anche qui dimensioni monumentali. Abbiamo un recinto interno ed un blocco esterno. Ha un impianto fortemente simmetrico: queste terme sono finite in una parte di Roma completamente disabitata, quindi sono poco ruinate, salvo ovviamente il marmo che è stato spogliato e tirato via, in questo luogo scavando sono stati trovati dei gruppi scultorei di grande rilevanza, come il Laoconte, l’Ercole Farinense, era qualche cosa che è solo la rovina dell’architettura e del colore dell’opus cementicium, ma all’interno straordinario per i suoi marmi e per l’apparato scultoreo, oggi nei musei vediamo tante sculture qui rinvenute. Facciamo attenzione all’andamento orografico della collina: gli ingressi alle terme si trovano in basso vicino alla strada, mentre lungo l’asse si sale. Il muro dell’ingresso non è complanare al complesso delle terme, c’è un salto, e, lungo la strada abbiamo delle tabernae, botteghe, con un colonnato antistante. Si poteva entrare con delle scale, si arriva con una spianata da una parte e dall’altra. Vediamo lì la collina, l’acqua non può che arrivare alla parte più alta, è un’acqua utilizzata con grande ricchezza per mostre d’acqua. L’arrivo dell’acquedotto ha a che fare con delle riserve (16): è stato prima interpretato come gradinata per il pubblico delle corse, oggi si tende ad interpretarlo come fontana monumentale, poi ci sono altre strutture che potrebbero essere considerati castelli d’acqua. Le terme sono un grande iceberg, tutte le gallerie di servizio sono di sotto. E’ una grande struttura degradante. Abbiamo 3 gallerie in parallelo, abbastanza grandi da poter ospitare carri con cavalli, che passano perpendicolarmente all’asse all’altezza della sala calda. C’è un’intera popolazione di schiavi che vive nelle gallerie per far funzionare questa grande macchina. E’ stato calcolato che il volume di un’intera riserva di materiale combustibile poteva funzionare per lunghi periodi. La galleria girava intorno alla rotonda, e l’acqua veniva scaldata attraverso stufe di metallo. La rotonda è del tutto perduta, non abbiamo nemmeno tracce per terra, ci sono soltanto dei grandi avvallamenti. La rotonda offre dei problemi abbastanza complessi nella restituzione tridimensionale. Una rotonda espansa in una serie di vasche radiali, e nelle parti più in basso ci sono invece tracce di vasche. Se guardiamo i piloni, vediamo delle strutture che hanno degli elementi di alleggerimento all’interno, come il Pantheon ne aveva scavate di simili, con all’interno poteva contenere delle strutture per riscaldare le acque. C’è una volta di un nuovissimo tipo, una volta diversa da quella del Pantheon, con una copertura poco più piccola più alta e più leggera, che concentra piuttosto ripartizioni del peso su dei grandi piloni piuttosto che su un cilindro. Questa pianta dev’essere anche interpretato con la copertura: è tutto coperto, tranne due cortili di servizio ai lati del tepidarium. Conosciamo bene il frigidarium, perché è una struttura che è stata replicata tante e tante volte (conservata bene nelle Terme di Diocleziano), e la basilica di Massenzio ha lo stesso sistema strutturale (esempio civile del IV° secolo). Abbiamo come copertura una struttura molto grande rettangolare con 3 crociere: la parte centrale ha una grande piscina scoperta, con dei fronti monumentali, mentre ora siamo abituati a vederla senza recinti, una sala senza soffitto. Ha poi due fronti, un muro verso l’esterno che si presenta come un muro alto 10m, senza decorazione, dall’altro lato una serie di edicole (coppia di colonne, frontespizio e statua) due ordini di edicole una sopra l’altra, che oltre ad ospitare statue avevano giochi d’acqua, che da un’altezza di 5-6 metri cadevano all’interno della piscina. Abbiamo poi situazioni diverse che hanno sempre a che fare con situazioni monumentali: il frigidarium funziona quasi come una basilica, un grande spazio coperto pubblico, con un rapporto diretto con le altre sale. Quindi si apre questo spazio con delle vasche a livello. Fra il frigidarium e la piscina, c’era una vasca centrale (?), quindi dobbiamo pensare ad uno spreco d’acqua gigantesco, che portano tantissima acqua.
Restituzione del fronte, che è sempre schermato da colonne. E’ un’architettura, che vi dicevo, si presenta schermata da colonne. Abbiamo poi 8 colonne, connesse in alzato con la copertura principale, del frigidarium, erano le vasche d’acqua.
Guardiamo la palestra: all’interno di un sistema complesso vediamo le vasche del tiepidarium stavano ai lati, mentre nel frigidarium erano ai 4 estremi dei due lati lunghi. Vediamo dei mosaici di fattura abbastanza modesta, con delle proporzioni da crisi dell’arte classica. Abbiamo una corte antistante di forma rettangolare, che ha perduto completamente il portico. E poi è perduto del tutto il portico che era all’intorno. Abbiamo una grande volta, un mezzo Pantheon. La stessa struttura l’avevamo vista nel foro di Augusto. E’ un motivo che prosegue nei secoli successivi, una grande esedra monumentale con catino absidale, spazio straordinario prima di entrare nel frigidarium. Il colonnato da una parte poggia sul muro e dall’altra poggia sul muro: se sopra un colonnato non mettiamo una travatura lignea, avremo uno spazio molto alto per nascondere la volta a botte, abbiamo uno spazio antistante che è un piano attico, esattamente come si presentava nel foro di Augusto.
Qui ci sono tracce abbastanza evidenti dell’interno: vi è l’opus cementicium, la camicia esterna in opera listata-mattoni, poi buchi che rimandano a grappe, e vi sono anche in alcune parti degli elementi ancorati di pezzi di marmo vari, residui di lavorazione del marmo che sono rimasti incollati alla volta e che servivano ad incollare la decorazione successiva. Abbiamo quindi la decorazione di qualche piccola parte. E’ rimasta la trabeazione infissa di una parte piccolissima del colonnato, vi è un architrave ed un fregio. Il muro presenta dei fori, che sono serviti al montaggio delle impalcature, (a Massenzio ogni m20 di altezza sono serviti a dei costoni per un impalcatura mobile, siamo ancorarti man mano che la costruzione sale). E’ un architrave fregio-cornice identico a quello che stava all’esterno, tutto l’interno presentava un architrave fregio-cornice.
Restituzione piuttosto interessante su come venivano gettate le volte in opus cementicium. Dobbiamo pensare ad una centina di legno, .. abbiamo poi mattoni fuoriformato, poi mattoni più piccoli che sono posti al di sopra molti nella sistemazione che immaginate ed altri di taglio, che servono a meglio collegare il laterizio con il getto di opus cementicium.
3 volte su 8 piloni ortogonali , 4 per ogni lato lungo, per la copertura… con 8 colonne.
Massenzio è l’imperatore battuto da Costantino, che ebbe visione della Croce prima dello scontro finale con Massenzio, ed a causa di questo fatto si convertì al cristianesimo.
La Basilica di Massenzio a noi interessa perché è la prima basilica costruita dopo la basilica Ulpia, che ha un ruolo simile. Il confronto è molto istruttivo, perché l’Ulpia è colossale, a 5 navate ma con coperture lignee per la navata maggiore e volte per le galleria, ma la stessa dimensione è ottenuta da Massenzio con l’opus cementicium. La pianta è essenzialmente la stessa del frigidarium quindi si passa da una parte all’altra, ed è chiusa dopo i piloni. Ha una storia complessa, si entrava in asse e dalla parte opposta un abside, quando Massenzio è stato battuto ed è morto, Costantino eredita anche il cantiere e lo trasforma in altro modo. Sposta l’ingresso in un altro posto, sul lato lungo, e costruisce un piccolo portico colonnato, e costruisce una nuova esedra. Sono state conservate delle colonne di porfido: questo materiale nell’architettura egiziana veniva riservato essenzialmente ai sarcofagi, ed essendo durato veniva lavorato con altre pietre come la diorite. Si tratta di grandi colonne, ed il porfido si connota come attributo imperiale, perché color porpora, il porfido era una connotazione del potere piuttosto che del lusso. E’ possibile che in questo punto dell’abside fosse esposta una statua colossale dell’Imperatore Costantino, e ne sono rimaste delle dita, una gigantesca statua all’interno di questa basilica. Abbiamo 6 nicchie, divise da 8 colonne, e dobbiamo illuminare la parte centrale, l’aula basilicale. Abbiamo 3 crociere che costruiscono a partire da due botti incrociate. In corrispondenza dell’inizio di ciascuna volta abbiamo una volta a crociera che però non ha funzione portante. Abbiamo grandi finestre termali in sommità, qualcosa di non molto dissimile dai mercati di Traiano. Le finestre arrivano dalla sezione delle crociera sopra l’inizio dei setti, ed il tetto in origine era ricoperto da tegole sostenute da incavallature lignee, con tegole non di bronzo ma di laterizi. Gli spazi sopra le nicchie sono coperti (che per le terme contraddistinguevano le vasche d’acqua) da contraffortature molto forti per le volte a crociera, e sono coperti con volte a botte, che si sistemano ortogonali a questa struttura, e assorbono le spinte laterali di questo sistema così complesso. E’ un sistema con 3 crociere, un sistema di volte a botte cassettonate, quindi tessute su questa direzione. Si ritorna sul sistema di cui abbiamo parlato: le sale di dimensione straordinarie quando sono coperte in opus cementicium hanno delle spinte laterali molto forti, e sono assorbite da degli spazi laterali, spazi accessori che corrispondono a delle strutture più basse di servizio. C’è quindi da fare una riflessione sulla pianta, sull’organizzazione delle pianta delle terme di Caracalla: è difficile se non impossibile pensare ad una stanza che non si regge nemmeno da sola, c’è una gerarchia fra spazi più alti e più bassi, quindi esisterebbe se vogliamo un principio compositivo, con gli spazi più alti al centro, e poi un’organizzazione radiale o lineare, con un’organizzazione di spazi accessori sugli stessi assi. Sono tutte costruzioni l’una che regge le spinte dell’altra, l’abilità dell’architetto è quella di conformare spazi sempre nuovi, ma con lo stesso sistema: il crollo delle volte è dovuto alla mancanza di manutenzione dei templi, mentre questo è stato sempre utilizzato come chiesa.
Sempre nell’area dell’Impero, vediamo cosa accade nel IV° secolo: in particolare a Roma, a Milano e Costantinopoli. Spostiamo il nostro punto di vista sulle strategie urbane, e sulle diverse configurazioni che assumono queste città. Su questo argomento, lo studioso tedesco Krautheimer Richard, ha scritto “Tre capitali cristiane”, Einaudi, un libro a cui per essere perfetto manca solo un capitolo su Ravenna, per stessa ammissione dell’autore.
La religione non è più legata alla divinizzazione dell’imperatore: osserviamo quindi succede quando cambia totalmente una religione, quando diventa ufficiale un nuovo modo di pensare e di organizzarsi. Queste tre città vengono investite da cambiamenti piuttosto importanti dal punto di vista organizzativo, esemplificato dal cambio di baricentro politico delle stesse, dal senato si passa alla cattedrale.
Nel 312, con la vittoria su Massenzio, e nel 323 su Licinio Crispo in oriente, Costantino ritorna l’unico reggente dell’impero dopo la precedente divisione in quattro parti. Abbiamo visto la basilica di Massenzio, costruita dal nemico Costantino il Grande, che all’interno della tradizione romana ha finito di costruire questa basilica, invertendo l’orientamento, con ora un ingresso nel senso trasversale, col porfido come collocazione imperiale dell’edificio.
Arco di Costantino E’ una struttura del tutto celebrativa, che nasce come una sorta di porta urbica trasposta fuori dalla cinta muraria, e serviva alla celebrazione del trionfo del ritorno del comandante militare vincente. Per lasciare un ricordo di questa vittoria veniva eretto un monumento. L’arco di Costantino ha una storia all’interno dell’architettura e della scultura, piuttosto interessante. E’ un arco a tre fornici, uno maggiore dedicata ai carri, e le altre due ai pedoni. Gli archi sono inquadrati da un ordine di 4 colonne su piedistalli, poi una trabeazione ed un piano attico (in quanto il secondo piano ha uno spazio troppo basso per poter reiterare un ordine), ed abbiamo 4 statue che rappresentano popoli assoggettati. Durante il restauro si è approfondito il tema dei rilievi ivi presenti, di fattura molto ineguale, che fa sì che ci siano delle lavorazioni di qualità molto differente, com’era stato notato già nel ‘500, unendo in un unico monumento arte della scultura alta e arte della decadenza. Pare sia un assemblaggio di pezzi antichi e nuovi, dove i più antichi presentano una qualità molto alta. Le novità dei restauri degli ultimi anni, quelli più accettabili, ci dicono che l’arco era stato già costruito quanto è stato decretato il trionfo di Costantino, e sarebbe stato un arco di epoca Adrianea, completato poi con dei partiti scultorei più tardi. Nel IV° secolo l’arte della scultura era un’arte in profonda decadenza, rispetto a quanto visto precedentemente.
Nel 313 ricordiamo nuovamente l’editto di Milano, una data fondamentale per la storia dell’Europa, in quanto a partire da quella tutti i cittadini dell'impero avevano il diritto di scegliere la loro religione e di praticarla senza impedimenti. Solo da quell’anno in poi si potè dire che vi fossero delle chiese in territorio italiano e nell’impero d’occidente, ci sono dei luoghi utilizzati per la nuova religione. Vi furono periodi di persecuzione e di tolleranza: bisogna capire dal punto di vista teologico perché i cristiani erano perseguitati, il potere romano è fortemente collegato all’idea che ciascun imperatore alla sua morte diventa divino, capite bene che il rifiuto da parte dei cristiani di fare offerte alle statue del potere divinizzato, è un atto di insubordinazione politica che non può essere accettato. D’altra parte ogni cittadino romano poteva professare nella sua abitazione il culto che voleva, già con Adriano abbiamo visto l’importanza di Iside della religione egiziana, abbiamo visto nella Pompei riscoperta vi era un Iseo, un santuario dedicato ad Iside, anche nelle Terme di Caracalla, nella parte inferiore dove lavoravano gli inservienti, è stata rinvenuta una sala dedicata al culto di Mitra, dunque c’era una forte libertà di culto.
Due immagini a confronto: vediamo da un lato San Martino ai Monti, nelle cui fondazioni si è trovata una domus, quella che viene chiamata domus ecclesiae. Accadeva cioè che una parte della casa di un privato cittadino fosse trasformata in chiesa, in quanto ciascun romano all’interno della propria proprietà poteva dedicare una sala ad un culto di qualsiasi tipo, ed era libero di pratica il culto che desiderava all’interno del proprio territorio. Infatti, molte delle chiese più antiche d’Italia e di varie parti dell’Impero, sono nate all’interno delle proprietà dei cittadini convertiti.
Abbiamo poi le catacombe, tombe che vengono realizzate in cunicoli realizzati fuori dalle mura di Roma. Le cappelle che vediamo all’interno delle catacombe, sono cappelle funerarie, al di fuori delle mura urbiche della città vi sono anche catacombe ebraiche, o tombe di gruppi familiari, che sempre utilizzano scavi sotto forma di cunicoli ed altre sistemazioni cimiteriali di questo tipo. Dobbiamo pensare ad un culto permesso, basta che questo fosse privato. Nel 312 dopo la battaglia vinta a PonteMilvio, Costantino fa due doni di straordinaria importanza, permettendo col suo denaro la costruzione di due basiliche: San Giovanni in Laterano e San Pietro in Vaticano, costruite in stretta contemporaneità con il completamento della Basilica di Massenzio al foro.
La prima donazione è San Giovanni in Laterano, che si situa ad est piuttosto che nell’area centrale, in è un’area compresa all’interno delle mura ma connessa ad una parte di città mai fittamente abitata, ma sede di tantissime grandi ville. Ville che però nel corso del IV° secolo erano tutte poco abitate, in quanto Roma perdeva popolazione, avendo perso il suo ruolo di capitale. Infatti anche lo stesso Costantino non ha mai riseduto a Roma stabilmente, e la sua la corte si spostava di città in città, ma non ha mai tenuto corte a Roma. Costantino, seppure lui stesso fosse convertito e professasse libertà di culto, situa la chiesa ad una distanza notevole dal centro, perché il senato, in quel momento ancora molto forte, era ancora formato in maggioranza da famiglie pagane. Costantino ha paura di una sollevazione violenta da parte del senato e del popolo in caso di provocazioni eclatanti all’interno del foro romano, quindi realizza tutto questo all’interno di una proprietà privata, in parte della sua famiglia ed in parte una caserma. Pare che ques’ultima fosse una caserma di cavalleria fedele a Massenzio, poi rasa al suolo. Il terreno confiscato viene utilizzato per una chiesa, che dobbiamo comunque pensare come una domus ecclesiae, all’interno di una proprietà imperiale, che diviene sede del vescovo di Roma.
San Giovanni in Laterano E’ una fabbrica costruita in breve tempo, nel periodo della Basilica di Massenzio, ma molto differente sul piano della tecnica edilizia. La basilica di Massenzio è una costruzione civile, costruita in opus cementicium, dove la copertura della sala centrale era realizzata con 3 grandi crociere, qui invece si tratta di una struttura di tipo diverso: è una basilica che viene utilizzata per radunare i cristiani, che ha delle caratteristiche diverse anche dal punto di vista dell’uso, dove i partecipanti devono seguire e partecipare al rito. Ha un ingresso sul lato corto ed una direzionalità verso l’altro lato dove è sistemato l’altare. Un’altra possibile strutture da cui nasce la chiesa è l’aula imperiale, sono grandi aule terminanti con un abside. Quello che cambia sono i tempi, il danaro e la connotazione: i tempi di costruzione sono molto brevi e costringono ad utilizzare strutture di diverso tipo. Abbiamo cinque navate organizzate longitudinalmente, ed uno spazio terminale a cui si dà il nome di transetto. E’ uno spazio verso una direzione, con delle pareti che si sostengono su colonnati, e che solo successivamente alla fine del IV° secolo saranno realizzati con colonne di spoglio. Qui trattandosi ancora di un’organizzazione di tipo imperiale, abbiamo colonne di grande importanza. Al di sopra delle colonne corrono archi piuttosto che una trabeazione, è qualche cosa più facile da costruire con materiali di piccolo taglio, che sostituiscono le grandi travature di pietra, al di sopra abbiamo una struttura finestrata per dare luce alla navata principale.
Nel 1650 Borromini dà all’intero della basilica un aspetto totalmente diverso, con pareste ed edicole accoppiate. Per la descrizione della condizione pre-esistente stiamo osservando un quadro del ‘600, che non è però un’immagine certa. Strutturalmente abbiamo due fondazioni di dimensioni colossali, e dobbiamo pensare a strutture imperiali di dimensioni molto grandi, costruite molto in fretta, con sistemi molto più celeri del sistema degli archi a crociera e delle volte, con coperture a capriate lignee, realizzate con legni provenienti dal nord Europa. Quando a San Pietro nell‘800 queste travature saranno da sostituire, nessuno sarebbe stato in grado di intervenire se non fosse intervenuto Carlo Magno che organizzò e pagò questo trasporto.
San Pietro in Vaticano E’ anch’esso un luogo distante dal centro della città, è una parte che non era mai stata compresa nel recinto della città stessa. Abbiamo un’ansa del Tevere, vicino il mausoleo di Adriano (se c’è una tomba vuol dire che siamo fuori dalla città, tutte delle tombe dovevano essere sistemate fuori dal perimetro urbano), vi erano gli Horti Neronis, e vi era anche il circo di Nerone con un obelisco, che è finito trasportato in Piazza San Pietro nel ‘500. Esiste una zona con due strade pre-esistenti, il circo, poi esiste un centro piuttosto importante, il centro della chiesa attuale, che è stato scavato intorno al 1980, sotto l’altare di San Pietro, per vedere se effettivamente vi era la tomba di Pietro. Hanno scoperto una struttura, riconosciuta essere effettivamente una tomba, e forse proprio quella di SanPietro. Quindi questo impianto trova origine non in una donazione imperiale, ma in un santuario molto importante già precedente, il cui luogo non era mai stato dimenticato, con altri morti seppelliti nell’intorno. L’altare principale corrisponde esattamente qualche metro sottoterra alla tomba di Pietro. Il SanPietro attuale e quello Costantiniano coincidono per il centro, che corrisponde al luogo dell’altare principale. La chiesa del San Pietro costantiniano, di enormi dimensioni, è una basilica comparabile a quella di San Giovanni, dove però la seconda ha una sua preminenza perché sede della Diocesi di Roma, dove prima risiedeva il Papa, e dobbiamo pensare ad un SanPietro dedicato al Santo Martire, non importante però come San Giovanni in Laterano. La basilica è preceduta da un portico quadrato, che nella sua fattura è stato anche modificato successivamente, c’era una struttura antistante formata da un quadriportico, che all’interno delle prime chiese cristiane ospitava i catecumeni, c’è questo portico antistante (nartece) con gli ingressi effettivi, poi cinque ingressi in rapporto all’organizzazione delle navate, ed uno spazio fortemente longitudinale, con le navate laterali più basse. Abbiamo trabeata la navata principale, e con arcate la navate laterali. Abbiamo poi un claristorio, dove sono aperte delle finestre solo una certa altezza in poi, e non abbiamo finestrature per la navata intermedia. Il SanPietro antico scompare definitivamente quando Bramante decide un nuovo progetto per il Papa, è una struttura che scompare abbastanza tardi e quindi ci ha lasciato molte testimonianze. Nella parte terminale abbiamo un coro a T, uno spazio molto grande, con una navata trasversale che è destinato in questo tipo di liturgia a banchetti funebri, ed i vani ai lati, schermati da colonne, che pare fossero destinati ad ospitare le donazioni alla Chiesa stessa. La terminazione è absidata, qui sta a completamento dell’altare. L’altare aveva una pergula, una struttura formata da 4 colonne tortili forse di ripiego, con fusto a spirale che tenevano al di sopra una sorta di baldacchino. Vediamo anche un elemento che verrà chiamato arco trionfale, l’elemento di transizione fra corpo longitudinale e coro, detto così perché ospita nella maggior parte dei casi rappresentazioni del trionfo di Cristo o trionfi simili. All’interno abbiamo architravi su colonne, e gli archi sono limitati alle navate laterali. Vi sono trabeazioni connesse all’ordine, e possiamo immaginare le pareti interne con connesso marmoreo, per arricchire l’interno delle pareti stesse. Abbiamo strutture meglio conservate a Santa Maria Maggiore, con rappresentazioni varie, addirittura degli stucchi. C’è una struttura del tutto perduta, di grande ricchezza iconografica, in un quadro architettonico molto ricco. Non c’è ancora decadenza ma necessità di costruire grandi spazi per un numero di fedeli sempre maggiore.
A lato dell’antico SanPietro abbiamo una rotonda, assimilabile alla rotonda di Santa Costanza. Infatti molte di queste basiliche erano collegate a delle rotonde: erano un luogo di sepoltura per una persona di massimo rango, e anche luoghi dove si veneravano santi martiri, dei martiria. Questa pratica viene dall’oriente ed ha un rapporto molto forte con il cristianesimo, il culto per uomini che sono stati particolarmente importanti nella vita dei mausolei stessi.
Santa Costanza Accanto alla basilica di Sant’Agnese, connessa ad un grande cimitero, si presentava una grande rotonda, nota come SantaCostanza. Costanza è connessa alla famiglia di Costantino, è la sorella figlia di Elena, anch’essa convertitasi al Cristianesimo, responsabile del trasporto in occidente della Croce di Cristo, testimonianza della conversione dell’intera famiglia, oltre che di Costantino. Questo mausoleo è una costruzione di forma circolare, ci si entra attraverso non un porticato, ma piuttosto da un atrio, che lo connetteva alla perduta basilica di Sant’Agnese. Questo atrio viene definito atrio a forcipe (un bell’attrezzo oggi in disuso), si tratta di un arco colonnato che nella zona terminale è costituito da due absidi, è una struttura tardo-antica piuttosto frequente, che ricorda molto da vicino quella spazialità romana che nelle due basiliche si cercava di negare. C’è nuovamente la tematica di mettere insieme una rotonda ed un colonnato, è una struttura molto diversa da quello che potrebbe essere un pantheon, si tratta di una struttura ad anelli concentrici, dove solo l’anello più all’interno è più alto fa prendere luce. Nell’atrio abbiamo poi due nicchie a terminazione quadra, abbiamo poi una galleria anulare ed una parte centrale. Abbiamo un cilindro più alto, con all’intorno una galleria. Il cilindro all’interno dev’essere sorretto dalle fondazioni, con l’artificio di tenere archi di colonne, due colonne disposte radialmente, con al di sopra una frammento di trabeazione, e coppie di colonne collegate l’una con l’altra con una serie di archi. Qui c’è una sorta di volta a botte anulare che corre intorno al cilindro. Queste colonne sono ancora una dotazione imperiale, sono cantieri voluti dalla grande ricchezza della famiglia imperiale. Nella foto attuale avevamo un aspetto in mattoni, severo, mentre prima era presente una ricca decorazione, con attici l’uno sopra l’altro, che inquadravano delle finestre l’una sopra l’altra, dove i cilindri erano inquadrate con una struttura architettonica data dagli assi delle colonne. Abbiamo un dettaglio che viene dalla volta a botte, un’iconografia sicuramente cristiana, che però riprende i modelli della pittura antica romana, dell’arte pittorica del tempo, che viene piegata all’iconografia della nuova religione. E’ una volta sicuramente connessa alla spazialità dell’architettura romana, qui invece il mosaico tende a smaterializzare, abbiamo diversi pattern geometrici, che tendono a dare alla struttura della volta una smaterializzazione, qualche cosa di simile alle pareti bidimensionali di SanPietro e San Giovanni.
Costantino non amava Roma, lui era cristiano in una città dove il senato era molto forte, composto da famiglie che non aderirono al cristianesimo se non alla fine del IV° secolo. Costantino aveva la forte preoccupazione delle invasioni barbariche. Quindi anche per ragioni di sicurezza la Corte di Costantino è una corte itinerante, e grazie alle diverse vittorie militari Costantino sarà l’ultimo imperatore dell’impero unito.
Bisanzio – Costantinopoli – Istanbul Nel 324 decide di fondare una città a suo nome, Costantinopoli, e ne fa una seconda Roma. Invita molte famiglie romane a stabilirvisi, quindi dobbiamo pensare ad una Roma dove l’assenza di un potere politico, con palazzi imperiali svuotati, rende sempre più importante il ruolo della chiesa di Roma. La scelta di questa città non è casuale. Le capitali più importanti fino a quel momento erano state a Roma, Milano, Treviri e Bisanzio, che fu ampliata per l’ultima volta da Settimio Severo. Il problema più pressante era quello di controllare i confini presso le popolazioni barbariche. Ora è più considerevole il ruolo di Milano, perché permette di raggiungere con maggiore velocità tutte le parti più a nord. Bisanzio permetteva di controllare tutto il confine orientale, ed era collegata dalla Via Ignazia e da una via a nord presso il Danubio.
Abbiamo il primo recinto che era la colonia greca di Bisanzio, una città non particolarmente importante, e vi è poi un accrescimento come città romana. Costantino per prima cosa costruisce delle mura molto più avanti, a 4 km dalle precedenti, chiudendo una zona molto più estesa. La città viene organizzata a partire dalla Via Ignazia. Un imperatore che si sposti ha bisogno di un palazzo imperiale, ed un ippodromo, entrambi molto importanti all’interno del cerimoniale dell’imperatore, perché anche questo imperatore appare al pubblico come i precedenti, anche Costantino non rinuncia alla sua apparizione sacrale. La prima cosa che si costruisce è un grande palazzo imperiale, connesso ad un ippodromo. Altro elemento importante è una basilica, e poi un foro, il foro di Costantino, ed ultimo elemento la tomba, il mausoleo. E’ una città che viene connotata da donazioni di domus, di terreni, e di vari incentivi di tipo economico per portare cittadini romani a Costantinopoli, invitati a spogliare una città che rimane priva della grande attrattiva.
Trivial: che cosa ha potuto fra un imperatore fra gli anni ’20 e gli anni ’30, durante il suo regno?
Trivial: un imperatore fra gli anni ’20 e gli anni ’30, durante il suo regno ha potuto fare abbastanza grazie a capacità organizzative straordinarie.
Il palazzo imperiale viene sistemato nella città romana, dal quale può apparire in due luoghi, attraverso dei corridoi nell’ippodromo, come nella basilica. Apre poi il foro di Costantino, una piazza circolare porticata, con all’interno una colonna di porfido, molto alta, con sulla sommità una statua di Costantino, piuttosto complicata dal punto di vista cristiano, perché lui si rappresentava come una divinità solare. Teneva un globo dove vi era la statua della fortuna, una rappresentazione abbastanza tradizionale delle figure imperiali, dove l’unica differenza dai precedenti imperatori è la comparsa del simbolo cristiano visto in sogno. Questa forte rappresentazione era anche collegata ad un culto di Costantino, che veniva pregato come fosse una divinità, l’imperatore è sì cristiano, ma è una figura abbastanza divinizzata.
Il mausoleo di Augusto era stato costruito fuori dalle mura serviane, poi le mura erano state ricostruite, quindi lo strappo non era stato così evidente come quello di Costantino, che colloca in una basilica degli apostoli la sua tomba. Era a pianta cruciforme, nel mezzo della croce vi era la tomba di Costantino, con all’intorno le effigi dei 12 apostoli, come se lui fosse un nuovo Cristo, che viene definita irrituale già dopo la morte, e già il figlio provvederà a spostare la tomba, costruendo un mausoleo a lato di forma rotonda, e mantenendo la basilica degli apostoli. Vediamo quello che rimane: il foro è del tutto perduto, compresi i portici a due livelli. Costantinopoli è una città che già in antico è stata oggetto di terremoti, e quindi non ne sono rimasti che pochi metri. Ha una curiosa base a cipolla costruita nel ‘600, ed ha un diametro di 2,40 m. L’edicola col quadriportico esisteva già in antico, dove veniva offerto qualche cosa alla figura di Costantino.
Osserviamo questa rappresentazione dei Tetrarchi, collocata a San Marco in Venezia. Proviene sicuramente da Costantinopoli, perché Venezia nel corso delle Crociate aveva saccheggiato anche la stessa Costantinopoli, a pare che questo elemento fosse nel foro di Costantinopoli, che somiglia a quel ritratto enorme di Costantino che abbiamo visto prima. Vediamo una moneta con Costantino ed il suo compagno divino il Sole, oppure il suo esempio Alessandro Magno.
Dell’ippodromo rimane la spina, dove sono gli obelischi, poi sappiamo che tutta la zona, tutta questa zona era quella dei palazzi imperiali, connessa anche a grossi impianti termali. La spina centrale dell’ippodromo aveva una serie di monumenti ora del tutto perduti.
Se sommiamo le due immagini è quanto ci rimane della memoria dell’ippodromo. Abbiamo una rappresentazione dell’apparizione dell’imperatore, della loggia che affaccia sull’ippodromo. Vi era un’importante tradizione precedente: l’inizio delle gare di corsa era caratterizzato dal passaggio di una biga con l’effige dell’imperatore, e questo corteo dava apertura ai giochi. Questo è stato sostituito con un’organizzazione di diverso tipo, ma l’imperatore continuava ad apparire nel modo più tradizionale, che appare dal suo palco in tutta la sua maestà, e dà inizio con un segnale convenzionale alle gare. Queste diverranno sempre più importanti, ed un diverbio fra due fazioni dopo una gara porterà ad un incendio che distruggerà una parte della città.
Volendo costruire una seconda Roma è necessario replicare lo stesso rapporto fra circo e palazzo. Vediamo poi un’immagine abbastanza importante della basilica di Costantinopoli, che è stata quasi completamente sostituita dalla Basilica di Santa Sofia. Se osserviamo però le due piante sovrapposte, come in San Pietro, vi è una costante fra queste due strutture, c’è sempre la tradizione che tutto il terreno consacrato è comunque riutilizzato nella nuova architettura. Vediamo essenzialmente fondazioni, è una struttura a cinque navate, priva di transetto, con una navata che termina con l’abside in fondo, e fra una navata e l’altra non posso che esservi colonne, poi vediamo l’elemento del portico quadripartito come a San Pietro. Questa è quindi la seconda Roma Cristiana, con una replica della grande basilica, che viene replicata in modo abbastanza simile rispetto a quella che era in Roma.
Milan – San Lorenzo A Roma osserviamo una storia di topografia e politica, una lotta fra senato del foro e la chiesa che sta all’esterno, mentre invece a Costantinopoli l’imperatore può agire in piena libertà. A Milano invece c’è una storia diversa, di lotta fra cristiani e cristiani, dove esiste una forte contrapposizione fra i seguaci di Ario, e la chiesa di Sant’Ambrogio. L’eresia riguarda un problema prettamente teologico, e divide i Vescovi Ariani, e Vescovi non-ariani, da Ario che non accetta le posizioni del concilio di Nicea. L’organismo di Milano è stato riconosciuto come la celebre basilica porziana, erede delle lotte combattute nella basilica del IV° secolo, con Ario che rifiutava i risultati del Concilio di Nicea. Ora la Chiesa Cattolica è una chiesa nicena, dogmatica, a-scientifica ed omofoba. Milano era all’epoca un centro nevralgico, sede del potere di Massimiano, ed era stata una delle capitali, venendo dotata di chiese piuttosto importanti. La Basilica Nova che sta nelle vicinanze dell’attuale Duomo, la Basilica degli Apostoli su una via colonnata, ed abbiamo poi la basilica di San Lorenzo, che nascerebbe come basilica porziana, una basilica citata fortemente dentro le fonti del IV° secolo. Sempre queste fonti parlano della pensante lotta, che prevede il coinvolgimento delle figure imperiali che seguono, a seconda che l’imperatore sia o meno ariano, dove gli ecclesiastici iniziano a contendersi l’uso di questi edifici sacri. Per la basilica di San Lorenzo è stata fatta l’ipotesi che fosse una chiesa Ariana, connessa a Quintiliano, imperatore ariano. Questo perché gli scavi archeologici hanno dimostrato che la platea su cui sorge l’edificio monumentale è costituita da un pavimento fatto di spoglio di edifici monumentali, come la demolizione dell’anfiteatro. In questo periodo nessuno può ovviamente demolire qualsiasi attrezzatura imperiale, seppure in rovina, a meno che non sia autorizzato, e si pensa quindi che sia una chiesa di fondazione imperiale, che avrebbe favorito la fazione ariana. Sant’Ambrogio è il totale sopraffattore della fazione ariana, ed era pervenuto a Milano come funzionario civile, arrivando alla conversione dell’imperatore e della madre al culto ufficiale. La basilica porziana è in un terreno neutro rispetto alla cinta della città.
Per la fondazione di San Lorenzo abbiamo due ipotesi: quella del 378 vede il coinvolgimento di Aussenzio I, allora vescovo, ma per il periodo abbiamo solo cronache politiche. C’era la contrapposizione fra il vescovo ariano, che muore nel 378, e questa contrapposizione è un riflesso della politica imperiale. Dopo di lui viene eletto un funzionario civile, Ambrogio, che è il primo grande soldato della chiesa contro l’eresia ariana, riuscendo anche a convertire la madre dell’imperatore, fino a quel momento la maggiore sostenitrice degli ariani.
E’ anche possibile che sia stata costruita prima del 378, dando alla fazione ariana la possibilità di costruire la sua chiesa fuori dalle mura cittadine. E’ una chiesa su una via colonnata, lungo quelle che erano le strade d’accesso alle principali città, porticate con colonne, che hanno una loro dignità monumentale piuttosto importante. Abbiamo la strada colonnata, dove si è conservata un colonnato residuo sopravvissuto proprio davanti a San Lorenzo. Abbiamo un colonnato corinzio, con in corrispondenza del recinto della chiesa il colonnato ha un passo maggiore, segnalato con un arco. Ora abbiamo perso la copertura, , ed abbiamo una struttura abbastanza curiosa. Abbiamo una struttura disegnata in più colori, per distinguere da tutte le strutture successive che si sono sovrapposte essenzialmente nel ‘500. Anche in questo caso come a San Pietro abbiamo un portico a 4 lati che lo precede, ma che ci fa entrare in una struttura totalmente diversa da quelle che abbiamo finora visto: qui abbiamo una struttura centrica molto più grande, costituita da una chiesa ad impianto centrale, e poi due rotonde collegate, attualmente denominate Sant’Ippolito e Sant’Aquilino, quando invece presumibilmente quella struttura in alto poteva essere un mausoleo imperiale, mentre la struttura con 2 volte a botte poteva essere un mausoleo del vescovo Aussenzio. Abbiamo un nuovo tipo di spazialità, sono strutture che vengono denominate a doppio involucro, ed hanno principi di organizzazione delle coperture e delle murature diverse, basati su due strutture indipendenti. Una struttura centrale, che è essenzialmente formata dal quadrato all’interno, ed una struttura che funge da secondo involucro.
Abbiamo una spazio centrale con volta a crociera, su pianta quadrata, che ha delle spinte laterali che dovremo risolvere. Dalle 4 aperture assiali abbiamo uno spazio che si allarga con 4 colonne per lato, formanti un arco di cerchio, richiamanti l’idea dell’esedra. Collegate ai 4 spigoli del quadrato, abbiamo 4 torri, a pianta quadrata. Una volta capita la funzione dei pilastri e delle torri, in questa struttura si replicano le aperture con altre esedre. Abbiamo due strutture: quella interna è portante in sé, e 4 torri che sostengono questi pilastri. Possiamo demolire totalmente queste pareti laterali, l’involucro esterno costituisce lo spazio interno ma dal punto di vista strutturale possiamo demolirlo e non succede niente, è il rovescio del pantheon.
La spazialità così complessa si collega anche a riti che sono diversi, che hanno a che fare con la divisione fra il clero ed i fedeli, che sono sistemati all’interno delle gallerie. Lo spazio centrale è a tutta altezza, mentre gli spazi laterali hanno due altezze, abbiamo una galleria superiore, i matronei, a cui si accede attraverso le scale-torri. Funzionano similmente tutte le chiese di questo periodo: abbiamo un uso diverso della chiesa. Nella basilica abbiamo un sacerdote disposto nel foro, qui invece abbiamo un clero centrale, ed un’organizzazione diversa all’intorno.
Come si costruisce questo spazio. C’è una scelta piuttosto importante all’epoca, di costituire delle esedre sostenute da colonne, che al di sopra tengono archi e non architravi, e quindi su questo spazio su pianta semi-circolare viene a costruirsi una esedra di tipo non-murario. Abbiamo slegato totalmente l’esedra dal suo spessore murario, col massimo della leggerezza. Abbiamo sostituito al piano murario delle colonne, ed un collegamento ottenuto sempre attraverso un catino, definendo uno spazio molto interessante dal punto di vista delle viste all’interno. Successivamente è stata ridotta come struttura ad un tipo di ottagonale, i pilastri sono stati del tutto ricoperti da una muratura del ‘500, ricostituendo un’unità di pilastro, cancellando la struttura, chiudendo gli spigoli del quadrato centrale definendo un triangolo. Abbiamo quindi perduto del tutto la basilica nella sua origine architettonica.
Tutta la decorazione è perduta. Potevamo avere della lastre accostate, come dei mosaici ed ancora stucchi che indicano forme architettoniche e sostituiscono le decorazioni in pietra.
L’esterno. Prima di tutto potremmo demolirlo senza alterare la struttura in sé. Le due rotonde annesse erano intese piuttosto come mausolei, uno imperiale ed uno vescovile. Uno ha una pianta cruciforme, con spazi accessori, formato da due volte a botte incrociate, e l’altra è una struttura a botte più assimilabile a quelle che abbiamo visto.
Santa Sofia Questa basilica scompare nel 532, durante una rivolta dopo la quale la città va a fuoco, insieme a molto di quello che aveva costruito Costantino. Viene dopo il 476, che segna una data fondamentale, la fine dell’impero romano d’occidente. La divisione dei due imperi era stata decisa da Diocleziano, dove l’impero d’occidente era debole e doveva difendersi dai barbari del nord. La successione degli imperatori nel corso del V° secolo è una successione debole, con molte divisioni interne, al termine dell’impero l’ultimo imperatore non aveva oramai nessuna caratteristica. Non esiste più autorità o imperatore, e nell’oriente le cose vanno molto meglio.
I palazzi imperiali di Roma sono messi a disposizione dei funzionari imperiali d’Oriente, e nel periodo che viene ad essere garantito dai funzionari imperiali a Roma, ha un grande ruolo Ravenna, che viene connessa per via di mare a Costantinopoli. E’ a nord di Roma, dove si può meglio contrastare l’avanzata dei barbari. I grandi edifici non possono che essere costruiti con un mare controllabile, grandi ricchezze e forza lavoro disponibile. SantaSofia a Costantinopoli è costruita dal 532 al 537. I materiali provengono dall’oriente, dall’Egitto e dall’odierna Francia, e sono espressione molto chiara del potere navale di Giustiniano, che poteva ancora controllare gran parte del mediterraneo. Nell’immagine vediamo tratteggiate le fondazioni della chiesa di Costantino.
Abbiamo una dimensione di 70*77 m, circa 240 piedi bizantini. All’interno il quadrato misura 100*100 piedi bizantini. 100 piedi sono circa 30m per 30m, quindi abbiamo una pianta piuttosto complessa, che si sostituisce alla precedente basilica costantiniana. E’ una chiesa molto ricca, un nartece ed un eso-nartece esterno, che fa parte del quadriportico, una struttura raddoppiata, con un altro portico da questa parte. Nel 537 sarebbe stata inaugurata, ma subito nel 558 sarebbe caduta la volta per la prima volta, ed è stata ricostruita nel 563, che è nuovamente caduta. E’ stata infine ricostruita nel 16° secolo da Sin-Am, contemporaneo di Palladio, che ha ricostruito e consolidato in gran parte SantaSofia.
Nel 1453 abbiamo la caduta dell’Impero Romano d’Oriente, e vi è un governo diverso, con una religione diversa che è quella islamica. I 4 minareti sono stati aggiunti dopo il 1453, viene poi dotata di un’altra cupola sul disegno di quella precedente, e seguono molte opere di consolidamento.E’ stata cancellata la decorazione musiva del cristianesimo, ed all’interno vi sono 4 grandi scudi che presentano iscrizioni coraniche.
E’ una struttura a doppio involucro, e qui abbiamo il nome degli artisti, che non sono proprio architetti ma matematici, esperti di idraulica e geometria, che vengono chiamati per inventare una struttura. E’ un azzardo tecnico di Isidoro da Mileto e Antemio da Tralle, che avrebbero scritto dei trattati ed erano in grado di rappresentare attraverso disegni questa spazialità. Si tratta di un doppio involucro, molto simile a SanLorenzo, con una dimensione molto maggiore e molto più complessa.
Come detto abbiamo un quadrato centrale di 100 piedi per 100 piedi, con sopra una cupola che produce sforzi laterali imponenti. Dobbiamo individuare i pilastri, che sono sempre agli spigoli, e sono di forma rettangolare appoggiati sui lati laterali. In realtà il pilastro è essenzialmente più grande, descrivendo un rettangolo verso l’esterno, dove si passa all’interno.
Verso l’ingresso e verso il termine abbiamo due esedre, che si suddividono in 3 esedre più piccole. L’involucro esterno non regge alcunché, è molto più esile di quello interno.
Il quadrato di base sopra avrà una cupola, e vediamo che questa cupola ha questi sostegni, ed ai due estremi abbiamo un abside, che si connetterà con un catino absidale al parallepipedo, ed a loro volta le due piccole esedre laterali e quella in asse si collegheranno ed appoggeranno al catino absidale della più grande. Ma questo catino absidale svolge funzione di contenimento? Chiediamocelo anche noi.
Osserviamo questo bel bastione rosso. Un cubo, poi questo grande pilastro che quando siamo all’interno di SantaSofia non ci accorgiamo di camminare all’interno di un pilastro. All’interno di uno spazio circolare abbiamo una geometria molto chiara, e non si sa in che periodo sia stata messa la sommità, per contraffortare la strutture esterna, pur buttare all’esterno dell’edificio quanto serve a tenerlo, separiamo quindi quello che nel Pantheon era insieme, qui si tratta di separare i due elementi. Il catino absidale è tangente alla sommità di quel cubo.
Tipica domanda d’esame: come si costruire una cupola su un cubo? I romani per costruire una cupola partivano da una pianta circolare, ed infatti non abbiamo nessuno spazio romano rettangolare con al di sopra una cupola, ma piuttosto botti o crociere. Attraverso un’invenzione di tipo geometrico, i pennacchi sferici, possiamo soddisfare questa necessità. Ora questa pratica è comune in tantissime chiese italiane ed europee, ma nasce dal cantiere di SantaSofia. Costituiamo una geometria che racconta i muri alla cupola, demolendo gli spigoli sommatali. Vediamone la costruzione: abbiamo il quadrato, e dobbiamo costruire una cupola tangente all’interno del quadrato. Se costruiamo un cerchio tangente agli angoli esterni, e su questo costruiamo un’ipotetica semi-sfera, che resechiamo qui dove ci sono i lati del quadrato. Abbiamo quindi una sfera costruito sul piano tangente agli angoli esterni, ed abbiamo questa struttura. Su questa montiamo la nostra cupola fatta come vi pare. Questi 4 pennacchi consentono la transizione dalla cupola ai 4 pilastri di base.
Sotto la cupola abbiamo dei costoni portanti, e delle aperture, aprendo una serie di finestre alla base della cupola stessa, possiamo dare la luca della base dell’imposta stessa. I mosaici sono stati conservati sono solo quelli ani-comici, mentre tutti gli altri sono stati scialbati, ricoperti di pittura d’oro. Ricordiamo inoltre che la volta precedente era più bassa.
Ad est ed ovest abbiamo le absidi, e dall’altro lato abbiamo un arco che fa vedere le finestre. Queste finestre sono tantissime, perché questo muro compreso all’interno dell’arco non deve reggere la cupola, ma deve solo schermare l’edificio.
Osserviamo l’esonartece a due livelli, che permette di salire alle gallerie. Il numero delle colonne che vi sono in basso non corrisponde ad il numero di colonne che vi sono alto, sparisce una di quelle regole dell’architettura antica. Non si usa più l’architrave che è fragile, con quale era impossibile montare una colonna sovrastante non in asse, per cui il numero delle arcate inferiore e superiori può essere diverso.
Ha mantenuto la decorazione interna. Troviamo una chiesa di impianto longitudinale, con una sorta di navata centrale ed un abside con forma particolare. All’interno avevamo una liturgia particolare, con spazi diversi da quelli che ci possono apparire da turisti. E’ in realtà una chiesa palatina, dove il pubblico era chiamato all’interno della grande chiesa ad occupare la galleria al piano terra ed al piano sovrastante, e lo spazio dov’è la grande cupola può essere coperto solo dalle due grandi autorità del momento, il clero e la corte imperiale. In molte altre chiese si riscontra l’esistenza in basso in corrispondenza del dado del quinto della colonna, di grandi lastre marmoree, di transenne, che separano lo spazio riservato al pubblico e lo spazio riservato al clero. Potevano esserci delle transenne mobili, è possibile pensare che questi spazi fossero schermati da tende, che potevano essere aperti o chiusi. Quindi uno spazio con un cerimoniale molto complesso, che prevedeva la sistemazione in una posizione del fedele, e dall’altra l’apparizione dell’imperatore che prendeva posto nell’aula centrale difronte al clero. Questo ci ricorda molto da vicino la sacralizzazione della figura dell’imperatore nell’impero romano. Ora la figura dell’imperatore è divinizzata all’interno della chiesa, non più in contrapposizione. L’imperatore incontrava il clero a pari potenza, le due organizzazioni si incontravano all’interno della celebrazione eucaristica di Santa Sofia. Abbiamo un ruolo abbastanza importante per questi spazi accessori, da cui si poteva osservare l’interno e dai quali si poteva difficilmente avere un’idea dell’intero spazio. In questo tipo di architettura così complessa con degli spazi dove si può osservare gli uni dagli altri attraverso arcate, la lettura è più difficile.
Ruolo fondamentale della luce: tende ad essere immateriale, tende ad illuminare le parte interne non esaltandone la configurazione tridimensionale, ma tende a far brillare i paramenti musivi dorati sui manufatti, la luce che entra principalmente dall’alto si riverbera sui paramenti musivi, testimonianza di una ricchezza, portata al piano terra dall’uso di marmi e colonne monolitiche proveniente dalla Francia, e paramenti marmorei che hanno una novità: le venature. All’interno della cultura bizantina prevale una disposizione a macchia, con una conformazione dove il disegno della venatura del marmo costituisce il disegno generale della composizione. Anche la disposizione dei marmi si conforma a questo modello, come a SanMarco, dove tutti i marmi sono disposti a macchia, a causa della fortissima influenza bizantina-orientale. E’ una chiesa fortemente luminosa, abbiamo una luminosità molto maggiore degli edifici romani, ed abbiamo molte pareti che possono essere aperte non essendo portanti. Abbiamo una strappo molto forte col linguaggio classico, con la mancata sovrapposizione di colonna su colonna.
I capitelli vengono dopo il IV° secolo, quando avevamo già una forte crisi nell’arte della scultura. Abbiamo capitelli corinzi, con un tipo di lavorazione del tutto diverso, non naturalistico. Finora invece l’arte del capitello era un’arte naturalistica, dove gli scultori greci hanno avuto come modello l’uomo così com’era. C’è un abbandono delle rappresentazioni del fogliame, c’è un rapporto molto più forte con la decorazione della singola foglia, piuttosto che la scultura di foglie riconoscibili. Allo scalpello si sostituisce in gran parte anche il trapano, che all’interno della decorazione del marmo, permette di costituire una trina, strutture ornamentali scavate da dietro, fino ad arrivare ad una trama decorativa. Gli ordini classici non sono più legati a riconoscibili rapporti fra diametro di base ed altezza, si dimette totalmente quel sistema in uso fino a Costantino. Sono capitelli essenzialmente compositi, corinzi con le volute dello ionico. L’abaco è piuttosto grande, ingombrante, perché deve raccogliere le spinte degli archi sovrastanti. E’ un capitello ridotto ad una sua forma geometrica: c’è una riduzione della decorazione, una campana molto compatta, ed una decorazione molto minuta, molto schematica ed astratta, ed un forte contrasto fra bianchi e neri. Il tutto visto in una struttura piuttosto compatta. Il trapano permette di bucare questa struttura, ma permette anche di ampliare questo vuoto all’interno, con una trina all’esterno, per far risaltare la parti esterne delle foglie. E’ una decorazione che a volte ha all’interno delle inserzioni di pietre dorate ed altri elementi: qualche cosa di molto decorativo con geometria molto compatta. E’ una vittoria della superfici sull’articolazione tridimensionale. E’ oltrepassata definitivamente l’arte della scultura greca-romana. Vediamo il capitello composito: al di sopra un abaco ipertrofico. L’abaco tende ad essere un tronco di piramide, un abaco di dimensione enorme quasi a tronco di cono, con una serie di decorazione come memoria delle decorazioni classiche che abbiamo visto, con degli ovoli che vediamo nella 4° riga, formati da sfere e sferette nell’architettura classica, qui sono ridotti ad una rappresentazione bidimensionale, a citazione grafica. La stessa cosa con le volute, che non sono più collegate. E’ esaltato il rapporto col marmo fra bianco e nero, grazie a queste trine che però rendono la decorazione fragilissima. C’è una sensibilità spaziale del tutto diversa a partire da questi elementi classici.
L’imperatore si fa seppellire in un sarcofago di porfido.
Ravenna Confronto fra Ravenna (capitale dell’Esarcato) e Costantinopoli. Vediamo la pianta di Ravenna, col porto di Classe, ed il rapporto col mare ora differente. Quindi abbiamo una rappresentazione della città che ha avuto un importante rapporto con l’architettura costantiniana. Tutte le innovazioni architettoniche di grande portata, hanno bisogno di cantieri costosissimi, e di una committenza imperiale ed importante che riesce a chiamare le menti migliori per realizzare queste grandi imprese.
Abbiamo un’evidenza architettonica precedente, con il Mausoleo di Teodorico, realizzato intorno al 520, quando dagli anni ’30 agli anni ’60 sarà una Ravenna Bizantina. Teodorico viene fortemente influenzato dalla cultura romana, cercando una definizione della sua tomba che sia alla romana, conformandosi abbastanza. La realizzazione non si conforma però a quella romana, che prevedeva l’opus cementicium, nella forma vuol essere un mausoleo alla romana, con un sarcofago di porfido di re-impiego. E’ una struttura di pietra con caratteristiche piuttosto interessanti riguardo l’organizzazione di questi archi: abbiamo una serie di arcate, con al di sopra qualche architettura che s’è perduta. Abbiamo un arco a conci cuneiformi, di tradizione etrusco-repubblicana-romana. Se guardiamo con attenzione la disposizione di questi conci, vediamo che hanno un piccolo taglio nel mezzo, la linea non è rettilinea, ma leggermente diversa: ogni concio ha una leggera sporgenza, i vari conci sono ancorati con un inserto ed un taglio, quasi che si fosse persa la sicurezza e la certezza della funzione del sistema a conci. Queste strutture compaiono a questo modo nel medio-oriente, mentre in Italia non si trovano altri esempi. In Italia si è perso il know-how su come si fa una volta in opus cementicium, e nell’usare la pietra ci si rifà a maestranze che vengono da zone molto lontane. E’ segno della crisi definitiva del costruire romano, anche se il modello è ancora il modello imperiale. La parte terminale è una pietra di dimensioni colossali, in quanto perdendo totalmente la nozioni sulle volte e sulle cupole, si rimedia con quello che essenzialmente è un monolite, cercando un’impresa straordinaria che con questo trasporto eccezionale oblia la perdita della tecnologia per una volta in opus. All’interno vediamo il sarcofago, posto nella cella sovrastante, ed è un sarcofago che vuol essere romano, e dargli tutte quelle dignità che erano state connesse all’impero romano ormai defunto.
Sant’Apollinare Esiste una rinascita: si arriva ad una pianta piuttosto semplificata rispetto al disegno delle basiliche, dove manca totalmente quello spazio interposto che era il transetto, connesso a dei riti di banchetto funerario. Abbiamo una struttura a 3 navate con abside terminale, sfaccettata. Sono murature in mattoni, colonnati, con al di sopra interposto fra il capitello e l’arco abbiamo interposto un elemento chiamato pulvino, che abbiamo visto già presente in Santa Sofia a Costantinopoli, si tratta di costituire un abaco con già la forma a tronco di cono, che media molto meglio il passaggio degli sforzi. Osserviamo la decorazione musiva, tanto importante all’interno della cultura bizantina di questo secolo. Abbiamo una materializzazione progressiva di questa parete. Abbiamo dei mosaicisti bizantini che si trasferiscono a Ravenna. Abbiamo poi della capriate a vista, ed un claristorio, sopra le arcate da dove entra la luce.
Vediamo una chiesa sconosciuta, trasformata in moschea, dedicata ai Santi Sergio e Bacco. Abbiamo un nartece, con un aspetto estremamente elegante dovuto a rifacimenti del XVIII° secolo ristrutturato nell’interno. SanLorenzo parte da un quadrato ed aveva una copertura non nuova, con una copertura a crociera. Si da un ottagono per arrivare ad un cerchio. Abbiamo un ottagono con 8 piloni, con un’organizzazione sulle diagonali, che si presentano sotto forma di esedra, poi abbiamo delle pareti rettilinee colonnate lateralmente, ed entrata-abside longitudinalmente. Dall’ottagono è molto più facile impostare il diametro della cupola. Le decorazioni sembrano quasi un foglio frapposto a nascondere il capitello classico. Osserviamo gli ottagoni dei Santi Sergio e Bacco, con espansioni radiali a forma di esedra, che ricorda in piccolo l’alternanza che c’era a Santa Sofia fra espansioni ad esedre e rettilinee. Mentre a SanVitale abbiamo qualcosa di simile come ottagono, cambia la rappresentazione delle espansioni che sono condotte in altro modo.
Ora stiamo parlando di un’Italia che è periferia, in questo caso si ritorna all’estetica già sperimentata con la geometria dell’ottagono. Vi è qualche cosa di curioso, a differenza della geometria di questo primo ottagono, l’ingresso non è organizzato in asse, ma abbiamo un nartece posto di spigolo, che non appartiene a nessuno dei due lati. Questo permette di avere un nartece a forcipe, con le due terminazioni laterali absidate, ed un attacco di questo ottagono di spigolo rispetto al nartece. Abbiamo poi da entrambi i lati delle torri scalari, è uno spazio centrale con un matroneo sovrastante. A causa dei noti problemi del suolo di Ravenna, i costruttori dovettero obbligatoriamente realizzare una cupola molto leggera. Abbiamo una volta notevolmente alleggerita ottenuta attraverso delle costolonature realizzate attraverso degli elementi fittili, dei tubi di terracotta, tubuli connessi fra loro più una struttura lignea (NIENTE ANFORE). In questo caso abbiamo una committenza povera, assolutamente non paragonabile a quella imperiale, e nonostante tutto abbiamo un’invenzione interessante. Le analisi che sono state fatte per la struttura di Santa Sofia indica una struttura di mattoni disposti di taglio, con letti di malta. Organizzazione dell’Altare: vi è un’organizzazione diversa, con un altare ed un coro al primo livello. Poi abbiamo due spazi accessori, che si chiamano Prothesis e Diaconicon, a destra e sinistra degli altari due spazi accessori che compaiono all’interno di queste chiese orientali in questi secoli. L’immagine in colore celeste ci fa vedere come funzionano i matronei, l’area calpestabile del piano superiore, che permette di seguire le forme liturgiche. Cosa resta oggi? Tutta la parte sommitale della volta, è qualche cosa di successivo. Si vede però bene la disposizione a macchia del connesso marmoreo. Abbiamo una struttura più semplice, meno ardita, dove al piano superiore alle due colonne sottostanti corrisponde una coppia di colonne. La decorazione originale è perduta, abbiamo poi dei capitelli ancora più semplificati. I capitelli di Sergio e Bacco sono straordinari nella loro eleganza, simulano, de-materializzano il marmo. Qui la lavorazione è più modesta.
Teodora. L’immagine presenta un interno di quello che possiamo definire o Santa Sofia a Costantinopoli, o una di queste nuove chiese. Abbiamo una rappresentazione tridimensionale di una parete. Abbiamo un colonnato, che contraddistingue il piano terra, ed al piano superiore un analogo colonnato collegato dal punto di vista struttura. Abbiamo una veduta d’epoca così come è percepita dalla cultura dell’epoca stessa. Non vi è rapporto di tipo dimensionale fra le colonne al piano terra e quelle matroneo, che hanno delle dimensioni minori. Abbiamo colonne riconoscibilmente corinzie, con un abaco abbastanza grande, che sono risolte in modo decorativo. Attraverso il mosaico si rappresenta la decorazione in oro, e possiamo pensare che la smaterializzazione è realizzata attraverso l’oro. Abbiamo degli angeli con ghirlande che si connettono ad un’altra decorazione. Prima che arrivasse la religione islamica con la caduta di Costantinopoli, l’oriente cristiano è stato travolto dalla lotta iconoclasta. In questa rappresentazione abbiamo quello che è stato largamente perduto altrove. Al piano di sopra abbiamo delle colonne grasse, ed una schermatura di altro materiale. Abbiamo poi tende tese fra capitello e capitello al di sotto. Si poteva quindi vedere all’interno solo in alcuni momenti della celebrazione e non in altri.
Islam Si tratta di un importante capitolo della storia dell’architettura, importante anche nell’arte europea, in particolare riguardo al VII° secolo. Osserviamo la carta dell’Impero Romano d’Oriente alla morte di Giustiniano. Durante quest’ultimo si è avuta un’espansione militare, in arancione più chiaro abbiamo tutte le conquiste ottenute dagli eserciti e dalla marina di Giustiniano, tutti quelli più collegabili per la via d’acqua, quindi Spagna del Sud, Tunisia ed Italia. Gran parte di queste riconquiste, ottenute quasi alla fine del VI° secolo, sarà completamente rovesciata nel secolo seguente, e l’impero d’oriente si troverà molto più ridotto su entrambi i fronti, quasi solo all’odierna Turchia. Perché si afferma una grande potenza militare che è quella dell’Islam, che riuscirà a governare fino al 750 dei territori che vanno dall’odierna Persia fino alla Spagna. Abbiamo un nuovo impero, un califfato, che governa con una nuova religione.
In questo corso parliamo abitualmente di architettura straordinarie, enormi, che hanno implicato cantieri straordinari. Quindi architettura di popoli vincenti e vittoriosi, che avevano molte risorse disponibili, e che avevamo anche bisogno della sicurezza nei trasporti, quindi hanno a che fare con imperi al massimo della loro potenza, come sarà per la dinastia degli Omaidi, che governerà fra il 630 ed il 750, giungendo con le sue conquiste quasi fino all’Iran.
Osserviamo la penisola Araba prima dell’avvento di Maometto. Maometto è morto nel 632, ma l’anno d’inizio del calendario mussulmano è il 622, che segna il ritorno di Maometto alla Mecca, tornando da Madinat an-nabawi, poi diventata Medina, dove ha predicato ed ha costituito una nuova religione che avrà grande successo. La Mecca è una città comunque santa anche all’interno della religione pre-islamica.
La Mecca è un santuario molto importante di epoca antichissima, costituita sul culto della pietra nera, un oggetto che presumibilmente è un meteorite, che ha dato adito ad un culto da epoche remote. Maometto ha viaggiato nel nord, incontrando la Siria, che al tempo era romanizzata, e che poi era passato all’Impero d’Oriente di lingua greca, e poteva conoscere le due religioni più importanti al momento, quella cristiana e quella ebraica, a partire dai vangeli e dalla bibbia. Maometto non è una persona che mai si è arrogata il titolo di divinità, ma piuttosto il ruolo di profeta, di una religione che risulta abbastanza sincretica rispetto alla lettura dei testi sacri occidentali, e che coniugandone diversi aspetti risulta comunque più avanzata in quanto posteriore.
Nell’Arabia pre-islamica avevamo uno Yemen, il leggendario regno della regina di Saba, che aveva avuto un periodo florido conclusosi nel V° secolo. Nella zona meridionale, la più facilmente irrigabile, era in quel momento una civiltà che stava alle spalle, ed a Nord avevamo i grandi monumenti romani, coma la città di Petra in Giordania, ed avevano un ruolo considerevole le popolazioni arabe divise in tribù per il commercio, e poi un ruolo che avrà un significato straordinario per le vittorie militari, per il fatto che le popolazioni arabe facevano parte delle truppe utilizzate dall’Impero e dai Persiani l’uno contro l’altro. Vi è un fortissimo contrasto con l’impero sassanide, collocato nell’odierno Iran, una guerra endemica, dove avevamo gli arabi come mercenari.
Il Corano parla abbastanza chiaro: c’è bisogno di un pellegrinaggio una volta alla vita alla Mecca, oltre alle 5 preghiere quotidiane, ed al giorno di incontro dove si ascolta una sorta di “sermone”, dato all’Imam, insieme capo religioso e politico.
Vediamo l’invenzione di un nuovo tipo edilizio, l’edificio religioso per eccellenza che è la moschea: vediamo una restituzione del tutto arbitraria, ottenuta in base a testi scritti.
Maometto si rifugia a Medina, ed apre la sua casa alla predicazione: l’abitazione è costituita come la casa araba del tempo, ci sono alcune certezze. Una parte privata, appartamenti su di un lato, per le nove mogli (prima ne aveva solo quattro), con degli spazi per ciascuna delle famiglie connesse. Abbiamo poi una parte che aveva a che fare con la casa pre-islamica, con un recinto molto grande. Dentro la sua casa Maometto predicava, e per contenere i fedeli ha costruito dei porticati, che all’inizio erano formati da tronchi di palma segati, utilizzati come elementi strutturali verticali, e per l’ombra foglie di palma intrecciate. Ha un ruolo considerevole la posizione verso la Mecca, una parete è orientata verso la Mecca, e nella parete della moschea, in direzione della Mecca, vi è un luogo specifico, che ha nome architettonico di rango, che segnala un edicola lungo questa parete, verso sud abbiamo un’edicola chiamata Mihrab.
Qui vediamo una struttura del tutto diversa, che è la moschea. La struttura affianco prosegue da scavi risalenti all’epoca pre-islamica, ed è forse chiamata Al-Haram, nel costituire la moschea ci si è infatti rifatti a modelli di culti precedentemente praticati, nelle forme architettoniche potrebbe essere legata a forme precedenti che conosciamo poco, e dobbiamo ricordare che solo il culto che è nuovo.
Alla morte di Manometto, prende il potere la dinastia degli Omaidi, una dinastia discendente da una delle nove mogli del profeta, e che terrà come unica dinastia tutto l’impero fino al 750. Poi abbiamo una grande congiura di palazzo, dove i componenti della famiglia sono dove tutti trucidati, tranne uno che fuggirà in Spagna, dove erano rimasti dei notabili fedeli.
Alla metà del VII° secolo vediamo cosa resta all’Impero Romano d’Oriente. Il califfato riesce a controllare l’Egitto, la Siria, la Mesopotamia, la parte costiere dalla Tunisia, del Marocco, Libia ed Algeria, e grazie ad un’aggressione totale e distruzione dell’impero sassanide, le parti che erano ad est dell’impero stesso, fin dove si era spinto Alessandro Magno nelle sue spedizioni verso l’oriente. Nel 750 gli Omaidi perdono la vita ed il potere, e succede un’altra famiglia, quella degli Abbasidi, che conservano il potere fino al XI° secolo, e poi si suddividono in diverse famiglie. Dal 650 al 750, con una serie di fortunatissime campagne militari una sola famiglia riesce a controllare in gran parte quello che era stato l’impero romano d’oriente.
Analizziamo ora tre delle principali architetture del periodo. Andiamo prima di tutto a Gerusalemme. Abbiamo una dinastia che governa uno spazio immenso, che non ha tradizione precedenti dal punto di vista architettonico. Nell’Arabia avevamo quasi un’assenza di evidenze archeologiche di epoca precedente, ed in questo territorio non leggiamo nessuna tradizione artistica indigena. Si consolida la tradizione dell’impero romano d’oriente e quello sassanide, che propongono un sincretismo fra le due tradizioni, che porterà nuove forme e nuove forme di decorazioni, quindi abbiamo avuto artisti ed architetti bizantini e persiani. Le tipologie sono invece diverse, dove il tipo principale è la moschea. Col tempo il califfato si lega molto con le tradizioni reali sassanidi, che avevano un culto verso i rituali orientali, tali per cui il califfato si adegua ai modi persiani, anche a quei modi del potere, tali per cui il palazzo diventa un tema architettonico di grande rilevanza, ma molti edifici furono costruiti in terra cruda e quindi poco si può vedere.
La prima grande costruzione che conosciamo ed osserviamo è la cupola della roccia, completata nel 691, e che sorge in un’area storicamente molto importante, un’area dove vi era stato il grande tempo di Gerusalemme e degli ebrei, incendiato e distrutto dall’imperatore Tito.
Questo grande recinto ha una parte bassa, che è quello che viene definito il muro del pianto dagli ebrei. Questo tempio ha delle origini complesse: è un tempio circolare, non definibile una moschea, perché contiene nel bel mezzo la roccia. La moschea si trova di lato, l’anello al suo interno mostra la roccia nuda, che la tradizione successiva a quella coranica, che sappiamo essere una roccia speciale, quella su cui si sarebbe posato Maometto dopo il suo volo notturno. Il profeta nella notte sarebbe stato trasportato per effetto di un miracolo altrove, su una roccia che aveva una tradizione precedente
Altra ipotesi piuttosto interessante, piuttosto che il sogno può essere visto come una celebrazione della dinastia omaide, come celebrazione della vittoria, perché all’interno abbiamo molte decorazioni musive, con simboli della regalità persiana e bizantina, che altrimenti troverebbero difficile spiegazione all’interno di un edificio sacro. Dal punto di vista architettonico abbiamo una pianta con una geometria piuttosto complessa, la parte sacra dell’ottagono è rivestita da lastre di marmo. E la parte superiore è rivestita di ceramiche, dopo un rifacimento di epoca ottomana. E’ preceduta da un portico di più colonne, e poi ha una struttura a cupola molto evidente, una copertura a doppia calotta di legno, che viene soprattutto dalla tradizione navale, con una tecnica, quella del legno incurvato, che viene dagli scafi delle barche, in cui i bizantini erano maestri, e di cui gli arabi diventano competenti. Lo spazio centrale è molto in mostra e molto evidente. Nella pianta che vediamo è sparita una colonna.
Osserviamo nuovamente il meccanismo a doppio involucro. La geometria è evidentemente più complessa: si parte da due quadrati, che si incrociano a 45 quadri, che danno la posizione degli 8 pilastri. Poi abbiamo il doppio quadrato, che permette di costruire un cerchio che ha come raggio la diagonale del quadrato. Poi colleghiamo questi pilastri formando una maglia quadrata, e dal quadrato interno costruiamo i 4 pilastri interni, e lo inscriviamo in un cerchio sempre col raggio della diagonale.
Per la cinta esterna abbiamo delle pareti parallele a quelle che vediamo, all’ottagono inscritto che vediamo. Si tratta di una serie, di un edificio che si costituisce a partire dalla geometria dei quadrati. E’ una struttura con elementi pesanti e leggeri: nell’architettura islamica tutti i capitelli e le colonne sono di re-impiego. Se ci sono degli atelier che fabbricano capitelli o colonne non possono che essere bizantini, non esiste un atelier arabo che lavori il marmo, non esiste una lavorazione che venga dalla tradizione araba.
Abbiamo due immagini: in questa miniatura indiana, ma non tutti i luoghi dove si propaga rifiuta la rappresentazione degli uomini e degli animali. Dal punto di vista della decorazione musiva, seppure non sia esplicitamente dichiarato all’interno del corano, è scritto chiaramente di rifiutare statue ed idoli, quindi all’interno del corano la formulazione è dubbia, all’interno della vita civile e culturale di questi secoli, mentre nel 5°, 6°, 7° secolo idoli e statue coincidevano abbastanza. Quindi la statua e l’idolo era qualche cosa che permetteva una lettura così evidente. Ma questo non è stato preso alla lettera non in tutti i luoghi ed in tutti i templi, infatti qui osserviamo Maometto che guarda un Dio senza faccia.
La roccia pare sia la stessa Abramo abbia tentato di immolare Isacco, ed il recinto è databile all’epoca di Erode, governatore della Palestina. Abbiamo una contrapposizione fra pilastri e colonne libere. Abbiamo dei rapporti evidenti con il SanVitale di Ravenna e SantaSofia di Bisanzio. Queste strutture erano sicuramente più innovative, dove tutto quello che era pilone, serviva a formare degli spazi a pilone. L’interno presentata presumibilmente all’interno una decorazione musiva continua. Vediamo degli elementi lignei che collegano colonna a colonna, rivestiti di bronzo, una struttura di incatenatura che arriverà alla lunga persino nelle chiese veneziane, partendo da una tradizione nata in questo secolo.
Abbiamo un importante elemento su sui riflettere, gran parte degli archi costruiti dall’islam vengono dalla tradizione orientali, e sono degli archi a doppio centro. E’ una tradizione propria dell’islam. Sono quindi due settori di cerchio che non fanno parte della stessa circonferenza. Abbiamo due centri che sono poco distanti dalla metà, dal centro della base. Viene dalla tradizione persiana-sassanide, che aveva a che fare con volte in pietra o laterizi, e che rompe completamente con la tradizione di opera cementizia. Tutto questo è opera in pietra, non è più massa muraria ma una costruzione per elementi trasportabili.
Vediamo un dettaglio della qualità della decorazione. Il tirante orizzontale si trasforma in qualcosa di molto decorato simile ad una cornice. Abbiamo poi un doppio sistema di arcato, un capitello simile all’arte bizantina. L’intera superficie della cupola e tutti i pilastri murari erano presumibilmente all’inizio rivestiti in mosaico, mosaici con vivacissimi motivi vegetali, senza rappresentazione né umana né animale, con elementi delle regalità persiana e bizantina.
Nel 750, data molto importante all’interno della storia politica dell’Islam, si rompe quell’unità di una sola dinastia, e si trasferisce la capitale a Bagdad nell’odierno Iraq. Prima la capitale era alla Mecca e poi a Damasco, ma a quanto punto la capitale si deve spostare per seguire l’espansione dell’impero. Il palazzo a Damasco è perduto, e quando la dinastia viene vinta si fonda una nuova capitale, l’odierna capitale, una città nata con le mura circolari ed il palazzo al centro, con restituzioni fatti a partire da un testo scritto. Di questa città circolare con 2 km di diametri non c’è n’è nessuna traccia nell’attuale città di Bagdad.
Nella parte orientale erano rimasti dei vassalli fedeli, per il discendente che riceverà poi il titolo di califfo di Cordova. Prima avevamo i barbari cristiani, i Visigoti, con architetture del V° secolo molto interessanti. Erano architetture ovviamente modeste, per lo più consistenti in piccole chiese estremamente interessanti. Abbiamo un regno barbaro, con poca consistenza dal punto di vista politico-amministrativo. Proprio là dove aveva conquistato Giustiniano si vanno da insediare gli ottomani.
Spagna Mussulmana. Ha una storia molto lunga. Negli anni 600 è conquistata dai bizantini, dal 750 arrivano gli islamici e Granada cade solo nel 1492. A partire dall’anno 1000 avviene la riconquista, i cristiani riorganizzeranno poi la riconquista, e rimarrà alla fine solamente la città di Granada, l’ultima a cadere, con la cacciata degli ebrei che arriveranno a Ferrara chiamati dalla signoria.
Moschea di Cordova
Abbiamo ampliamenti fino all’11° secolo. Le date: ha 4 campagne edilizie, e si è accresciuta diverse volte. Vi è una prima data, il 784, sul sito di una chiesa cristiana viene costruita una prima moschea con 7 campate, ciascheduna larga 7 metri, salvo quella centrale larga 8. Ha una dimensione di 190*140m, con 17 navate di 32 campate ciascuna: è insomma una grande sala ipostila di dimensioni straordinarie.
Abbiamo un primo recinto, un recinto sacro, e sulla direzione della Mecca su questa parete abbiamo un elemento importante chiamato kibla, e poi abbiamo una parte scoperta un cortile scoperto dal lato opposto. La seconda addizione è del 833, poi nel X° secolo abbiamo gli ultimi due ampliamenti monumentali. Quindi abbiamo uno spazio coperto. Dalla prima fondazione man mano si è allargata ed allungata, raggiungendo una dimensione sempre maggiore, ed una monumentalizzazione sempre maggiore, perdendo la sua simmetria, con un kibla sotto forma di stanza più che di edicola.
Dal punto di vista strutturale abbiamo una novità: oltre alle colonne di re-impiego, di modesta dimensione, rispetto alla necessità di fare una struttura molto alta. Si inventa quindi un nuovo sistema: c’è un primo sistema di archi, ed al di sopra di questi abbiamo un sistema di muratura dei pilastri, che sono collegati da un secondo arco al di sopra. Abbiamo una struttura ripetitiva, enorme, tutto costruito di elementi ripetuti, si tratta di una foresta di colonne, che configuravano una vera e propria sala ipostila, che abbiamo visto all’interno della cultura egiziana. L’Egitto diventa una regione islamizzata, che adotta entusiasticamente la nuova fede in odio all’odioso dominio bizantino precedente. Abbiamo le colonne di re-impiego, sopra l’abaco ripartono gli abachi, poi abbiamo dei pilastri in pietra con altri archi. Le ghiere degli archi sono essenzialmente costruite in pietra bicolore, o con pietra alternata a mattoni, con una ricerca cromatica nella bicromia che si ritrova in molte opere. Il soffitto è ligneo, cassettonato, che fa riferimento a delle coperture, a capriate. C’è stata un’inserzione molto importante e pesante di una chiesa di architettura gotica, che viene costruito nel corso del ‘500, che riutilizza parte dello spazio per cappelle, e ne distrugge la riconoscibilità.
Osserviamo la pianta più monumentale: con la 3° ricostruzione, si arriva al momento più alto di questo edificio. Abbiamo una kibla sotto forma di vano, una stanza, non è sul muro come edicola, ma è una struttura e poi abbiamo una terza ricostruzione, realizzata da Al-Hakam, non è un nome ma piuttosto un epiteto, qualcosa tipo “il vincitore”. La monumentalizzazione avviene con la costruzione di 3 cupole, di straordinaria struttura decorativa e tecnica costruttiva, e poi una particolare copertura a cupola nello spazio antistante. Lo spazio antistante di fronte alla kibla, pare fosse il luogo per l’esercizio della sua pietà religiosa da parte del regnante. Prima di tutto osserviamo che qui cambia la forma delle arcate.
Gli archi sono polilobati, ed il disegno di questi archi è più complesso, perché sono archi che si incrociano e legano due arcate insieme. Dal punto di vista strutturale è la stessa cosa. Dal punto di vista dell’incatenamento di questi archi, abbiamo un’organizzazione dove quelli superiori rimangono uguali e quelli intermedi vanno dalla volta alla volta, con un aspetto fortemente decorativo. Ha una riconoscibile identità come elemento dell’architettura precedente…. Si pensa che sia esistito un linguaggio comune, di un’area geografica di enorme rilevanza, è un’organizzazione che ha a che fare con quelle arcate che sono tutte intorno alla kibla, dove sono sistemati gli archi più belli.
Procediamo nella nostra visita, osserviamo le navate ai lati della kibla, ed il portale cerimoniale che dà adito allo spazio principale. Altra caratteristica importante: l’interno dell’arco è profilato a ferro di cavallo. Una spiegazione possibile per la nascita di questa forma decorativa è quella di procedere alla costruzione di arco risparmiando molto del legno necessario alla centinatura, perché in molte delle zone dell’Egitto e dell’Arabia il legno è scarso ed è pensabile che per risparmiare la centina da terra, si avranno due strutture a partire dai piedritti, e lo spazio sarebbe coperto da una struttura decorativa. Abbiamo poi un’inquadratura di tipo rettangolare, anche questo tipica dell’arte islamica.
L’importanza della scrittura. Abbiamo una decorazione musica, aniconica, con dei testi coranici inseriti nella parete. Nel mondo islamico non conosciamo nessun architetto, ma conosciamo i nomi dei calligrafi, persone con grandi capacità artistiche nello scrivere la grafia del corano. La decorazione è oggettivamente dimensionale, come la scrittura, la parete diventa un luogo dove si scrive, con una rappresentazione tessile. Abbiamo una struttura su pianta ottagona, con una serie di colonnette.
Vediamo poi delle cupole, di grande interesse: partono da una pianta quadrata, col problema tecnico uguale a quello di SantaSofia a Costantinopoli. Questa tecnica di costruzione entra in Europa dopo l’anno mille.
E’ fatta con elementi di transizione che vengono definite trombe. Prima di tutto arriviamo per transizione dal quadrato all’ottagono, e poi via via aumentando i lati. Quindi sull’angolo costruiamo un elemento a ponte, costruendo un arco ed una parete sovrastante, e costruiamo quindi un tamburo ottagonale, e su questo la cupola. Per costruire il tamburo ottagonale utilizziamo il sistema degli archi, per passare dai due lati abbiamo fatto un arco che oltrepassa gli spigoli. E’ un ottagono che su 4 lati poggia in continuità sui lati, e per 4 lati poggia sugli archi. Il tamburo ottagonale, molto decorato, ha delle colonnette, che tengono elementi, arcate incrociate, che sono elementi portanti. Quindi elementi portanti in pietra, che sembrano già preannunciare una struttura gotica, con delle parti portanti e delle parti portate, ed invece l’analisi dell’edificio ha visto che in quel periodo non era ancora presente una conoscenza così forte di queste nozioni. Il sistema è sempre quello di passare da quadrato in ottagono, e poi ad elementi intrecciati che magari costituiscono un ottagono minore poi coperto, oppure passare ad elementi con 16 lati o sempre più.
L’eredità di questa architettura islamica in Spagna, ovvero ciò che è stato portato all’interno dell’occidente, è stato oggetto di forte polemiche storiche in particolari nel secolo scorso: queste novità non potrebbero invece venire da una Siria Cristiana? Da una parte abbiamo una copertura che funziona, con un passaggio dal quadrato all’ottagono, un discorso molto importante per l’architettura gotica successiva, e dall’altra parte l’arco ogivale che sarà anch’esso molto importante. Oltre alla Spagna, dopo l’XI° secolo abbiamo le crociate, che arrivano a costituire un regno in TerraSanta, potendo quindi conoscere meglio tutte le architetture costruite dai mussulmani.
Altro edificio importante sono le terme, le terme del palazzo reale di Granada, che hanno una volta forata che permette l’illuminazione, difficilmente immaginabile a partire dall’architettura romana.
Bagdad Costruita a partire dal 762, è una Bagdad di forma circolare di cui niente si sa. Dall’836 al 883, per una cinquantina d’anni umani, la capitale sarà trasferita a Samarra, e successivamente nella vecchia capitale dell’impero, Tesifonte.
Bagdad è una capitale di nuova fondazione, durata pochissimo, e poi seppellita totalmente e quindi conservata. Le foto aeree sono straordinarie, tutto in mattoni a causa della difficoltà di rinvenire materiale lapideo. A Samarra abbiamo conservati invece alcuni degli edifici principali, perché dopo essere stata abbandonata la città è stata totalmente seppellita.
Dall’aereo abbiamo un’immagine di una dimensione colossale, con giardini e palazzi. Vengono usate delle pietre di piccole formato ed una struttura in laterizio, e si presenta sottoforma di 3 grandi arcate di accesso, con coperture voltate con la struttura di transizione attraverso trombe.
I romani per avere una copertura a catino avremmo avuto una pianta semi-circolare, qui invece abbiamo una pianta quadrata. I mattoni possono essere crudi o cotti, e consentono anche la decorazione parietale variando la loro posizione.
Vediamo le due grandi moschee di Samarra, una delle quali è considerata la più grande moschea del mondo, di cui rimane qualcosa fortemente restaurato. Funzionano con dei recinti di dimensione gigantesca, ed all’interno abbiamo colonnati.
Abbiamo un recinto in mattoni fortemente restaurato, dall’aspetto fortificato, con un interno di dimensione sterminata, ed un’altra caratteristica che qui ha una forma particolare: parliamo del minareto. Qui le torri del minareto hanno una caratteristica straordinaria: al posto di avere la scala interna, ha una scala esterna spiraliforme, che porta in sommità. Vediamo una torre tutta piena all’interno, attigua al recinto stesso: questo minareto è costituito come torre, con la scala all’esterno. Ipotesi affascinate: potesse essere collegata all’idea di Babilonia, non così distante, una babilonia assira, una torre che aveva una sua traccia letteraria abbastanza forte. All’interno del recinto è tutto perduto, ed il recinto è fortemente restaurato). Questi minareti non hanno eguali in nessuna parte dell’Islam, sono creazioni uniche.
La moschea più piccola si chiama Abu-Dulaf - Al-‘Abbas. Capiamo che difficilmente si poteva recuperare dall’impero romano, e quindi si costruisce in mattoni ed arcate, con un minareto più basso e piccolo.
Aquisgrana - Aix-la-Chapelle - Aachen
Siamo all’interno del periodo temporale del Sacro Romano Impero, del quale Carlo Magno ottiene il titolo nell’anno 800 a Roma. Il Papa gli conferisce titolo di diretto erede dell’Impero Romano. Abbiamo delle nuove architetture da osservare, sono architetture che sorgono in questa zona, con un fortissimo richiamo con l’impero caduto.
La corte di Carlo Magno era stata fino al 794 una corte itinerante, Carlo Magno ha fondato diverse residenze reali, diversi conventi, si dice che abbia abitato in 65 residenze, oltre ai 232 monasteri ed alle 16 cattedrali che ha finanziato. Infine scelse Aachen come capitale, che serviva in antichità come ricambio per le truppe nei confini più a nord. Dall’anno 814 ha risieduto stabilmente qui, perché vi erano delle fonti termali naturali. Costruì un’importante residenza imperiale ed un palazzo perduto, ora però perduti, e la cappella palatina che, seppure inglobata, possiamo ancora osservare nei suoi tratti originari. Tratto costante è la forte attenzione all’Impero Romano caduto: ad esempio nell’attività di monetazione, nel ritratto dell’Imperatore si voleva ricordare la rappresentazione dell’Impero Romano. Quindi avviene una ri-organizzazione nel nome e nella forma del perduto impero.
Vediamo un piccolo bronzo del Museo del Louvre, un modello di una statua equestre, che sarebbe stata posta all’interno del suo palazzo. Quindi il palazzo imperiale presentava un elemento molto simile alle opere romane, come abbiamo visto con la statua di MarcoAurelio, che si trovava nella Basilica Lateranense. E’ quindi un simbolo che viene replicato. Il suo palazzo aveva un’aula regia, molto grande, sul modello delle aule regie dei palazzi imperiali del palatino. La cappella ha il titolo di basilica, un titolo che viene dalla Roma Cristiana, dunque un impero romano-cristiano. La cappella era costituita all’interno del palazzo. Vi era un corridoio coperto, che arrivava fino alla parte più importante dei palazzi, dove risiedeva Carlo Magno. All’interno di questa vi era un’aula dove si amministrava la giustizia. La cappella è una cappella di forma circolare, preceduta da un atrio di cui rimangono le fondazioni.
Questa cappella serviva a 3 funzioni. Una di queste è quella di ospitare le reliquie, un uso che viene dalla Siria Cristiana. C’è un vero e proprio culto delle reliquie, vi sono chiese che diventano straordinariamente importanti perché conservano al suo interno parti del corpo di Cristo e dei Santi. Carlo Magno si procura delle reliquie di grandissima importanza all’interno del mondo cristiano. Altro uso molto importante è quello della raccolta del tesoro. Il secondo uso è quello di cappella di palazzo, personale, entro cui servire i servizi religiosi. E terzo elemento è quello dell’apparizione dell’imperatore, che in epoca imperiale aveva luogo nell’aula regia, sta di fatto che l’imperatore aveva una loggia che prospettava difronte alla chiesa, su un sedile che risale a qualcosa di precedente. Quali sono i riferimenti: sono fortemente legati alla regalità bizantina, più che all’impianto basilica. Abbiamo riferimenti agli impianti centrici.
Vediamo una restituzione priva delle costruzioni successive. Ad un primo paragone viene in mente il SanVitale a Ravenna, abbiamo due ottagoni. E’ un diametro di 144 piedi, una misura pressoché perfetta, in un sistema che va di dozzina in dozzina. SantaSofia si pone come modello nel tipo edilizio, non rispetto alla dimensioni, per la committenza è sufficiente che abbia all’interno decorazioni e ricchezze paragonabili. Per chi fosse interessato a questo periodo si consiglia di leggere la “Storia dell’Arte Italiana” di Einaudi. Il modello diventa mitico, trasmesso attraverso disegni semplificati, che viene replicato solo per parti. Così un altro modello molto importante per l’occidente cristiano sarà quello della chiesa di Gerusalemme.
I materiali sono in parte romani, che vengono da Verdun, dove molti edifici pubblici sono stati smontati per recuperare le pietre squadrate. Qui le pietre sono tutte di altissima qualità, quindi è stata fatta un’attenta scelta da parte degli architetti, dei quali però non abbiamo nessuna informazione.
Il modello parte da un ottagono con 8 arcate, che si complica al piano di sopra con una galleria altissima illuminata da due registri di colonne sovrapposte. E’ una forte semplificazione del modello bizantino. Ricordiamo che Carlo Magno sicuramente non aveva mai visto Bisanzio, mentre è certo il confronto con le architetture di Milano. Se ricordiamo SanVitale, il modello ha dei pilastri paragonabili, ma ha una complicazione spaziale, in quanto si apre in trasparenza. Qui c’è una semplificazione, come abbiamo visto nella cupola della roccia, si è fortemente semplificata quella complessità spaziale che abbiamo visto in Santa Sofia, Santi Sergio e Bacco e San Vitale.
Abbiamo due archetti, con al disopra di ciascuna coppia di colonna abbiamo degli archi. Nella parte più bassa vi è la chiesa per tutti, nella galleria c’è la chiesa di corte. La torre (ora sparita), aveva due usi: da una parte prospettava verso la corte, quindi aveva una loggia che permetteva a Carlo Magno di affacciarsi, e dall’altra le reliquie, che potevano venire conservate.
Guardiamo la parte sommitale: abbiamo una copertura con mosaici (fortemente restaurati), stiamo parlando di un edificio di 1200 anni fa che ha subito molte trasformazioni. Abbiamo una bicromia lungo gli archi, come a Cordoba.La colonna arriva sugli archi senza nulla al di sotto, soluzione strana, e ricorda abbastanza la finestra termale romana con la sua tripartizione, poco elegante ma che può avere una sua memoria. Anche nella corte di CarloMagno, ora che l’Egitto non esporta più la cristianità. Ora il porfido viene dall’Impero Romano, è un porfido raro. Nella parte superiore oltre al livello delle grandi arcate a doppia altezza oltre la galleria, vi è una copertura che prima era lignea, oppure una copertura che non si conosce bene a causa dei restauri, ma dove il mosaico era la decorazione principale. Tutti gli spazi avevano mosaici o pietre, quindi un riferimento diretto alla decorazioni che potevano esserci nella parte interne delle basiliche, ma anche al modello orientale. Insieme ai riferimenti del tipo edilizio, seppure riducendo le complessità tridimensionali a piani, c’è una riduzione della spazialità bizantina, una semplificazione per piani. Questo perché l’architettura bizantina aveva un’architettura in pianta che discendeva dalla complessità delle copertura, complessità che qui non esiste, avendo solo una copertura a spicchi.
C’è anche da dire che c’è una gerarchia all’interno della sistemazione di questo spazio centrato in più parti. Le colonne non sono tutte uguali: dove Carlo Magno osserva la funzione in galleria su seggiola, dove saluta e compare di fronte ai suoi sudditi, le colonne sono sicuramente le colonne più belle, sono costituite da una varietà di marmo più raro. E’ qualche cosa che agli occhi del tempo era testimonianza di una ricchezza immensa, perché i marmi antichi erano diventati dei tesori rarissimi. Questi elementi di spoglio vengono cercati e trasportati, c’è una grande ricerca di questi materiali antichi, e la loro disposizione riflette il valore che viene dato a ciascuno di essi: come le reliquie cristiane esistono le reliquie dell’impero, sono preziosissimi reperti. Anche all’interno del tesoro di Carlo Magno compaiono sigilli ed agate lavorate.
Poniamo un problema che avrà a che fare con l’organizzazione della chiesa nel periodo romanico. L’altare è in origine orientato verso oriente, verso est e verso Gerusalemme. Se osserviamo questa pianta, possiamo notare una cosa: una volta che si costituisca il potere imperiale, la posizione dell’imperatore nelle chiesa diventa particolarmente importante, ed ha dei riferimenti diretti con la realizzazione dell’architettura. Abbiamo quindi una tribuna imperiale, dal lato opposto dell’altare e coro, abbiamo quindi un corpo orientale ed un corpo occidentale, ed in uno trovava posto il trono. Esiste quindi una figura importante, l’imperatore d’occidente, che sta a pari con l’autorità ecclesiastica del momento. Si specchia direttamente nell’architettura, perché iniziano a vedersi degli organismi, con “massicci occidentali”, o meglio WestWerk.
La galleria rispetto alla coperture è altissima, ma che all’interno ha un solo livello. Vediamo questo discorso che si è fatto intorno alla chiesa, con due absidi contrapposte, uno riferito al clero, ed un riferito all’imperatore o un suo funzionario.
Altro documento importante del IX° secolo: una celebre pergamena, qui ridisegnata, perché espone con molta chiarezza il discorso fra abside occidentale ed orientale. Il monastero è quello di SanGallo, però è difficile altrimenti leggere questa pianta se non si pensa che vi sono due absidi contrapposti, vi è una contrapposizione fra gli elementi terminali della chiesa.
Osserviamo il rapporto fra una chiesa di grandissima importanza, del tutto perduta di epoca giustinianea, e SanMarco a Venezia. Facciamo un salto fra un modello del VI° secolo che era a Bisanzio. Osserveremmo un rapporto che occupa un salto di mezzo millennio circa. La ricostruzione della pratica dell’architettura nell’occidente, dopo la caduta dell’impero romano e la ricostituzione sotto Carlo Magno, ha visto una catastrofe tecnica, una perdita di capacità e possibilità immane.
Nella ricostruzione di Costantino, vicino alle mura teodosiane ed all’interno delle mura costruite da Costantino vi era la basilica dei Santi Apostoli. Presumibilmente aveva una struttura centrale, e qui probabilmente è avvenuta la sepoltura di Costantino contornato dai dodici apostoli. Questa chiesa viene anch’essa bruciata totalmente, e totalmente perduta. Questa chiesa era così importante per l’invenzione architettonica, che si ritrova lo stesso modello architettonico replicato ad Efeso, in Turchia vicino al mare. Di quella chiesa sussistono molte rovine, che permettono di restituire la sua forma originaria, perché è stato successivamente modello per molte chiese cristiane.
In alzato vediamo replicato tante volte delle cupole, immaginiamo una re-invenzione del tipo basilicale, ripensandola sotto forma di struttura voltata. Qui a partire da questa grande invenzione (della volta su pianta quadrata) riformuliamo un modello sotto forma di basilica voltata, che permette oltretutto di levare il legno dalle coperture ed impedire gli incendi. Quindi abbiamo una struttura che parte da un centro, e corrisponde ad una struttura dove partendo da un piano quadrato ricostituendo la possibilità di montar su una volta. Quindi reiteriamo questa struttura, costituiamo l’unità della chiesa, fra l’altro, è qualche cosa che troviamo in Italia, a nord a Venezia, a sud a Palermo, che ha una storia più complicata a causa della dominazione araba.
Come a SantaSofia abbiamo una parete che possiamo svuotare del tutto, possiamo anche eliminarla perché non ha alcun rapporto con la cupola. Osservazione piuttosto importante, è una struttura con qualche elemento di interesse. Da un punto di vista strutturale, questo sicuramente è il pilone, però non basta, quindi il pilone è come a SantaSofia “doppio”, un rettangolo allungato, abbiamo degli elementi laterali, che servono a prendere le spinte laterali della volta. Dobbiamo pensare ad una struttura che fa uso di volte, con un impianto basilica a croce, un portico antistante ed una struttura interna tutta voltata. Questa chiesa è ad Efeso, e nell’anno 1000 stava in piedi ancora, sia questa chiesa sia quella dei Santi Apostoli.
Ovviamente non vediamo il pennacchio sferico da fuori, dove invece c’è un pieno murario. La struttura esterna è quindi un cubo, dove esce fuori solamente la volta. Se fate caso questo pilone è affiancato da un altro pilone, che si troverà ad avere delle ali esterne, che sono quelle che assorbono la spinta laterale, che nascono dall’osservazione che sono due piloni in alzato che tengono, due piloni accoppiati.
San Marco a Venezia
La presunta fondazione è il 1060, su impianto precedente più piccolo, mentre la facciata è posteriore. E’ una basilica a tre navate, con transetto molto sviluppato, una navata longitudinale abbastanza breve. Se osserviamo il tipo di disposizione degli elementi costruttivi, vedremo il rapporto con San Giovanni ad Efeso.
Iniziamo ad analizzare partendo dal punto di collegamento: la basilica di San Marco è tutta a copertura voltata, non ha coperture a capriate. Proviamo ad osservare la parte centrale: possiamo iniziare a pensare che il pilone che tiene la chiesa è tutto questo, tecnicamente è l’unione dei 4 pilastri, nonostante ci si possa passare dentro. La stessa struttura è specchiata oltre il transetto, con altri 4 piloni. Congiungendo gli elementi estremi troviamo la cupola al centro di questa struttura, e poi verso l’entrata e nei bracci laterali possiamo fare lo stesso discorso, descrivendo altre 3 volte. E’ una chiesa a tre navate con questi elementi abbastanza importanti, con piloni che partono da 4 elementi, che vanno in alzato e servono a tenere la struttura dei pennacchi sferici di questi vani. Questi elementi che vanno in alzato, nonostante siano passanti, si organizzano sotto forma di unico pilone.
Le cupole della basilica marciana, alla base vi è un registro di finestre, grande novità perché mai si erano viste nell’architettura del mondo cementizio. Quindi è sicuramente una fondazione religiosa piuttosto importante come simbolo della Repubblica Veneta, che prende come modello la più nuova, migliore ed insuperata architettura dell’Impero Romano d’Oriente. Questa è coperta a cupola, e la riprende anche nel tipo di lavorazione di questi marmi, e la riprende anche nel tipo di lavorazione che contraddistinguono le parti sommatali della chiesa.
Molte delle facce esterne della basilica esterna si presentano con opere di connesso marmoreo estremamente eleganti, ed il fronte laterale si presenta con lavorazioni analoghe alla Santa Sofia a Costantinopoli. Tutte le finestre si aprono alla base della cupola stessa, e poi abbiamo delle strutture aggiunte successivamente per dare più slancio alla cupola, con la caratteristica terminazione a cipolla, che viene dal mondo arabo-bizantino. Le due pareti rosa, con tre finestroni o due registri, altro non sono che una citazione diretta di quelle parti sommatali di SantaSofia o San Giovanni di Efeso, quindi è solo con questo sistema della cupola su pennacchi sferici che possiamo far osservare.
La Sicilia - Tutto il resto è in ombra Dall’831 al 1072 abbiamo avuto la dominazione araba (nel 1066 i Normanni intanto erano arrivati in Inghilterra). Nel 1072 la Sicilia ridiventa cristiana, ma non abbiamo memorie di costruzioni arabe, come di moschee, del dominio delle dinastie successive con centro di potere nell’odierno magreb. E’ una dinastia diversa, che però non ha lasciato traccia. Nell’XI° secolo, quando i Normanni si insediano, hanno un atteggiamento di forte attenzione per l’architettura precedente. Questi edifici che vediamo hanno sicuramente utilizzato maestranze indigene, che non vengono cacciate ma continuano a produrre.
La Zisa di Palermo E’ la costruzione più d’impatto. Il nome arabo significa splendido e gioioso, il toponimo di questo edificio è rimasto così. Il quartiere della calza deriva dal nome del palazzo del governo arabo, che poi non è stato riutilizzato dai Normanni. Questo edificio è un casino di delizia, qualche cosa che a che fare con una sistemazione del tutto perduta di un giardino, che in Italia ci ricorda quanto queste architetture siano collegate all’acqua, alle piante ed alla sistemazione esteriore degli spazi. Questo edificio è costruito nel XII° secolo, per un uso di corte come palazzo di delizie estivo, per una corte che è finita 800 anni fa, e tutto quello che vediamo è frutto di molti restauri. Ricordiamo nuovamente che tutto quello che andiamo a visitare è tutto frutto essenzialmente di forti campagne di restauro del XIX° e XX° secolo. L’edificio in pianta è formato da due quadrati, è un blocco rettangolare, ed ha abbastanza analogia con i palazzi che si sono conservati in Siria e nell’impero abbaside, molto chiusi verso l’esterno, ed in comunicazione con una via d’acqua, nascosta all’interno dell’edificio. Quest’acqua corre sul pavimento centrale della sala di questo edificio, va all’esterno e si collega con lo spiazzo antistante. In rapporto allo spazio centrale poteva esistere un padiglione, al centro di una vasca.
E’ una pianta, abbiamo tre piani, con volte molto complesse, ed ogni piano ha spazi voltati molto diversi. Non abbiamo soffitti lignei semplici, c’è una sala quadrata che termine con un abside, ed una fontana. Da quella fontana vi è una serie di due vasche quadrate connesse da un percorso, che spariscono per poi comparire in quello specchio d’acqua che poi abbiamo visto in fronte all’edificio. E’ qualcosa che difficilmente possiamo vedere in Italia, sicuramente non appartiene alla cultura romana o normanna, è qualcosa frutto dell’importanza che gli arabi donano all’acqua. La geometria si basa sul quadrato, le finestre sono moderne e fanno parte delle vicissitudini dell’edificio, però abbiamo altri elementi che ricordano l’ascendenza islamica dell’edificio. Gli archi sono tutti a due centri, hanno i piedritti molto lunghi, ed hanno la caratteristica di essere poi tenuti su da una colonna da una parte ed una dall’altra. Vi sono diversi esempi di mirab che si presentano essenzialmente come questa faccia che vediamo. Un arco a due centri, un piedritto altissimo, e questa altezza è messa in evidenza dalla bassa altezza raggiunta dalle colonne ai lati dell’entrata. I mattoni, sempre di origine abbaside, sono utilizzati per giochi di ghiere su piani arretrati, e costituiscono questa forma ornamentale, legata all’arte islamica, delle residenze civili in parte fortificate della Siria araba. C’è questa cornice che gira e forma una specie di disegno, come abbiamo visto nella porta dalla kibla della mosche di Cordoba, dove l’arco è contornato da una cornice rettilinea, che qui si presenta piuttosto come arco collegato da questa stessa cornice rettilinea. Esiste però una pratica abbastanza nota, che vede piuttosto l’uso di grandi blocchi, fino ad 1 e ½ di altezza, che sono stati scoperti in molte case del centro storico di Palermo durante il restauro. Al di sopra di questi dei blocchetti di misura minore. Tutte queste sono volte in blocchi, in blocchi di pietra quadrata abbastanza piccoli, e sono volte costruite a partire da anelli concentrici. La capacità di voltare, bizantina, rimane e si ritrova con nuovi committenti Normanni. Nell’ingresso, abbiamo insieme i due portali, queste doppie colonne di riuso (la dimensione delle colonne è data da quello che si poteva trovare, non ci sono atelier di colonne ancora fino al XII° secolo). Una coppia di colonne nel muro esterno, ed all’interno di queste due ghiere, ne abbiamo una terza, contraddistinta dal fatto che è bi-cromatica, che si presenta molto simile a quella dell’Egitto fatimida, dell’Egitto islamizzato, quindi esiste un forte rapporto di questa Sicilia all’interno di questo complesso mondo musulmano. Gli egiziani si convertano in massa nel XII° secolo, e si trovano poi ad elaborare una linea abbastanza particolare di loro architettura, fra le quali cose questa ghiera.
Abbiamo una struttura di passaggio, straordinaria dal punto di vista dello spazio. Ci troviamo all’interno della volte a botte, che nell’asse centrale diventa a crociera, e siamo all’interno di una volta a botte con due centri.
Vediamo il percorso dell’acqua, che passa all’interno di questa sala. I normanni replicano con committenza straniera degli edifici che avevano rinvenuto sul posto. Dallo scavo abbiamo restituito questo sistema a partire da una fontana, vi sono questi specchi quadrati che all’interno sono abbastanza vasti, abbiamo questo rapporto molto forte con la geometria, fra ottagoni e quadrati.
Osserviamo più da vicino cosa scaturisce lì dove appare un grosso muro. Lì dove non è stato scavato, probabilmente abbiamo il meccanismo dell’acqua. Se guardiamo la struttura complessiva dell’edificio troviamo sullo spigolo, nella sala, delle colonne di re-impiego, che si presentano tutte le volte che siamo in condizioni di spigolo esterno abbiamo lo stesso sostituito da una colonna. C’è poi un rapporto con una decorazione a lastre marmoree, ed un pavimento cosmatesco, nome che viene da un atelier dello stesso secolo a Roma, che lavoravano i marmi antichi in piccoli pezzi, dove alcuni di essi venivano dorati per farli risaltare maggiormente: non è una paternità islamica, ma un modo per poter riutilizzare tutti i resti delle rovine romane. Nel sopra della fontana abbiamo poi abbastanza conservati dei mosaici d’oro, che all’interno della parte superiore dell’abside a pianta quadrata, vi è una caratteristica del mondo islamico, che si chiama muqarnas, di cui non si può dire se vi sia un’origine abbaside o egiziana. In Egitto, verso l’1080, dove si è conservato molto di più rispetto all’Iraq, dove si costruito in mattoni e si sono avute diversi momenti di crisi. Comunque pare che si sia originato lì, poi trasferito in Egitto e da lì in tutto il mondo islamico.
E’ un mosaico a figurazione vegetale, almeno in gran parte, fortemente bidimensionale, con immagini di tipo decorativo, quindi molto diverso dal mosaico romano, qui si tratta di elementi decorativi ripetuti, con sopra un profilo a due centri, ed una serie di elementi che vanno ad occupare quello che era il catino absidale. Questo tipo di decorazione è comunissimo, è può essere eseguito in più materiali. Può essere sia in pietra, o realizzato con una lavorazione molto elaborata in stucco fatta aderire ad un catino precedente. Si presenta come un tipo di decorazione riconoscibile delle volte, dei catini, e può presentarsi con diverse soluzioni. Rimangono comunque una serie di domande, perché non possiamo ancora andare a scavare. E’ un elemento di transizione, messi l’uno sopra l’altra, che si realizza con una frammentazione sempre maggiori di questi elementi che corrono in diagonale fino a coprire la superficie del catino. Si parte dall’idea di tagliare lo spigolo. Pare che nasca come sistema strutturale, per poi diventare qualcosa replicato come sistema decorativo.
Qui vediamo abbastanza bene, in una foto scattata in corso di restauro, la muqarnas si rivela una decorazione applicata, mentre in altri casi è piuttosto una sistema strutturale. Le componenti sono lavorate in gran parte con gli stampi, che replicano tutti lo stesso arco con i piedritti molto lunghi, e più o meno sono dello stesso formato, sono delle sorte di frattali dell’architettura. Si è arrivati a capire che tutto il disegno può essere composto con solo 7 pezzi, come un lego, è possibile costruire qualsiasi tipo di volte di muqarnas. La bellezza è insita nella ripetizione, non nella variazione delle forme. I capitelli si questa epoca si presentano lavorati in marmo e ricoperti d’oro. Oltrepassato quest’arco a due centri osserviamo le ghiere concentriche su piani arretrati.
Questo edificio si presenta con una ghiera con questo caratteristico disegno, questi blocchi lavorati, che può essere confrontato direttamente con quella ghiera all’ingresso dell’Azi-za.
In questo Medaglione osserviamo le palme ed i simboli del potere imperiale. Sopra la muqarnas realizzata in pietra, strutturale (sembra essere), all’interno di questa volta. E’ pietra lavorata, tagliata fino a costituire, questa sorta di catino absidale. Abbiamo una mirab, verde, che si presenta sotto forma paragonabile a quella che abbiamo visto nella Azi-za. Nella cornice vediamo sempre che l’arco è riquadrato da elementi rettilinea, ed intorno corrono versetti islamici. Vediamo che la sala principale, utilizzata per banchetti, nella cultura islamica veniva organizzata con una fontana.
Zisa All’interno dell’abside abbiamo decorazioni a muqarnas, che poteva derivare dalla sistemazione delle edicole della Mecca presenti nelle moschee.
Egitto All’interno di una moschea con rivestimento ceramico.
Puglia Abbiamo edifici con transetto coperto a cupola e navate con copertura a capriate. Quindi abbiamo un’unione di una testa bizantina con un corpo paleocristiano.
Cappella Palatina Per la cappella del palazzo dei normanni, siamo intorno 1130-1140, ci testimonia che abbiamo cappella palatina all’interno del palazzo nella metà dei XII° secolo. La data della Azi-za è connessa all’inizio di cantiere prima del 1154. Alla metà dei XII° secolo abbiamo una cappella di palazzo diversa, che si presenta con una transetto ed un foro bizantino, e per completare ancora questa complessità di rapporti con le culture più importanti del momento, abbiamo delle decorazioni di modello persiano, riconoscibili a scuole di pittura presenti all’epoca a Samarra. Prima di tutto osserviamo questo rapporto fra una testa, che è quella del transetto, voltata, con un abside terminale, ed un rapporto poi con una struttura a basilica. C’è un nartece,e dei corridoi laterali di servizio, e vi sono ingressi laterali, e nella parte occidentale della chiesa vi è un importante elemento architettonico cerimoniale, di fronte all’altare in posizione privilegiata. Rimane una decorazione molto importante, e vediamo anche dei piccolo archi polilobati in basso, una decorazione abbastanza paragonabile alle muqarnas. Il contro-soffitto è decorato a muqarnas, che diventa un’opera eseguita in legno, che ha un intento esclusivamente decorativo, sicuramente non ha alcun valore portante. A causa del forte movimento iconoclasta, i mosaici sono stati sostituiti con delle tessere decorative. Abbiamo poi delle tavolette di legno con iscrizioni arabe, che coprono la parte strutturale e si presentano decorate con arabeschi, che a ben guardare si sono risolti essere iscrizioni in arabo, che sono stati prodotti e decorati, quindi esiste la certezza che all’interno della cappella palatina hanno lavorato anche maestranze, gruppi, che erano lì dal IX° secolo e durante il periodo normanno hanno continuato a mantenere le loro abitudini.
Anche dopo la conquista dei normanni, esiste un passare dei modelli nel mondo islamico, infatti vediamo delle decorazioni che provengono dalla Persia, dove il divieto di rappresentazione di uomini e animali non era assoluto. La cupola parte su base quadrata, non ma non presenta pennacchi sferici, ma trombe, rendendo questo quadrato un ottagono.
San Cataldo a Palermo Tutto quello che osserviamo è pianamente ricostruito. La chiesa era addossata ad altri edifici, ed aveva perso tutto il paramento esterno. Ora invece il monumento troneggia nel vuoto, bello isolato.
Abbiamo un arco a doppio centro, le due ghiere su piani arretrati, le finestre sono collocate in sommità. La porta si presenta priva della colonna dell’ingresso, ed i piedritti sono molto alti rispetto all’organizzazione. E’ una pianta che si presenta coperta nell’asse centrale da cupole, che sporgono molto fuori, con un profilo fortemente rialzato, da paragonare più che all’architettura bizantina, allo sviluppo che si è avuto con l’Egitto mussulmano. La struttura è molto piccola, quindi le cupole non hanno tutti quei problemi che abbiamo visto nelle opere maggiori. Gli archi hanno sempre questo profilo a doppio centro, e c’è la possibilità di aprire finestre alla base della cupola stessa. La caratteristica che ne fa un aspetto orientale, ma si presentano nell’estradosso difese dall’intrusione dell’acqua con il concio pesto. Questo è fatto con calce e polvere di mattoni, ha una combinazione chimica che permette, regge molto bene le zone umide, anche bagnate, ed ha un colore mattone, rosato.
Confronto con la moschea di Al-Juyushi. E’ una moschea totalmente coperta di volte, che non fa uso di legno, realizzata alla fine dell’XI° secolo, paragonabile a questa chiesa di San Cataldo. Chiusa all’esterno, cupola di concio pesto, minareto, il profilo della cupola è sempre replicato tre volte, e le cupole sono realizzate in pietra con piccoli roccheti lavorati a pietra. Le cupole sono tutte su base quadrata, e poi in questo punto arriva la struttura della cupola, che si vede molto bene, ha a che fare con quel discorso delle trombe. I blocchi sono molto piccoli, la posa è a blocchi orizzontali, tendenzialmente nell’arte islamica la posa è orizzontale. Questo effetto muro nudo è l’effetto del restauro, poi fra l’800 ed il ‘900 si sono accorti che poteva diventare un esempio di arte del XII° secolo, del quale non si era mantenuto nessun esempio. Abbiamo un catino absidale del tutto diverso da quello della tradizione romana, con una finestra in rapporto all’ottagono ed alle trombe, che ci fanno capire dove compaiono queste finestre in rapporto alla volta.
Da qualche parte abbiamo una volta strutturale, con blocchetti autoreggenti, elementi che alleggeriscono la struttura.
Architettura Romanica
E’ un termine coniato recentemente, forse il più recente utilizzato nel programma di esame. Se si considera la nostra modernità, si parta dal Rinascimento che riflette la grandezza del passato, mentre peri periodi precedenti si parla indifferentemente di architettura dei goti, dei barbari. Nel ‘500 il termine gotico indicava tutta l’architettura del medioevo insieme, generalmente inteso, come fece il Vasari, fino al Duomo di Pisa, perché ha un impianto basilicale e capitelli antichi.
Nel ’700 già la storiografia inizia a migliorarsi, si scoprono i documenti antichi, oltre alla diffusione delle cronache locali (atti della chiesa, etc…), la base per l’apprezzamento estetico che porta alla suddivisione fra gotico e qualche cosa che lo precede. Il romanico viene dalle lingue romanze, dalla definizione di un’Europa che parla nuove lingue, con una loro dignità, poiché in gran parte originatesi della tradizione latina. Questo termine viene dallo studio della lingua, dalla stabilizzazione di una lingua volgare, ed indica un’arte comune che l’occidente condivide, segno di un’ entità europea ricostituita.
E’ un Europa che a che fare con una metà della Spagna ancora islamica, ridottasi a causa della reconquista a partire dall’XI° secolo, e con le crociate, la prima delle quali (1096) parte è originata dalla predicazione di Urbano II nel 1094. Nel 1099 Gerusalemme ritorna cristiana, e vengono costituiti 4 stati cristiani che dureranno fino al XII° secolo.
E’ un’Europa che si può percorrere, con 3 grandi pellegrinaggi: Roma, Gerusalemme (che nell’Egitto fatimita era comunque visitabile) e Santiago de Compostela, la cui origine è connessa al presunto ritrovamento delle ossa contenute in un sarcofago, che sarebbe giunto miracolosamente via mare dalla terra santa. Dentro questo sarcofago vi sarebbero stati i resti di San Giacomo, uno degli apostoli. E’ un luogo di pellegrinaggio che percorre l’unica parte della Spagna che si può percorrere, il regno di Léon. Nelle due carte vediamo una delle strade che vengono organizzate e permettono l’arrivo dei pellegrini da tutto il centro d’Europa, dal settentrione e dal meridione. Queste vie sono molto importanti, in particolare per il benessere del pellegrino: ogni tot chilometri vi sono delle chiese, degli spazi, dei santuari. Andando qui il pellegrino trova anche dei santuari minori, che prendono il ruolo di tappe intermedie, ma diventano comunque piuttosto importanti. Tutto questo ha dei riflessi nelle forme dell’architettura: è una rete gestita in parte dagli episcopati locali, in gran parte da ordini monastici, benedettini e benedettini riformati, che avranno un’organizzazione anche sopranazionale, ed un linguaggio architettonico che costituirà un linguaggio comune. Si può parlare di un linguaggio condiviso, si indica che non si è più all’interno di una realtà locale, com’era dopo la caduta dell’impero romano con la creazione di tante diverse realtà regionali coincidenti con i regni barbarici, dove si era verificata una sorta di regionalizzazione dei fenomeni artistici. Altro elemento importante sono le invasioni degli Ungari (Ungheresi?) dell’XI° secolo, le ultime importanti invasioni che vedono anche incendi e sacchi di città. Una volta che questi sono definitivamente allontanati, si bloccano queste aggressioni, e si ricostruiscono molte chiese e monasteri che erano stati dati alle fiamme, L’anno 1000 si apre quindi con maggiore sicurezza, ed una grande attività ed importanza che fa sì che si costituiscono grandi santuari.
Vediamo puntinato in nero i luoghi e le città europee che ospitavano architetture romaniche intorno all’anno 1000, con il rosso siamo nel XII° secolo. E’ essenzialmente un’architettura tipica dell’Europa centrale. Cercando di riassumere, possiamo definire un recupero di capacità tecniche perdute al fine di trasformare l’impianto delle chiese paleocristiane, ricostruendolo sotto forma d